venerdì 30 dicembre 2011

Survival International, il movimento dei popoli indigeni

Vorrei dedicare questo ultimo post di Sancara del 2011 a Survival International, un'organizzazione non governativa, oramai mondiale, nata nel 1969, e che si occupa della difesa dei popoli indigeni dell'intero pianeta.
La nascita di Survival si deve ad un'articolo dello scrittore (da noi poco conosciuto e morto nel 2003) Norman Lewis, autore di innumerevoli reportages di viaggi, apparso nel 1968 e che denunciava il genocidio dei popoli indigeni del Brasile. Dallo sdegno per gli orrori che si stavano commettendo, nacque, a Londra Survival con lo scopo di dar voce e difendere le popolazioni indigene di tutto il mondo minacciate dalla prepotenza dei governi e degli interessi economici sulle terre dove essi vivono.
Survival agisce su vari settori - sul campo e negli oltri 82 paesi del mondo dove oggi è attiva. Lavora nel campo dell'educazione e della didattica, fornisce un supporto legale alle popolazioni minacciate e lancia campagne internazionali per la protezione delle popolazioni indigeni.
Per restare nella sola Africa, Survival lavora in particolare con i Boscimani del deserto del Kalahari nel Botswana (di cui Sancara si era già occupato) minacciati da chi voleva scacciarli dalle loro terre (ricche di diamanti e utili per il turismo), chiudendo i loro pozzi d'acqua. Su questo tema, l'azione di Survival è stata premiata con una vittoria dopo una disputa legale durata anni.
Dal 1993 Survival è impegnata con i Masai della Tanzania, che continuano ad essere deprivati delle loro terre (che sono la loro sopravvivenza) per dar spazio a coltivazioni intensive ed ad essere esclusi dalla gestione dei parchi nei quali essi, da centinaia di anni, vivono.
Vi sono poi le azioni con gli Ogiek del Kenya, minacciati dalla cessione delle loro foreste a speculatori di vario genere, pronti a distruggerele per il proprio tornaconto economico.
Survival è molto attiva con un'intensa campagna tra i popoli della Valle dell'Omo in Etiopia ( tra cui i Mursi), contro la devastazione del territorio determinata dalla costruzione delle grandi dighe, tra cui il progetto faraonico denominato Giba III (di cui Sancara aveva parlato in questo post).
Vi sono poi azioni tra i Pigmei della Repubblica Centroafricana, la cui foresta - fonte della loro esistenza - viene erosa lentamente dalla necessità di terre coltivabili, senza che ad essi venga riconoscita nessun diritto sui luoghi dove da sempre vivono.
In Africa Occidentale (in particolare in Camerun), tra i Mbororo, popolo di agricoltori, Survival è impegnata ad aiutare questa popolazione a difendersi dall'accaparramento di terre coltivabili (land grabbing) che in Africa avviene sotto gli occhi, spesso chiusi, della Comunità Internazionale.
Infine tra le azioni di Survival in Africa vi è quella con le popolazioni dei Nuba del Sudan, al centro di una disputa territoriale che si è aggravata dopo la nascita del Sud Sudan (a cui i Nuba erano legati).

La necessità di difendere e tutelare queste popolazioni non è solo un fatto, talora ritenuto un pò snob, di aiutare i deboli della terra a far valere i loro diritti contro i potenti. Si tratta di incidere profondamente su di un pensiero - spesso sostenuto anche dai governi - che le popolazioni indigene debbano necessariamente "svilupparsi" secondo stili di vita che snaturerebbero completamente le loro tradizioni e la loro cultura. In Africa (ma il discorso vale per altre aree del pianeta), contrariamente a quanto avvenuto in Europa, oggi convivono nello stesso tempo, non ci stancheremo mai di ripeterlo, una modernità assoluta e una tradizione antica. Popoli come i Boscimani -. che oggi non raggiungono le 100 mila persone -  del Botswana, presenti nell'area da decina di migliaia di anni, vengono oggi ritenuti quanto di più simile esista al modo di vivere dei primi uomini apparsi sul nostro pianeta. Tutelare la loro autodeterminazione è un fatto culturale di primaria importanza qualsiasi azione atta a forzare (in qualsiasi direzione) le trasformazioni sociali di queste popolazioni può risultare fatale per la loro stessa sopravvivenza. E' naturale che le forzature valgono sia quando si tenta di togliere loro la possibilità di vivere sottraendogli il loro territorio, sia quando non si vogliono ascoltare le loro rivendicazioni o tener conto della loro rappresentanza, sia quando si invadono con le nostre telecamere e le nostre cineprese.
Far circolare le informazioni sulle campagne di Survival e sostenerle in tutti i modi è un'azione che vi invito a fare.

Naturalmente Survival è impegnata in azioni in tutto il mondo in particolare, oltre che in Africa, in Sud America e in Asia-Oceania.

Vorrei anche segnalare la sensibilità di una giovane atleta nazionale della canoa. La veneziana Angela Prendin (originaria di Oriago, ma portacolori del Canoa Club Mestre) che recentemente, ai mondiali di Bratislava, ha qualificato la sua imbarcazione del K1 per le Olimpiadi di Londra 2012. Angela da anni ha scelto di dare il suo contributo alla conoscenza di Survival, inserendo il logo sulla sua canoa. Un gesto che per Angela (ho avuto modo di conoscerla) ha un grande valore perchè coniuga la sua passione sportiva con una sensibilità rara ed intelligente verso il mondo. Angela racconta come si sia avvicinata a Survival attraverso un biglietto di auguri natalizi, che un amico le aveva spedito, che ritraeva un Inuit che trascinava la sua canoa tra i ghiacci. Ancora una volta, la sua passione, la canoa, è stata il motore di una scelta di vita che oggi la portano ad essere una testimonial attenta del grande impegno di Survival a favore dei popoli del mondo. Grazie Angela.

Naturalmente colgo l'occasione di inviare a tutti Voi che leggete queste pagine i migliori Auguri per il 2012 nella speranza che possa essere un anno in cui vi sia più giustizia per tutti.

giovedì 29 dicembre 2011

Anime nere dell'Africa: Joseph Kony

Joseph Kony è un'anima nera che non ha ancora terminato la sua devastante azione nel continente africano. Nato nel 1962 (secondo altri fonti nel 1961) a Oduk, un villaggio nel nord dell'Uganda, da padre catechista cattolico e madre anglicana, la sua carriera di macellaio (perchè oggi altro non è che questo) inizia nel 1987 quando entro' in uno dei gruppi "millenaristi" che si formarono nella "terra degli Acholi" (etnia di cui egli fa parte) in Uganda e che seguivano l'Holy Spirit Movement della "profetessa" Alice Auma, una sua cugina, in lotta contro il governo di Yoweri Museveni.
Ma andiamo con ordine, naturalmente con una massiccia semplificazione.
Nel gennaio 1986 Yoweri Museveni (attuale presidente dell'Uganda) e il suo National Resistence Army  entrarono a Kampala defenestrando il presidente Bazlio "Tito" Okello, di etnia Acholi (militare che era subentrato a Milton Obote con un golpe il 27 luglio 1985). In agosto del 1986 nacque l'Holy Spirit Movement, che fino al novembre 1987 si oppose con le armi al governo di Museveni. La nascita del movimento - guidato da Alice Auma - è un misto tra leggenda, misticismo e follia religiosa. Alice (che era nata nel 1956, morirà in esilio in Kenya nel 2007), dopo essersi convertita nel 1985 al cristianesimo, sostenne di essere posseduta dagli spiriti e in un momento di delirio religioso annunciò che il suo spirito guida, Lakwena, gli aveva ordinato di combattere il governo ugandese, conquistare Kampala e liberare dalle storiche persecuzioni gli Acholi. Il movimento fondava le sue radici ideologiche all'interno del "millenarismo", un movimento della chiesa cristiana (staccatosi da quelli che poi sarebbero divenuti i "testimoni di Geova") ispirato ad alcuni versetti dell'Apocalisse di Giovanni e che professava il ritorno di Cristo, il quale avrebbe regnato per mille anni. A questo movimento aderì subito Joseph Kony. Gli adepti, che raggiungeranno le 20 mila unità, si lanciarono in attacchi suicidi contro l'esercito ugandese, protetti da uno speciale olio, capace di trasformare i proiettili in acqua. Con loro si alleò l'UPDA (Uganda People's Democratic Army) composta dai militari di etnia acholi che erano stati "messi da parte" dopo la cacciata di Okello. Nel novembre 1987 gli insorti furono pesantemente sconfitti alle porte di Kampala, e Alice si rifugiò in Kenya assieme ad uno sparuto gruppo di fedelissimi.
Kony, che aveva anch'egli sostenuto di essere guidato da uno spirito, decise di prendere in mano la situazione e fondò un gruppo che, dopo aver cambiato svariati nomi assunse l'attuale denominazione Lord's Resistence Army (LRA) (tradotto in italiano Esercito di Resistenza del Signore) nel 1993. Sin da subito i ribelli di Kony usarono strategie non convenzionali di lotta. Rapimento di bambini e bambine per farne guerriglieri o schiavi sessuali (ad oggi un numero vicino ai 40 mila), stupri di massa, amputazioni e menomazioni di ogni genere, omicidi (oltre 12.000) e lo sfollamento di quasi 2 milioni di persone.
Lo scopo dichiarato di Kony è sempre stato quello "di stabilire nel paese una teocrazia basata sulla Bibbia e sui Dieci Comandamenti". La sua è senz'altro una forma di integralismo che, come avviene anche nelle altre religioni, trova nell'estremismo -e nella follia - una delle maggiori ragioni di essere.
Nonostante i tentativi di negoziare e combattere l'LRA (che nel 1988 vantava, secondo alcuni oltre 10.000 operativi), a distanza di oltre 20 anni, Kony ed i suoi uomini continuano a seminare il terrore. Sin dal 1994 l'LRA si è inserita all'interno dei sanguinosi conflitti della regione, prima sbarcando in Sud Sudan (spalleggiati dal governo di Khartoum, islamico, in chiave anti-SPLA, i ribelli del sud) e successivamente (2005) nella Repubblica Democratica del Congo stabilendo le basi all'interno del Parco nazionale di Garamba.
L'esercito di Kony, al crescere della sua follia, si è assottigliato, secondo gli esperti oggi non raggiungerebbero un migliaio di attivi, capaci però di seminare il terrore grazie a tecniche di guerriglia spietate e imprevedibili.
Nel 2002 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna inserirono l'LRA tra i gruppi internazionali del terrorismo. Nel gennaio 2005, quando il governo Sudanese e la SPLA siglarono lo storico accordo di pace (che porterà nel 2011 alla nascita del Sud Sudan), l'LRA sembrò accusare il colpo, trasferendo le proprie basi nella Repubblica Democratica del Congo. Nell'ottobre del 2005 la Corte Internazionale di Giustizia (su pressioni delle organizzazioni non governative, interenazionali e locali) chiese l'arresto, con 33 capi d'imputazione, di Joseph Kony, del suo vice Vincent Otti (assassinato nel 2007 dallo stesso Kony perchè troppo "entusiasta" dei colloqui di pace in corso con il governo ugandese) e altri 3 leaders dell'LRA. Nel 2007 l'LRA sconfinò anche nella Repubblica Centroafricana, stabilendo anche lì delle basi e continuando a gettare nel terrore intere popolazioni inermi.
E' chiaro che dalle origini a oggi, il movimento di Kony ha perso qualsiasi legittimazione "di opposizione politica", sconfinando nella pura è semplice sopravvivenza attraverso un sistema di delirante crudeltà e di terrore.
Come avevo già scritto lo scorso anno (vedi post), gli Stati Uniti hanno deciso di lanciare una campagna atta a sconfiggere - per sempre -  Kony e i suoi uomini. Proprio nei mesi scorsi sono stati inviati in Uganda dei soldati per "favorire" la risoluzione della "questione LRA". E' chiaro che gli Stati Uniti non si muovono per "spirito umanitario". Gli interessi nella regione sono immensi (petrolio e minerali) e i rapporti con i governi locali (Uganda e Sud Sudan in particolare) sono strategici. Le speranze per le popolazioni locali sono quelle che, almeno una volta, gli interessi degli Stati Uniti e la fine del terrore che ha scatenato Kony, possano coincidere. 
Per ora, Joseph Kony, resta uno dei più ricercati criminali dell'Africa e fino ad oggi, anche quello che è lasciato agire in modo meno disturbato.

In rete è disponibile anche il sito LRA Crisis Tracker, pubblicato dall'organizzazione americana Invisible Children, che aggiorna in tempo reale su tutte le operazioni in cui è coinvolta l'LRA e dove è possibile trovare ogni approfondimento a riguardo.

Vi segnalo questo blog di Solomon Akugizibwe, un attivista dell'Uganda, che in questo post scrive un ritrattato di Joseph Kony

martedì 27 dicembre 2011

Parco Nazionale di Taza

Il Parco Nazionale di Taza è parte di una Riserva della Biosfera costiera in Algeria, nella zona della Cabilia, a poca distanza dalla città di Jijal. Il parco, istituito nel novembre 1984, è diventato Riserva della Biosfera nel 2004, allo scopo di far sviluppare l'economia locale (le opportunità turistiche sono grandi) in armonia con la necessità di salvaguardare l'ambiente e in particolare alcune unicità contenute nel parco. E' un paesaggio costiero (il parco ha un'altitudine tra gli 0 metri e i 1121 metri) caratterizzato da scogliere vertiginose, stupende spiagge, verdi montagne, grotte, cave  e sinuose vallate. Nel parco vivono alcune specie animali e vegetali di grande importanza, come il Macaco Berbero - Macaca sylvanus - (comune al altre Riserve della Biosfera in Algeria e che oggi costituisce l'unico esemplare di scimmia al di sopra del Deserto del Sahara ed è a rischio estinzione), il Picchio Muratore Algerino (Sitta ledanti, scoperto solo nel 1989 ed anch'esso in via di estinzione, contando circa 350 unità) e la Quercia portoghese (Quercus faginea). Secondo  i botanici delle 414 specie vegetali identificate all'interno della Riserva, 87 sono piante medicinali.
All'interno della Riserva della Biosfera vivono 5600 persone (la quasi totale è composta da popolazione Berbera) per lo più agricoltori e contadini.
L'area complessiva è di 6234 ettari (di cui 3570 ettari vero e proprio parco), di cui 1643 ettari costituiscono il core (l'area riserva totale secondo  le definizioni delle Riserve della Biosfera), 1930 ettari l'area buffer (dove sono praticate attività sostenibili con l'ambiente) e 2661 ettari sono le aree di transizione, dove vivono gli abitati della Riserva.
Nella Riserva sono in corso studi di biologia e ecologia che riguardano soprattutto l'area marina (è in corso l'istituzione di un'area marina protetta), mentre è in corso uno studio che prevede l'eventuale estensione dell'area del Parco.

Ecco il sito del Parco Nazionale di Taza (in costruzione)

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Cinema: Giorni di guerra

Giorni di guerra (trasposizione italiana, di poco effetto, del francese L'ennemi intime) è un film del francese Florent Emilio Siri, uscito nel 2007 e sceneggiato da Patrick Rotman.
E' un film bellico, che racconta, dalla parte dei francesi, la guerra tra le montagne della Cabilia in Algeria sul finire degli anni '50 (per l'esattezza a partire dal giugno 1959) durante la guerra di liberazione algerina (1954-1962).
La guerra dell'Algeria (ovvero la lotta per l'indipendenza del popolo algerino) iniziò "ufficialmente" il 1 novembre 1954, per chiudersi, con gli accordi di Evian, il 19 marzo 1962, che decretarono l'indipendenza dell'Algeria (1 luglio 1962). 
E' un film che affronta il dramma della guerra, sottolineandone più gli aspetti psicologici ed individuali, che quelli storici e/o politici. Un film francese che forse per la prima volta racconta la guerra d'Algeria (probabilmente una delle più atroci guerra coloniali, dopo quella del Vietnam) con lo stesso stile con cui i registi americani hanno affrontato, oramai decenni addietro, il tema della guerra del Vietnam. Infatti in Francia il film è stato molto criticato e non ha ottenuto un grande successo (in Italia non è neanche uscito nelle sale). La contestazione è avvenuta non tanto sul piano storico-politico, ma su quello appunto stilistico non piaciuto ai francesi. Una scelta quella del regista, di indagare soprattutto sugli aspetti psicologici che coinvolgono il luogotenente idealista Terrien, interpretato da Benoit Magimel (convinto di essere stato inviato in una missione di pacificazione, perchè questo diceva la propaganda in patria) e il sergente Dougnac, interpretato da Albert Dupontel, militare duro e puro, reduce dalla guerra di Indocina, abituato ad atrocità di ogni genere.


Il film dimostra l'atrocità della guerra e la follia umana che spesso - dietro di essa - si nasconde, senza entrare nelle questioni politiche e storiche che sono state alla base del conflitto algerino.
Nel finale delle scritte ci ricordano gli oltre 2 milioni di militari francesi inviati nella zona di guerra e gli oltre 500 mila morti, in maggioranza algerini, di questo conflitto coloniale.
Il film è girato totalmente in Marocco.


Sancara aveva già recensito un film che trattava la Guerra d'Algeria, La battaglia di Algeri (1966) dell'italiano Gillo Pontecorvo. Un film impegnato, di uno stile completamente differente.

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giovedì 22 dicembre 2011

Popoli d'Africa: Toucouleur

L'etnia Toucouleur (chiamati anche Tukulor o Haalpulaar'en) e' un gruppo (appartenente alla grande famiglia dei Fulani) che vive in Africa Occidentale, in particolare nel nord del Senegal (dove sono circa il 10% della popolazione), oltre che in Mauritania, Mali, Guinea e Gambia. Sono complessivamente 1,4 milioni di individui. Parlano la lingua futa tooro, un dialetto del pulaar (Fula) una lingua della famiglia Niger-Congo, da cui peraltro deriva il nome Haalpulaar'en, "coloro che parlano pulaar". Molti di loro parlano anche l'arabo. Sono agricoltori stanziali - coltivano in particolare miglio e sorgo -, nonchè abili pescatori. La maggior parte di loro è di religione mussulmana (la conversione è avvenuta a partire dall'XI secolo), sebbene sopravvivono credenze tradizionali. Ancora oggi molti vivono ancora nelle aree rurali ma, le giovani generazioni stanno migrando verso le città. Hanno una struttura sociale complessa e molto rigida (i passaggi tra le varie classi sono infrequenti), divisa in quattro grandi classi  ed ognuno di essa divisa in dodici caste. La classe più aristocratica è quella denominata torodbe,  mentre la classe media, composta da pescatori, agricoltori e commercianti è chiamata rimbe. Nelle classi più basse vi sono i servi. Circa il 20% degli uomini toucouleur hanno più mogli, naturalmente i matrimoni avvengono rigidamente all'interno delle caste. I villaggi, generalmente piccoli, sono guidati dagli anziani aristocratici che formano una sorta di consiglio.
Vi sono parecchie discussioni sull'origine di questa etnia. Secondo alcuni essi non sono altro che l'unione tra le etnie Serer e Wolof.  
Tra il X° e il XVIII° secolo sono stati domanati da gruppi non Tukulor che si sino susseguiti alla guida del Regno Tekrur. Solo a partire dal 1850 i Toucouleur, grazie all'opera di al-Hajj-Umar costituirono un proprio regno (nell'area dal Senegal al Mali verso  Timbuktu ed entrarono in conflitto con i Bambara). L'impero Tukulor (1852-1864) era fondamentalmente una "teocrazia islamica", poichè l'intento principale dell'espansione verso il Mali fu quello dell'"islamizzazione" (una sorta di jihad o guerra di religione). Il regno durò poco, poichè fu inevitabile lo scontro con i coloni francesi e la trasformazione dell'intento religioso in una vera e propria guerra di conquista. Quando nel 1864 Al Hajj Umar fu ucciso, la disintegrazione fu inevitabile. Alla fine del 1880 i francesi avevano ristabilito il completo controllo sul territorio.



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lunedì 19 dicembre 2011

Land Grabbing ieri nella puntata di Report

Nella puntata di ieri sera di Report la giornalista Milena Gabanelli (assieme a Piero Riccardi) ha afforntato il tema della "corsa alle terre". Questo è il link dove poter rivedere la puntata di ieri, vale la pena. Come sempre Report affronta con grande professionalità e competenza un tema che rischia, di sfuggire dalle mani della comunità internazionale.
Si parla dell'accaparramento delle terre in Senegal e in Mali, ma come abbiamo visto più volte su Sancara, il problema oramai riguarda tutta l'Africa e non solo. Un problema che le multinazionali (sia quelle che produco biocarburanti, sia quelle che produconmo derrate alimentari per i paesi ricchi) controllano con grande attenzione riuscendo a bloccare fino ad oggi tutti i tentativi di bloccare e perfino di regolamentare un fenomeno molto pericoloso. Non ci stancheremo mai di dire che le terre non sono di nessuno (come spesso si vuol far credere) ma sono l'elemento di sussistenza di intere popolazioni locali. Si parla anche del coinvolgimento di ditte italiane. La teoria economica dell'AD della Nuove Iniziative Industriali (azienda lombarda nata nel 1999 e che è impegnata nei biocarburanti) è chiara da un punto di vista delle leggi del mercato, che come è noto ignorano qualsiasi ripercussione sulle povere popolazioni locali.

Ecco gli articoli di Sancara che hanno affrontato questo tema:
- Land Grabbing (recensione del libro inchiesta di Stefano Liberti)

Bisogna assolutamente continuare a parlare di Land Grabbing (e per questo la trasmissione di ieri, su un format di grande visibilità come è Report è un elemento di assoluto valore), dar voce alle associazioni dei coltivatori locali, alle popolazioni indigene perchè questo fenomeno, di grande pericolosità sociale, possa essere arrestato. La loro lotta, iniziata da anni, rischia di essere vana se non è supportata dalla diffusione delle loro idee e del loro sapere.

Ecco alcuni siti per approfondire:
- Dakar Appel (contro il land grabbing)
- Il CNOP




domenica 18 dicembre 2011

Addio Cize, la tua voce sarà per sempre

Era nell'aria e purtoppo è successo. E' morta Cesaria Evora, una delle più straodinarie voci dell'Africa e del mondo intero. Cize, come era chiamata dagli amici, la "diva a piedi nudi" come l'aveva nominata la stampa internazionale, è deceduta per una malattia cardiaca a 70 anni, a Mindelo, nell'arcipelago di Capo Verde, la sua patria.
Era nell'aria perchè quando a luglio aveva annunciato il suo ritiro dalla scena mondiale, si era capito che una donna come lei, da oltre 40 anni sui palcoscenici del mondo, non sarebbe sopravvissuta senza utilizzare la sua grandiosa voce. Ciao Cize, il tuo ricordo sarà per sempre mentre la tua musica continuerà a deliziarci in ogni momento.

Sancara aveva dedicato a Cesaria Evora il primo post sulla musica dall'Africa, ritenendola una delle massime espressioni dell'arte del continente.

A Cesaria inviamo un bacio attraverso una delle sue straordinarie interpretazione di Basemo mucho, canzone del 1940 della messicana Consuelo Velezquez.




giovedì 15 dicembre 2011

Le rovine di Kilwa Kisiwani e di Songo Mnara


Le rovine di Kilwa Kisiwani e Songo Mnara sono situate in due isole della Tanzania, dove a partire dal XII sec. fiorirono due importanti città swahili diventati poi centri commerciali e portuali di grande importanza. Questi porti furono quelli dove si imbatterono i navigatori europei e dal XIII al XVI secolo (nell'ambito di quello che viene definito il periodo shirazi) e furono i luoghi dove passò gran parte del commercio (da questi porti passavano schiavi, oro, ferro, avorio, spezie, stoffe e porcellane) da e verso l'Oriente.
Kilwa in particolare divenne la città più potente della costa orientale africana, estendendo il suo dominio economico fino al Mozambico. Dopo varie conquiste ad opere dei portoghesi prima (1505), degli arabi e infine dei francesi, le città furono abbandonate nel 1840.
L'importanza di queste rovine (i cui scavi archeologici risalgono agli anni '50) risiede nella loro capacità di farci aumentare la comprensione della cultura swahili, dei processi che portarono all'islamizzazione delle costa orientale africana ed infine a studiare le forme del commercio medioevale. Per tale motivo nel 1981 i siti furono inseriti tra i Patrimoni dell'Umanità dall'UNESCO.
Purtroppo il pessimo stato di conservazione e il rapido deterioramento delle rovine, nonchè l'erosione delle piogge e l'azione devastante della vegetazione, ha costretto l'UNESCO ad inserire i siti nel 2004 tra i Patrimoni in Pericolo ed ad iniziare un importante programma di conservazione. Oltre all'UNESCO è molto attivo nell'opera di conservazione il governo francese. Tra i punti fondamentali della preservazione del sito vi è il coinvolgimento (che implica necessariamente benefici) della comunità locale.
Tra le cose da vedere, la grande moschea (la cui costruzione risale al XIII secolo), le mura di cinta  e le rovine degli antichi palazzi.

Ecco un dettagliato report sulla situazione conservativa di Kilwa del febbraio 2009.

Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni dell'Umanità in Africa

mercoledì 14 dicembre 2011

Modou Samb e Mor Diop, uccisi per il colore della pelle

Modou e Mor erano due commercianti ambulanti senegalesi uccisi ieri a Firenze, mentre lavoravano, da un fanatico criminale razzista - che ha anche ferito Sougou, Mbenghe e Moustapha, altri tre ambulanti sempre senegalesi.
Ma l'essere senegalesi non ha nulla a che vedere con l'omicidio, quello che ha inciso è stato il colore della pelle, nera. Naturalmente non ci sono parole adeguate per descrivere l'assurdità di un gesto che non può essere liquidato solo come un gesto di un pazzo. La matrice politica, xenofoba, razzista e fascista che è alla base di questo folle assassinio non deve essere trascurata o peggio sottovalutata. Gianluca Casseri, così si chiamava l'assassino che alla fine, oramai braccato dalla polizia, si è suicidato, era un estremista di destra, frequentava CasaPound, "associazione di promozione sociale" di ispirazione fascista, nata dall'esperienza dei "centri sociali" della nuova destra italiana iniziata a Roma nel 2003. Il movimento si ispira al poeta americano Ezra Pound, (la cui figlia si è molto indignata per l'uso del nome del padre) protagonista di movimenti artistici quali l'imagismo e il vorticismo, apologo fascista, arrestato dai partigiani italiani, dichiarato infermo di mente e recluso fino al 1957 in un manicomio criminale americano, morto a Venezia nel 1972 dove è sepolto. CasaPound (che ha preso le distanze da Casseri) in realtà nasconde la rinascita del fascismo in Italia ed è stata tollerata, quando non implicitamente appoggiata, dalla destra italiana (alcuni esponeneti del movimento sono stati candidati nelle file del PDL a Roma come a Napoli e in altre città).

Ma la cosa che maggiormente indigna non è il gesto di un pazzo - che è una variabile del genere umano -, ma il fatto che negli ultimi anni esponenti politici di primo piano (membri del governo, parlamentari, sindaci, assessori e via dicendo) hanno creato un clima tale di odio verso il diverso e verso gli immigrati in genere, che sono (questo è innegabile) alla base delle motivazioni deliranti che spingono menti folli a gesti estremi. In Italia si è tollerato troppo. Si è permesso di seminare l'odio razziale, giocando pericolosamente sulla paura dei cittadini, da parte di chi era incaricato di governare (chi non si ricorda i vari li cacceremo a calci nel culo oppure no il voto agli immigrati oppure il paragone tra i pellerossa e gli italiani invasi dall'immigrazione oppure i tentativi di creare autobus separati per stranieri). Su di loro deve ricadere la responsabilità politica e morale di questi fatti.
Si è anche tollerato che si commettessero reati (che a farli fossero bianchi, gialli o neri non importa) e una diffusa di microcriminalità per "non fomentare troppo gli animi", concedendo troppo territorio nelle nostre città a vantaggio di delinquenti di ogni genere. 

La comunità senegalese in Italia è la più numerosa tra gli immigrati africani del Sub-Sahara (prima dei senegalesi vi sono i marocchini, i tunisini e gli egiziani) con oltre 80.000 presenze (di cui 19.700 donne) costituiscono la 17° comunità straniera in Italia (vedi post su Sancara Immigrazione africana in Italia). 
E' una comunità che è arrivata in Italia a partire dagli anni '80 - composta principalmente da membri di etnia wolof - che ha sempre svolto lavori nell'industria e nel commercio. E' forse una delle comunità maggiormente integrata.

Quello dell'integrazione (che non può essere solo una serie di slogan o di belle parole) è un'elemento cardine per il futuro. Se qualcuno smettesse di sventolare fantasmi e pericoli, di affermare che è possibile "chiudere le frontiere" e fermare l'immigrazione con il filo spinato, si potrebbe fare un salto qualitativo su questo tema a vantaggio di tutti: vecchi e nuovi cittadini. Il nuovo governo italiano ha inserito - per la prima volta nella storia - tra i suoi Ministri una delega alla Cooperazione Internazionale e all'Integrazione affidandola sicuramente ad un grande esperto, Andrea Riccardi che è stato il fondatore della Comunità di Sant'Egidio, l'ONU di Trastevere. Passata l'urgenza della manovra economica, ci auguriamo tutti di vedere un "nuovo corso" della cooperazione italiana nei paesi in via di sviluppo (altro elemento cardine per il futuro) e delle politiche di integrazione.
Intanto a noi non resta che piangere delle innocenti vittime della stupidità umana, colpevoli del solo fatto di essere nate in Africa, e riflettere sull'incosciente uso delle parole in una parte della politica del nostro paese.

martedì 13 dicembre 2011

Musica: Toumani Diabatè, il maestro di Kora

Toumani Diabatè è un musicista del Mali, nato a Bamako il 10 agosto del 1965. Nato da una famiglia di griot (cantastorie e suonatori della cultura mandinka), da generazioni (nella sua biografia si parla di 71 generazioni), suonatori di kora, il padre Sidiki Diabatè (1922-1996, nato in Gambia da genitori maliani), anch'esso musicista, era chiamato "the King of the Kora" ed aveva inciso nel 1970 il primo album di solo kora. Diabatè ha avviato un percorso artistico-musicale atto a riscoprire la cultura e la tradizione del popolo mande - a conferma del suo incarnare la figura del griot, seppure in una definizione più moderna. La sua attività musicale lo porta da un lato ad esplorare la tradizione e dall'altra ad avventurarsi in campi musicali apparentemente molto distanti tra loro come il flamenco (con il gruppo Ketama e poi con il gruppo Songhai, in quel genere che viene definito "il nuovo flamenco" a causa delle sue contaminazioni), il blues (con l'artista americano afroamericano Taj Mahal), con il jazz (in particolare con il trombonista Roswell Rudd, uno stretto collaboratore di Archie Shepp, nonchè amante del Mali) e perfino con musiche nordiche (in particolare con l'artista islandese Bjork).
Nel 1987 collabora all'album dell'ensamble del padre Sidiki Ba Togoma, uno delle rare incisioni di Sidiki Diabatè, mentre nel 1988 incide il suo primo album per kora sola, Kaira.
Da allora Toumani ha continuato ad incidere, collaborando anche con Ballake Sissoko e con il grande chitarrista maliano Alì Farka Tourè (con cui nel 2006 ha vinto un Grammy Award per l'album In the Heart of the Moon, pubblicato nel 2005).



Ha fondato in Mali anche The Symmetric Orchestra composta quasi esclusivamente da griot, che oltre a suonare gli strumenti tradizionali (kora, balafon, djembe) usano anche tastiere e chitarre elettriche, ancora una volta a sottolineare l'idea della contaminazione musicale che da sempre accompagna il percorso musicale del maestro di kora Diabatè.
Il suo ultimo lavoro è del 2010 ed è una raccolta di registrazioni con Ali Farka Tourè (morto nel 2006) intitolato Ali and Toumani.


Ecco il suo sito ufficiale

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lunedì 12 dicembre 2011

Libri: Il desiderio di Kianda

Il desiderio di Kianda è un libro dell'angolano bianco Pepetela (pseudonimo di Artur Carlos Mauricio Pastana dos Santos) scritto nel 1995 e pubblicato in Italia da Edizioni lavoro nel 2010.
Il racconto di Pepetela ci porta in una Luanda dei primi anni '90 (quando sembrava imminente l'accordo di Pace, poi naufragato, per porre fine alla guerra civile angolana) dove avvengono degli strani fenomeni: i palazzi del centro della città cominciano, uno dopo l'altro a collassare senza una ragione e senza provocare danni alle persone.
Solo alla fine si scoprirà la volontà di Kianda, lo spirito dell'acqua che abitava l'antico lago scomparso per far posto ai nuovi edifici. Il realtà attraverso un racconto a tratti ironico e fantastico, Pepetela mette in nudo una classe di politici angolani (la protagonista, Carmina è un deputato, che avvertendo la caduta del regime, trova tutti i sistemi per arricchirsi sfruttando la sua posizione) che banchetta sulle miserie di un paese portato allo sfascio dalla guerra civile e che ha perso nel modo più assoluto quelle speranze di giustizia e di equità che avevano accompagnato la guerra d'indipendenza e i primi anni della guerra civile.
E' la fotografia, aspra e amara, che Pepetela (intellettuale e guerrigliero dell' MPLA) scatta con grande conoscenza, cogliendo le sfumature più nascoste e sottili. Un'immagine che scopre la miseria e l'arroganza di una classe politica (forse comune in molte parti del mondo) che ha perso qualsiasi contatto con la realtà e che pensa esclusivamente ai propri vantaggi e ai propri privilegi. Solo attraverso Kianda, lo spirito del lago, che ridisegna non solo l'architettura della città, ma le speranze e la dignità di tutto il popolo angolano, il libro offre una ottimistica visione per il futuro.

Un libro breve, inteso e piacevole. Al tempo stesso una triste visione della degenerazione dell'uomo a fronte dei propri interessi.

Artur Carlos Mauricio Pastana dos Santos, conosciuto come Pepetela,  è nato a Benguela nel 1941 da una famiglia bianca portoghese della classe media. Studia a Lubango e negli anni '60 migra a Parigi e poi ad Algeri dove si laurea in Sociologia. Proprio in Algeria entra in contatto con altri membri del MPLA (Movimento per la Liberazione dell'Angola di ispirazione socialista). Nel 1969 è a Brezzaville dove, oltre ad iniziare a scrivere (pubblica il primo libro nel 1972), è sempre maggiormente coinvolto nella guerra di liberazione. Raggiunta l'indipendenza nel 1975 è stato membro del primo governo angolano (Vice Ministro dell'Educazione fino al 1982, quando decide di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura). Dagli anni '90 è professore di Sociologia presso l'Università Agostinho Neto di Luanda.
E' considerato unanimamente la migliore espressione letteraria angolana.


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mercoledì 7 dicembre 2011

Quando i nomi cambiano

Dal 2012, Pretoria, la popolosa città sudafricana (oltre 2 milioni di abitanti), nonchè capitale amministrativa del Paese,  assumerà il nome Tshwane. In realtà il nome Tshwane è quello già usato per indicare la città, mentre Pretoria si riferisce ad una zona particolare. Di fatto, come ha annunciato il sindaco della città, si tratta di eliminare un riferimento - quello al boero Andries Pretorius - che risulta essere molto scomodo per la popolazione (Pretorius nel 1838 fu a capo della sanguinosa battaglia di Blood River che colorò di rosso il fiume con il sangue di oltre 3000 zulu uccisi in battaglia dai boeri). Il sindaco ha anche annunciato che modificherà la toponomastica delle città assegnando alle vie i nomi degli eroi della lotta contro l'apartheid.

Il cambiare nome alle città (che in Africa sub-sahariana sono state fondate, quasi tutte, nel senso moderno del termine, con l'arrivo degli esploratori o dei coloni) o addirittura agli Stati, è un fatto che in Africa ha avuto inizio nei primi anni della decolonizzazione.  
Alcuni casi erano già avvenuti agli inizi degli anni '60, come Orleansville in Algeria che nel 1962 divenne Al-Asnam (oggi si chiama Chlef), ma l'impulso deciso a questa nuovo modo di intendere l'africanità fu quello dato, ironia della sorte da "un'anima nera" africana, quel Laurent Desirè Mobuto (che nel 1972 assunse il nome Mobutu Sese Seko). Egli lanciò una vasta campagna di africanizzazione dei nomi (e della cultura in genere) iniziata il 3 maggio 1966 quando la capitale del Congo, Leopoldville, città fondata da Henry Stanley nel 1881 in onore del Re del Belgio Leopoldo II, divenne l'attuale Kinshasa (prese il nome di un piccolo villaggio alla sua periferia). Fu poi la volta di Elisabethville che divenne Lumumbashi e poi di Stanleyville che diventò l'attuale Kisangani e di molte altre città minori. Fu poi nel 1971 che Mobutu decise di cambiare anche il nome al paese, ridenominandolo Zaire (nome che fu mantenuto fino al 1997, alla caduta di Mobutu), oggi Repubblica Democratica del Congo.
Pochi anni dopo, nel 1973, fu la volta di Fort Lamy, città fondata dai francesi nel 1900 che assunse l'attuale nome di N'Djamena (capitale del Ciad) sulla spinta di quel processo di africanizzazione voluta da Francois Toumbalbaye (egli stesso cambiò in nome in Ngarta).
Nello stesso anno, Bathrust (nome dato in memoria del segretario dell'ufficio coloniale Henry Bathrust), capitale del Gambia, assunse l'attuale nome di Banjul.
Nel 1975 toccò a Lourenco Marques (dal nome di un'esploratore portoghese) che all'indomani della conquista dell'indipendenza del Mozambico assunse l'attuale nome Maputo.
Il 18 aprile 1982, in occasione del secondo anniversario dell'indipendenza dello Zimbabwe (che già aveva cambiato nome da quello coloniale Rhodesia - in onore dell'imprenditore e politico britannico Cecil Rhodes) si volle cambiare il nome della capitale Salisbury (da Robert Cecil marchese di Salisbury) nell'attuale Harare che era il nome di un capo-tribù shona, a sottolineare dopo una lunga parentesi di governo bianco razzista, la riconquista del potere da parte dei neri.
Infine, il 4 agosto 1984, sulla spinta delle rivoluzione burkinabè voluta da Thomas Sankara, l'Alto Volta (nome che esprimeva una connotazione geografica) divenne Burkina Faso, che nelle due lingue locali più diffuse, significa "paese degli uomini integri", che ben accompagnava quella straordinaria esperienza rivoluzionaria purtroppo interrotta dall'assassinio di Sankara avvenuto il 15 ottobre 1987.

Sicuramente i nomi non determinano sviluppo e progresso. Non favorisco l'eliminazione di tutti quei mali di cui l'Africa stenta a liberarsi. Favorisco però quel senso di identità e di cultura, che in molti luoghi del pianeta si fatica a conquistare.



7 dicembre 1895, la battaglia di Amba Alagi

Il 7 dicembre 1895 si consumò una delle più note (e drammatiche) battaglie della Guerra d'Abissinia (1895-1896). La guerra fu il primo (fallito) tentativo dell'Impero Italiano di conquistare l'Impero Etiope (l'Italia aveva da poco preso il controllo dell'Eritrea). La montagna Amba Alagi si trova nel nord dell'Etiopia (nella regione del Tigrè) al confine con l'Eritrea, sulla via principale di comunicazione tra i due paesi.

La storia militare che porterà poi alla decisiva battaglia del 7 dicembre, ebbe inizio il 13 ottobre 1895 quando le truppe italiane (in realtà composte da ascari, ovvero mercenari eritrei e arabi), guidate dal maggiore Pietro Toselli, occuparono la montagna di Amba Alagi. Il battaglione alla fine era composto da 2350 uomini che dopo quasi due mesi di tattiche di guerra si scontro con 30.000 uomini dell'esercito etiope guidato da Maconnen Uoldemicael (nella foto), meglio noto come Ras Macconen (padre del futuro imperatore d'Etiopia Haile Salassie). La battaglia iniziò alle 6.30 del mattino del 7 dicembre e nel primo pomeriggio l'esercito italiano era completamente annientato. Sul campo 2039 morti (di cui 19 ufficiali italiani, 20 graduati italiani e 2000 ascari). Le truppe etiopi ebbero 276 morti (3000 secondo fonti italiane).
Molti sono gli scritti che affrontano la questione delle sconfitte militari italiane in Abissinia, le successive  vittorie e in generale la storia coloniale italiana. Per quanto riguarda le battaglie si è spesso affrontato la questione del sacrificio "degli italiani" (che poi come abbiamo visto in queste, come in altre occasioni, italiani non erano) in terra d'Africa. E' del tutto evidente che l'Italia, come altri paesi europei, ha colonizzato (o tentato di farlo) terre lontane ed abitate. Spesso i colonizzatori hanno trovato resistenza. Gli Etiopi, gli Zulu, gli Ashanti piuttosto che gli Herero tentarono in tutti i modi, spesso pagandolo a caro prezzo, di proteggere le loro terre.
Noi italiano ricordiamo i martiri e il sacrificio dei militari, forse le nostre giovani generazioni osservano incuriositi i cartelli di toponomastica che in molte nostre strade ricordano queste antiche battaglie, gli africani pagano ancora le conseguenze di quelle conquiste.

Amba Alagi fu protagonista di un'altra sconfitta italiana, quella patita nel corso della Seconda Guerra Mondiale dalle truppe italiane contro l'esercito inglese nell'aprile-maggio 1941, ma questa è un'altra storia.

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martedì 6 dicembre 2011

I nuovi patrimoni immateriali dell'umanità

Si sono conclusi da poco i lavori del Comitato Intergovernativo per la Salvaguardia del Patrimonio Immateriale dell'Umanità, riunito a Bali in Indonesia dal 22 al 29 novembre. Nella settimana di lavori il Comitato ha analizzato le poposte di di iscrizione dei nuovi Patrimoni Immateriali dell'Umanità, in accordo con la la Convenzione del 2003 e preparato il gruppo di lavoro che analizzerà le candidatura per il 2012. 
Alla fine del meeting è stato deciso l'iscrizione di nuovi 11 elementi nella Lista dei Patrimoni che necessitano di urgente salvaguardia, di 19 nuovi elementi nella Lista dei Patrimoni dell'Umanità e infine l'inscrizione di 5 elementi in una lista dedicata alle attività ed ai programmi conformi ai principi della Convenzione del 2003.
Nella lista dei 30 nuovi patrimoni immateriali dell'umanità che interessano il mondo intero (per la cronaca nessuna nuova iscrizione per l'Italia), vi sono ben 3 elementi africani.
Due di essi sono inseriti nella lista di quelli che richiedono urgenti interventi di salvaguardia e sono:
- I poemi epici T'heydinn delle comunità Moorish della Mauritania (nella foto)
- La società segreta Koredugaw e il rito della saggezza in Mali 
Mentre un altro elemento è iscritto nella lista "ordinaria" dei Patrimoni ed è:
- Le pratiche culturali ed espressive legate al balafon delle comunità Senufo in Mali e Burkina Faso.

In questo modo sono ora 28 (sui complessivi 267) gli elementi del Patrimonio Immateriale dell'Umanità dell'UNESCO che appartengono al continente africano.

Sancara, nella sua pagina dedicata ai Patrimoni Immateriali dell'Africa approfondirà, con un post dedicato, ognuno degli elementi africani. 

venerdì 2 dicembre 2011

Ieri Giornata Mondiale contro AIDS, qualche pensiero fantasioso

Ogni 1 dicembre, dal 1988, si celebra la Giornata Mondiale contro l'AIDS. La giornata di sensibilizzazione, voluta dalle Nazioni Unite, è stata fino al 2004 gestita direttamente dall'organizzazione UNAIDS (che per conto delle NU cura tutti gli aspetti legati all'epidemia di AIDS) mentre dall'edizione del 2005 è stata affidata ad un'agenzia indipendente, la World Aids Campaign.
Quella dell'AIDS è una delle 10 giornate mondiali che durante l'anno il sistema delle Nazioni Unite dedica a malattie. Tra di esse il cancro (4 febbraio), la tubercolosi (24 marzo), l'autismo (2 aprile), la malaria (25 aprile), l'epatite (28 luglio), il cuore (25 settembre), la rabbia (28 settembre), il diabete (14 novembre) e la broncopneumopatia cronica ostruttiva (17 novembre).
Lo scorso anno, in occasione della pubblicazione dell'annuale rapporto avevo intitolato un post Pandemia da HIV: inizia il declino?, poichè i dati confermavano e confermano (vedi Rapporto AIDS 2011) anche adesso una molto leggera inversione di  tendenza del trend che nei 30 anni di vita della malattia (il primo caso fu diagnosticato negli USA nel 1981) ha fatto, stando all'Organizzazione Mondiale della Sanità, 25 milioni di morti nel mondo.
I dati sostanzialmente dicono che sono 34 milioni gli abitanti del pianeta che vivono con la sieropositività da HIV (di cui oltre il 60% in Africa Sub-Sahariana), sono stabili il numero dei nuovi infetti (2,7 milioni all'anno, erano 3,1 nel 2002), diminuiscono lentamente i morti per anno (1,8 milioni, erano 2 milioni nel 2002), aumenta la percentuale di donne in gravidanza testate per HIV (dal 8% del 2005 al 35% del 2010), aumenta il numero di soggetti trattati con farmaci antiretrovirali (6,6 milioni nel 2010, erano 5,2 nel 2009). L'Africa è sicuramente la parte del pianeta più duramente colpita dalla pandemia di AIDS. Oggi vi sono interi villaggi in cui manca la generazione di mezzo.
Insomma molto lentamente si riesce ad intravedere la luce alla fine del tunnel. Vi è ancora una forte preccupazione sui fondi, stiamo parlando di circa 24 miliardi di dollari all'anno, che i governi assegnano alla lotta all'AIDS (ieri ActionAid lanciava l'allarme). L'Italia è tra i paesi che non hanno ancora versato i quasi 300 milioni di euro promessi al Fondo Globale.

A parte i soldi, tutto bene?

L'AIDS - che come dicevamo compie oggi 30 anni di vita - è una malattia molto discussa, fin dalle sue origini. Vi sono troppe "anomalie" e "coincidenze" che hanno scatenato il dibattito mondiale tra chi fondamentalmente sostiene la mutazione naturale di un retrovirus animale e chi accusa l'uomo di averci "messo le mani".
A distanza di 30 anni non si hanno certezze e nessuno è riuscito a dimostrare "senza ragionevole dubbio" la fondatezza delle sue affermazioni. Capire come nasce una malattia è di fondamentale importanza per l'umanità
Vi racconto allora una storia di pura fantascienza, che fin da quando l'ho letta la prima volta, nel lontano 1993, mi ha sempre fatto pensare. Eccola.
Le conoscenze nel campo biochimico hanno viaggiato a grande velocità nell'ultimo secolo. Da sempre l'industria bellica è all'avanguardia nel campo della ricerca e la necessità di creare armi biologiche, capaci di distruggere il nemico di turno, è diventata una priorità. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno dal 1943 istituito un programma (US Biological Weapons Program) presso il laboratorio di Fort Detrick, nel Maryland. La comunità internazionale già nel 1925 con il Protocollo di Ginevra ha tentato di mettere al bando le armi biologiche. Il Trattato è andato in vigore ufficialmente il 26 marzo 1976, sebbene non siano stati previsti strumenti di verifica dell'effettivo smentellamento dei laboratori e delle armi in possesso degli stati.
Il 1 luglio 1969, nel pieno della Guerra Fredda, il Dipartimento americano della Difesa pubblica un documento che parla di armi biologiche. I 4 punti salienti dicono: 
1) "vi sono drammatici progressi nella biologia molecolare...  gli agenti biologici delle malattie sono adisposizione degli scienziati per propositi offensivi e difensivi" 
2) "nei prossimi 10 anni è possibile sviluppare un microrganismo, diverso da quelli esistenti... tra le cui capacità avrà quelle di essere refrattario ai processi immunologici e terapeutici"
3) "una ricerca su tale tema può essere condotta in 5 anni con un finanziamento di 10 milioni di dollari"
4) "sebbene alcuni sostengono che queste ricercehe non andrebbero fatte..... senza la certezza che queste armi siano possibili poco si può fare per la difesa..... inoltre i nemici potrebbero sviluppare tali armi"
Il laboratorio di Fort Detrick, ottenuti i finanziamenti, si mise subito a lavoro. Vi era bisogno di cavie umane su cui sviluppare i test (nel passato erano stati usati i barboni, negli e i pellerossa delle riserve). 
A metà degli anni '70, all'interno di un programma dell'OMS per l'eradicazione del vaiolo (sarà ufficialmente eradicato nel 1979, ultimo caso in Somalia nel 1977), vengono vaccinati contro il vaiolo  14.000 haitiani e 100.000 bambini africani nell'area del bacino del Congo.
Nel 1987 uno dei due scopritori ufficiali del retrovirus HIV, Robert Gallo (National Cancer Institute), che per pura coincidenza lavorava nello stesso edificio dei Laboratori di Fort Detrick, dichiarava" il legame tra le campagne di vaccinazioni del vaiolo dell'OMS e l'epidemia (di AIDS) è un'interessante ipotesi..... L'uso del vaccino vivo può attivare una dormiente infezione da HIV"
Pochi anni dopo, nel 1978, negli Stati Uniti si testarono i vaccini contro l'epatite B su un gruppo di 1083 omossessuali di New York (alla fine del 1988 tutti i partecipanti allo studio erano morti di AIDS), dal marzo 1980 all'ottobre 1981 lo stesso vaccino venne testato su un gruppo di omosessuali di San Francisco e Los Angeles (per l'esattezza 1402). In questo gruppo vi saranno i primi 5 casi di pneumocistosi polmonare diagnosticati il 5 giugno 1981 e ritenuti ufficialmente l'inizio della pandemia da AIDS.  
Da allora i casi aumentarono, tra gli omosessuali, i tossicodipendenti, gli emotrasfusi e gli emofilici (quelle che originariamente erano ritenute le categorie a rischio) e le prime epidemie si sviluppano, per una strana casualità, ad Haiti e nel centro dell'Africa. Nel 1983 il francese Luc Montagnier isolò il virus di una malattia che chiamò LAV (Linphadenopathy Associated Virus), un anno dopo, nel 1984, Robert Gallo isolò lo stesso virus associandolo all'AIDS (chiamandolo HTLV III - Human T-Limphotropic Virus Type III). La disputa tra i due continuò per alcuni anni, mentre la malattia si diffuse in tutto il mondo, varcando i confini delle categorie a rischio.
Nel 1987 l'OMS sentì il dovere (cosa insolita) di pubblicare una risoluzione in cui affermava che l'AIDS era "causato da uno o più retrovirus naturali di non determinata origine geografica".

Dicevamo appunto che si tratta di pura fantascienza, le cose sono andate in modo diverso. Così come erano una burla le parole pronunciate dalla Principessa Anna d'Inghilterra il 26 gennaio 1988, quando durante un'intervento ufficiale parlando di AIDS disse "a classic own goal scored by the human race against itself".