Pagine

venerdì 20 luglio 2018

La Libia è un porto sicuro? Se lo pensate siete dei criminali.

Il concetto di porto sicuro ha radici antichissime. In termini marinareschi è quel luogo che acconsente di ripararsi ed offre quindi la massima sicurezza. Riparasi da cosa? Naturalmente dal mare e dai suoi spesso improvvisi cambi di umore, senza dimenticare comunque i pericoli che vengono da terra. I marinai di un tempo lo sapevano bene: spesso il porto sicuro non era quello più vicino, purtroppo. Per millenni gli uomini del mare hanno imparato a conoscere bene i ricoveri naturali, poi quelli artificiali e gli uomini con la loro malvagità. Oggi il concetto di approdo sicuro ha travalicato il senso antico degli uomini di mare e si è spostato in quello, sicuramente più complesso, dei diritti umani.
Resta però chiaro un concetto: un porto sicuro è un luogo dove chi viene portato (soccorso) possa sentirsi al sicuro da ogni possibile pericolo derivante dalla sua fragile situazione. Ricordiamo sempre che stiamo parlando di soccorso marittimo.
Senza scomodare i pronunciamenti dell'Europa (vi fu già una sentenza nel 2012) e perfino una sentenza più recente del Tribunale del Riesame di Ragusa che stabiliscono che "la Libia non è da considerarsi un approdo sicuro", appare del tutto evidente che un Paese in guerra dal 2011, con una grande infiltrazione di integralismo religioso e che non ha un governo che possa essere definito tale, non è, e non può essere, un Paese sicuro.
Perfino la Farnesina - non una ONG quindi, ma il nostro Governo - sconsiglia agli italiani di recarsi in Libia. Se questo pericolo è applicato per gli italiani, non si capisce quale sia la ragione per cui diventa un Paese sicuro per un nigeriano, per un ivoriano o per un'eritrea.
Da anni non solo i racconti dei migranti (che descrivano situazioni di violenza inaudita) ma, inchieste di quei pochi giornalisti che ancora possono definirsi tali, descrivono una situazione in cui la vita degli uomini (e ancor meno quella delle donne) valgono solo in quanto merce da vendere, comprare o usare.
Ovvero in violazione con quanto stabilito dall'articolo 33 dalla Convenzione di Ginevra (convenzione che peraltro la Libia non ha mia ratificato e che quindi impegna ancora di più i Paesi che l'hanno sottoscritta).

Affermare che la Libia sia un porto sicuro per un migrante equivale a dire che la famiglia sia un luogo sicuro per una bambina che ha subito una violenza dal padre o che una Chiesa sia un posto sicuro per un bambino molestato dal parroco.

La Libia è un Paese che è rimasto tale (e non ha fatto la fine della Somalia - dal 1992 nella totale anarchia) solo perché la sua esistenza permette a noi di sopravvivere (senza il gas libico e con la crisi ucraina, mezza Europa sarebbe al collasso). 

Quando queste affermazioni giungono - non dal bar sotto casa - ma da una alta carica dello Stato, dobbiamo avere il coraggio di fermarci a riflettere. Si può non essere d'accordo con le politiche sulle migrazioni, si può pensare che non tutti i profughi siano tali (sebbene a stabilirlo debbano essere le autorità competenti  dopo aver ascoltato le persone), si può perfino essere convinti che il nostro Paese debba erigere un muro di protezione, ma pensare di rigettare nelle mani del carnefice donne, uomini e bambini significa solo essere dei criminali.

La discussione sulle migrazioni in Italia ha assunto una dialettica assolutamente irreale. Pensare che tutti i problemi dell'Italia derivino da una marea di disgraziati (dove all'interno come è ovvio si intrufolano anche delinquenti e altro), che il degrado della nostra società a cui assistiamo sia solo colpa di una banda di delinquenti (di qualsiasi colore delle pelle) che arrivano da altri posti del mondo, che il problema della piccola criminalità e della delinquenza si risolva fermando le barche e lasciandole pericolosamente vagare nei mari, che aver per anni bloccato qualsiasi forma di arrivo legale in Italia  (confinando tutti gli ingressi nel solo circuito dei richiedenti protezione internazionale), che chiudere un occhio, quando non entrambi, sui livelli di sfruttamento che da anni subiscono uomini e donne stranieri nella speranza di conquistare magicamente un permesso di soggiorno in Europa: pensare tutto questo significa allora essere fuori da ogni realtà.

Nel mondo sono oltre 3 miliardi le persone che fanno fatica ad arrivare non a fine mese ma, alla fine della giornata. Forse questi non pensano neppure di scappare (e se lo fanno vanno, come dimostrano i 65 milioni di profughi nel mondo, appena oltre confine) ma, sono almeno un altro miliardo, gli uomini e le donne, che sognano una vita migliore. Qualcuno pensa di poterli fermare?

Fare politiche serie e non demagogiche sull'immigrazione era un imperativo 10 anni fa, lo era ancora di più 5 anni fa e continua ad esserlo oggi.