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venerdì 10 dicembre 2010

Paradisi fiscali, e altro, in Africa

Recentemente la rivista The Africa Report ha pubblicato un articolo sui nuovi (e vecchi) paradisi fiscali e centri finanziari in Africa. La rivista punta il dito sulle Seychelles, sul Marocco, su Gibuti e sulla Liberia oltre che su Botswana, Ghana, Maurizio e Tunisia.
La questione è attuale anche alla luce del recente rapporto dell'OCSE (Organizzazione Cooperazione e Sviluppo Economico) che, nonostante lo sforzo internazionale di favorire la trasparenza e lo scambio di informazioni tra gli stati, continua ad additare, tra i firmatari degli accordi, 14 paesi ritenuti grigi, ovvero che poco collaborano, tra questi la Liberia.
I paradisi fiscali (tax havens) sono quei paesi che offrono livelli di tassazione sul reddito pari a zero, prossimi allo zero o comunque regimi fiscali privilegiati (lo scopo è quello di attrarre grandi capitali), permettono transazioni coperte (segreto bancario) e consentono la creazione di società che non svolgono attività nel paese (società offshore). Si calcola che il 50% dei flussi finanziari mondiali transitano per i paradisi fiscali.
Assieme ai paradisi fiscali, vi è il fenomeno delle bandiere ombre, cioè il fatto che grandi compagnie di navigazione e navi mercantili battono bandiere di comodo al fine di ridurre la tassazione e svincolarsi da normative restrittive sul personale presenti nel paese di proprietà delle navi. In Liberia, che aveva cominciato la sua storia di registro navale alla fine degli anni '40, durante il regime di Charles Taylor (1997-2003) il 40-70% degli introiti fiscali erano dati dal registro navale. Nessuno delle grandi compagnie croceristiche e delle compagnie petrolifere si è sottrattata a questa pratica. La Costa Crociere, ad esempio, ha battuto dal 1990 al 2000 bandiera della Liberia.
Premesso che la creazione delle società offshore è perfettamente legale, la comunità internazionale cerca di agire - non senza difficoltà - sulla trasparenza delle operazioni finanziarie e sul segreto bancario al fine di impedire l'evasione fiscale, il riciclaggio del denaro e la costituzione di fondi neri. A fronte degli storici paradisi fiscali (Svizzera, Monaco, Lussemburgo, Singapore, paesi caraibici e molti altri) che lentamente fanno qualche apertura, firmando accordi di cooperazione con l'OCSE, su questi temi, ecco che dall'Africa giungono nuove occasioni di eludere leggi e controlli.
La questione è che i paradisi fiscali attirano da una parte le grandi multinazionali e le grandi aziende che di fatto evadono le tasse nei propri paesi (quando non servono a coprire qualcosa di più grave come tangenti e fondi neri) e dall'altra anche le organizzazioni criminali che hanno necessità di riciclare il denaro proveniente da commerci illegali (droghe, armi, rifiuti speciali, minerali illegali, tratta di esseri umani).
In definitiva, il Botswana, il Ghana, le Maurizio e la Tunisia si stanno affermando come centri per le società offshore, il Marocco e le Seychelles (l'11% per PIL è generato da operazioni finanziarie) come centri finanziari , Gibuti come porto franco e luogo con forte segreto sulle operazioni finanziarie mentre la Liberia continua nella sua lunga attività di bandiera ombra e di servizi marittimi a basso costo.
La strada per la legalità finanziaria internazionale è ancora molto lunga.

Per chi ha voglia di approfondire il tema, ecco il sito paradisi fiscali

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