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lunedì 26 novembre 2012

La schiavitù non è finita: il dramma degli Haratine

dalla rete
La schiavitù nel mondo non è affatto finita. Talvolta a noi capita di leggere e conoscere di situazioni - anche nei nostri civilissimi paesi - che richiamano alla mente immagini che alcuni credevano appartenere solo ai ricordi sbiaditi di vecchie foto o di dipinti d'epoca. La realtà è immensamente più crudele. Uomini, donne e bambini del nostro pianeta nascono, sopravvivono e muoiono schiavi. In alcuni luoghi del pianeta, tutto ciò avviene nella quasi totale indifferenza.
In Mauritania ancora oggi uomini e donne vivono con le catene. Sebbene la schiavitù sia stata abolita la prima volta nel 1905 (in Francia, quando la Mauritania era una colonia francese) e una seconda nel 1981 (a seguito dei primo golpe nel paese avvenuto nel 1979), solo nel 2007 (non è un'errore!) è stata promulgata la prima legge che criminalizza tale pratica. La legge fu il frutto della presidenza di Sidi Abdallahi, l'unico nella storia del paese, democraticamente eletto. Legge che, anche a seguito del golpe dell'agosto 2008, non è mai realmente applicata e se mai è possibile, la situazione è peggiorata.

In Mauritania, terra di confine tra il mondo arabo e l'Africa Nera, i contrasti tra la comunità araba e quella nera sono oramai datati secoli. La schiavitù si inserisce - sfruttandone anche le contradizioni - tra l'aspetto sociale che tiene in vita pratiche disumane e si fonda su un rigido sistema di caste e gli aspetti razziali che coinvolgono l'intero paese: tutti gli schiavi sono neri. Si calcola che circa 600 mila uomini, donne e bambini sono costretti a lavorare, non remunerati, per i "bianchi" (bidhan, arabi).
Gli Haratine (plurale di Hartani) sono gli "affrancati", ovvero coloro i quali, pur nominalmente, non più schiavi (in realtà la distinzione tra le due categorie è pressocchè inesistente), vivono in condizioni pietose, senza diritti e rappresentano l'ultimo gradino di un sistema rigido di gerarchie sociali. Di fatto sono il 60% della popolazione della Mauritania.
Le motivazioni per cui non ci si ribella è che la schiavitù è prima di tutto una condizione mentale, per cui il sottomesso accetta condizioni inumane consapevole che una richiesta di rivendicazioni potrebbe portare addirittura ad una situazione peggiore. I schiavi che un tempo lavoravano nelle campagne sono oggi domestici, autisti, operai che vengono non pagati o sottopagati, costretti a sopravvivere, senza istruzione e senza nessun diritto.

I movimenti contro la schiavitù nel paese - che risalgono agli inizi degli anni '80 con la nascita del partito FLAM (Forces de Liberation Africain de Mauritanie)- vengono costantemente repressi e i loro leaders incarcerati.  Mentre la comunità internazionale chiude entrambi gli occhi.

E' una situazione avvilente, che evidenzia ancora una volta come nel nostro mondo pieno di contraddizioni, una parte considerevole dell'umanità vive come se la lunga storia del progresso delle nostre società non sia mai stata percorsa. Diritti che per noi appaiono elementari per molti non sono mai stati neppure pensati.
L'amarezza è che tutto ciò avviene sotto i nostri occhi.


Ecco il sito di IRA-Mauritania - ufficio italiano, nato nel novembre 2011
Ecco un articolo dal sito dell'Osservatorio Internazionale per i Diritti, mentre quest'altro, firmato da Mohamed Yahya Ould è un saggio sulla Schiavitù in Mauritania, che per quanto datato 2002, inquadra molto bene il problema

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