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mercoledì 5 dicembre 2012

Quando informare è pericoloso

Quest'anno si è battuto ogni, triste, record. Ad oggi sono già 123 (si guardi il sito dell'IPI - International Press Institute) i giornalisti nel mondo che sono morti perchè cercavano di raccontare la verità. E' un dato incredibile (lo scorso anno furono 102 e il massimo storico fu toccato nel 2009 con 110 morti). La causa di questa vera e propria strage risiede nella Siria, dove nel corso dell'anno sono caduti, nel tentativo di farci capire e conoscere cosa accade, già 36 giornalisti.
Ma non solo la Siria è un luogo dove fare giornalismo è difficile. In Somalia sono stati 16 i giornalisti uccisi (il doppio dell'anno nero che fu il 2007 con 8 morti).
Complessivamente in Africa, nel 2012, sono morti 27 giornalisti (1 in Angola, 4 in Eritrea, 5 in Nigeria, 16 in Somalia e 1 in Tanzania). Un numero enorme perfino per un continente travagliato e con molti conflitti incorso (lo scorso anno furono 10, nel 2010 14, nel 2009 5, nel 2008 5, nel 2007 12).
I dati del IPI si fermano al 1997 e quindi lasciano fuori il tributo italiano a questa strage.
Sono 4 i giornalisti italiani che hanno perso la vita in Africa dopo la seconda guerra mondiale. Il primo fu Almerigo Grilz, giornalista indipendente legato alla destra italiana (era stata anche consigliere comunale per l'MSI a Trieste) che fu ucciso da un proiettile vagante il 19 maggio 1987 in Mozambico mentre raccontava una battaglia tra Frelimo e Renamo.
Dopo di lui vi fu il triste 20 marzo 1994, quando in Somalia, a Mogadiscio,morirono in un vero e proprio agguato la giornalista RAI Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin. La storia della morte di Ilaria e Miran è quella che più conosciamo, perchè un'inchiesta ancora in corso, ha evidenziato i legami tra quello che stavano documentando (traffico d'armi e di rifiuti che coinvolgevano somali e italiani) e la loro esecuzione (perchè di questo si è trattato). Sul caso Alpi-Hrovatin vi rimando al sito IlariaAlpi.it.
Infine, il 9 febbraio 1995, sempre a Mogadiscio in Somalia, cadde il giornalista e cine-operatore RAI Marcello Palmisano, che stava lavorando con la collega Carmen Lasorella, che restò ferita.

Salvo alcune eccezioni (in cui si è trattato forse di incidenti), tutti i giornalisti caduti raccontavano cose scomode, che qualcuno voleva far tacere. Sicuramente oggi il mondo è cambiato, le informazioni viaggiano oltre i tradizionali canali di comunicazione (blog, social network, internet) e contenere le notizie risulta sempre più difficile (poi naturalmente resta il problema della correttezza dell'informazione). Fare giornalismo in molti posti del mondo è diventato meno "difficile", i moderni strumenti e una diffusa rete di reporter locali, rende sempre meno necessario la presenza in loco (spesso a scapito dell'imformazione). Non a caso nel mondo - e in particolare nei luoghi ove l'informazione è meno libera - la repressione intorno a chi scrive, racconta e documenta diventa sempre più dura. 
Stando al sito FreedomHouse.org, che dal 1980 si occupa di monitorare la libertà di stampa, nel 2012 si è toccato il minimo storico di libertà della stampa, esistente solo nel 33,5% dei paesi del mondo (nel 30% è libera parzialmente e nel 36,5% non è libera).
Un dato che deve far riflettere e che allo stesso tempo deve incoraggiare coloro i quali, ad ogni livello, si occupano di fare inchiesta, informare, divulgare e diffondere notizie spesso ritenute scomode.
Il dato della libertà di stampa in Africa è ancora più allarmante: solo  nel 10,2% dei paesi africani esiste una libertà di stampa.
La strada da percorrere è ancora lunga.

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