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lunedì 11 dicembre 2017

Attacco ai caschi blu. Quali sono gli interessi in gioco?

La regione del Kivu a molti dice poco a nulla. E', per molti, una remota zona dell'Africa dove la legge non conta e dove il valore degli uomini, a ancor meno delle donne, è simile allo zero.
Un luogo nel nostro pianeta dalla lussureggiante vegetazione, dove le montagne scendono verso la pianura e attraverso morbide terrazze naturali guardano il lago omonimo ricco di numerose isole. Il clima è l'ideale per l'agricoltura e per gli allevamenti  e il sottosuolo è ricco di minerali di ogni genere (oro, argento, stagno, tantalio, tungsteno, zinco) Sulla carta un luogo che dovrebbe essere un paradiso in terra. Dovrebbe. 
In realtà si tratta di una delle versioni più vicine all'inferno che l'uomo conosca.
A partire dagli anni '90, oramai da oltre due decenni, la regione è teatro di una dei più devastati e dimenticati conflitti del pianeta.

Dal 2000 la Nazioni Unite sono nella Repubblica Democratica del Congo con una missione di pace chiamata MONUSCO (fino al 2010 MONUC), ovvero UN Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of the Congo voluta dalla risoluzione 1291 del novembre 1999. Una missione costata fino ad oggi 8,74 miliardi di dollari e che ha visto passare oltre 95 mila soldati (in media tra i 15 e i 18 mila persone impegnate) di vari paesi. Un impegno nel tentativo di stabilizzare una Regione che invece si infiamma giorno dopo giorno e dove, proprio i caschi blu, sono osservatori di cose che forse qualcuno vorrebbe non far vedere.

L'attacco del 7 dicembre vicino a Beni (Nord Kivu) che ha visto morire 15 caschi blu, tutti tanzaniani, (oltre 53 i feriti) è il più grave degli ultimi anni (bisogna tornare al 5 giugno 1993 quando a Mogadiscio vennero uccisi 24 caschi blu pakistani) avvenuti contro personale dell'ONU. Nel passato più volte gli uomini con il casco blu sono stati oggetti di violenza. Solo in Africa oltre 1300 persone hanno perso la vita nelle 29 missioni che a partire dal 1948 sono state organizzate nel continente nero. Di queste 121 erano nella missione MONUSCO.

La situazione nel Kivu è drammatica. Solo negli ultimi 6 mesi , stando a Human Rights Watch, sono oltre 500 i civili uccisi, oltre 1000 quelli rapiti per riscatto e almeno 11 gli stupri di massa. Quest'ultimo dato è quello che più fa inorridire. Lo stupro come arma di guerra (non si sa per ognuno delle 11 azioni quante donne siano state coinvolte) è diventato per i carnefici delle guerriglie (sono oltre 120 i gruppi armati) un fatto "normale".
La novità di quest'attacco, apparso a tutti come ben organizzato e preparato da tempo, è quella che a farlo sembra sia stato un gruppo ugandese (AFD - Alleanza delle Forze Democratiche) di matrice islamica che colpisce in un'area dove gli islamici sono praticamente assenti. Che dietro ci possa essere la lunga mano di chi ha interessi nel ricco sottosuolo del Kivu, sembra scontato.
Allora è spontanea la domanda: chi finanzia questi gruppi e quali sono gli interessi in gioco?




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