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lunedì 31 gennaio 2011

La censura della rete in Egitto

Le rivolte (anche se oramai sono in molti a chiamarle vere e proprie rivoluzioni) che stanno infiammando la Tunisia e l'Egitto (e non solo) viaggiano molto sulla rete.
La novità di queste manifestazioni è proprio l'uso massiccio e capillare dei social networks, dei blog e degli sms. In questo modo si raggiungono facilmente gli interlocutori in ogni parte del paese, di comunica con l'esterno facendo viaggiare velocemente video e immagini soprattutto sulle repressioni, si chiama alla raccolta, si danno appuntamenti. Tutto questo "bypassando" i normali sistemi di censura su televisioni e giornali.
Ovviamente anche i governi, non democratici, si adeguano.
Ecco cosa accade il 27 gennaio scorso alle ore 5.30 del mattino in Egitto
. Il traffico da e per gli 80 providers egiziani improvvisamente collassa.
Si tenta in tutti i modi di bloccare la rivolta, anche bloccando Internet.

Tra le altre cose il grafico (che ho recuperato da un blog di Al Jazira) mostra anche come precedentemente alla "chiusura" della rete Internet il traffico aumentava al crescere delle proteste.

Musica: Ismael Lo, il Bob Dylan del Senegal

Ismael Lo è un musicista (suona chitarra e armonica) senegalese nato in Niger da padre senegalese e madre nigeriana di etnia peul il 30 agosto 1956.
Subito dopo la nascita la famiglia si trasferisce a Rufisque vicino Dakar dove Ismael cresce. Il padre aveva due mogli e complessivamente 18 figli.
Si da bambino ama la chitarra, che ascolta alla radio. Negli anni '70 studia alla Art School di Dakar, in particolare arte pittorica, e continua a suonare la chitarra e l'armonica. Si unisce, nel 1979, al gruppo Super Diamono (con cui incide il primo album nel 1981), con cui suona mbalax (genere musicale senegalese cresciuto tra i griot wolof) e blues. Dal 1984 intraprende la carriera solista recandosi in Spagna.
Nel 1990 incide in Francia l'album Ismael Lo. All'interno il pezzo Tajabone (che è il nome di una festa di fine Ramadam) che lo fa decollare tra le star della musica internazionale (il pezzo sarà poi usato, nel 1999, da Pedro Almodovar nel film Tutto su mia madre). Da allora entra nella sfera degli artisti della worldmusic, alternando, e talora sapientemente mischiando, incisioni di melodie alla chitarra con musica tradizionale senegalese.
Nel 2006 incide l'album Senegal, una sorta di tributo alla terra che l'ha formato e che continua a dargli una grande ispirazione artistica.
Il film Shake Hands with Devil del 2007, tratto dal libro del militare canadese Romeo Dallaire sul genocidio del Ruanda, inizia con un pezzo di Ismael Lo, Jammu Africa.




Per chi vuole ascoltare ecco qualche brano dall'album Iso del 1994.

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domenica 30 gennaio 2011

Oggi è la 58° giornata mondiale contro la lebbra

Il 30 gennaio è la giornata mondiale (la 58° per l'esattezza) della lotta contro la lebbra, che in Italia è promossa dall'Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau (AIFO), attiva sin dal 1961.
La lebbra o morbo di Hansen è una malattia infettiva cronica causata da un batterio chiamato Mycobacterium leprae (un batterio molto simile a quello della tubercolosi scoperto dal norvegese Gerhard Armauer Hansen nel 1873). La malattia colpisce la pelle e i nervi periferici, e se non curata genera delle menomazioni anche molto invalidanti (perdita progressiva delle dita delle mani, dei piedi, delle orecchie, del naso).
Nonostante sia ritenuta una delle più antiche malattie dell'umanità, non si conoscere la sua reale origine (forse in Africa o nel bacino dell'Indo). I Veda (testi sacri indiani) che sono datati XV secolo a.c., parlano della prevenzione della lebbra.
E' una malattia che una volta era ritenuta un "castigo divino" (lebbra infatti deriva dal termine scabroso) oggi è facilmente trattabile- con un periodo lungo (circa 6 mesi) di trattamenti multifarmacologici ( Dapsone, Rifampicina e Clofazimina) senza che vi siano gravi sequele. Non tutti i meccanismi di trasmissione si conoscono, anche per la lunghissima incubazione (da 10 mesi a 5 anni), al punto tale che la diagnosi è essenzialmente clinica. Per tutti gli approfondimenti vi rimando al sito dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sulla Lebbre (Leprosy, in inglese).
La lotta alla lebbra, iniziata in modo massiccio nel 1991 (dal 1995 i farmaci sono gratuiti in tutto il mondo) ha generato dei grandi risultati.
Infatti si è passati dai 5,2 milioni di casi nel mondo del 1985, ai circa 805 mila del 1995 giungendo fino ai circa 213 mila casi del 2008.
In Africa (Madagascar, Tanzania, Mozambico, Liberia, RD Congo e Comore) si è passati di quasi 2 milioni di casi del 1985 ai circa 36 mila del 2007. Gran parte dei casi del mondo sono oggi nel sud-est asiatico, in India, Myanmar e Nepal in particololare. In Sud America è il Brasile ad avere in maggior numero di casi.
La lotta all'eradicazione completa della malattia - cosa sicuramente possibile (in Europa, in Nord America e Ex Russia non si registrano casi) - è ancora lunga, per questo è necessario mantenere alta l'attenzione.

sabato 29 gennaio 2011

6 ottobre 1981, l'assassinio di Sadat

Muhammad Anwar al Sadat, militare egiziano, è stato Presidente dell'Egitto dal 15 ottobre 1970 (succendendo, alla sua morte, a Nasser di cui dal 1969 era vicepresidente) e fino al 6 ottobre 1981 quando fu assassinato durante una parata militare.
Sadat - che era nato il giorno di Natale del 1918 - aveva il 23 luglio 1952 partecipato, assieme a Naghiz e Nasser al golpe degli Ufficiali liberi che aveva detronizzato re Faruq I e istituito la Repubblica in Egitto. Sua fu la voce che alla radio nazionale annunciò la fine del Regno d'Egitto e la presa del potere dei militari. Molto legato a Nasser (al punto tale che da molti fu considerato una marionetta guidata dallo stesso Nasser) assunse funzioni di governo, poi dal 1960 al 1969 fu Presidente dell'Assemblea Nazionale (Parlamento) e dal dicembre 1969 Vice Presidente dell'Egitto (lo era stato anche dal 1964 al 1966).
Alla morte di Nasser divenne Presidente. Si scontrò subito con la sinistra nasseriana che sconfisse nel maggio 1971 dando via ad una svolta, sia in politica interna che estera. Aprì agli investitori privati, dialogò con le potenze occidendali e nel 1972 chiese il ritiro dei consulenti e delle truppe sovietiche. Il 6 ottobre 1973 - di concerto con la Siria - attaccò Israele in quella che è ricordata come la guerra del Kippur. Nonostante la prova di forza militare, la guerra non servì a raggiungere un accordo di pace favorevole all'Egitto. Il 19 novembre 1977 Sadat fece un gesto che sconvolse il mondo, ed il particolare irritò il mondo arabo: si recò in visita a Gerusalemme, dove incontrò il primo ministro di Israele Menhamen Begin e parlò al Parlamento israeliano. Nel dicembre 1977 Begin ricambiò la visita recandosi in Egitto. I due ricevettero, nel 1978, il Premio Nobel per la Pace e dopo essersi incontrati ancora a Camp David negli Stati Uniti alla presenza del Presidente Jimmy Carter, il 26 marzo 1979 firmarono a Washington gli accordi di Pace tra Israele ed Egitto. Sadat diventò, per i Palestinesi e per il mondo arabo, un traditore.


Quando nel settembre 1981 ordinò l'arresto di oltre 1600 persone tra integralisti, dissidenti e militanti della sinistra questa azione sembrò segnare definitivamente il suo destino. Infatti, il 6 ottobre 1981 - durante una parata militare che ricordava l'inizio della guerra del Kippur del 1973 - 3 soldati - guidati dal tenente Khalid al Islambud (che fu giustiziato nel 1982 per questo atto) - si staccarono dal corteo e avvicinandosi sul palco gettarono alcune granate (tre) e spararono contro Sadat, in diretta televisiva. Nell'attentato morirono altre 11 persone tra cui l'ambasciatore cubano e 28 persone furono ferite, tra cui il vicepresidente Mubarak. Anche 2 degli assalitori furono uccisi. Nelle piazze di Tripoli, a Beirut come nei territori palestinesi occupati la gente in strada festeggiò.
In Egitto fu dischiarato lo stato di emergnza che ancora oggi è in vigore.
Hosni Mubarak subentrerà alla presidenza dell'Egitto e ancora oggi guida il Paese.

Certo Sadat è stato spinto a riconoscere Israele soprattutto da ragioni economiche (il controllo del Canale di Suez - fino al 1975 chiuso - e del Sinai, le elevate spese militari e le pressioni americane) ma, senz'altro è stato un pioniere. Tra i primi nel mondo arabo a comprendere che - piaccia o no - che solo la convivenza pacifica tra palestinesi e israeliani può permettere all'intera regione di vivere. A trenta anni di distanza la situazione in medio-oriente non è, purtroppo, cambiata di molto.

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venerdì 28 gennaio 2011

Egitto, sulla scia della Tunisia verso una rivolta regionale?

Che "la rivolta" iniziata il 17 dicembre in Tunisia si sarebbe diffusa in tutta l'area del Nord Africa, e oltre, era facilmente prevedibile. Come avevo già scritto nel post sulla Tunisia l'interrogativo restava (e resta) l'atteggimento delle cancellerie dei paesi che contano nel mondo, il ruolo del fondamentalismo islamico nel contesto del caos e infine affacciarsi di un nuovo soggetto spontaneo - giovani - tenuti insieme dalla rete e dai social network.
Assieme all'Egitto le proteste sono divampate anche in Yemen e in Albania, mentre vi sono segnali che "qualcosa che si muove", oltre che in Algeria e Marocco, anche in Giordania e Siria.
Quella che ingenuamente era stata chiamata la "rivolta del pane", si sta rivelando qualcosa di molto più profondo e dai confini ancora incerti.
Questi paesi hanno in comune alcuni aspetti importanti. Vi è una grande fascia della popolazione che è al di sotto dei 30 anni (in Egitto sono il 70%) e che nella sua vita ha sempre conosciuto un unico uomo (o i suoi figli) al potere : Gheddafi in Libia dal 1969, Saleh in Yemen dal 1978, Mubarak in Egitto dal 1981, Abdullah II in Giordania dal 1999 (ma figlio del precedente monarca), Muhammad V in Marocco dal 1999 (anche lui figlio del precendente Re), Assad in Siria dal 2000 (anche lui figlio del precendente Presidente), Bouteflika in Algeria dal 1999 (anche se in assoluta continuità con il Presidente Benjedid costretto alle dimissioni durante le rivolte del 1992 che portarono alla guerra civile e ad un regime militare che durò di fatto fino al 1999). Ben Ali in Tunisia, già saltato a seguito delle rivolte popolari, era al potere dal 1986.
Per restare al potere questi regimi hanno di fatto eliminato o limitato le opposizioni. Infatti una cosa che emerge, sia in Tunisia che in Egitto, è il ruolo marginale dei partiti di opposizione sostituiti invece da movimenti, più o meno organizzati, che non aspirano a prendere il posto di chi governa, ma che chiedono invece rinnovamento, riforme, democrazia, partecipazione e soprattutto la fine di corruzione, clientelismo e impunità che imperversa in questi paesi (e non solo, ricordiamolo!).
Proprio per queste ragioni - ovvero che i movimenti rispondono a schemi organizzativi differenti da quelli classici dei partiti politici - i regimi stanno tentando in tutti i modi di bloccare la rete (in Egitto Internet, stando alle testimonianze è bloccato nella capitale) e le connessioni telefoniche con i cellulari.
L'ultima variabile in giorco è quella degli integralisti islamici. In Tunisia la questione sembra, per ora non emergere in modo significativo. In Egitto, dove è presente, e radicata, una delle storiche formazione politiche islamiche conservatrici - i Fratelli Mussulmani nati nel 1928 e diffusi in molti paesi islamici- la cosa sembra diversa. Infatti nonostante i Fratelli Mussulmani siano ufficialmente fuori legge (duramente represso il movimento durante gli anni 50 con il laicismo di Nasser e successivamente negli anni 60, accusati dell'assassinio di Sadat nel 1981), per un continuo legame, mai interrotto, con i gruppi estremisti, il movimento è in crescita soprattutto tra i professionisti del Cairo e in questi giorni è ritornato a farsi sentire. E' da tempo infatti che la diplomazia mondiale si interroga se i rapporti con i Fratelli Mussulmani, contrariamente a quanto si pensa, possano essere un modo per isolare le frange più estreme dell'islamismo militante (vi segnalo a tal fine questo articolo sul Washington Post del 2004, o questo articolo dal blog Altermedia del 2005 con un intervista ad un leader egiziano dei Fratelli Mussulmani, tanto per farsi un'idea).

Oggi appare chiaro che per anni si sono chiusi entrambi gli occhi sulla gestione personale e impunita del potere in questi paesi, convinti che le repressioni, le limitazioni della libertà e il controllo dello stato servisse, da una parte, a tenere a bada le frange estremiste islamiche e, dall'altra, a far restare per sempre (nonostante le ingenti risorse) queste nazioni nell'ambito dei paesi "meno ricchi" (e quindi che contano meno). Il risultato è stato deleterio. Da una parte questi gruppi radicali continuano ad operare nel mondo e dall'altra si è creato una giovane generazione di scontenti (quando non di disperati) che oggi pretendono a gran voce (e non solo con la voce) la fine dei regimi e opportunità per il loro futuro.
La partita è appena comuniciata ed è molto complessa. Ci avviamo verso una rivolta che interessa tutta la regione? Con quali conseguenze?
E se il "contagio" dovesse scendere verso il continente africano?

giovedì 27 gennaio 2011

Notizie con il contagocce sulla salute di Nelson Mandela

Giungono notizie molto frammentate sulla salute di Nelson Mandela. Il 92 enne leader sudafricano è da ieri ricoverato nel Milpark Hospital di Johannesburg, ufficialmente per dei "normali controlli". Ma giornalisti (non ammessi in Ospedale) parlano di un continuo susseguirsi di personalità che giungono in Ospedale e di aver visto l'ex-moglie di Nelson, Winnie, uscire in pianto. L'African National Congress ha lanciato un appello alla calma. Mentre militari presidiano la casa di Mandela.


Per ora è News24 a seguire la vicenda minuto per minuto.

15 ottobre 1987, l'assassinio di Thomas Sankara

"Il sole rosso della stagione delle piogge scende lentamente dietro le palme del complesso detto "l'Intese" a Ouagadougou. Dietro le barriere, un pugno di case bianche, un salone delle conferenze di cemento armato e vetro...... Giovedì 15 ottobre 1987,ore 16 e trenta: una colonna di piccole auto - Renault 6 nere - lascia la strada asfaltata, svolta sulla pista di terra rossa, entra nel recinto. Nella sala deve iniziare la sezione straordinaria del Consiglio Nazionale delle rivoluzione del Burkina. I sicari sono appostati nelle prime case, vicino alla barriera d'entrata e nei cespugli che costeggiano il sentiero. Una granata dilania l'auto di testa. Paulin Bamoumi, addetto stampa della presidenza, Frederic Ziembie, consigliere giuridico, sono uccisi sul colpo. Sankara e nove guardie riescono a rifuguarsi nel padiglione più vicino. Appiattiti a terra nel corridoio reagiscono. Ma il padiglione è accerchiato. Una granata viene buttata all'interno. Sankara, ferito dice: "E' inutile. Vogliono me". Si alza. E' sereno. Si dirige verso la porta. Una raffica di Kalashnikov crivella il suo corpo. I sicari assassaltano il padiglione e sparano su tutto ciò che vive. Per molti dei colpiti l'agonia è lunga. Sankara agonizza per più di quaranta minuti nella polvere rossa del sentiero. Il suo sangue si mescola alla terra". Così Jean Ziengler, in La vittoria dei vinti (Edizioni Sonda, 1992) descrive la fine di Thomas Sankara e della sua rivoluzione burkinabè.
Su come avvenne l'assassinio di Thomas Sankara vi sono alcune versioni differenti da parte dei testimoni, anche se di poco conto, come quella che dice che fu ucciso appena uscito dall'auto (e non dopo essersi rifugiato nel padiglione), al grido del capo delle guardie "Uccidetelo!". La cosa che invece, a oltre 23 anni dall'omicidio, si continua a chiedere è giustizia sulla sua morte. Che gli assassini fossero guidati da Blaise Compaore, attuale presidente del Burkina Faso, amico e compagno d'armi di Sankara, legato al padre fondatore della vicina Costa d'Avorio Felix Houphouet Boigny (che aveva definito Sankara il "figlio ribelle"), con la complicità di servizi e potenze straniere, sembra cosa certa. Vi posto questo breve video tratto dalla trasmissione televisiva Ombre africane di Silvestro Montanaro in cui alcuni protagonisti - legati al criminale di guerra Charles Taylor, ricostruiscono una versione (che ovviamente non è oro colato) sull'omicidio di Sankara.



Proprio perchè la verità è complessa, da tempo il sito Thomas Sankara Net (che contiene tra l'altro un grande raccolta di testimonianze, articoli e materiali multimediali sulla figura di Sankara) ha aperto una campagna per chiedere giustizia internazionale (come si è fatto per molte altre situazioni che hanno interessato l'Africa) sulla morte di Thomas Sankara.
Vi segnalo anche il gruppo Facebook di Patrizia Donadello "Giustizia per Thomas Sankara", legato alla stessa campagna.

L'assassinio di Thomas Sankara (nella foto la sua tomba) è stata una tragedia per l'intera Africa. Ma pensate che un uomo, un capo di stato, un giovane militare, un presidente che stava ottenendo ottimi risultati sul piano sociale, che ebbe il coraggio di dire al mondo "Ci hanno prestato i soldi gli stessi che ci hanno colonizzato. Il debito non è che neocolonialismo ed è controllato dall'imperialismo. Dopo essere stati schiavi, siamo ora schiavi finanziari. Se non paghiamo, i creditori non moriranno di certo. Ma se paghiamo, moriremo noi. Dobbiamo avere il coraggio di dire soltanto: siete voi ad avere ancora dei debiti, tutto il sangue preso all'Africa", poteva rimanere vivo negli anni '80?
Conoscere la verità è oggi una giusta richiesta.

Vi segnalo - per chi vuole approfondire la storia di Sankara - l'ottimo lavoro di Carlo Batà "L'Africa di Thomas Sankara".

Ecco il documentario di Silvestro Montanari su Thomas Sankara
Ecco il profilo di Thomas Sankara

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martedì 25 gennaio 2011

Popoli d'Africa: Fulani

I Fulani, conosciuti anche come Fula, Peul o Fulbe (a seconda della lingua in cui vengono chiamati), sono un popolo di circa 27 milioni di individui che vivono in una vasta area dell Africa Occidentale, dell'Africa Centrale e alcune area del Nord Africa. Nonostante siano presenti in 18 paesi di queste aree, solo in Guinea, con il 40% rappresentano la maggioranza. Parlano la lingua fula della famiglia delle lingue del Niger-Congo.
Qualcuno li ha definiti i "narcisi della savana" per il loro essere innamorati (soprattutto gli uomini) della propria bellezza.
Sono vestiti in modo molto colorato, usano l'henna intorno alla bocca e le donne amano ornarsi di bracceletti, collane e orecchini, questi ultimi spesso in oro e di grandi dimensioni. Gli uomini invece si adornano durante le feste tradizionali con caratteristiche decorazioni del viso (in particolare i Woodabe, uno dei gruppi più tradizionali, durante la cerimonia annuale del corteggiamento chiamata Geerewol in cui le ragazze scelgono lo sposo tra i giovani presenti).
Tradizionalmente sono pastori nomadi (secondo alcuni etnografi, il più vasto gruppo nomade del mondo), allevano mucche, cammelli, zebù e asini principalmente. Infatti storicamente (secondo alcuni discendono da popolazioni preistoriche sahariane migrate verso l'area del Senegal intorno all'anno 1000, e successivamente lungo il Niger) i loro scambi con le etnie di agricoltori erano basati sul baratto - latte e burro in cambio di miglio e orzo. Tutto questo fino all'inizio del 1800, quando nacque l'impero dei Fulani o califfato di Sokoto (dal nome della capitale che oggi si trova in Nigeria) sotto la guida del fulano mussulmano Usman dan Fodio che sottomise tutti i popoli del Sahara meridionale e che fu abbattuto solo agli inizi del 1900 quando giunsero in queste regioni le truppe coloniali. Da allora molti Fulani sono diventati sedentari. Tra i clan che meno hanno subito questa trasformazione vi sono i Bororo (o Woodabee, popolo dei tabù) che vivono in Niger e nella Nigeria settentrionale.


Per chi ha voglia di approndire ecco una ricchissima bibliografia sul popolo Fulbe.
Vi segnalo anche questo post sul Geerewol tratto dal blog Saharan Vibe.

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lunedì 24 gennaio 2011

11 febbraio 1990, Nelson Mandela è libero

L'11 febbraio 1990, in una domenica di sole, dopo oltre 27 anni di ininterrotta prigionia (il suo arresto risale al 5 agosto 1962), in Sudafrica, viene liberato il leader della lotta all'apartheid (che in lingua afrikaneer significa separazione) Nelson Mandela, da molti chiamato Madiba. La liberazione ha avuto un valore storico, poichè con la fine della sua carcerazione e con il ritorno alla legalità dell'African National Congress (ANC) si è messo fine ad una delle più vergognose (e tollerate) discriminazioni razziali della storia.
Nelson Rolihlahla Mandela è nato il 18 luglio 1918 nel piccolo villaggio di Mvezo dove suo padre era il capo. Studia nelle scuole missionarie, dove gli viene messo il nome Nelson. A 22 anni rompe con la famiglia, rinunciando a sposarsi e scappa a Johannesburg. Studente di legge fu subito coinvolto nelle proteste contro le discriminazioni razziali. Nel 1942 si iscrive all'African National Congress (ANC - partito nato nel 1912 per difendere i diritti dei neri sudafricani). Nel 1944, assieme a Oliver Tambo e Walter Sisulu fonda le Lega Giovanile dell'ANC.
Nel 1948 le elezioni vengono vinte dal Partito Nazionale , guidato da Daniel Francois Malan, che diede inizio alle politiche di apartheid con leggi e prescrizioni precise. Il primo atto fu una legge del 1949 che proibiva ( e considerava reato) il matrimonio tra razze diverse.
Negli anni 50 cresce il suo impegno politico - influenzato molto dalle idee della resistenza non violenta dell'indiano Gandhi - e il suo impegno civile (con l'avvocato Oliver Tambo segue legalmente ed economicamente i neri più disagiati). Dopo l'arresto del 5 dicembre 1956 lentamente Mandela abbandona l'idea gandhiana approciando alla necessità della lotta armata contro il regime segregazionista, in particolare dopo il massacro di Sheperville, quando (era il 21 marzo 1960) la polizia spara contro un pacifico corteo uccidendo 72 persone. Infatti nel 1961 Nelson Mandela è a capo dell'ala armata dell'ANC, denominata Umkhonto we Sizwe (Lancia della Nazione o MK). Il 5 agosto 1962, grazie anche alle informazioni fornite dalla CIA, Nelson Mandela fu arrestato e nell'ottobre 1962 condannato a 5 anni di reclusione. Nel 1964 invece, per sabotaggio (reato ammesso da Mandela) e per aver cercato di favorire potenze straniere ad invadere il Sudafrica (reato sempre negato), assieme ad altri leader dell'ANC, fu condannato all'ergastolo.
La sua detenzione è stata per 18 anni a Robben Island. Nel 1958 aveva spostato Winnie Madikinzela (con cui si seperarà ufficialmente nel 1996, ma di fatto fin dal 1992 a seguito della scoperta di abusi e violenze che Winnie aveva commesso durante la sua prigionia).
La detenzione di Nelson Mandela ha coinciso con la crescita del suo carisma di leader della lotta contro l'apartheid in Sudafrica e nel mondo. Grazie alla sua ferma decisione di non accettare compromessi e di non rinunciare alla lotta armata, il prigioniero Mandela è diventato sempre più ingombrante. Il grido "Nelson Mandela Libero" si è diffuso dalle campagne del Sudafrica al mondo intero.
Le pressioni internazionali (e le successive sanzioni contro il Sudafrica) divennero sempre più pesanti. La sconfitta militare in Angola dell'esercito sudafricano nel 1988 contro cubani, angolani e namibiani misero in discussione l'intero sistema politico sudafricano fino a costringere il Presidente Frederick de Klerk a concedere il rilascio di Mandela e la fine della messa al bando dell'ANC (tale opzione fu anche votata dal 69% degli elettori bianchi). L'inizio del Sudafrica democratico e non-segregazionista era cominciato. I due ottennero nel 1993 il Premio Nobel per la Pace. Nel 1994 Nelson Mandela sarà il primo presidente nero del Sudafrica (di questo parleremo a parte).
Nelson Mandela poco dopo essere stato liberato si recò a Cuba (per ringraziare Fidel Castro per l'appoggio che aveva sempre fornito all'ANC), dove il 26 luglio 1991 parlò dallo stesso palco di Fidel Castro (i loro discorsi sono stati pubblicati, tradotti, in un volumetto nel 1996 edito da Mondadori e titolato Mai più schiavi!).




Il video è quello della BBC con il primo discorso di Nelson Mandela dopo la liberazione, è il 12 febbraio ed il luogo è la residenza arcivescovile di Desmond Tutu (anch'egli Premio Nobel per la Pace nel 1984) a Città del Capo.
Sulla prigionia di Nelson Mandela è stato girato anche un film: Il colore della libertà, diretto da Bille August nel 2007.
Vi segnalo inoltre il link del Museo dell'Apartheid di Johannesburg, ricco di documenti e materiali.


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sabato 22 gennaio 2011

Medina di Tunisi

La medina di Tunisi (il centro storico o vecchia città - in realtà in arabo medina è il termine per indicare le città) è considerata la più grande del Nord Africa (270 ettari), la più abitata (oltre 100 mila persone) e la meglio conservata. Essa racchiude oltre 700 monumenti, tra palazzi, moschee, mausolei, edifici e fontane. Nel 1979 è stata, per queste ragioni, iscritta tra i Patrimoni dell'Umanità dell'Unesco.
Costruita a partire dal VII sec e il XVI sec., a partire dal XII secolo Tunisi fu considerata una delle più importanti città del mondo islamico. Il suo centro storico rimase tale per secoli e secoli. Solo tra il 1800 e il 1900 si abbatterono le mura che circondavano la medina, per far posto alla città moderna.
Quando la Tunisia divenne indipendente (1956) si pensò che vivere nella medina fosse fuori moda e contrario a quell'idea di modernità che la nuova nazione voleva perseguire. Le famiglie borghesi abbandonarono il centro storico che fu occupato (a volte letteralmente) da quanti dalle campagne giungevano in città in cerca di lavoro e fortuna. Come avviene nei luoghi abbandonati delle grandi città vi furono fenomeni di degrado che via via portarono a far crescere la malsana idea di demolire parti del centro storico per far passare un grande viale. Contro questa ipotesi si crearono associazioni di cittadini ed intellettuali che si posero come obiettivo di salvaguardare la medina e le sue tradizioni (oggi l'Associazione Salvaguardia della Medina funge da ente che rilascia permessi ai restauri e alle modifiche degli edifici) . Il risultato è che lentamente la medina ha ripreso il suo antico ruolo di centro abitato e molti edifici sono stati restaurati (dal 1979 appunto è diventata Patrimonio dell'Umanità), attraverso il principio che il miglior modo per far conservare la medina è quello di farla rivivere.

Per chi vuole trovare informazioni in italiano sulla Tunisia vi segnalo il Corriere di Tunisi on line (sebbene in questi giorni ha sospeso le pubblicazioni) è ricco di approfondimenti e link.

Vai alla pagina dei Patrimoni dell'Umanità Unesco dell'Africa.

Libri: Lumumba e il panafricanismo

Lumumba e il panafricanismo è una biografia sul leader congolese Patrick Lumumba assassinato nel 1961, opera di Alessandro Aruffo e pubblicato dalla Erre Emme Editrice, nel 1991 nella collana il pensiero forte.
E' un piccolo libro che ripercorre in maniera documentata (attraverso i seppur frammentati scritti di Lumumba) e precisa la breve vita politica di Lumumba, iniziata con le sue prime adesioni ai circoli culturali degli evolues e conclusasi il 17 gennaio 1961 quando venne giustiziato (il suo corpo fatto a pezzi e sciolto nell'acido) da un plotone di esecuzione belga e sotto la regia della CIA.
Il libro parte da una prima riflessione, che può sembrare utopica e ideologica: e se Lumumba non fosse stato ucciso? E se il panafricanismo fosse diventato un vero movimento africano? Certo è vero che la storia non si fa con i "se", ma è pur vero che alcuni episodi - come l'assassinio di Lumumba - hanno segnato la storia e ne hanno determinato un percorso anzichè un'altro.
Prima di essere ucciso Lumumba scrisse alla moglie e ai figli una lettera (con cui termina il libro di Aruffo), nella consapevolezza di essere agli ultimi giorni della sua vita e determinato nella lotta per il suo popolo. In quelle parole si evidenzia "il pensiero forte" di Patrick Lumumba. Tra le altre cose egli scrive: " ... morto, vivo, libero o in prigione per conto dei colonialisti non è la mia persona che conta, ma è il Congo, è il nostro povero popolo, di cui hanno trasformato l'indipendenza in una gabbia..." e ancora "Ai miei figli, che lascio per non vederli forse mai più, voglio si dica che l'avvenire del Congo è bello, e che esso attende da loro, come da ogni congolese, l'adempimento del compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità; poichè senza dignità non vi è libertà, senza giustizia non vi è dignità e senza indipendenza non vi sono uomini liberi", prosegue poi con un atto di forza " Le brutalità, le sevizie, le torture non mi hanno mai indotto a chiedere grazia, perchè preferisco morire a testa alta, con la fede iincrollabile e la fiducia profonda del destino del nostro Paese, piuttosto che vivere nella sottomissione...". E conclude con una speranza "L'Africa scriverà la propria storia e sarà , a nord e sud del Sahara, una storia di gloria e di dignità. Non piangetemi .....".
Chissà come sarebbe stato il Congo (e l'Africa intera) se Lumumba non fosse stato assassinato?
Chissà cosa direbbe oggi Lumumba del suo Paese e dell'Africa?


Alessandro Aruffo, è un ricercatore universitario e uno studioso dei paesi afro-asiatici. Ha scritto molto sull'Africa e sulle ideologie e sulle persone che hanno portato a nascere ( e morire) il movimento panafricanista.

Va alla pagina Libri e Film sull'Africa

venerdì 21 gennaio 2011

Cacao, il monopolio dell'Africa, ma non nel consumo

Il cioccolato (ovvero l'incontro tra cacao (Theobroma cacao) e zucchero) è uno degli alimenti più consumati al mondo e nelle forme più disparate. Stando all'ultimo rapporto della ICCO (International Cocoa Organization- associazione di produttori e consumatori nata nle 1973, con sede a Londra) riferito al 2009, il 70% del cacao del mondo (circa 3,6 milioni di tonnellate) viene prodotto in Africa, ed in particolare in Costa d'Avorio (che da solo produce un terzo della produzione mondiale), in Ghana, in Nigeria, Camerun e in piccole quantità in Sierra Leone, Togo e Congo.
Il resto del cacao si produce per circa il 13% in Sud America (Brasile e Ecuador) e per circa il 16% in Asia e Oceania (Indonesia e Papua Nuova Guinea).
Il cacao costa oggi intorno ai 3000 dollari alla tonnellata.
Il cacao viene lavorato per il 41% in Europa, per il 22 % in America , per il 19% in Asia e Oceania e per il 18% in Africa. Il dato africano è l'unico che negli ultimi 5 anni è cresciuto (dal 14% al 18%), a vantaggio del continente americano (dal 25% al 22%) e dell'Asia (dal 19% al 18%).
Il prodotto finale del cacao - la cioccolata nelle sue infinite forme - è consumata per il 50% in Europa, per il 33% nelle Americhe, per il 15% in Asia e Oceania e solo per il 3% in Africa.
I maggiori consumatori sono nell'ordine Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna e Russia.
E' interessante notare come: 5 grandi aziende controllano l'80% del commercio del cacao, 5 compagnie controllano il 70% della lavorazione e 6 multinazionali controllano l'80% del mercato (3 americane Hersher, Mars e Philip Morris e tre europee Nestlè, Cadbury e Ferrero.

Sono 11 milioni le persone lavorano nella filiera del cacao (il quale viene usato anche in cosmesi e per fare saponi).

Questi i numeri. Il rapporto poi dice che a seguito della crisi economica del 2008 la produzione è calata. Inoltre all'aumentare dei prezzi è diminuita la quantità di burro di cacao presente nella cioccolata (la fine di ridurre i costi). L'Unione Europea ad esempio - già nel 2000 - aveva autorizzato la possibilità di sostiuire -fino ad un massimo del 5% - il burro di cacao con altri grassi vegetali (la direttiva non è applicata in tutta Europa ma la cioccolata prodotta circola liberamente). Il risparmio per le multinazionali si aggira in questo modo intorno al 9% sul prezzo del prodotto finito.
A questa situazione di mercato si aggiunge quella particolare della Costa d'Avorio (le cui produzioni sono nel nord del paese e in cui il cacao è una delle questioni che stanno alla base della guerra civile che insanguina il paese da oltre 10 anni) e che ancora oggi non trovano soluzioni. Vi segnalo un post recente sulle ultime sanzioni inflitte alla Costa d'Avorio.


Per chi vuole approfondire vi segnalo anche il sito della World Cocoa Foundation - che ha l'obiettivo di favorire la coltivazione sostenibile e responsabile del cacao.

martedì 18 gennaio 2011

Popoli d'Africa: Nuba

Nuba è il nome collettivo che viene usato per circa 1 milione di abitanti dei Monti Nuba (un area collinare di 48 mila km quadrati con cime alte tra i 400 e i 900 metri) nel Korfukan nel Sudan (più o meno nel mezzo dell'attuale Sudan). Sono in realtà un gruppo di popoli che parlano più di 50 lingue differenti.
Sono agricoltori - coltivano su terrazze spianate sulle colline - e talvolta sulle pianure più fertili a valle. Allevano inoltre bestiame.
Sono abili atleti (in tutte le cerimonie tradizionionali - feste e funerali - vi è qualcosa che richiama al gesto atletico), buoni musicisti e bravi danzatori.
Per secoli sulle colline dei Monti Nuba si sono arroccati popoli che sfuggivano dalla schiavitù, per questo oggi - seppure tutti si riconoscono come Nuba (che secondo alcuni studi deriva dal colore della pelle) - oltre a lingue e culture diverse - vi sono anche le archiettetture dell'abitare, e perfino i materiali - che si differenziano tra un gruppo e un'altro.
Anche da un punto di vista religioso convivono mussulmani, cattolici e animisti. Sotto molti aspetti il popolo Nuba sembra definirsi come una comunità multiculturale.

I Nuba sono - da quando è stato istituito lo stato del Sudan nel 1956 - al centro di una diatriba tra il Nord e il Sud del paese perchè i Monti Nuba "galleggiano sul petrolio". Se da un lato recentemente (2005) il Tribunale Internazionale ha affidato l'area dei Monti Nuba al governo di Karthoum, è altrettanto vero che da sempre i Nuba sono alleati con la SPLA del Sud Sudan, e hanno combattuto a loro fianco la lunga e sanguinosa guerra civile. Di fatto nel recente referendum sull'autodeterminazione i Nuba non hanno votato e da tempo chiedono uno statuto speciale per il loro territorio.
Inoltre a partire dagli anni '60 le loro pianure sono state occupate da fattorie e proprietari terrieri - spesso legati al governo - che lentamente ne hanno limitato il territorio e li hanno costretti ad arroccarsi sulle colline.
Le tensioni crescono e alcuni fonti sostengono che nel futuro i Monti Nuba sono destinati a diventare il nuovo punto caldo del Sudan.

Ecco scheda sui Nuba di Survival che da tempo segue una campagna per la salvaguardia del popolo Nuba. Vi segnalo inoltre:
Il sito sulle Nuba Mountains.
La pagina sui Nuba di Yousif William.

Vai alla pagina dei Popoli d'Africa.

lunedì 17 gennaio 2011

17 gennaio 1961 assassinato Patrick Lumumba

Il 17 gennaio 1961 nella regione secessionista del Katanga (al sud della Repubblica Democratica del Congo) veniva assassinato Patrick Emery Lumumba, giovane (aveva 36 anni) leader congolese - era stato tra giugno e settembre del 1960 - primo ministro della neonata Repubblica Democratica del Congo (ex Congo Belga, poi Zaire e oggi ancora R.D. del Congo). Con l'omicidio di Lumumba si è ucciso sicuramente uno dei più brillanti fautori della lotta di liberazione africana e del panafricanismo, ma al tempo stesso si sono forse interrotte per sempre le speranze di emancipazione di un intero continente.
Lumumba era nato a Onahua (Sankuru-Kasai) il 2 luglio 1925 da una famiglia di contadini cattolici di etnia baTetela. Educato prima nella scuola cattolica e poi in quella protestante gestita dagli svedesi, nel 1941 frequenta la scuola infermieri di Ciumbe Sainte Marie, senza conseguire il diploma. Brillante studente, è interessato alla letteratura e alla filosofia occidentale. Si trasferisce prima a Kindu dove frequenta i circoli degli evolues. Nel 1948 dopo aver conseguito il diploma viene assunto come impiegato alle poste di Leopoldville (oggi Kinshasa). Nel 1951 si sposa con Pauline Opangu e in quegli anni diventa molto attivo all'interno di associazioni di congolesi, culturali e di mutuo soccorso, dove iniziano a circolare idee anticoloniali. Nel 1954 si trasferisce a Stanleyville (oggi Kisangani) dove fonda la sezione provinciale del Partito Liberale e dove, in veste di membro del Circolo Liberale, incontra Re Baldovino in viaggio in Congo.
Nel 1956 su invito del Ministro delle Colonie compie un viaggio studio in Belgio.
Nel 1957 lavora come direttore della ditta "Polar di Stan", mentre l'Associazione dei Bakongo (Abako) guidata da Kasavubu diventa il movimento nazionalista a carattere tribale più importante. Nel 1958 nasce l'Azione Socialista, il primo partito congolese a carattere nazionale (successivamente diventerà il Partito del Popolo), guidato dal sindacalista Alphonse Nguvulu. In ottobre del 1958 Lumumba fonda il Movimento Nazionale Congolese (MNC) , interetnico, che si pone come obiettivo l'abbattimento del regime coloniale e l'accesso all'indipendenza. A fine del 1958 Lumumba sarà il capo delegazione congolese alla Conferenza Panafricana di Accra, dove viene a contatto con il movimento panafricano. Il 1959 è segnato fin dai primi giorni dagli scontri in Congo. In poco tempo la rivolta si estende all'intero paese. Sciolto l'Abako (si riformerà come Partito Democratico Congolese) vengono arrestati i leader politici. Tra scissioni politiche all'interno dei partiti congolesi e richieste di indipendenza il 1959 giunge al 30 ottobre, quando la polizia spara contro la folla a Stanleyville. Vi saranno 30 morti e 100 feriti. Il giorno dopo Lumumba viene arrestato e sarà rilasciato il 26 gennaio, in tempo per partecipare a Bruxelles alla Tavola Rotonda (assieme a tutti i leader congolesi) , che durerà fino al 20 febbraio, che decide l'indipendenza per il 30 giugno 1960. Prevale la tesi di Lumumba che è quella unionista, contro spinte secessioniste di altri leader politici.
Il 22 maggio 1960 si svolgono le elezioni in Congo. L'MNC di Lumumba ottiene 41 dei 137 seggi, il PNP 21, il PSA 12, l'Abako 10, il Cerea 8, MNC di Kalonji (scissionisti) 8, il Conokat di Ciombè 8, Il Balubakat 7, il Puna 7. La frammentazione è forte. Lumumba viene eletto in Parlamento con 84.602 preferenze.
Il 23 giugno Lumumba è nominato Primo Ministro e Ministro della Difesa. Il giorno dell'indipendenza Lumumba nel suo intervento continua a spingere per l'unità del Paese e prendere le distanze dal regime di corruzione che i belgi avevano instaurato. Secondo alcuni firma quel giorno la sua condanna a morte.
Passano infatti solo pochi giorni e l'11 luglio la ricca regione mineraria del Katanga, guidata da Mosè Ciombè e appoggiata dalla compagnia mineraria Union Minierè e dai Belgi (che gli avevano giurato vendetta) dichiara la secessione. E' il caos. Scoppia quella che sarà nota come la Crisi Congolese. Le Nazioni Unite con il segreteraio generale Dag Hammarskjold (che morirà durante una missione proprio per la crisi congolese il 18 settembre 1961 proprio in un incidente aereo, le cui cause non sono mai state chiarite, in Zambia) tentano una mediazione.
Lumumba non scende a patti con l'ex potenza coloniale e cerca solidarietà dai governi africani indipendenti e negli Stati Uniti (dove però il presidente Eisenhower, su consiglio dei servizi segreti, si rifiuta di incontrarlo). A fine luglio, Lumumba firma la sua definitiva condanna a morte. Chiede infatti l'intervento dell'Armata Rossa a Krusciov per sedare la ribellione in Congo. Da allora la CIA (che lo spiava) decretò che andava eliminato per impedire l'ingerenza russa in Africa Centrale. A fine settembre il Presidente Kasavubu destituisce Lumumba (grazie alle forze militari guidate da Joseph Mobutu), mentre il Parlamento, appoggiando Lumumba, revoca l'incarico a Kasavubu. E' un vero e proprio colpo di stato e le Nazioni Unite non intervengono.
Il 2 dicembre 1960 Lumumba viene arrestato da Mobutu e dopo esser stato consegnato ai secessionisti del Katanga, il 17 gennaio 1961 - una volta avuto il benestare della CIA - viene fucilato (assieme ai suoi collaboratori Joseph Okito e Maurice Mpolo). I loro corpi vengono ridotti a pezzi e sciolti nell'acido delle batterie per auto. Ad eseguire l'ordine saranno gli uomini dell'ufficiale belga Gerard Soete. (link con la sua intervista sull'assassinio)
Con l'assassinio di Lumumba - oltre ad eliminare un idealista e un sostenitore acceso del Panafricanismo - si stroncò l'idea che i Paesi africani potevano veramente essere indipendenti ed affrancarsi dagli ex paesi colonizzatori o dalle grandi potenze.

Vi posto questo articolo documentato e ben scritto da Alessio Antonini e Chiara Giovetti sulla morte di Lumumba. E' del 2005 ed è postato sul sito Peace Link.

Vai alle altre date storiche per l'Africa

Vai alla scheda sul libro "Lumumba e in panafricanismo", di Alessandro Aruffo

domenica 16 gennaio 2011

Musica: Ali' Farka Tourè, The King of Desert Blues

Alì Ibrahim "Farka" Tourè è stato un cantante e chitarrista del Mali. Nato a Kanau, in un villaggio sul fiume Niger, il 31 ottobre 1939. Nato come decimo figlio, fu l'unico a superare l'infanzia. Poichè era costume affibbiare un nomignolo ai figli sopravvissuti ad Ibrahim fu assegnato il nome Farka che significa asino (proprio a significare la robustezza e la testardaggine).
A 12 anni si costruisce la prima chitarra. Esordisce però, come musicista, solo a 37 anni, nel 1976 con l'album Farka. Ma è la raccolta di brani tradizionali Ali Farka Tourè, del 1988 a dargli visibilità internazionale. Associato spesso al bluesman John Lee Hooker per alcune similitudini nello stile è stato soprannominato il "re del blues del deserto". Agli inizi degli anni '90 si ritira nel suo villaggio (dove era "sindaco" della sua comunità oltre che contadino). Nel 1994 incide Talking Timbuctu con Ry Cooder, Jim Keltner e John Patitucci, ma nonostante il successo si ritira nuovamente fino al 1999 quando incide Niafunkè. Il suo ultimo album è inciso nel 2004.
Morì a Bamako il 7 marzo 2006 per un tumore osseo, l'annuncio venne dato dal Ministro della Cultura del Mali.
Oggi è il figlio, Vieux Farka Tourè, che il padre non voleva indirizzare alla carriera musicale bensì a quella militare, a portare avanti la sua musica.

Vi segnalo questo articolo sul sito Mali Music

Vai alla pagina Musica dall'Africa

sabato 15 gennaio 2011

Tunisia, la rivolta della rete vince... per ora

La rivolta popolare, iniziata il 17 dicembre scorso, quanto Mohamed Bouazizi, ambulante laureato di 26 anni, ha deciso di immolarsi (dandosi fuoco, morirà la notte tra il 4 e il 5 gennaio) a sostegno di una causa - la speranza per un futuro - che ha visto coinvolti, contro le gerarchie del paese, centinanio di migliaia di giovani (molti dei quali laureati e disoccupati), di militanti delle opposizioni clandestine, avvocati per i diritti civili, intellettuali, blogger e internauti.
Bisogna dire che quella che molti hanno definito una "rivoluzione laica democratica" e altri "la rivolta del pane" ha avuto due caratteristiche: da un lato ha coinvolto, in un crescendo di aggregazione spontanea, non tanto i partiti organizzati, ma la gente comune - e soprattutto i giovani - che vedono il loro futuro bloccato da una classe politica inefficiente e corrotta, dall'altro che alla repressione durissima del governo (23 morti ufficiali , oltre 60 secondo le opposizioni) vi è stata la temuta (per le autorità) scesa in campo di blogger e internauti, che hanno scavalcato la censura sui media ufficiali (stampa e televisioni) aggiornando sulle violenze e organizzando la rivolta.
Dopo quasi un mese di scontri, 14 gennaio 2010, l'ex generale Zine el Abidine Ben Alì, al potere dal 1987 dopo aver destituito "per malattia" (con l'aiuto dei servizi segreti italiani e di Bettino Craxi) il primo presidente della Tunisia Habib Bourguiba, è stato costretto a fuggire dal paese (nonostante abbia tentato in tutti i modi di "andare incontro" alle richieste, rimuovendo ministri, promettendo lavoro e perfino di non candidarsi alle porssime elezioni del 2014) assieme ai parenti e agli amici che in questi 23 anni si sono arricchiti a scapito della popolazione.
Il potere per ora è nelle mani del primo ministro Mohammed Ghannouchi (destinato a non durare per la troppa continuità con il regime dissolto). Il futuro è incerto e pericoloso. Molte sono le variabili in gioco e i pericoli che si nascondono in chi ha tutti gli interessi nella totale destabilizzazione (estremisti islamici), in chi spera che spera che eliminato Ben Alì si possano sistemare le cose con un restauro di facciata e ai militari che per ora sono rimasti relativamente in disparte, ma che sono l'istituzione più solida del paese.
Vi sono poi altre variabili su cui fare i conti.
Quanto, sulle onde del successo (perchè che piaccia o no, quando la protesta della strada fa dissolvere un regime di vittoria si tratta) la "rivoluzione tunisina" si diffonderà nel Maghreb e oltre? Del resto tra Tunisia, Algeria, Libia, Marocco ed Egitto (ma perchè no, la Giordania) vi sono molte similitudini. Grande quantità di giovani laureati e disoccupati, una classe politica che da decenni guida in modo autoritario il paese, un'opposizione sempre repressa, un aumento per prezzi di consumo non più sostenibili, una corruzione dilagante, leader molto anziani - gerontocrazie come le ha definite Sergio Romano - e una forte istituzione militare sempre più a disagio con i nuovi ricchi.
Come reagiranno le diplomazie occidentali?, che in questi decenni hanno chiuso entrambi gli occhi sui regimi maghrebini (quando non sono stati intimi amici), in cambio o di una spruzzata di gas o di petrolio o di una lotta furibonda all'immigrazione (con qualsiasi mezzo lecito e soprattutto illecito).
Quale sarà l'effetto di un eventuale diffondersi della protesta sui fondamentalisti islamici?, contrari a qualsiasi soluzione "democratica e laica" e disposti a cavalcare lo scontento delle masse popolari soprattutto delle periferie delle grandi città?
Infine, siamo così sicuri che lo scontento dei giovani studenti e laureati del Meghreb, che vedono il loro futuro nero, sia così distante dalla stessa visione cupa che hanno studenti, laureati e lavoratori dell'altra sponda del Mediterraneo?
E' in queste domande (ed altre ancora), a cui è oggi è difficile rispondere con assoluta certezza, che noi riponiamo il futuro dell'intera area del Mediterraneo. Facciamo attenzione a non sottovalutare - anche nei nostri paesi- lo sconforto (e la disperazione) di chi non vede il futuro per se e per i propri figli.
Nelle piazze di Tunisi si urlava "ladri e assassini ridadeci il nostro Paese, basta con la dittatura dei privilegiati"

venerdì 14 gennaio 2011

Anfiteatro romano di El Jam

L'anfitreato romano di El Jam, situato nell'omonima cittadina della Tunisia (il cui nome romano era Thysdrus), è considerato una delle maggiori rovine romane in Africa.
Nel 1979 è stato inserito nei Patrimoni dell'Umanità UNESCO.
L'anfitreato fu costruito nel III secolo all'epoca del proconsole Giordano I (poi morto suicida a Cartagine), e poteva contenere 35.ooo spettatori (solo il Colosseo di Roma e il Teatro di Capua erano più capienti). Lungo 148 metri e alto 35 metri è un'edificio grandioso che al suo interno sviluppava un'arena da 65 metri per 40 metri (un pò più piccola di un campo da calcio, per intenderci)
Fino al XVII secolo l'anfiteatro restò più o meno intatto. Da allora le sue pietre furono usate per costruire altri edifici e in epoca più recente i Turchi usarono i cannoni per stanare i ribelli rinchiusi all'interno.
Alcune fonti affermano che di fatto l'anfitetaro non fu mai terminato.
D'estate si tengono regolarmente concerti all'interno della grande arena.

giovedì 13 gennaio 2011

6 aprile 1994, scoppia l'inferno in Ruanda

Il 6 aprile 1994 è una data che segna il volto, abbruttendolo, dell'Africa. Quel giorno alle 20.20 ora locale, un aereo trimotore Falcon Dassault 50, di proprietà del governo del Ruanda, è in procinto di atterrare a Kigali, proveniente da Dar el Salam. Trasporta un carico importante poichè, oltre ai 3 membri dell'equipaggio (tutti francesi, il pilota era Jacky Heraud), tra gli altri 9 passeggeri vi sono il presidente del Ruanda Juvenal Habyarimana (57 anni, un hutu moderato, salito al potere nel 1973 con un colpo di stato quando era Ministro della Difesa) e il presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira (39 anni, hutu moderato, eletto grazie ad un compromesso il 5 febbraio 1994). Tornano da un importante colloquio di pace per concludere gli accordi siglati ad Arusha nell'agosto 1993 e che in qualche modo, dopo decenni di conflitti e tensioni, divideva il potere con l'altra etnia del paese, i Tutsi. L'aereo è nel corridoio di discesa verso Kigali (a circa 2 chilometri), quando viene abbattutto da due missili terra-aria. Tutti i 12 occupanti muoiono.
Oggi è chiaro che ad abbattare l'aereo furono estremisti Hutu, alcuni vicini all'ambiente del presidente Habyarimana tra i quali il colonnello Theoneste Bagosora (nella foto) e gli ufficiali Anatole Nsengiyumva, Mathieu Ngirumpatse e Joseph Nzirorera (tutti condannati all'ergastolo nel 2008 dal Tribunale Internazionale dell'Aia)., contrari alla soluzione pacifica con i Tutsi e propensi invece ad una definitiva risoluzione militare. Oggi è abbastanza chiaro che l'assassinio fu pianificato nei mesi precedenti e che perfino il genocidio, che da esso si scatenò, sia stato frutto di un'azione programmata a tavolino. E' appurato che il Colonnello Bagosora riuscì la sera prima a cambiare la delegazione ruandese in modo che il Capo di Stato Maggiore, Deogratis Nsabimana (suo oppositore alla soluzione militare contro i tutsi), fosse presente. Così come sembra chiaro che i missili partirono dall'Anti-Aircraft Battalion (LAA) presenti vicino all'aereoporto di Kigali e di cui il Colonnello Bagosora era stato per molti anni comandante. Si pensa che l'assassinio sia stato programmato a partire dal febbraio 1994 quando in seno all'Hutu Power Movement nacque l'AMASASU (guidata dal colonnello Bagosora) con il preciso scopo di opporsi agli accordi con il Rwandan Patriotic Front (RPF) guidato dai Tutsi, frutto dei negoziati e degli accordi di Arusha del 1993. Da mesi infatti nell'ambiente militare, anche straniero, giravano voci sull'imminente caduta di Habyarimana.
Dopo l'abbattimento dell'aereo, la sera stessa, si costituì un comitato di crisi guidato dal colonnello Bagasora, a cui fu presente anche il generale canadese Romeo Dellaire (a capo della Missione ONU (UNAMIR) incaricata di verificare l'applicazione degli accordi di pace di Arusha), il quale si oppose al proposito di dare il controllo del paese ai militari, poiche il primo ministro Agatha Uwilingiyimana (anch'essa Hutu moderata) era ancora in carica. Il mattino seguente Agatha e il marito furono assassinati nella loro casa, assieme a 10 militari belgi del contingente ONU incaricati di proteggerla, da militari della guardia presidenziale. Una delle più atroci carneficine della storia, cinicamente architettata (negli ultimi mesi il Ruanda aveva raddoppiato le importazioni di machete) poteva iniziare. Per 100 giorni (cioè fino al 16 luglio 1994) tra gli 800 mila e 1.1 milioni di Tutsi e Hutu moderati furono uccisi per le strade (la popolazione del Ruanda nel 1994 era di circa 7 milioni di abitanti), molti a colpi di machete, sotto la guida di Radio Mille Collines che invitava a "schiacciare gli scarafaggi" e ne suggeriva i luoghi ove si erano nascosti.
Quando l'Esercito del RUF riuscì a scacciare gli estremisti (che si rifugiarono in Zaire- oggi Repubblica Democratica del Congo- spesso nei campi profughi allestiti dall'ONU assieme alle vittime) il colonnello Bagasora fuggì in Zaire e successivamente in Camerun dove fu arrestato.
L'impatto che il genocidio del Ruanda ha avuto sulla Regione (ad esempio nei conflitti nella Repubblica Democratica del Congo nella regione del Kivu), sull'Africa e nel Mondo (l'indifferenza della comunità internazionale) sono stati di enorme portata. Per l'umanità è stato un film del terrore che ancora oggi spaventa a guardarlo.




Ecco il Rapporto sull'abbattimento dell'aereo (The Mutsinzi Report), pubblicato nel gennaio 2010 e frutto di una commissione indipendente istituita nell'aprile 2007.

Di quel 6 aprile 1994 ho un ricordo netto. La BBC al mattino che diffondeva la notizia dell'abbattimento dell'aereo e nei giorni successivi timidi e incerti resoconti della carneficina. I primi sei mesi del 1994 furono intensi e per chi viveva in un luogo dove non era facile accedere alle informazioni, ascoltare la radio era un modo per capire dove stava andando il mondo. Si aveva la sensazione che qualcosa stava veramente cambiando. Infatti il 1 gennaio di quell'anno, in coincidenza con l'entrata in vigore del NAFTA, era scoppiata la rivolta zapatista in Messico, l'11 gennaio in tutti i paesi africani dell'area del franco CFA si svalutava la moneta (interrompendo quella storica equivalenza tra franco francese e franco CFA), in Somalia, nel pieno caos, la comunità internazionale stava lasciando il paese alle sue sorti e il 20 marzo furono uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, a Sarajevo si continuava a sparare (a febbraio vi fu l'atroce strage del mercato), in Italia si votava dopo la discesa in campo di Berlusconi che il 28 marzo vinse le elezioni, il Sudafrica si preparava ad incoronare Mandela alla presidenza (cosa che evvenne a maggio). Quel 6 aprile fu già eccezionale poichè l'assassinio contemporaneo di due capi di stato è un fatto straordinario, quello che avvenne poi fu invece l'assurdo.

Ecco un approfondimento straordinario, il libro di Silvana Arbia, "Mentre il mondo stava a guardare"

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mercoledì 12 gennaio 2011

Libri: Firdaus, storia di una donna egiziana

Firdaus, storia di una donna egiziana è un libro scritto dall'egiziana Nawal al Sadawi nel 1978 in arabo (pubblicato a Beirut) e tradotto in Italia, dalla versione inglese (Woman at Point Zero) nel 1986 da Giunti nella collana Astrea.
E' la storia di Firdaus, donna e prostituta rinchiusa nel carcere di Quanatin, condannata a morte per l'omicidio di un uomo, che attende l'esecuzione della sua condanna. E' rinchiusa nel suo silenzio e si rifiuta di chiedere la sospensione della pena. Non parla con nessuno, salvo aprirsi e raccontare la sua storia a Nawal, psichiatra e soprattutto donna.
Una storia di umiliazioni e di miserie, che sotto molti versi espone molte verità sulla comune condizione delle donne mussulmane, ma che può essere estesa, in modo più universale.
Firdaus racconta emozioni e disperazione, frustazioni e sogni che le fanno affermare con orgoglio "Sono un'assassina, ma non ho commesso delitti. Anch'io come voi uccido solo criminali ..... Nessuna donna può essere criminale. Per essere criminale bisogna essere un uomo..... Dico che siete criminali, tutti voi: padri, zii, mariti, magnaccia, avvocati, dottori, giornalisti, e uomini di tutte le professioni."
Il libro fu censurato in molti paesi arabi. Un libro intenso, duro e a volte crudo. Ma allo stesso tempo emozionante e comunque ben scritto.

Quella di Firdaus è una storia vera, fu giustiziata nell'autunno del 1974.

Nawal al Sadawi è una scrittrice e psichiatra nata in Egitto nel 1931. E' un'attivista e militante femminista. Nata in un piccolo villaggio, in una famiglia di 8 figli, il padre era un funzionario governativo. Ha studiato e nel 1955 si è laureata in Medicina all'Università del Cairo. Lavorò presso il governo come Direttore Sanitario, ma ben presto fu allontanata per la sua attività politica soprattutto a favore della condizione femminile nell'islam. Fu allora ricercatrice all'Università (ricerche sulle nevrosi - durante queste ricerche incontrò Firdaus in carcere) e consulente delle Nazioni Unite per programmi a favore dell' emancipazione delle donne. Fu arrestata nel settembre 1981 (era tra gli oppositori del trattato tra egiziani e isralieni) siglato da Sadat), fu rilascita a fine anno dopo l'assassinio di Sadat. Nel 1991 fu costretta a trasferirsi negli Stati Uniti a seguito delle minacce ricevute dai fondamentalisti islamici (si recò in North Carolina dove insegnò). Fece ritorno in Egitto nel 1996, dove continua la sua attività politica (si era anche parlato di una sua candidatura alle presidenziali del 2005).
Ha scritto il suo primo romanzo nel 1957 e da allora ha pubblicato numerose novelle, opere teatrali e brevi romanzi. Inoltre notevole è la sua produzione di saggi attinenti soprattutto alla condizione della donna nell'islam e sulla mutilazione genitale femminile (che ella stessa subì da bambina).

Questo è il sito di Nawal al Sadawi

martedì 11 gennaio 2011

17 novembre 1869, inaugurato il Canale di Suez

Congiungere il Mar Rosso con il Mar Mediterraneo è sempre stato un sogno degli uomini. Via via che si è sviluppata la navigazione e in particolare quando sono iniziati gli scambi commerciali con l'Oriente, il passaggio è divenuto una necessità per evitare di circumnavigare l'Africa che accresceva tempi, costi e pericoli. Tale era la necessità che per lungo tempo si è preferito scaricare le merci in Mar Rosso, trasportarle via terra e reimbarcarle in Mediterraneo.
Secondo alcune fonti furono gli egiziani per primi (nel 1300 a.c. all'epoca di Ramsete II) a scavare un canale di congiunzione tra il Mar Rosso e il Nilo che fu poi colmato dalle piene alluvionali del fiume sacro. Durante il regno del Faraone Nekao II (nel 600 a.c.) fu progettato un nuovo canale e si iniziò a scavarlo. Mentre fu il persiano Dario I (500 a.c.) che concluse gli scavi di quello che fu noto come il Canale dei Faraoni. Il canale fu trascurato e ricostruito più volte fino al definitivo abbandono nel VIII secolo (fu coperto definitivamente, per esigenze di difesa, dal califfo Abu Giafar nel 842).
Per secoli quel disegno venne abbandonato fatto salvo qualche timida proposta dei marcanti veneziani e portoghesi interessati ad un collegamento rapido verso ricche rotte d'Oriente.
Alla fine del 1600 vi fu anche una proposta dello studioso tedesco Leibniz alla corte francese di Luigi XIV che suggerì come strategico questa via d'acqua (fu preso per pazzo).
Nel 1799 fu Napoleone Buonaparte a ritrovare lo studio di Leibniz e, intuendone le potenzialità, a chiedere ai suoi ingegneri di fare delle verifiche. Essi commisero un grossolano errore, ritenendo, da rilievi sbagliati e da alcune testimonianze, che tra i due mari vi fosse un dislivello di oltre 10 metri. Bisognerà quindi aspettare il 1830 quando il francese Prosper Enfantin progetta il canale e poichè è poco ascoltato costituisce nel 1846 una società per il canale che finalmente dimostra, in modo inequivocabile, che il dislivello tra i due mari è trascurabile.
Nel 1850 a prendere in mano la situazione è il cancelliere dell'Impero Austro-Ungarico Klemens von Metternich che affida all'ingegner Luigi Negrelli (nativo di Fiera di Primiero, oggi in Provincia di Trento, allora parte dell'Impero) in compito di progettare il canale.
Nel 1854 il francese Ferdinad de Lesseps (diplomatico e imprenditore) ottenne dall'amico Said Pascià, appena asceso al trono come vicerè d'Egitto, la concessione di 99 anni (dall'apertura) per scavare l'istmo di Suez. Fu scelto il progetto di Negrelli tra un totale di tre poichè era l'unico che aveva proposto un taglio diretto, senza chiuse. Negrelli ottenne anche la direzione dei lavori, ma non riuscì ad aprire i cantieri perchè morì nel 1858 (per questa ragione da più parti viene, erroneamente, attribuito a De Lesseps il progetto stesso).
I lavori alla fine iniziarono il 25 aprile 1859. La società era costituita per il 56% da fondi francesi e per il 44% di fondi egiziani.
Durante i lavori, durati 10 anni, lavorarono oltre 1,5 milioni di egiziani (dei quali 125 mila morirono, soprattutto a causa del colera). La prima nave transitò nel Canale il 17 febbraio 1867, ma il Canale di Suez fu ufficialmente inaugurato - con sfarzose cerimonie - il 17 novembre 1869. Quel giorno si realizzava quel sogno coltivato per quasi tre millenni: il Mar Rosso comunicava con il Mar Mediterraneo.
L'opera era lunga 163 chilometri, larga mediamente 52 metri (sarà poi allargata a 70-110 metri e attualmente è larga tra i 193 e 352 metri), con un pescaggio di 8 metri (sarà poi portato a 11 metri e attualmente è a 16 metri). Si sta lavorando per portare il pescaggio a 20 metri. Ancora oggi servono 15 ore per essere attraversato.
Nel 1875 l'Egitto (a corto di liquidi e grazie ad un colpo "di rapina" degli inglesi) cedette la sua quota azionaria al Regno Unito, i quali nel 1888 ne assunsero anche il controllo militare (che durerà fino al 1954).
Il 29 ottobre 1888 la Convenzione di Costantinopoli stabilì la neutralità del Canale di Suez, cioè che "poteva essere usato, in pace e in guerra, tutti senza distinzione di bandiera".
Nel 1870 passarono 486 navi (437 mila tonnellate), nel 1890 3389 navi (6,6 milioni di tonnellate) e nel 1910 4553 navi ( 16,6 milioni di tonnelate). Nel 2008 (ultimo anno pre crisi) sono passate 21.415 navi.
Le tensioni per il Canale di Suez (soprattutto per il controllo dei suoi proventi) scoppiarono negli anni '50, quando il 26 luglio 1956 (questa sarà un'altra data importante per l'Africa su cui tornerò) Gamal Nasser nazionalizzò (con 14 anni d'anticipo sulla concessione di 99 anni - atto ritenuto legittimo dalle Nazioni Unite purchè nello spirito della Convenzione di Costantinoli) il canale. I cui introiti dovevano servire per pagare la diga di Assuan. Si generò quella che è universalmente conosciuta come "Crisi di Suez".Il 29 ottobre 1956 Regno Unito, Francia e Israele (a cui non era riconosciuta legittimità di transito) attaccarono l'Egitto. La guerra durò una settimana (bloccata dalle Nazioni Unite e, soprattutto, da un ultimatum congiunto Stati Uniti e Unione Sovietica, dopo che quest'ultima aveva minacciato di scendere in campo a fianco dell'Egitto) e il Canale fu chiuso fino all'aprile 1957.
Nel giugno 1967, dopo lo scoppio della "guerra dei sei giorni" (gli Israeliani occuparono la penisola del Sinai e quindi una sponda del Canale), il Canale fu chiuso nuovamente fino al 5 giugno 1975.
Il canale è "oltrepassabile" attraverso un tunnell lungo 6 km e inaugurato nel 1983 (è in progettazione un nuovo tunnell di 19 chilometri), attraverso un ponte stradale (costruito nel 1999 e alto 68 metri) e attraverso un ponte ferroviario, inaugurato nel 2001, che costituisce con i suoi 340 metri, il ponte girevole più lungo al mondo (il precedente ponte ferroviario fu abbattuto nel 1967 durante la "guerra dei sei giorni").

Oggi il controllo e lo sfruttamento economico del Canale di Suez rappresenta una questione strategica di importanza vitale. Nel canale transita l'8% del commercio mondiale e le tasse di passaggio rendono circa 5,2 miliardi di dollari all'anno (è un'industria che in Egitto vale quanto la fiorente industria del turismo).


Approfondimento cronologico su Cronologia.Leonardo.it. Vi segnalo anche questo articolo dello storico Salvatore Bono intotolato "Il Canale di Suez e l'Italia"

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