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giovedì 25 settembre 2014

Ebola, qualche aggiornamento

Sono passati 6 mesi da quando l'Organizzazione Mondiale della Sanità decretò l'inizio della prima epidemia di Ebola (EVD - Ebola Virus Disease) che ha preoccupato il mondo. A partire dal 26 dicembre 2013, quando ad un bambino di due anni di un piccolo villaggio della Guinea fu diagnosticata la malattia, l'epidemia è cresciuta ed ha anche interessato, per la prima volta, personale sanitario e volontari non africani.
Fin dal 1976 (ovvero da quasi quaranta anni) Ebola colpisce periodicamente l'Africa, ma in questa occasione i numeri, l'estensione e la durata sono decisamente diverse

I dati aggiornati al 20 settembre, parlano di 5864 casi confermati o probabili e di 2811 morti (ovvero il 47,9%).

In particolare la Liberia risulta il paese più colpito (3022 casi, con 1578 morti, 52,2% di mortalità), seguita dalla Sierra Leone (1813 casi, 593 morti, 32,7%) e dalla Guinea (1008 casi, 632 morti, 62,7%).
Vi sono poi 20 casi in Nigeria (8 morti) e un caso in Senegal

In Senegal, negli ultimi 21 giorni (periodo massimo di incubazione), non vi sono stati segnalati nuovi casi e sembra quindi che si sia trattato di un caso sporadico.


I motivi per cui non si riesce a bloccare l'epidemia sono quasi esclusivamente da imputare alla fragilissima rete sanitaria africana. Un sistema, quello sanitario, che per ovvie ragioni (budget, carenza di medici e personale sanitario, assenza di strutture, mancanza di farmaci) non riesce ad organizzare una barriera, efficiente ed efficace, contro la diffusione di una malattia, che come già più volte sottolineato, non è certamente altamente contagiosa. Ad essa si associano altre questioni più tipicamente africane, come quelle relative all'alimentazione, ad una diffusa promiscuità nelle abitazioni, ad alcune usanze relative ai riti funebri e molte "mal-credenze".
Per capirci, un caso diagnosticato nel nostro paese, farebbe scattare una serie di misure atte ad isolare l'ammalato e a controllare (e se necessario isolare) tutte le persone venute a contatto con l'ammalato. Il risultato sarebbe un facile "spegnimento" del focolaio infettivo.

Perfino il tentativo messo in atto in Sierra Leone, ovvero quello di decretare 3 giorni di coprifuoco con l'impossibilità per tutti di uscire di casa, trova le sue giustificazioni dal collasso del sistema sanitario.
In paesi dove già la mortalità (soprattutto quella infantile) è molto alta, lo stress del sistema sanitario dovuto all'emergenza Ebola, finisce con incidere massicciamente (e negativamente) su tutte le patologie, anche quelle più comuni. 
Le poche organizzazioni umanitarie, si trovano ad affrontare situazioni ai limiti (e molto oltre) del tollerabile e lamentano una generale assenza della comunità internazionale, la quale, per ora, è molto più attenta ad evitare che il virus possa sbarcare in Europa o in America, che ad intervenire sul campo.

Quel che è certo è che la "psicosi da contagio" è oramai diffusa e non aiutano alcune dichiarazioni o previsioni avventate ed allarmistiche. Ad esempio si continua a parlare di una mortalità "del 90%", quando i dati ufficiali parlano di una mortalità del 47,9% (che può essere ulteriormente ridotta con un precoce intervento e con cure adatte). Oppure si stimano 1,4 milioni di casi entro gennaio (che equivale, ai dati attuali a circa 700 mila morti), semplicemente prolungando la curva dei casi alle stesse identiche condizioni attuali per 4 mesi. Certo se non si interviene questo pessimo scenario è possibile.






martedì 23 settembre 2014

Droghe: è ora di cambiare

Non vi sono dubbi. Decenni di politiche di guerra globale contro le droghe sono miseramente fallite. Quel colossale business che si aggira tra gli 870 e i 1000 miliardi di dollari all'anno (1,5% circa del PIL mondiale) resta invariato nel tempo, senza mostrare i segni dell'età.
Anche il recente rapporto World Drug Report 2014 dell'UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) lo conferma nella sua pienezza.

Da un lato crescono o sono stabili le produzioni delle sostanze illecite e dell'altro crescono i consumatori.
Gli oppiacei (da cui si ricavano morfina e eroina) sono coltivati in 296.720 ettari (di cui 209.000 nel solo Afghanistan). L'area complessiva è grande come quella del 1998, dopo essere leggermente diminuita. Oltre all'Afghanistan, l'oppio è coltivato in Myanmar, Vietnam e Pakistan.
Invade i nuovi mercati, che sono rappresentati dall'est dell'Asia, dall'Oceania e dall'Africa, mentre negli storici mercati, come il Nord America, gli oppiacei di sintesi stanno soppiantando quelli derivati dall'oppio.
La coca è prodotta di fatto in tre paesi: Colombia, Bolivia e Perù, con un leggero calo della produzione (133.700 ettari), su valori simili al 1990. Il consumo è di fatto concentrato nel Nord America, Europa e Oceania.
La cannabis, coltivata e consumata sotto forma di erba in quasi tutto il globo, è invece prodotta nella sua forma di resina (haschish) in Nord Africa in particolare in Marocco), nel sud-ovest asiatico e in Medio Oriente.
Infine, i derivati delle anfetamine e in genere le nuove droghe sintetiche (348 conosciute nel 2012), pur essendo difficilissimi da quantificare, sono prodotti in Nord America e Asia.

Il rapporto sottolinea come sono circa 243 milioni i consumatori nel mondo (erano 208 milioni nel 2006), ovvero oltre il 5% della popolazione mondiale tra i 15 e i 64 anni. Di questi sono 183 mila i morti (dato riferito al 2012).
Sono circa 12,6 milioni i consumatori per via endovenosa e quasi 1,6 milioni i sieropositivi da HIV.

da Cartografareilpresente
Per quanto riguarda l'Africa, il rapporto evidenzia come, seppure lentamente, i tradizionali consumi di cannabis (oggi il 60% dei consumatori africani usa questa sostanza), tendono ad essere soppiantati da altre sostanze e in particolare dagli oppiacei (il 15% dei consumatori, con circa un milione di tossicodipendenti per endovena), da droghe sintetiche (10%) e da cocaina (il 5% dei consumatori).
Da tempo la WACD (West African Commission on Drugs) chiede la depenalizzazione dell'uso delle droghe, ritenendo fallimentari le politiche attuate finora (i dati sono chiari: all'aumentare della repressione sui consumatori essi aumentano e con essa la mortalità). Naturalmente porre la dipendenza da sostanze come un problema di sanità pubblica richiede denaro. Negli Stati Uniti il budget dei servizi per la lotta alle dipendenze è di 9,2 miliardi di dollari l'anno, ovvero l'equivalente dell'intero budget per la sanità di tutti i paesi dell'Africa Occidentale, Nigeria esclusa.
Nel recente rapporto (giugno 2014) la WACD sottolinea come l'Africa Occidentale si stia trasformando da zona di passaggio del traffico verso l'Europa a zona di produzione e consumo.
Questo processo ha destabilizzato profondamente le società dei paesi coinvolti (Guinea Bissau e Mali sono le situazioni maggiormente interessate da queste trasformazioni). Oggi il traffico passa anche per le mani dei molti gruppi di estremisti che affollano il continente.
A partire dal 2005, quando i cartelli della droga sud-americani, finanziarono la campagna elettorale del presidente della Guinea Bissau, la situazione si è deteriorata di anno in anno e le zone di interesse dei narcotrafficanti si sono estese. Hanno coinvolto altri paesi come la Guinea, la Sierra Leone, il Gambia, il Senegal e il Mali. Questo processo (ovvero la rotta della cocaina dal sud-america all'Europa), ha poi interessato altri paesi come il Benin, il Togo, il Ghana e la Nigeria e infine l'Angola e il Sudafrica.

Appare evidente che la strada futura non può che essere la liberalizzazione di tutte le sostanze e la gestione della produzione e della vendita affidata agli stati nazionali. Un recente studio ha calcolato che la filiera della produzione dell'oppio rende ai trafficanti il 16.800% di quanto rende ai produttori (per fare un esempio, una sostanza preziosa e costosa come il caffè, rende alla filiera della lavorazione e della vendita il 413%).
Sono tantissimi denari (quei circa 1000 miliardi di dollari) che arricchiscono un mondo fondato sulla illegalità, sulla corruzione e sulla criminalità che sempre maggiormente (attraverso l'immisione di denaro nei sistemi legali dell'economia) è in grado di indirizzare le scelte dei governi e le loro azioni.

Colpire le organizzazioni criminali, togliendo loro l'origine di una parte consistente loro guadagni (le altre fonti sono, nell'eordine, le armi e la tratta degli esseri umani) è un imperativo.


mercoledì 17 settembre 2014

La dieta mediterranea, Patrimonio Immateriale dell'Umanità


Quando si parla di dieta mediterranea si pensa a quel regime nutrizionale, di cui le nostre nonne erano maestre indiscusse, che caratterizza i popoli della sponda nord del Mar Mediterraneo (Italia, Spagna e Grecia). Un regime che, seppur sempre meno familiare, è stato dimostrato essere il miglior modo per prevenire le malattie metaboliche e cardio-vascolari del nostro tempo. Un vero antidoto contro la morte anticipata.
In realtà la dieta mediterranea è qualcosa di molto più complesso, che attinge dalla tradizione, dai riti e dai simboli molto del suo essere, divenendo di fatto uno spazio culturale unico e prezioso. E' uno stile di vita e allo stesso tempo e' un insieme di sapere e di conoscenze che spaziano dai metodi di coltivazione alla tecnologia della pesca, dalla lavorazione degli alimenti alla sua preparazione.  Inoltre, coinvolge anche altri paesi del nord  Mediterraneo (Portogallo e Croazia), del centro (Cipro) e della costa sud come il Marocco.
Proprio questi paesi sono stati coinvolti nell'inserimento della Dieta Mediterranea tra i Patrimoni Immateriali dell'Umanità, avventua nel 2013 (su una proposta del 2010).

E' da sottolineare come altre aree costiere di altri Paesi (ad esempio Francia, Tunisia, Albania e Turchia) hanno regimi alimentari assimilabili sotto molti versi alla Dieta Mediterranea.

Per le questioni generali sulla dieta mediterranea (il cui termine fu coniato nel dopoguerra dal un fisiologo americano, sebbene le origini sono da ricercarsi in epoca greca e romanica) vi rimando alle innumerevoli trattazioni che si possono trovare anche in rete. Alcune caratteristiche generali le sottolineo come elementi specifici della dieta mediterranea:

- uso dell'olio d'oliva (il cui frutto è tipico del Mediterraneo) i cui grassi insaturi sono enormemente preziosi;
- uso di legumi (piselli, fagioli, ceci, lenticchie) spesso combinati con cereali (riso, grano, mais, orzo, farro) e le sue lavorazioni (pasta, pane e couscous);
- abbondanza di frutta fresca e di verdure;
- preferenza al pesce rispetto alla carne (il pesce azzurro, in particolare, sardine, alici, sgombri, la carne in preferenza bianca);
- uso uova e latticini;
- vino e moderazione nei dolci.

Per quanto riguarda il Marocco, unico dei paesi africani nella lista, la dieta mediterranea è combinata con la tradizione culinaria della cultura araba, rendendola unica e ancora più varia.
E' naturalmente il couscous il piatto che in assoluto mette insieme la caratteristiche maggiori della dieta mediterranea, un piatto che attinge appunto dagli antichi saperi delle combinazioni alimentari e degli equilibri nutrizionali.
Ma, come detto più in generale, la questione della Dieta Mediterranea non si esaurisce con gli aspetti della cucina, ma investe modalità di produzione agricola e metodologie di pesca.


Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni Immateriali in Africa

martedì 9 settembre 2014

Suicidi: crescono in Africa

Ogni 40 secondi una persona (più frequentemente maschio e tra i 15 e i 29 anni) pone fine volontariamente alla propria vita. Quasi 804 mila suicidi nel corso nel 2012 (ultimo anno completo i cui dati sono disponibili) sono stati portati a termine nel mondo. Per comprendere il fenomeno, per ogni suicidio bisogna considerare almeno 3-5 volte i tentati suicidi.

Recentemente l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stilato un rapporto sui suicidi nel mondo, che rappresentano sicuramente un problema di sanità pubblica, sebbene solo 28 paesi (nessuno africano) abbiano nel tempo istituito dei protocolli di prevenzione al suicidio.

Il tasso mondiale di suicidi era nel 2012 di 11,4 per 100 mila abitanti (15 per gli uomini e 8 per le femmine). Nella fascia d'età 15-29 il suicidio rappresenta la seconda causa di morte (dopo gli incidenti).

Genericamente depressione e abuso di alcol rappresentano il principale fattore di rischio nei paesi industrailizzati, mentre esperienze di violenze, abusi e guerre sono i principali fattori di rischio nei paesi a basso reddito.
Per tutti l'elemento "incapacità di vedere un futuro" diventa centrale e determinante.

Il 30% dei suicidi avviene mediante avvelenamento (in particolare pesticidi o farmaci). Altre modalità diffuse sono l'impiccagione e le armi da fuoco.

I paesi con i più alti tassi di suicidio sono la Corea del Nord (39,5), la Corea del Sud (36,6), la Guyana (34,8), la Lituania (33,3) e lo Sri Lanka (29,2). Nella scala inferiore troviamo invece Arabia Saudita (0,3), Siria (0,4), Libano (0,9), Oman e Kuwait (1).

Interessante notare anche come i tassi sono variati nel periodo 2000-2012. Gli incrementi maggiori si sono avuti in Corea del Sud (109%), in Marocco (97,8%), in Lesotho (53%), in Angola (50%), Suriname (40%), Kuwait e Montenegro (35%).
Di contro i tassi sono maggiormente diminuiti in Cina (-59%), Slovenia (-51%), Oman (-50%), Bielorussia (-48%), Libano e Estonia (-46%).

Interessante sottolineare che i paesi mussulmani tendono ad avere tassi molto più bassi, ovunque si trovino nel mondo.

Infine, vale la pena soffermarsi sul fatto che solo in pochissimi paesi le donne hanno un tasso maggiore di suicidi rispetto agli uomini. Tra questi paesi troviamo l'Iraq (65% donne), la Cina (55% donne) e il Pakistan (53% donne).

In Africa nel 2012 sono avvenuti oltre 71 mila suicidi (il 28% sono state donne), con un tasso medio di 7,6 suicidi per ogni 100 mila abitanti

Hanno avuto i tassi di suicidi più alti il Mozambico (17,3), lo Zimbabwe (16,6), il Burundi (16,4), la Tanzania (15,1) e la Guinea Equatoriale (13,9). I più bassi tassi sono stati registrati invece in Libia (1,5), Egitto (1,6), Algeria, Niger e Mauritania (1,8).
In tutti i paesi africani sono gli uomini in maggioranza a porre fine volontariamente alla propria vita. Le percentuali variano dal 14% di donne in Costa d'Avorio al 42% in Libia.
L'aspetto più preoccupante è che in molti paesi africani (come del resto in genere tra i paesi a più basso reddito, dove avvengono il 75% dei suicidi), rispetto al 2000, i tassi sono in aumento (oltre agli estremi già citati di Marocco, Lesotho e Angola), in Repubblica Democratica del Congo, Centrafica e Malawi i tassi sono aumentati di oltre il 20%, mentre in molti altri paesi si sono avuti almeno il 10% di suicidi in più.

Nonostante i suicidi non siano una priorità sanitaria in Africa, l'assenza di qualsivoglia azione di prevenzione e il sussistere di gravi elementi di rischio, fanno prevedere un futuro non certo in verso negativo.

L'Italia, con 3908 suicidi (il 20% attuati da donne), ha un tasso di 6,4 suicidi per 100 mila ed è in diminuzione di oltre il 7% rispetto al 2000. Germania, Stati Uniti, Francia e Spagna hanno tassi tutti maggiori (da 13 a 16).



martedì 2 settembre 2014

Il Parco Nazionale Manovo-Gounde St.Floris

Il Parco Nazionale di Manovo-Gounde St.Floris si trova nella Repubblica Centrafricana, al confine con il Ciad. Con una superficie di 17.400 chilometri quadrati è il più grande parco della savana dell'Africa Centrale. La sua area, posta tra i 400 e gli 800 metri di altitudine, rappresenta un punto di transizione tra l'Est e l'Ovest dell'Africa e tra il Sahel e la foresta pluviale, rendendolo quasi unico come ambiente. Area protetta fin dal 1933, ha aumentato le sue dimensioni (modificando anche più volta il nome) giungendo fino all'attuale area e denominazione (attribuzione avvenuta il 19 maggio 1979). E' diventato nel 1988 Patrimonio dell'Umanità UNESCO a causa della sua grande biodiversità animale e vegetale. Solo 9 anni dopo, nel 1997 il parco fu inserito dall'UNESCO nella lista - dove ancora oggi è collocato - dei Patrimoni a rischio a causa dell'intervento di distruzione umana.
Tra le specie animali presenti nel parco (60 specie di mammiferi), di particolare rilievo il Rinoceronte Nero (la popolazione oramai ridotta a poche unità), l'Elefante, il Leopardo, il Ghepardo, il Bufalo, la Giraffa e la Gazzella dalla fronte rossa.

Il parco, che era stato oggetto, a partire dagli anni '80 della furia dei bracconieri, interessti soprattutto agli elefanti e ai rinoceronti (una stima portò a calcolare l'uccisione fino all'80% di alcune specie animali), visse il suo periodo peggiore nel 1997, quando all'inizio dell'anno 4 memebri dello staff del parco furono uccise dai bracconieri durante il loro lavoro.

L'UNESCO, di concerto con il governo, inserì il Parco tra i Patrimoni dell'Umanità a Rischio e concordò la necessità di affidare ad una fondazione privata la gestione del Parco. Le cose sono migliorate, ma, anche a causa dell'instabilità politica dell'area e alle tensioni belliche, il parco resta tra i Patrimoni a rischio.

Assieme ai bracconieri, il parco risente anche degli incendi praticati per favorire i pascoli, che erodono ettari di foresta e di savana.
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lunedì 1 settembre 2014

Sintir, lo strumento terapeutico

Il ruolo della musica prodotta dal Sintir (chiamato anche in altri diversi modi, tra cui i più diffusi sono guembri o gimbri) ha destato molto interesse nel mondo. E' una musica che si sente nel Maghreb, in particolare in Marocco (ma anche in Mauritania, Tunisia e Libia), ed è suonata da membri dell'etnia Gnawa. I Gnawa sono discendenti degli schiavi neri che oggi vivono nel nord-africa berbero. Secondo gli storici l'origine di questo gruppo può essere localizzata nell'area che oggi corrisponde alla Guinea.


Il Sintir è uno strumento a corde pizzicate, somigliante ad un banjo, costituito da una manico di legno e da una cassa di risonanza (di forma rettangolare o trapezoidale) su cui è tesa una pelle di bovino o di cammello. La cassa, in legno, può essere anche prodotta dal carapace di una tartaruga. Vi sono poi tre corde, un tempo in cuoio, oggi in nylon, che producono suoni con una bassa frequenta.
Sotto molti aspetti ricorda lo ngoni, di dimensioni più ridotte, utilizzato in Africa Occidentale nella tradizione dei griot (i cantastorie, titolari della tradizione orale di quell'area del continente). Quest'elemento conferma la tesi di una provenenza del gruppo Gnawa dall'Africa Occidentale.

Ecco un video in cui è possibile ascolatre il suo suono.

La funzione terapeutica del Sintir è legata ad una antica tradizione, custodita da una confraternita islamica di iniziati, che vede nella musica prodotta da questo strumento (accompagnato generalmente da un tamburo, dalla voce e da delle nacchere chiamate krakebs) la capacità di indurre stati ipnotici e di trance. 
Il Sintir è suonato dal Maalem, un maestro che guida i fedeli (da cui la connotazione di uno strumento terapeutico e religioso nello stesso tempo) allo stato di trance profonda.
L'induzione ipnotica è utilizzata come terapia di alcune patologie di matrice psichiche, ma allo stesso tempo per evocare gli spiriti degli antenati.
Come avviene in altre culture, inoltre, la musica viene usata anche per la guarigione delle punture di scorpione.

Dove aver destato interesse per il suo uso rituale (e terapeutico), il Sintir è utilizzato anche come mero strumento musicale, da musicisti, appassionati e studiosi di strumenti legati alle  tradizioni etniche africane.

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