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lunedì 30 marzo 2015

Popoli d'Africa: Makua

I Makua (anche chiamati Makhua) sono un popolo bantu del sud-est dell'Africa e vivono in particolare in Mozambico (dove costituiscono il gruppo etnico principale) e in Tanzania, nella regione al confine con il Mozambico. Si stima che siano circa 3-4 milioni i Makua africani. Vi è anche un ristretto gruppo di Makua che vive in Sudafrica, fuggiti, a partire dagli anni '60, a causa della guerra civile.
Parlano la lingua makua (chiamata anche emakhuwa), del ramo bantù. Lingua che gli etnolinguisti ritengono simile al sotho (parlata a oltre 500 chilometri di distanza).
Essi abitano la zona nord del Mozambico fin dal V secolo (cioè prima dell'arrivo degli Arabi) e nel 1500 furono protagonisti di una ribellione contro i portoghesi.
Agricoltori (in particolare mais) e soprattutto pescatori, sono rimasti molto legati alle loro tradizioni. Viene ritenuto uno dei gruppi in cui l'islam e il cattolicesimo ha fatto poca breccia. Oggi solo il 30% professa tali religioni. Infatti la grande maggioranza dei Makua restano legati a riti tradizionali animisti.
La tradizione makua vede nel Monte Namuli, una montagna sacra, l'origine della vita (la madre) ed infatti la società makua è di tipo matrilineare (la discendenza avviene attraverso la madre e i suoi figli). La scansione della vita avviene attraverso progressivi riti di passaggio, che dall'adolescenza (i maschi vengono circoncisi a 12 anni, mentre per le femmine non sono praticate mutilazioni sessuali)  portano fino alla morte (a Makua ritengono che tutte le morti sono causate da spiriti negativi). Riti sottolineati sempre da momenti collettivi che vedono nella danza tufo, danza ballata da le sole donne e accompagnato da un tamburo che prende lo stesso nome.
Nelle tradizioni dei makua le donne in gravidanza devono stare ad alcuni divieti come quelli di avere rapporti sessuali con uomini diversi dal marito, non bere acqua offerta da altre donne durante il loro ciclo e non partecipare ai funerali.
Tra le loro caratteristiche l'uso - raro in Africa - di una maschera bianca, denominata Musiro, ricavata dalla pianta Olax dissiflora che assieme a significati simboli, offre riparo, e protezione, dal sole. La crema bianca, cosmetico naturale, è usato dalle donne anche sul resto del corpo.

Un approfondimento dal sito Trip Down Memory Lane

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martedì 24 marzo 2015

Kareyce Fotso, tra modernità e tradizione

Una voce unica, che mette assieme il calore del blues e la dolcezza della tradizione musicale africana. La cantante camerunense Kareyce Fotso è questo: una miscela, ben riuscita, di questi elementi, tra modernità e tradizione.
Nata in Cameroun, alla fine degli anni '70 (vi è un pò di femminile mistero sulla sua data di nascita), figlia di uno scultore e di una commericiante, di etnia Bamilekè, cresce poi tra i Beti. Studia chimica e poi cinema, all'Università di Yaoundè, ma la sua vera passione è cantare. Fin da piccola era affascinata dalla voce di Anne-Marie Nzie, che negli anni '40 cantava bikutsi, una musica del Camerun centrale.  Inizia quindi a farlo nei locali e nei cabaret di Yaoundè, per poi, a dal 2001, unirsi ai Korongo Jam con cui danza e canta per oltre 6 anni. A partire dal 2009 approda sulla scena internazionale dopo una tournee in Francia.



Il primo album esce nel 2009 (Mulato) e a questi seguiranno altri due Kwenge (2010) e Mokete (2014). Quest'ultimo, registrato quasi interamente in studio a Yaoundè e uscito nell'aprile del 2014, è un omaggio al suo paese, poichè rappresenta un itinerario tra le varie regioni in cui Kareyce, oltre ad usare ritmi e suoni differenti, canta in otto diverse lingue.

I suoi testi parlano di differenze tra i generi, di relazioni, di violenze e di esilio, senza mai far mancare una piccola dose di umorismo e di amore, estremo, per la vita. Un contagioso modo, facilitato anche dal suo solare sorriso, di raccontare l'Africa in tutte le sue declinazioni.

I suoi concerti dal vivo sono intensi e vitali, a volte persino densi di charme e umorismo. Assieme alla sua chitarra la Fotso suona strumenti della tradizione africana come tamburi o la sanza (uno strumento lamellofono simile alla mbira)

Ecco il sito ufficiale
Ecco una sua intervista
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domenica 22 marzo 2015

Giornata Mondiale dell'Acqua 2015


Oggi è la Giornata Mondiale dell'Acqua. Un bene prezioso non equamente distribuito nel nostro pianeta per quanto riguarda l'accessibilità.
In Africa la quantità pro-capite disponibile di acqua è di 200 metri cubi (nel Nord America 6.000 metri cubi). Solo il 5% delle terre coltivate in Africa è irrigata.
Il 36% degli africani non ha accesso all'acqua potabile.

Eppure l'Africa è ricca di acqua.



Ho raccolto in questo PDF, i post di Sancara pubblicati in tema di acqua. Potete scaricarvelo e leggerlo con calma, se vi fa piacere. E' un modo per non far passare inosservata questa giornata.

Buona Giornata.

Parco nazionale del banco di Arguin (Banc d'Arguin)

Il Parco Nazionale del banco di Arguin (in francese Banc d'Arguin) è collocato sulla costa atlantica della Mauritania, a sud di Nouakchott, e dal 1989 è diventato Patrimonio dell'Umanità UNESCO (era diventato parco negli anni '70). Prende il nome dell'isola e dalla baia omonima. Esso comprende dune sabbiose del deserto del Sahara affacciate nel mare, zone costiere paludose (oltre 754 chilometri di costa), piccole isole sabbiose e una vasta area d'acqua, ricca di pesce, per una superficie compressiva di 1,2 milioni di ettari. Per le sue caratteristiche è ritenuto uno dei siti più importanti per la nidificazione degli uccelli migratori.
Un censimento ha stabilito in oltre 3 milioni le presenze di uccelli, di 108 specie diverse (dalle sterne ai fenicotteri rosa, dai pellicani agli aironi, dalle pettegole alle pittime).
Uccelli provenienti dall'Europa e dalla Siberia. 

E' un paesaggio che offre uno spettacolo straordinario della natura e della sua capacità di adattamento ad ogni clima e temperatura. Il contrasto tra la sabbia desertica e il blu del mare rende l'ambiente quasi unico nel pianeta. Nonostante il turismo sia poco diffuso (vi sono limitazioni sui mezzi a motore in acqua e negli accessi), la creazione del parco ha portato notevoli benefici economici al paese.

La zona è ricca di pesce (oltre alle specie pensabili  è ricca di tartarughe e delfini) e sin dai tempi remoti è stata contesa dalle potenze coloniali, che lottarono per impossessarsi dell'isola di Arguin. Prima dai portoghesi, giunti a Cape Bojador nel 1455, poi dagli spagnoli, poi dagli olandesi (giunti introno al 1630), poi dagli inglesi, dai tedeschi e infine dai francesi che nel 1724 occuparono l'area e a cui nel 1815, il Congresso di Vienna, riconobbe la sovranità. Nel mezzo, i mori, che vivevano nell'area e con cui le potenze coloniali trattavano, i quali tennero un atteggiamento che approfittava della rivalità tra i coloni, per ottenere vantaggi e benefici. Oggi lungo le coste del parco vi sono 7-8 villaggi, composti complessivamente da circa 5000 persone, di etnia imraguen (discendenti neri dei Balfour) che usano ancora tecniche tradizionali di pesca.
A largo invece, nonostante la nascita del Parco aveva lo scopo di salvaguardare proprio l'ecosistema, la pesca è intensa e affidata a flotte straniere (nel 2006 la Mauritania ha concesso all'Unione Europea diritti di pesca in cambio di una riduzione del debito pubblico). Si stima che la riduzione della fauna ittica (uno studio sui polipi dice che si sono ridotti del 75% negli ultimi 15 anni) dovuta all'overfishing stia lentamente allontanando gli uccelli dal parco.
Le barche tradizionali presenti lungo la costa, pescano in un anno, l'equivalente che un singolo grande peschereccio europeo pesca in un giorno.

Il golfo di Arguin ha anche una storia, e un posto, nella marineria e nell'arte pittorica. Il 2 luglio 1816, infatti, la fregata francese La Meduse, in rotta verso il Senegal, si incagliò proprio nelle acque del golfo, naufragando. Il pittore francese romantico, Theodore Gericault (morto a soli 33 anni) dipinse un quadro, intitolato La zattera della Medusa, che è ancora oggi visibile al Louvre di Parigi.
La storia, drammatica, portò al naufragio per incuria del comandante (Hughes Duroy de Chaumareyes), che, pur non navigando da decenni, si avventurò in aree sabbiose non conosciute. Dopo vari tentativi di disincagliare la nave, il 5 luglio, 250 persone si misero in salvo con le scialuppe, mentre altre 147 (i mozzi, per capirci) dovettero costruirsi una zattera di fortuna (che fu prima trainata dalle scialuppe e poi lasciata al suo destino). Di loro solo 13 si salvarono, dopo 12 giorni di agonia in mare.

Oggi il 60% del pescato consumato in Europa arriva da fuori UE, una parte consistente dalle coste africane (dove, ben inteso, pascano anche Cina, Corea, e Russia). Se la via dello sviluppo in Africa continuerà ad essere quella della sistematica rapina delle risorse, il futuro è tutt'altro che roseo per loro e probabilmente, a breve, anche per noi.

Vai al sito ufficiale del Parco
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mercoledì 18 marzo 2015

Petrolio in Nigeria: ricchezza e miserie

La Nigeria è oggi il primo produttore africano di petrolio e il dodicesimo del pianeta. Oltre 80 miliardi di dollari ricavati nel 2014, che costituiscono l'80% del prodotto interno lordo. Con questi numeri ci si aspetterebbe un paese ricco, in crescita e con pochi problemi sociali. La realtà invece è assolutamente e diametralmente diversa. La ricchezza del petrolio ha significato, per la Nigeria, una disgrazia.
Una devastazione del territorio (il Delta del Niger) che non ha quasi uguali nel pianeta (vedi questo post di Sancara) e che peserà sulle generazioni del futuro e che rappresenta una macchia indelebile dell'avidità e della follia dell'uomo. Una classe politica che corrotta è dir poco. Che si è avvicendata al potere con tutti i mezzi possibili: guerre atroci (come quelle del Biafra), colpi di stato sanguinari (come quello del 1966) e complotti di vario genere. Un paese che è stato un esempio, se così si può dire, di come la cleptocrazia possa essere perseguita nel pieno "rispetto" delle norme internazionali (vedi la dittatura di Sani Abacha).
Un paese che ha visto far fuori, nella quasi indifferenza, leader politici e culturali (l'esempio più noto è quello di Ken Saro-Wiwa) e che recentemente è stato messo a fuoco e fiamme (letteralmente) dagli estremisti "islamici" (?) di Boko Haram.

Tutta la storia recente della Nigeria ruota intorno, nel bene e nel male, al suo più prezioso avere: il petrolio. 
Le multinazionali, pur di continuare ad estrarre senza problemi, hanno arricchito una piccolissima parte della popolazione, attraverso la sistematica corruzione di tutti i livelli della politica e dell'amministrazione pubblica. Facendo letteralmente terra bruciata intorno. I danni ambientali, sommati a quelli politici e sociali (avete mai notato che la prostituzione africana in Europa proviene tutta dalla Nigeria, e tutta da Benin City?), costituiscono il vero problema di questo rapporto tra la Nigeria e il petrolio.
Le altre economie, quelle agricole e manifatturiere, sono state, a partire dagli anni '60 (ed in particolare dopo il 1970) abbandonate, a favore del monopolio petrolifero.

Dalla fine del 2014 i prezzi del petrolio sono crollati (guarda caso quando, poco prima, gli Stati Uniti avevano raggiunto l'autosufficienza petrolifera) e per la Nigeria incominciano nuovi guai. Si stima che i ricavi da petrolio (rappresentano il 95% delle esportazioni nigeriane) saranno per il 2015 "solo" 67 miliardi di dollari, ovvero il 18% in meno dell'anno precedente.
Le compagnie petrolifere stanno decidendo di abbandonare il Paese, che è sempre più pericoloso (Boko Haram ha annunciato di voler interrompere la produzione) e corrotto. Del resto la produzione "facile" si stà esaurendo e vi sarebbe necessità di nuovi investimenti in Nigeria. Di contro,  le coste dell'Africa orientale offrono oggi nuove aree su cui scavare ed estrarre a costi minori. Inoltre esse sono più a diretto contatto con il versate asiatico dove maggiormente nei prossimi anni vi sarà richiesta di petrolio.
Vi è anche il fattore ambientale. Le compagnie finora tra risarcimenti e altro hanno dovuto sacrificare una piccola parte dei loro immensi guadagni. 
In caso di progressivo abbandono la Nigeria oltre all'inevitabile crisi economica, dovrà affrontare anche la complessa questione delle mancate bonifiche da parte delle multinazionali che le hanno prodotte. Tempi duri per il colosso africano.


Suggerisco questi post di Sancara sul tema

venerdì 13 marzo 2015

Bufalo cafro, tra i più pericolosi animali d'Africa

Tra gli animali più diffusi e più pericolosi dell'Africa sub-sahariana vi è, contrariamente a molte dicerie, il Bufalo. Un animale della savana, di grandi dimensioni (può pesare anche 1000 chilogrammi ed essere alto come un uomo), provvisto di enormi corna ricurve (possono superare il metro di lunghezza), che non esita se infastidito, o anche semplicemente a tutela del suo territorio, ad attaccare senza paura. La sua mole, la sua velocità (raggiunge i 50 Km orari) e le sue corna sono in grado di far molto male e di allontanare anche i grossi felini.
Il suo nome scientifico è Syncerus caffer, comunemente chiamato Bufalo nero o cafro o semplicemente Bufalo africano. Tra i primi a studiare questo bolide fu il biologo svedese Anders Sparrman, alla fine del 1700, durante i suoi molti viaggi nell'area. Esso abita le savane e le foreste meno folte dal Golfo di Guinea al Sudafrica ed i zoologi ne classificano 4 sottospecie (caffer caffer, caffer manus, caffer brachyceros e caffer mathewsi).
Seppur con una popolazione in costante declino, il Bufalo africano non è considerato dall'IUCN (l'organismo mondiale che si occupa della conservazione delle specie animali e vegetali) un animale a rischio estinzione (classificazione LC). La popolazione stimata si attesta intorno ad un milione di capi, che vivono in grandi branchi (i maschi adulti sono generalmente solitari e si ricongiungono al branco solo durante la stagione degli accoppiamenti), composti anche da 400 individui. Oltre il 70% dei bufali viventi abita oggi in aree protette, dato che è una animale cacciato per la sua carne, per la pelle e per le corna.

E' comune osservare questi animali assieme ad alcuni uccelli quali bufaghe e aironi guardabuoi. Essi  vivono infatti in un rapporto simbiotico. Gli uccelli si nutrono di insetti e di parassiti ematofagi, che possono trasmettere patologie ai bufali, i quali li lasciano posare senza scacciarli. Un sistema che in natura permette la sopravvivenza di questo grande bovino in un ambiente molto caldo (quindi ad alta intensità di insetti).
Contrariamente al bufalo indiano, quello africano non viene allevato o addestrato come animale da trasporto.

Ecco la scheda dell'IUCN 
Ecco la pagina di Arkive con alcune spettacolari foto

Vai alla pagina di Sancara sugli Animali d'Africa

domenica 8 marzo 2015

Alle donne africane

" ... l'esperienza dimostra sempre più che solo il popolo organizzato è capace di esercitare il potere democraticamente. La giustizia e l'equaglianza che ne sono i principi di base permettono alla donna di mostrare che le società sbagliano a non accordarle fiducia sul piano politico come su quello economico. Così, la donna che esercita il potere a cui è giunta attraverso il popolo, è in grado di riabilitare tutte le donne condannate dalla storia".
Thomas Sankara, 1983

L'8 marzo è la giornata internazionale dedicata alla donna. Il fatto stesso di dover celebrare una giornata alla donna racconta di una grande difficoltà delle donne nel mondo ad essere, nel senso dei diritti e delle opportunità, pari agli uomini. Situazioni, quelle delle donne, che si differenziano molto da un luogo all'altro del nostro pianeta e perfino da una regione all'altra nello stesso paese.
Si passa dalle opportunità non uguali per tutti, che portano la donne ad essere ad esempio poco presenti nella politica o nelle posizioni che contano, fino a forme di vere e proprie forme di schiavitù, che costringono le donne ad umiliazioni e violenze inaudite.

Ogni anno Sancara pone l'attenzione sulle donne alla guida degli Stati del mondo, rilevando come da anni non vi sono segni evidenti di qualcosa che cambia in positivo. Solo il 7% dei capi stato e di governo sono donne.
Molti paesi, tra cui l'Italia, non hanno mai visto una donna guidarlo.

Come sempre avviene dalla nostre parti, la giornata delle donne è diventato un piccolo business. Si vendono tonnellate di mimose, le televisioni parlano al femminile, si celebrano le grandi donne del pianeta. Tutti coloro i quali oggi parlano di donne, sanno che domani la situazione ritornerà uguale a prima.

Naturalmente c'è anche chi ricorda il sacrificio di molte donne del nostro pianeta. Quelle che lottano per sopravvivere, quelle che sono ridotte alla schiavitù, quelle che sono oggetti sessuali, quelle che si immolano per salvare i propri figli, quelle che lottano contro le ingiustizie, quelle che nel silenzio compiono gesta straordinarie.

Perché una cosa è certa, ovunque si lotta, ovunque si soffre e ovunque l'ingiustizia è maggiore, a farne le spese sono soprattutto le donne.

In Africa, come in altri luoghi del pianeta, le donne sono quelle che subiscono di più ma, allo stesso tempo, sono quelle a cui è affidato il futuro.

foto Ewa-Mari Johansson
Allora dedichiamo oggi un pensiero alle donne africane. A quelle che scappano dalle guerre e dalle violenze, alle donne stuprate, alle donne che lottano contro la povertà e per la vita dei loro figli, alle donne che lavorano nei campi per far diventare fertile una terra arida, alle donne ingannate e costrette a vendersi sulle nostre strade, alle donne che stanno cambiando la società, alle bambine che faticosamente vanno a scuola, alle donne che lottano contro le mutilazioni genitali, alle donne, che oggi, stanno costruendo il futuro.

Donne che quotidianamente affrontano la vita - tra mille difficoltà - e che, nonostante tutto, continuano a sorridere.

lunedì 2 marzo 2015

Libri sull'Africa: Congo

Il libro pubblicato nel 2010 (in Italia nel novembre 2014) dall'archeologo e giornalista belga fiammingo David Van Reybrouck (nato nel 1971) è un'opera monumentale, scritta con il dettaglio del ricercatore e con l'eleganza dello scrittore. E' un libro che parla del "fiume Congo", inteso come elemento geografico che, a partire dalla preistoria e fino ai giorni nostri, è stato protagonista delle vicende che hanno accompagnato quell'area, immensa e ricca,  dell'Africa centrale.
Pubblicato da Feltrinelli (traduzione di Franco Paris), con le sue oltre 600 pagine, rappresenta una lettura impegnativa, ma al tempo stesso piacevole ed avvincente. 
L'enorme merito di Van Reybrouck è quello di rendere la storia di quel luogo un romanzo di quelli che si leggono aspettando di sapere quello che succederà nella pagina dopo. Sono due millenni di storia (sebbene poi il racconto vero inizia dalla fine del 1800, ovvero quando divenne una proprietà privata del re belga Leopoldo) che attraverso interviste, riferimenti geografici, l'archeologia e  lo studio sei tanti protagonisti permette di scoprire un paese e più in generale un continente. Ci aiuta a comprendere molti degli elementi che ancora oggi sono in grado di spiegare quello accade in quel luogo (a noi remoto) che in altra epoca fu denominato uno "scandalo geologico" per le sue immense ricchezze minerarie e non solo. 
Il libro è il frutto di un minuzioso lavoro di ricerca (sulle fonti e sul campo) durato quasi 10 anni. L'impegno di Van Raybrouck è stato quello di far parlare quante più persone riusciva a trovare, congolesi, che raccontassero la loro esperienza e quella dei loro padri o madri (sono oltre 500 le persone che hanno raccontato qualcosa di significativo). In altri termini si è trattato di rivedere la storia di questo tormentato paese (oggi Congo e Repubblica Democratica del Congo) con gli occhi di chi ci vive o ci ha vissuto. Una storia non scritta dai coloni, dagli esploratori o dai ricercatori europei (come finora è   quasi sempre avvenuta, a partire da Joseph Conrad) ma, dalle mille anime che hanno accompagnato la crescita, talora disordinata e violenta, di questo paese.

Ma, il Congo che oggi noi conosciamo, quasi esclusivamente per le violenze e la guerra civile, è stato anche un paese che in più occasioni ha tentato e provato la strada della modernità e del rinnovamento. E' stato luogo di vere e proprie avanguardie culturali, già a partire dagli anni '30, (aiutato anche dalla successiva nascita della prima Università nel 1954) che hanno prodotto, ad esempio, veri e propri generi musicali come la rumba congolese o il soukous.

E' stato, bisogna dirlo, un paese depredato prima dai coloni e poi dalle multinazionali (con il benestare delle classi politiche che lo hanno amministrato). I prodotti della suo sottosuolo sono ancora oggi oggetto di sfruttamento, intenso.
Ecco, il lavoro di David Van Reybrouck (che qualcuno ha definito un capolavoro) ci aiuta a capire e a comprende le ragioni dell'intenso degrado che hanno subito i congolesi (ma forse più in generale gli africani), nella speranza che contribuisca a far conoscere meglio, e più seriamente, gli uomini e le donne del continente africano.

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