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mercoledì 23 settembre 2015

Africa significa anche uranio

Africa significa anche uranio. Oltre ai diamanti, al petrolio, all'oro, al coltan ed ad una infinità di minerali e metalli di importanza strategica nel mondo (il nostro mondo, sia chiaro) in Africa si estrae anche uranio. Benchè questo metallo si trovi ovunque nella crosta terrestre a basse concentrazioni, solo in alcune aree la sua concentrazione risulta tale da rendere economicamente vantaggioso la sua estrazione: in Africa questo accade. Energia civile (centrali nucleari) e uso militare (bombe atomiche, propulsione navale) sono gli utilizzi più comuni dell'uranio.
L'uranio si estrae sotto forma di due principali minerali (uraninite e carnatite), ma molte altre sono le forme (si contano oltre 150 metalli uraniferi). Per potere essere utilizzato ai fini nucleari, l'uranio deve essere arricchito (deve essere aumentata la percentuale di un suo isotopo, il 235) tale processo oltre ad essere complesso è indistinguibile tra gli usi civili e quelli militari.
L'uranio fu ufficialmente scoperto nel 1789 (gli fu dato il nome del pianeta Urano), isolato nel 1841 e infine usato per la prima volta, nell'industria del vetro, nel 1850. La radioattività fu scoperta solo successivamente, nel 1896.

Nonostante oltre il 66% (delle 56 mila tonnellate estratte nel 2014) dell'uranio sia estratto in tre paesi del mondo  (Kazakistan, Canada e Australia) il 15% dell'uranio che viene estratto in Africa (Niger, Namibia, Sudafrica, Malawi) risulta essere particolarmente ambito per due ragioni: il basso costo della manodopera, la facilità di acquistare concessioni per la ricerca mineraria e il consumo quasi assente nel continente (solo il Sudafrica ha due reattori nucleari in funzione).
Oltre ai paesi indicati vi sono altri paesi in cui si estrae, si è estratto o si estrarrà l'uranio in Africa. Tra di essi l'Algeria, il Botswana, la Repubblica Democratica del Congo (dove peraltro avviene l'estrazione della maggior parte dell'uranio illecito), il Gabon (dove le estrazioni sono termine nel 1999 dopo oltre 40 anni), la Guinea Equatoriale, il Mali, la Mauritania, il Marocco, la Nigeria, la Tanzania, lo Zambia e lo Zimbabwe.

A dispetto di una produzione attuale del 15%, in Africa vi il 21% delle riserve di uranio riconosciute del pianeta e ovunque si scava.

Naturalmente a beneficiare delle ricchezze del sottosuolo africano sono per ora le grandi multinazionali minerarie, che per quanto riguardano l'uranio vedono primeggiare la francese Somair e la Cominak (in Niger, per oltre il 60% di proprietà della francese Areva), l'australiana Paladin (in Namibia, Malawi e Niger) e l'anglo-australiana Rio Tinto (Namibia), che rappresenta il terzo gruppo minerario al mondo. Del resto a spartirsi il colossale business dell'uranio del mondo sono una decina di compagnie minerarie.

Il problema è chiaramente l'impatto delle miniere di uranio sull'ambiente e sulle popolazioni locali che vengono impegnate nell'estrazione. E' una manodopera a basso costo che raramente ha consapevolezza della realtà. Le miniere di uranio richiedono grandi movimentazioni di terreno e l'impatto sull'ambiente (anche quelle dismesse) e sulle acque sotterranee (dove l'acqua supera di molto i livelli massimi ammessi) è assolutamente devastante.
Vi invito, se avete voglia a guardare questo documentario di Marta Conde Namibia's Uranium Rush, che affronta proprio il tema degli effetti sulle popolazioni della miniera Rossing in Namibia di proprietà della Rio Tinto.

Nonostante le denunce di alcune organizzazioni internazionali l'estrazione e la ricerca mineraria continua a marciare con grande velocità, senza che le enormi ricchezze di alcuni sottosuoli africani si traducano in un reale beneficio delle popolazioni locali. E' inutile sottolineare che, come peraltro avviene per molte altre materie prime, a beneficiare dei vantaggi economici siano i paesi ad alto reddito, mentre a pagare le conseguenze (ambientali, sanitarie e sociali) siano i paesi a basso reddito.
E' un altro caro prezzo che l'Africa paga per le nostre necessità.

Per approfondimenti, World Nuclear Association

giovedì 17 settembre 2015

Ancora in Burkina Faso

E' avvenuto ancora. Dal 5 agosto 1960, quando l'Alto Volta, denominato poi Burkina Faso da Thomas Sankara negli anni '80, raggiunse l'indipendenza dalla Francia ad oggi, vi sono stati 8 colpi di stato. L'ultimo è avvenuto l'altro ieri, quando i militari, a poco meno di un mese dalle elezioni (schedulate per l'11 ottobre) hanno deposto e messo agli arresti il Presidente Michel Kafando, un diplomatico di grande carisma nel paese e il primo ministro Isaac Zida, un militare.
La guardia militare ed in particolare il Reggimento della Sicurezza Presidenziale è alla guida del nuovo governo, che sicuramente interromperà il processo democratico.
Il Burkina Faso era uscito, da meno di un anno (31 ottobre 2014), attraverso un golpe, da oltre 27 anni di dittatura. Una dittatura che aveva avuto inizio quel drammatico 15 ottobre 1987, quando fu ucciso Thomas Sankara. L'amico fraterno che lo tradì, Blaise Campaorè guidò poi il paese, con il pugno di ferro, fino allo scorso anno quando fu deposto (ora si gode un tranquillo esilio in Costa d'Avorio) dai militari e dalle pressioni della popolazione, che forse troppo tardivamente, aveva provato a prendere in mano le sorti del paese.

Il Burkina Faso - paese piccolo e povero - negli ultimi posti nelle classifiche mondiali per quanto attiene lo Sviluppo Umano e ai parametri di affidabilità e tenuta delle istituzioni democratiche, ha una posizione strategica nel contesto africano all'interno dell'asse che dal nord-ovest della Nigeria passa verso il Mali e verso la Libia. Un punto di passaggio delle forze fondamentaliste islamiche che dalla  Nigeria si spingono verso il Mediterraneo.

Dal golpe (da più parti si sospetta un legame con l'ex Presidente Campaorè) la situazione resta molto tesa. Vi sono stati scontri in piazza, non solo nella capitale Ouagadougou (dove si svolge in più grande Festival del cinema africano, il Fespaco, la cui ultima edizione si svolta a marzo) ma, anche a Bobo Dioulasso e Bafora. Ci sono feriti e si contano i primo morti.

Sebbene le notizie dal paese e le intenzioni dei golpisti siano ancora scarse e non note, e' evidente che il processo democratico, che molti speravano avesse inizio con le elezioni dell'11 ottobre è rimandato a data da destinarsi.

Vi era inoltre la speranza che il nuovo processo aprisse le porte ad una concreta ricerca di verità (e giustizia) sulla morte di Thomas Sankara. Speranza che  forse rischia, ancora una volta, di finire tra le pieghe nascoste di un paese che dal 1987 non ha più saputo far rivivere quelle "idee che non muoiono mai". 



venerdì 4 settembre 2015

Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi

L'idea è nata in modo semplice. Così la spiega Andrea Segre sul Manifesto. Come spesso accade per le cose semplici la sua forza può essere dirompente. Siamo noi a deciderlo, partecipando.

LA MARCIA DELLE DONNE E DEGLI UOMINI SCALZI 
Da tempo diciamo che si deve cambiare. Il sistema attuale favorisce solo i trafficanti di uomini che negli ultimi anni si sono arricchiti come solo droga e armi erano capaci di fare. Si sono arricchiti sulla pelle delle persone, quelle che appunto si spogliano e scappano, a piedi nudi. Quelli che abbandonano tutto conoscendo bene la miseria, la disperazione o la violenza da cui fuggono e andando incontro solo alla speranza che le cose possano essere diverse.

Marciare a piedi nudi a Lido di Venezia, la mia città, durante la Mostra del Cinema, è un modo per richiamare chi oggi è in grado di decidere ad assumersi le sue responsabilità ed ad imprimere una vera svolta nelle politiche migratorie europee. Significa provare a cercare un palcoscenico internazionale, dell'arte e della bellezza, per sollecitare risposte ed azioni urgenti.

Certo nei quattro punti - che rispondono giustamente all'emergenza di oggi - manca qualcosa che richiami ad un maggiore impegno, possibile, verso lo sviluppo, la prevenzione dei conflitti e delle catastrofi naturali, le pressioni verso le parti in lotta e i meccanismi capaci di rendere possibile e migliore la vita nelle proprie case e nelle proprie terre a quelli che oggi dalle stesse fuggono.

Purtroppo - e la cosa mi dispiace proprio tanto - non potrò partecipare alla marcia, ma invito tutti a farlo o a organizzare una marcia nella propria città. facciamo sentire, con 

Queste le informazioni sintetiche sulla Marcia:

Venerdì 11 settembre lanciamo da Venezia la Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi. In centinaia cammineremo scalzi fino al cuore della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica. Ma invitiamo tutti ad organizzarne in altre città d'Italia e d'Europa.
Per chiedere con forza i primi tre necessari cambiamenti delle politiche migratorie europee e globali:
1. certezza di corridoi umanitari sicuri per vittime di guerre, catastrofi e dittature
2. accoglienza degna e rispettosa per tutti
3. chiusura e smantellamento di tutti i luoghi di concentrazione e detenzione dei migranti
4. creare un vero sistema unico di asilo in Europa superando il regolamento di Dublino
Perché la storia appartenga alle donne e agli uomini scalzi e al nostro camminare insieme.
L'appuntamento è Venerdì 11 settembre alle 17.00 a Lido S.M.Elisabetta.
Se qualcuno decide di organizzare altre manifestazioni di donne e uomini scalzi lo stesso giorno in altre città ce lo comunichi a: donneuominiscalzi@gmail.com
Questo è il sito dove aderire.

Sancara nel passato, anche recente, ha pubblicato alcune riflessioni in materia di migrazioni, eccole per chi avesse voglia di leggerle.

- Immigrazione e ipocrisie - 7 aprile 2011
- Ora basta! La colpa è nostra - 3 ottobre 2013
- Pagare per tenerli lontani - 25 giugno 2015


mercoledì 2 settembre 2015

Burundi, sempre più vicino al baratro

Dal Burundi arrivano sempre poche e scarne notizie. Il piccolo paese della regione dei Grandi Laghi vive una situazione di grande difficoltà sociale ed economica. La crisi democratica, che ha portato il paese vicino alla guerra civile, ha avuto inizio ad aprile (Sancara aveva dato notizia), quando il presidente in carica, l'ex guerrigliero hutu, Pierre Nkurunziza ha annunciato la sua volontà di ricandidarsi per un terzo mandato ignorando la costituzione che pone il limite a due i mandati.

La gente è scesa in piazza a protestare, in particolare nella capitale Bunjumbura ed immediata è scattata la repressione della polizia e dell'esercito. Da allora la situazione si è evoluta in senso negativo: il 13 maggio vi è stato un tentato colpo di stato, a giugno si sono svolte le lezioni politiche (che hanno dato ampia maggioranza al partito del Presidente) e il 21 luglio Nkurunziza è stato rieletto con quasi il 70% dei voti. Le elezioni, a detta degli osservatori internazionali, sono state una farsa. L'Unione Africa come quella Europea, non hanno riconosciuto il risultato elettorale.

Il secondo votato alle elezioni (quasi 20%), Agathon Rwasa, leader del FNL (altra forza Hutu che aveva giurato guerra al regime di Nkurunziza) ha stretto un'allenza di governo (accettando la carica di vice-presidente del Parlamento) che ha inasprito ancora di più gli animi. 

Agli inizi di agosto è stato ucciso il generale Adolphe Nshimirimana, capo dei servizi segreti e autore delle repressioni nei confronti dei manifestanti, ritenuto il più stretto collaboratore di Nkurunziza nonchè il secondo uomo con più potere nel paese, dopo il Presidente

Purtroppo, come spesso succede in Africa, le tensioni politiche si trasformano immediatamente in crisi umanitarie, da aprile sono oltre 100 i morti e quasi 160 mila le persone in fuga verso la Tanzania.

Il Burundi, oltre ad avere una posizione strategica in un contesto geopolitico delicato e sempre sull'orlo del baratro, vive una profonda crisi economica. L'80% della popolazione (poco più di 10 milioni) è sulla soglia della povertà. L'agricoltura e la pastorizia, non bastano più a sopravvivere e la fascia giovanile della popolazione, imponente come numero, chiede democrazia, lavoro e redistribuzione del reddito.
In un paese che è stato soggetto nel corso della sua breve storia a numerosi colpi di stato (l'ultimo nel 1996), a contrasti etnici sanguinosi (il più importante nel 1972, quando morirono oltre 400 mila persone) e a guerre civili logoranti (l'ultima dal 1993 al 2004), non vi è assolutamente bisogno di nuove tensioni.
I fragili accordi di Arusha e il cessate il fuoco del 2003, rischiano di essere compromessi e di gettare nuovamente il paese nel caos.

Mentre accade tutto ciò in Burundi, quasi in sordina, il padiglione del Burundi all'EXPO di Milano attrae visitatori e consolida accordi commerciali. A luglio si è perfino celebrato la Festa nazionale del Burundi, tra poche proteste e qualche timido imbarazzo. Nelle stesse ore, nei palazzi della diplomazia europea e mondiale, nella più classica delle schizofrenie politiche, si valuta la possibilità di sottoporre il Burundi ad embargo commerciale, proprio per violazione delle regole democratiche.

Purtroppo è proprio dalla mancanza di coerenza (quasi sempre voluta) all'interno delle azioni diplomatiche che nascono i problemi. Proporre azioni internazionali di embargo e allo stesso tempo festeggiare un paese, significa legittimare una classe politica e/o i dittatori di turno, i quali si guardano bene dal recedere dalle loro azioni. E' un pò come invocare lo stop alle guerre e al tempo stesso proporre la vendita di armi. Entrambe appartengono a quelle azioni che contribuiscono a rendere il nostro pianeta meno sicuro.