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sabato 2 ottobre 2021

Una speranza che arriva dall'Africa

Abbiamo distrutto il nostro Pianeta. Su questo credo sia molto difficile sostenere il contrario. Gli effetti sulla vita quotidiana, che alcuni decenni fa, sembravano a lunga scadenza, probabilmente consegnati irresponsabilmente alle future generazioni, sono oggi evidenti e minacciano seriamente la vita di milioni di individui.

Potremmo discutere a lungo, sulle responsabilità, politiche, economiche e scientifiche che hanno prodotto questo disastro ma, al netto di assolvere (pochi) e condannare (molti) non ci porterebbe molto lontano. Hanno ragione le giovani generazioni, il tempo del blah blah, è finito.

Tra gli attivisti che oggi stanno provando ad incidere sulle scelte che si faranno, oggi, non tra un secolo, vi è una giovanissima ragazza ugandese, Vanessa Nakate.

Vanessa, 25 anni a breve, è nata a Kampala, figlia di politico locale, si è laureata in Economia Aziendale alla Mekerere University Business School di Kampala (Università pubblica ugandese) ha abbracciato le cause dell'ambientalismo e dei Fridays For Future nel 2019. Quest'ultimo fatto e la lenta sua ascesa tra i giovani leaders mondiali del movimento dovrebbe farci comprendere la forza e l'universalità di questo movimento, da molti rilegato, con la solita supponenza dei "grandi", a gioco di ragazzini.

E il suo inizio è stato quello che oramai ci siamo abituati a vedere. Scesa in strada una domenica, davanti al Parlamento ugandese, assieme ai suoi fratelli, con dei cartelli inneggianti l'ambiente, quasi in solitudine, in breve tempo dopo aver partecipato a tutti i Fridays for Future, ha fondato Fridays for Future Africa.

L'Africa, come lei stessa ha affermato, "è responsabile solo del 3% delle emissioni di anidride carbonica, ma subisce molto di più le conseguenze".

In poco tempo la sua voce e la conseguente ascesa nel movimento, attivano molti giovani africani, da troppo tempo lasciati ai margini delle decisioni e fino oggi incapaci di far sentire il proprio peso (in Africa, ricordiamolo, vi sono le nazioni con il più alto numero di giovani e giovanissimi).

Ma Vanessa ha saputo imporsi anche grazie alla sua determinazione. Per lei giovane, africana e nera, le difficoltà sono molte di più. E quanto a gennaio 2021, durante il World Economic Forum di Davos, le agenzie di stanza tagliarono il suo volto dalla foto delle cinque attiviste (oltre a lei, le svedesi Greta Thunberg e Isabelle Axelsson, la tedesca Luisa Naubauer e la svizzera Loukina Tille), non si è persa d'animo e grazie ai social (Facebook e Twitter) ha saputo reagire e attaccare a suo modo al motto "Now is the time to listen the the Africa voices!". L'offesa non era verso di lei, ma verso tutto il continente! Grande Vanessa!


Non ci sono dubbi, il futuro del nostro Pianeta è nelle loro mani. Lo scetticismo rispetto ai potenti della Terra è assolutamente condivisibile e sottoscrivibile in ogni parte. Oltre 40 anni di costosissime conferenze, di obiettivi puntualmente disattesi di e idee per il futuro, senza intervenire minimamente alla radice delle cause che stanno alla base del disastro, non possono essere più tollerare. Permettere che le grandi nazioni, ad esempio, possano acquistare dai Paesi poveri le loro quote di emissione di gas nell'ambiente (in modo da non intervenire sui processi produttivi dei ricchi), è qualcosa che grida vendetta da qualsiasi parte lo si osservi! E' il frutto del fallimento di una generazione (la nostra e quella prima di noi) che ha pensato esclusivamente a propri interessi, consegnando al futuro, un mondo dove vivere (naturalmente, per ora, non nella nostra parte) è diventato sempre più difficile se non impossibile.

Ascoltando Vanessa, leggendo i suoi interventi, osservando la passione e l'amore per un'intero continente, non può che tornarmi alla mente, le analoghe passioni di tanti leaders africani del passato, tra cui colui al quale ho dedicato questo blog, Thomas Sankara, il cui pensiero era sempre dedicato al suo popolo, alla sua Africa. A loro fu tappata la bocca sul nascere e per sempre. Oggi tenteranno in tutti i modi, sicuramente con altri mezzi, di fare altrettanto. 



martedì 17 agosto 2021

Due nuovi siti Patrimonio dell'Umanità in Africa

Si è recentemente concluso in Cina l'annuale Assemblea (la 44° per la precisione) del Comitato per i Siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. Quest'anno (lo scorso anno il meeting era stato sospeso a causa della pandemia), sono state analizzate le proposte di iscrizione del 2020 e del 2021.

Quest'anno sono stati inscritti complessivamente (2020-2021) 34 nuovi siti. Di cui 29 culturali e 5 naturali. Inoltre sono state fatte delle modifiche territoriali importanti a 4 siti già presenti della lista (in genere estensioni del territorio protetto).

Complessivamente  - a partire dalla storica sottoscrizione della Convenzione (1972) e della prima lista (1978)- sono 1234 i siti Patrimonio dell'Umanità nel Mondo, appartenenti a 167 Paesi.

L'Africa - rappresentata con 147 siti in 35 Paesi - ha visto due nuove iscrizioni (una nell'area culturale e l'altra nell'area naturalistica) alla lista. 

Essi sono:

- Le moschee in stile sudanese del nord della Costa d'Avorio - ovvero 8 strutture risalenti al XIV Secolo nella città di Djennè, quando era parte dell'Impero del Mali. Rappresentano un'importante testimonianza della rotta commerciale trans-sahariana.



- Il Parco Naturale di Ivindo nel Gabon - un'area di circa 300 mila ettari, diventato Parco nel 2002 e  caratterizzato da foresta pluviale, fiumi (l'omonimo) e lagune, che ospita specie in pericolo, tra cui coccodrilli, elefanti, gorilla.





Gli approfondimenti sui Patrimoni dell'Umanità africani sono disponibili nella pagina dedicata di Sancara.


mercoledì 21 luglio 2021

Capo Delgado, il disastro ancora prima di iniziare

Commentando i fatti che portarono il 4 ottobre 1992 alla storica firma degli accordi di pace in Mozambico nel 2011, a quasi 20 anni dall'accordo mediato a Roma dalla Comunità di Sant'Egidio, ebbi modo di scrivere come "l'assenza di risorse interne da sfruttare (contrariamente all'Angola) e con cui continuare a pagarsi la guerra, ha favorito la distensione e la pace. Una pace indicata spesso come modello che ha consentito una stabilità politica e che fanno oggi, del Mozambico, un Paese povero, ma in costante crescita.

Oggi, 10 anni dopo, quelle parole hanno un valore diverso.

immagine tratta dalla rete
Nell'estremo nord-est del Mozambico, in una provincia chiamata Capo Delgado (che il 25 settembre 1964 fu la base di partenza del Frelimo per la guerra contro i portoghesi), al confine con la Tanzania, nel 2010 e nel 2013 sono stati scoperti grandi giacimenti di gas naturale e per il Paese sono iniziati i problemi. Si tratta di oltre 5 mila miliardi di metri cubi di gas, tra le prime dieci riserve del mondo. Quella che alcuni storici chiamano la "maledizione delle materie prime" si è abbattuta pesantemente sul Mozambico e sulla sua popolazione. Una popolazione composta principalmente da agricoltori, pescatori e qualche minatore (perchè nell'area vi sono anche dei giacimenti di pietre preziose e minerali, soprattutto rubini e grafite), da sempre economicamente arretrata. 

I progetti per estrazione (si parla di un affare da 150 miliardi di euro, ovvero otto volte il PIL dell'intero Paese, con un investimento di 20) sono affidati principalmente alla francese Total (in compagnia anche con l'italiana ENI e l'americana Exxon). Il debito pubblico creato dallo stato mozambicano per sostenere l'estrazione, i danni ambientali annunciati (su questo si vedano i rapporti di Friends of teh Earth) e l'effetto devastante sulle popolazioni hanno, in pochi anni, generato violenze e conflitti che, ancora prima dell'inizio delle estrazioni vere e proprie (previste tra il 2022 e il 2023), hanno finito per destabilizzare il Paese.

A partire dal 2017 è in corso un'insurrezione armata determinata dalla marginalizzazione socio-economica e dall'esclusione della comunità locale che si è vista lentamente sfilare qualsiasi beneficio dallo sfruttamento delle risorse e che ha visto l'immediata infiltrazione da parte di forze di movimenti jihadisti (sia locali che internazionali) che hanno cavalcato il malcontento popolare e fomentato la rivolta. Certo le responsabilità non sono solo all'esterno.

Le popolazioni locali - in realtà intere comunità - utilizzavano i terreni statali per la loro economia di sussistenza. Sono state letteralmente sfrattate con la forza dallo Stato per concedere i terreni a società private per la ricerca dei rubini. Gli attivisti sostengono che il governo abbiano venduto le ricchezze agli stranieri e escludendo le popolazioni locali e questo, ancor più dell'islamismo radicale, è la causa principale degli scontri. Il reclutamento di molti giovani alla causa radicale è solo il frutto di scellerate scelte del governo mozambicano.

Certo è, che dall'ottobre 2017 sono oltre 2000 le vittime e soprattutto quasi un milione gli sfollati interni, tra cui quasi 400 mila bambini, costretti a fuggire a causa degli scontri che vedono i militari del governo (assistiti da Portogallo, del Ruanda e degli Stati Uniti e con l'arrivo massiccio di mercenari) difendere le multinazionali del petrolio contro gli attacchi dei gruppi armati, tutto a discapito della popolazione.

La presenza ruandese è il frutto dell'intervento diretto della Francia a difesa della propria multinazionale Total, che alla presenza del Presidente Macron ha fatto siglare ai due Paesi un "memorandum di intesa" con lo scopo di proteggere i siti più che la popolazione!

I "ribelli" controllano alcune città tra cui Mocimboa de Praia e minacciano Muenda e Palma con continui attacchi. Le operazioni militari hanno costretto la Total a ridurre gli effettivi dalla base operativa posta ad Afungi e rallentare il progetto. Inoltre - poiché il business è grande e non si vuole perdere - minacciano di trasferire parte delle attività in territorio tanzaniano. 

Come sempre le questioni, lì dove lo Stato è assente e le popolazioni abbandonate al loro destino, sono più complesse. Poco si parla del fatto che centinaia di chilometri di costa abbandonate e incontrollate erano diventate negli anni anche luogo di transito di ogni sorta di illegalità proveniente dall'Oriente (eroina, persone, fauna selvatica, legname e preziosi). Al punto tale che alcuni osservatori internazionali sostengono che l'intervento delle milizie islamiche sia più teso a mantenere una zona franca per i traffici illegali che qualsiasi altra ipotesi.

Ancora una volta assistiamo al ripetersi di situazioni che, anche grazie ad una buona dose di disinformazione e strategie occulte organizzate dai governi (non solo africani, sia chiaro) incanalano questi fenomeni su strade diverse dalla realtà. Lentamente essi producono quesi disastri che oramai il mondo ci consegna ai nostri occhi quotidianamente.

Dietro scelte politiche discutibili e a questioni economiche di privilegio, si vogliono mettere in luce vantaggi per le popolazioni inesistenti. Gli interessi delle multinazionali - economici e per nulla curanti dei luoghi in cui intervengono - vengono difesi dagli Stati stranieri (magari con l'aiuto di qualche complice locale) sbandierando, oggi, il terrore dell'islamismo radicale. In funzione di questo presunto pericolo si giustifica ogni sorta di ingerenza e di intervento teso, naturalmente, a proteggere le popolazioni. Affermazione che trova sempre in qualche modo il consenso.

Non volendo (o non potendo per superiori ragioni economiche) vedere il nemico per quello che è, si tollerano situazioni di anarchia che - attraverso l'illegalità - arricchiscono criminali del mondo intero. Siano le droghe, siano le armi, siano gli esseri umani, sia il gas o il petrolio o qualsiasi altra "merce" il business continua. Che sia in Libia, che sia in Somalia, che sia in Ucraina, che sia in Afghanistan o in Iraq, non importa. Lo show deve continuare e soprattutto l'illusione di voler combattere i criminali deve sempre essere presente.

Nel mezzo le popolazioni civili pagano un prezzo altissimo e, volendo essere spregiudicati, necessitano dell'assistenza delle organizzazioni internazionali - pubbliche e private - costringendo i governi del mondo a spendere importanti somme di denaro e alimentando il grande teatro della carità mondiale. Perfino l'intervento umanitario è (spesso) inconsapevolmente coinvolto in questo circo che non lascia scampo a chi, contrariamente a noi, ha avuto la sfortuna di nascere in quei luoghi.

Per la cronaca, proprio di fronte alla costa di Capo Delgado, si trova l'arcipelago delle Quirimbas, una trentina di isole ritenute, per la qualità delle acque, per la ricchezza della fauna e per lo stato ancora incontaminato, un paradiso in terra, diventate nel 2002 una riserva naturale. 


Ringrazio l'amico Helton Dias per le chiacchierate sul suo Paese che mi hanno aiutato a comprendere meglio la complessità.


Le immagini sono tutte tratte dalla rete



mercoledì 24 febbraio 2021

La Repubblica Democratica del Congo, per meglio comprendere

Quella che oggi conosciamo come Repubblica Democratica del Congo, balzata improvvisamente alle cronache per l'omicidio del nostro Ambasciatore (assieme al carabiniere di scorta e all'autista) si chiamava un tempo Zaire e prima ancora Congo Belga. In realtà prima di essere una colonia belga lo Stato Libero del Congo fu una proprietà, diretta e privata, di re Leopoldo II di Belgio. Leopoldo fu definito da uno storico britannico come "un Attila in vesti moderne". Governò il paese, tra il 1885 e il 1908, (quanto un anno prima di morire dovette cedere il Congo alla corona) nel terrore, reprimendo la popolazione locale nel peggiore dei modi. Il Paese fu depredato di quei beni che allora facevano la ricchezza : l'avorio e il caucciù. La mancanza totale del rispetto delle tradizioni, le violenza e lo sprezzo per la vita "nera" furono il centro della politica di Leopoldo.

Si deve a lui, e ai suoi uomini, quella pratica, poi tristemente adottata in ogni parte del continente, di amputare le mani con il macete a chi non lavorava o si ribellava. Così come erano diffuse ogni sorta di violenza, soprattutto nei confronti delle donne e la pratica della schiavitù. Sempre secondo gli storici trovarono la morte nei 20 anni di terrore un numero molto vicino ai 10 milioni di congolesi su una popolazione di 25 milioni. Leopoldo fu costretto a cedere la colonia proprio per le accuse di atrocità internazionali. Nonostante i numeri quello del Congo non è mai stato considerato un genocidio.
L'attuale capitale, Kinshasa, fino al 1966 e dalla sua fondazione avvenuta nel 1881 portava il nome di Leopoldville (a dimostrazione del fatto che il Belgio mai si dissociò dagli orrendi crimini avvenuti in quel Paese).
Il Belgio resse la colonia per altri 50 anni, dal 1908 al 1960. Anni in cui Leopoldville diventò una città culturalmente molto attiva (competeva con la sua "dirimpettaia", Brezzaville, separate dal fiume Congo, il titolo di capitale africana della rumba). Anni in cui tra le due guerre, fu fortemente potenziata l'attività estrattiva nel Paese. Dalle miniere di uranio di Shinkolobwe proveniva il minerale usato per le bombe di Hiroschima e Nagasaki. Il Paese è ritenuto uno scandalo geologico, nel suo sottosuolo si trova di tutto: oro, diamanti, smeraldi, petrolio, uranio, manganese, cobalto, rame e tantalio. Insomma tutto quello che il nostro Pianeta ha bisogno per ogni sorte di tecnologia.

Negli anni '50 emerse un giovane leader, Patrick Lumumba, visionario e panafricanista. Un leader che poteva cambiare, se gli fosse stato concesso, le sorti dell'intero continente. Portò il Paese all'indipendenza il 30 giugno 1960
Ma si trattava di un'indipendenza effimera. Le potenti compagnie minerarie sarebbero restate saldamente nelle mani dei Belgi e quando solo pochi giorni dopo Lumumba nazionalizzò l'esercito ed era pronto a nazionalizzare le risorse, lo Stato minerario del Katanga (con l'aiuto dei parà del Belgio e di mercenari da ogni parte del mondo, Italia compresa) dichiarò la secessione. La storia si sintetizza in poco: Lumumba venne ucciso dai belgi con il benestare della CIA nel gennaio 1961, una sanguinosa guerra civile si combattè tra il 1960 e il 1963 (l'intervento delle Nazioni Unite costerà la vita al Segretario Generale Hammarskjold) e a guidare il Paese giunse nel 1965 Joseph Desirè Mobuto (poi divenuto Mubutu Sese Seko), uomo gradito all' Occidente e agli Americani, baluardo anti-comunista in Africa che regnò (dal 1972 si auto-incoronò Imperatore) e uomo delle tangenti (generose delle compagnie minerarie americane, francesi, sudafricane e belghe) tanto che nel 1984 il suo patrimonio era stimato in 5 miliardi di dollari (alla sua morte le banche svizzere avevano i forzieri pieni dei suoi soldi - solo 8 milioni di franchi furono confiscati alla sua famiglia). Morì nel 1997 in Marocco pochi mesi dopo essere stato deposto da Laurent Desirè Kabila - storico rivale che Che Guevara quando assieme ad alcuni militari cubani era giunto in Zaire per addestrare i congolesi alla rivoluzione aveva definito "un arrivista senza ideali".
Nel frattempo la situazione era - se possibile - ancor più degenerata. A seguito del genocidio del Ruanda del 1994, il confine tra i due Paesi (zona dove è stato ucciso l'ambasciatore italiano con il suo carabiniere di scorta e l'autista) si riversarono prima i profughi in fuga dalla carneficina e poi gli stessi carnefici.
Kabila fu poi ucciso nel 2001 lasciando il paese al figlio Joseph che ne è stato Presidente fino al 2019.


Dall'inizio degli anni '90 ad oggi la Repubblica Democratica del Congo è teatro di una guerra senza soluzioni. Si parla di oltre 160 diversi gruppi armati, disposti a tutto, che mettono a ferro e fuoco l'intero Paese. Uomini che si arricchiscono sfruttando fino alla morte bambini, uomini e donne (i bambini vengono legati a testa in giù nei piccoli pozzi estrattivi e costretti a scavare a mano, spesso vengono tirati su già morti) e che usano lo stupro come arma di guerra (si parla di 500 mila stupri all'anno) ed è contemporaneamente un modo per imporre il terrore e per sottolineare il fatto che la vita, qui, non conta nulla. Armati fino ai denti (spesso gli scambi di minerali avvengono in cambio di armi di ogni genere). Mentre in questo inferno tutto è possibile, le estrazioni dei suoi minerali dal sottosuolo continua con grande continuità, assicurando il fabbisogno dei Paesi ricchi, che in cambio chiudono entrambi gli occhi.



Di Sancara su tutte queste vicende potete leggere:

Articoli:

Personaggi:
- Patrick Lumumba

Date storiche:
- 17 gennaio 1961 - Assassinato Patrick Lumumba
- 18 settembre 1961 - La morte di Dag Hammarskjold
- 30 ottobre 1974 - The Rumble of Jungle
- 6 aprile 1994 - Scoppia l'inferno in Ruanda

Libri e film:







lunedì 22 febbraio 2021

Nella Repubblica Democratica del Congo, non tutti i morti valgono uguali

Purtroppo si parla della Repubblica Democratica del Congo (un tempo conosciuto come Zaire) solo quando la cronica ci restituisce l'omicidio di nostri connazionali. Desta ancora più perplessità (e personalmente profonda indignazione) lo stupore della politica e della nostra comunità. Da quasi tre decenni nella Repubblica Democratica del Congo ed in particolare la zona del Kivu si combatte quella che molti definiscono la "Guerra Mondiale Africana". Siamo in una terra che per ricchezza del sottosuolo veniva definita uno scandalo geologico. In virtù della nostra necessità di attingere a quelle preziose risorse, utili per le nostre economia, abbiamo tollerato tutto. Oltre 5 milioni di morti a partire dal 1994 - quando a complicare una situazione già ai limiti - si riversano nell'area milioni di profughi provenienti dal Ruanda e dopo di loro i carnefici di quell'orrenda e ignobile pagina della storia.  in questa terra martoriata e dimenticata. Donne stuprate come arma di guerra da mostri umani, gli stessi che favoriscono quando non sono i diretti venditori la vendita di tutto quello di cui abbiamo bisogno. Nel Kivu si combatte senza sosta, a riflettori spenti.

Spenti per il mondo intero, per le telecamere e per le penne dei grandi media, non certamente per quali come Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo (nella foto), che non si sono voltati dall'altra parte e svolgevano, con grande impegno la loro opera in quei contesti, mettendo, come purtroppo è successo perfino la loro vita in gioco. 

Ancora una volta dobbiamo essere onesti. Quello che succede nel Kivu ha delle precise responsabilità e non può continuare a lasciare indifferenti. Del resto nel nostro Pianeta le situazioni di guerra franca, ignorate e dimenticate, crescono. Somalia, Siria, Libia, Yemen, Iraq, Congo e Afghanistan, tanto per citare quelle situazioni più note e conosciute, sono diventate, per differenti ragioni, croniche malattie del nostro mondo sempre più fragile e ingiusto.

Ancora una volta il sacrificio di questi uomini accenderà i riflettori sulle cause e sulle dinamiche si queste situazioni per poi lentamente, così come è sempre avvenuto, spegnersi per tornare in quell'oblio, molto comodo all'economia mondiale. 

I denari sporchi (insanguinati si chiamavano una volta) raccolti in questi luoghi alimentano quell'enorme traffico di illegalità che cresce nel Mondo e che sempre più chiaramente tende ad alimentare il caso, dove la legge del più forte e la paura dominano.




lunedì 15 febbraio 2021

L'economista nigeriana alla guida del WTO

La Nigeria, settimo Paese più popoloso al mondo con oltre 200 milioni di abitanti, è una nazione controversa. Tra i primi dieci produttori al mondo di petrolio è anche uno dei Paesi con il maggior tasso di corruzione e ingiustizia sociale. E' il Paese conosciuto, purtroppo, nel mondo più per la sua mafia e per le migliaia di prostitute che affollano la strade delle nostre città che per la sua arte e per la sua cultura. Unico Paese africano che può vantare un Premio Nobel per la Letteratura con uno scrittore di pelle nera.

Un Paese dove vi sono enormi tensioni sociali, dove vivono gruppi criminali che non esitano a mettere, letteralmente a fuoco e fiamme, interi villaggi. Dove uno dei più bei ambienti naturali del Pianeta, il Delta del Niger, è stato letteralmente devastato dall'ingordigia umana.

Insomma un concentrato di contraddizioni, tra misera estrema e ricchezza infinita, dove ancora oggi il ruolo della donna è molto marginale in gran parte della società. Appunto, in gran parte della società, perchè invece proprio una donna è stata nominate al vertice (Direttrice Generale) della potente Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), organizzazione nata nel 1995 (alla fine dei negoziati tra i paesi aderenti al GATT denominati Uruguay Round) per supervisionare agli accordi economici internazionali, quanto mai importanti in questa epoca di incertezza e di caos generati dalla pandemia di Covid. 

Prima donna in assoluto, prima donna africana, prima donna di pelle nera a guidare il WTO.


Si tratta di Ngozi Okonjo-Iweala, 66 anni, ex Ministro delle Finanze, economista che ha lavorato per oltre 20 anni alla Banca Mondiale. Figlia di reali (il padre era Obi della famiglia Obahai) e accademici che si erano formati in Europa, visse in prima persona il dramma della Guerra del Biafra (essendo originaria del Delta). Dopo la guerra nel 1973, a 19 anni, si trasferì negli Stati Uniti dove studiò economia ad Harvard e al MIT. Lavorò fino al 2003 alla Banca Mondiale, quando fu nominata Ministro delle Finanze (2003-2006 e 2011-2015) e brevemente degli Esteri (2006). Dal 2019 è cittadina americana e per questo il più grande sponsor della sua nomina sono stati proprio gli Stati Uniti.

Ecco la storia di questa donna - dalle indubbie capacità sia chiaro - ci racconta ancora una volta quanto in Africa, ancora più che altrove, la famiglia in cui nasci conta e determina la tua esistenza e quella dei tuoi figli. 

Insomma il mondo intero plaude per questa importante nomina, perchè coinvolge una donna e soprattutto una donna africana. Poi certo come sempre non tutto quel che luccica è oro. La Banca Mondiale ha pesanti responsabilità sulla situazione dell'Africa (del passato e attuale), il governo nigeriano non ha certo brillato negli ultimi decenni per quanto riguarda la gestione delle ricche finanze derivanti dal petrolio (che non hanno minimamente inciso sullo sviluppo e sulla povertà del Paese) e certamente gli americani non sono privi di responsabilità (ieri come oggi) delle condizioni del continente nero.

L'oro che vediamo in questa nomina forse sbiadisce un poco.

domenica 3 gennaio 2021

Donne al potere

Si chiude il 2020, un anno difficile che sicuramente sarà ricordato nella storia dell'Umanità. Si chiude ancora un anno dove le disparità di genere restano alte e nella politica, quella che conta, si evidenziano, se è possibile, ancora di più. Solo il 15,5% dei Paesi del mondo è guidato (come Capo di Stato o Capo di Governo) da una donna e solo il 9,7% dei leaders (ovvero dei 337, tra capo di stato e di governo in carica al 31 dicembre 2020) del Pianeta sono donne. Sono infatti 30 i Paesi del mondo guidati da una donna (su 193 Paesi indipendenti) e solo 3 sono affidati completamente (ovvero con capo di Stato e di Governo) alle donne: Barbados, Danimarca e Nuova Zelanda.

Numeri preoccupanti, in un panorama in cui meno della metà degli Stati del mondo (46,7%) hanno avuto, almeno una volta, una donna al potere. Tra le "assenze" significative vi sono gli Stati Uniti, l'Italia, la Russia, il Giappone, la Cina che si collocano in questa non invidiabile lista assieme a Nigeria, Marocco, Iran, Iraq, Egitto, Cuba, Arabia Saudita e Sudan. 


Per la cronaca nel 2020 solo un Paese del Mondo si è aggiunto alla lista dei Paesi in cui le donne hanno avuto un'opportunità di guidarlo, il Togo, ancora oggi guidato la una Prima Ministra, Victorie Tomegah Dogbè (nella foto).

Sono numeri che esprimono, semmai ce n'era bisogno, la lontananza dalla parità di genere nel nostro Paese e che soprattutto sembrano non modificarsi molto nel tempo (si veda Donne al Potere 2015 su questo blog). Cinque anni fa erano 24 le donne al potere, numeri non molto dissimili a quelli di oggi. 
Ecco nel dettaglio i Paesi del mondo, che al 31 dicembre 2020, erano guidati da almeno una donna:

- Europa (10): Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Islanda, Norvegia, Regno Unito, Serbia, Slovacchia e Svizzera.

- Asia (4): Bangladesh. Nepal, Singapore e Taiwan.

- Africa (4): Etiopia, Gabon, Namibia e Togo.

- Centro-america (4) : Barbados, Grenada, Saint Vincent e Granatine e Trinidad e Tobago.

- Paesi Ex-URSS (4) : Estonia, Georgia, Lituania e Moldavia.

- Oceania (2) : Nuova Zelanda e Tuvalu

- Sud-America (1) : Perù

- Nord-America (1) : Canada

Le donne però vantano due importanti primati tra i leaders di Stato o  di Governo: la Regina Elisabetta II, con i suoi 94 anni, è il Capo di Stato meno giovane del Pianeta ed essendo il carica dal 6 febbraio 1952 è anche il leader del Mondo da più tempo al potere (dietro di lei, al potere dal 1972, vi è la Regina Margherita II di Danimarca). Certo, ancora, poca cosa.

Se parliamo di età, è di 62 anni l'età media dei leaders mondiali, mentre ha 29 anni Alessandro Cardarelli, capitano-reggente di San Marino, più giovane capo di governo del Pianeta.

Ecco di seguito i meno giovani e i più giovani leaders in carica al 31 dicembre 2020:

I "meno-giovani":

- Regina Elisabetta II (Regina del Regno Unito) (94)

- Sir Colville Young (Governatore Generale del Belize) (88)

- Paul Biya (Presidente del Camerun) (87)

- Pranab Mukherjee (Presidente India) (85)

- Re Salman (Re dell'Arabia Saudita) (85)

- Michel Aoun (Presidente del Libano) (85)

- Neville CENAC (Governatore Generale Saint Lucia) (85)

Sono 17 i leaders del mondo ultra-ottantenni.

I più giovani:

- Alessandro Cardarelli (Capitano reggente San Marino) (29)

- Artem Novikov (Primo Ministro Kirgizistan) (33)

- Sebastian Kurz (Cancelliere Austria) (34)

- Mahdi Al-Mashat (Capo di Stato Yemen) (34)

- Sanna Marin (Prima Ministra della Finlandia) (35)

Sono solo 7 i trentenni a capo di stato o di governo.

Ecco infine la classifica dei Capi di Stato e di Governo che da più tempo sono al potere, dove appare evidente che oltre ai reali, sono figure politiche di Paesi i cui i processi democratici risultano assenti o sospesi.

- Regina Elisabetta II (Regina Regno Unito) (1952)

- Regina Margherita II (Regina Danimarca) (1972)

- Re Carlo XVI Gustavo (Re di Svezia) (1973)

- Paul Biya (Primo Ministro/Presidente Camerun) (1975)

- Teodoro Obiang Nguema  (Presidente Guinea Equatoriale) (1979)

- Ayatollah Khamenei (Guida Spirituale Iran) (1981)

- Hassnei Muizzadin Waddaulah (Sultano del Brunei) (1984)

- Hun Sen (Primo Ministro Cambogia) (1985)

- Yoweri Museveni (Presidente Uganda) (1986)

- Re Wswati III (Re di Eswatini) (1986)

Con questo quadro al femminile non certo esaltante, si chiude un anno dove la politica mondiale ha dovuto affrontare (e ancora continua ad affrontare) una delle più importanti sfide dal dopoguerra. Paradossalmente la pandemia da Covid-19 ha distratto il mondo da quasi ogni altra questione. Guerre e tensioni non si sono placcate (semmai in alcune zone sono aumentate), la povertà che già attanagliava quasi un miliardo di cittadini del mondo ha finito con colpire ancora maggiormente gli ultimi del Pianeta. 

I temi dell'ambiente, dello sviluppo, della desertificazione, del clima, della fame, della demografia e della sostenibilità delle risorse sembrano essere passati in secondo piano. Ma presto ritorneranno drammaticamente a presentare il loro conto.

* I dati presentati sono elaborazioni dell'autore.