giovedì 18 giugno 2015

Prostituzione nigeriana in Italia

foto Elena Perlino (www.elenaperlino.com)
Le strade italiane, in particolare quelle periferiche delle grandi e medie città, sono popolate da tante Joy, Jessica o Pamela, nomi fantasiosi di donne dalla pelle scura, alcune succintamente vestite altre meno appariscenti. Qualcuna perfino abbondante nei suoi lineamenti. Vivono ai margini, spesso in situazioni di grande degrado urbano e vendono il loro corpo per qualche decina di euro. Sono quelle che oramai da molti sono conosciute come le ragazze di Benin City.
La prostituzione italiana di pelle nera è quasi esclusivamente nigeriana e la stragrande maggioranza (secondo alcuni dati, l'80%) proviene proprio dalla citta' industriale di Benin City nell'Edo State.
La tratta delle donne nere ha inizio a meta' degli anni '80, quando a seguito del boom economico legato ai proventi del petrolio (abbondante in Nigeria e in particolare nel Delta del Niger) originato negli anni '60, si assiste alla prima crisi economica. Crisi che, bisogna essere onesti, e' generata da una classe politica avida, corrotta e dittatoriale che ha permesso alle multinazionali di depredare e devastare il territorio in cambio di enormi tangenti. In quegli anni sono nate delle vere e proprie cleptocrazie.
La prima migrazione verso l'Europa ha fatto scoprire che in quei paesi vi e' una grande richiesta (e quindi mercato) di donne a pagamento. Gli Europei, e gli italiani in particolare, sono sempre stati dei fruitori del sesso a pagamento. Sono stati scritti fiumi di parole sulle motivazioni di questa propensione. Il maschio latino, il cattolicesimo, la trasgressione, il desiderio di dominare sulla donna e infine, per quanto riguarda le nigeriane, il fascino della pelle nera e molti falsi stereotipi. Certo questa grande richiesta si e' incontrata con una criminalita' organizzata, quale quella nigeriana, nata proprio in quel contesto economico, che aveva bisogno di estendere i suoi traffici in Europa (criminalità pervasiva). La mafia nigeriana nel tempo ha consolidato i suoi traffici in due grandi settori: lo spaccio di stupefacenti e la tratta delle donne, con un terzo settore d'interesse, quello della falsificazione dei documenti, necessario agli altri due molto più redditizi. Mentre per gli stupefacenti sono stati necessari accordi con le mafie locali (in particolare con i clan in Campania -  da cui la base logistica nigeriana di Castelvolturno e il litorale domiziano) per la prostituzione l'autonomia era molto ampia (i centri logistici nigeriani erano soprattutto al nord, nel Veneto e in Lombardia, in particolare). Si puo' affermare che la prostituzione e' stata il cavallo di troia nigeriano per mettere la testa, e non solo, nel grande business del malaffare europeo.
Bisognava, come si dice in gergo, saturare il mercato. Tra la fine degli anni '80 e la meta' degli anni 90 sono giunte in Europa un numero elevatissimo di giovani donne nigeriane, tutte con la promessa di una vita migliore. Lo scherma e' oramai noto. A donne semi analfabeti delle periferie povere e alle loro famiglie si promettevano lavori in Europa (parrucchiere, badanti, baby-sitter, lavoro nei campi) ben retribuiti. In cambio si chiedevano ingenti somme di denaro per organizzare il viaggio e per i documenti necessari (tra i 30 e i 70 mila euro). Somme che spesso le ragazze non avevano consapevolezza del loro reale ammontare. Al fine di sancire l'impegno alla restituzione, si organizzavano riti religiosi (di ispirazione vudu) e altre cerimonie che creavano vincoli indissolubili. Chi conosce l'Africa sa quanto, molto più di altre cose, un rito vincoli a vita un individuo ad un impegno.
Il viaggio procedeva verso diverse rotte. Quella ad ovest, via aerea, toccava la Spagna, quella ad est, raggiungeva la Grecia (o i paesi dell'Est) o quella, più lunga e faticosa passava attraverso il deserto libico o algerino e poi il Mar Mediterraneo (i particolare Algeria e Marocco). Un viaggio dove nella maggioranza dei casi avveniva una forzata iniziazione al lavoro futuro. Le donne erano violentate e costrutte ad ogni surpruso. Un viaggio - poteva durare anche sei mesi - in cui le donne erano nelle mani dei trafficanti che le usavano come qualsiasi merce ed erano accompagnate da quello che in gergo viene definito trolley (un addetto alle pratiche soprattutto aereoportuali). Giunte in Italia, erano affidate a delle donne, chiamate madam o maman, una sorta di matrigna che gestiva il quotidiano (casa, soldi e lavoro), i loro documenti sequestrati fino alla estinzione del debito. I meccanismi con cui le organizzazioni criminali ottenevano  (e ottengono) i documenti vedono naturalmente la complicita' di apparati dello Stato (spesso gia' nelle ambasciate o nelle rappresentanza diplomatiche) perche' con il denaro tutto e' possibile. La prostituzione era la sola occupazione di queste donne, che sottratte le spese, pagato una parte del debito, riuscivano anche a mandare a casa qualche soldo per le famiglie, che le credevano (non sempre) a lavoro nella ricca Europa. In quei anni le strade si popolarono di prostitute nere, spesso ad ogni orario del giorno e della notte, costrette a tutto, nei luoghi piu' degradati (la concorrenza con le italiane e dopo con albanesi e rumene era alta, e la mafia nigeriana, contrariamente alle altre, non interveniva molto in strada, lasciando alle donne il compito di sgomitare in un giungla tutt'altro che semplice).
Le donne nigeriane che hanno soddisfatto in tutti i modi centinaia di migliaia di italianissimi padri di famiglia, hanno pagato un prezzo altissimo in termini di violenza e di morti. Molte sono sparite nel nulla, altre sono state trovate ai margini delle strade, massacrate e sistemate in sacchi di immondizie. Altre sono state uccise da clienti che nella loro per niente lucida follia, pensavano di aver trovato la donna dei sogni o la schiava per qualsiasi depravazione.
Altre, nel tempo, sono diventate a loro volta madam, occupandosi delle nuove arrivate, quasi a continuare un ciclo che forse non avra' mai fine.
Qualcuna e' riuscita ad estinguere il suo debito, ma anni di strada non si cancellano con una spugna. Nel tempo e' cambiato qualcosa, le nuove Jessica o Pamela, spesso partono sapendo cosa andranno a fare (testimonianze dicono che già nel 1996-1997 a Benin City era chiaro cosa avrebbero fatto le donne una volta giunte in Europa e in particolare in Italia), ma le alternative in Nigeria non sono molte e la consapevolezza delle condizioni di lavoro non sono cosi' alte. Il flusso continua in modo ininterrotto, tra le maglie dei richiedenti asilo. Ancora una volta, le violenze di Boko Haram sono funzionali (e forse non solo) ai trafficanti di carne umana. 
Ora come allora, le ragazze sono in strada, nei luoghi piu' impensabili, si vendono per poco e nonostante tutto sono ancora capaci di sorridere. Ancora una volta, molti fanno finta di non vedere.
   


Per chi volesse approfondire suggerisco questa ricerca di Franco Prina, che seppur datata (2003) ricostruisce con grande precisione le dinamiche dello sfruttamento sessuale delle donne nigeriane.

Vi segnalo anche il lavoro fotografico di Elena Perlino, chiamato Pipeline proprio sulle donne nigeriane in Italia


Tra le tante testimonianze dirette che sono reperibili in rete, vi rimando a quella di Maris Davis Joseph (in particolare nelle toccanti pagine in cui parla della sua storia).

2 commenti:

Maris Davis Joseph ha detto...

Anche a nome di tutte le altre "Ragazze di Benin City" grazie per questo articolo, spero che serva a creare sensibilità verso questa "schiavitù" del XXI secolo di cui molti italiani non ne sono consapevoli. E poi grazie per avermi citata (Maris)

Gianfranco Della Valle ha detto...

Cara Maris, grazie a te per essere intervenuta e soprattutto per la tua testimonianza. Avere il coraggio di esporsi, di raccontarsi anche a fronte di drammatiche esperienze richiede una dose di forza che non tutte hanno. Continuiamo a parlare di queste cose, nella speranza che facciano breccia anche tra chi ignora o fa finta di non vedere. Un abbraccio, Gianfranco

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