giovedì 10 maggio 2018

Rumba africana, la musica del fiume

La tratta atlantica degli schiavi ha profondamente trasformato le società africane. Secoli di migrazioni forzate hanno talora indebolito, quando non fatto scomparire, intere popolazioni o Regni, hanno costretto molti popoli ad isolarsi e altri a partecipare, a man bassa, alla spartizione di ingenti quantitativi di ricchezze. Tutto, sacrificando, secondo le stime, oltre 20 milioni di africani.
Di contro sono state esportate tradizioni e culture e poi, le generazioni successive, quelle del ritorno della diaspora nel continente, hanno riportato in Africa assieme ad altre innovazioni culturali.
Quella della musica, meglio della contaminazioni musicale tra il continente africano e quello centro americano, è un capitolo senz'altro affascinante.
Negli anni '30, lungo il fiume Congo, nelle vie delle due grandi città che affacciano sulle sue rive , Leopoldville (oggi Khinshasa) (Congo Belga) e Brezzaville (Congo Francese), si sviluppo' un movimento artistico-musicale che prende il nome di rumba africana.
Africana perchè le origini di questa musica, la rumba, sono nell'isola di Cuba (rumba cubana) dove, proprio gli schiavi africani avevano importato ritmi che si sono fusi facendo nascere, alle fine del XIX secolo, la rumba cubana
Sono anni in cui nei locali delle due città si suona, si balla e ci si diverte. E' un movimento soprattutto culturale che si diffonde con grande velocità e che non ha uguali in quegli anni in Africa.
La rumba africana prende successivamente anche altri nomi come soukous (probabilmente dal francese secouer, agitarsi), rumba congolese e infine lingala (quando giunge, successivamente in Africa Orientale).
La rumba africana, come avviene spesso in Africa,  è intimamente legata al ballo, un movimento spesso sensuale e che nelle moderne declinazioni giunge ad essere una danza che definirla erotica non è poi così azzardato e dove la mimica dell'atto sessuale è molto più che accennata. Del resto secondo alcuni etno-musicologi, il significato originale della rumba è proprio una richiesta esplicita di tipo sessuale, eseguita con dolcezza e rigore stilistico.
Negli anni '40 e 50' la rumba diventò molto popolare in Africa (tra i musicisti di quegli anni, molto popolare, ma che non hanno sfondato in Europa bisogna senz'altro ricordare Tchico Tchicaya, la voce d'oro africana) ed era suonata da big band (su modello di quelle jazzistiche) la cui popolarità varcò i confini del continente verso il Nord America e l'Europa. Sono gli anni in cui la African Jazz  di Gran Kalle, da molti considerata la prima band nata in Congo (negli anni 30) e rimasta sulla scena fino al suo scioglimento nel 1983. Una musica che metteva assieme strumenti della tradizione (soprattutto percussioni) con le voci classiche del jazz (contrabbasso, sassofono, trombe e clarinetti) e non solo (chitarre elettriche). Dalle band si passò poi a gruppi più o meno numerosi come organico che negli anni '60 e '70 diedero vita alla contaminazione con il rock and roll. Tra i personaggi chiave di quell'epoca anche Pepe Kalle, l'elefante (per la sua stazza) deceduto per un infarto nel 1998.  La crisi politica degli anni '70 del Congo (rinominato Zaire) portò molti musicisti a lasciare il Paese e a diffondere, anche la rumba, altrove. Nacque così in Africa Orientale (Kenya e Tanzania) la rumba swahili che a sua volta contaminò molto la rumba classica aggiungendo sonorità e strumenti di un'altra area del continente africano. Contaminazione che sono poi alla base di quella che viene universalmente conosciuta come world music.
Queste continue contaminazioni portarono inevitabilmente molti musicisti a trasferirsi in Europa (tra di essi Papa Wemba, uno degli artisti più osannati del  panorama musicale africano tanto da essere definito il re della rumba e fondatore, assieme a Manuaku Waku e N'Yola Longo, nel 1970 di un gruppo, i Zaiko Langa Langa, ancora oggi in attività e noto per aver suonato alla cerimonia del Rumble of the Jungle assieme ad artisti internazionali)  dove l'industria musicale ed il mercato offrivano maggiori opportunità (economiche e di contaminazione). L'apporto di questa nuova generazione di musicista sullo stile delle rumba fu quella legata alla lingua (si inizia ad usare soprattutto il francese e gli strumenti elettronici tipici del pop internazionale.
Ancora oggi la rumba è molto diffusa in Africa sebbene i suoi canoni originali siano oramai molto distanti. La sua danza, sensuale, continua a destare curiosità e perfino indignazione. Una sua versione, chiamata ndombolo, è stata perfino bandita in alcuni luoghi e alcuni governi (Mali, Camerun e Kenya) hanno tentato limitarla o comunque di censurarla.


lunedì 16 aprile 2018

Libri: In cerca di Transwonderland

In cerca di Transwonderland è un libro scritto nel 2012 e pubblicato in Italia nel 2015 ad opera della casa editrice 66th And 2nd. Un libro di un viaggio in Nigeria scritto da Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken Saro Wiwa, l'eroe ogni che lottava contro la distruzione del delta del Niger ad opera delle multinazionali del petrolio e della loro corruzione, ucciso nel 1995.
E' un libro di raffinata bellezza, scritto da una donna che dopo la morte del padre aveva rifiutato di tornare in Nigeria e solo dopo molti anni ritrova il coraggio e la voglia di ritornare nel suo paese che alla fine, dopo un impatto duro e critico, finirà per riprende il posto che aveva nel suo cuore. Sebbene come dirà in una intervista l'autrice, "sono fiera delle mie radici, ma non vivrei in Nigeria".
Il libro, che è appunto un viaggio, tocca tutti i nervi scoperti del colosso del continente africano. Attraverso il caos frenetico e violento di Lagos, la calma quasi finta dell'asettica Abuja e il nord mussulmano che confina con il deserto, i  veri nodi vengono affrontati con un taglio quasi antropologico. La corruzione che ostacola qualsiasi cosa in Nigeria e rende il paese incapace di affrontare i temi dello sviluppo e della giustizia sociale. La religione - che si declina con un pullulare di chiese e di scritture e nell'esaltazione dei riti - che accompagna il quotidiano delle vita nigeriana, e che per il suo potere di porre verso una dimensione "sovrannaturale" la risoluzione dei problemi, ingabbia e contiene la reazione del popolo verso i soprusi di una politica che "passa da una cleptocrazia ad un'altra". Il rapporto tra modernità e tradizione, sempre più distanti e sempre più difficili da far convivere. Elementi , che mescolati tra loro, hanno portato i nigeriani a non avere più nessuna fiducia nello Stato.
Certo il viaggio di Noo affronta anche l'estrema bellezza della Nigeria, una natura che riesce ad essere ancora incontaminata, il senso per la musica, per il ritmo e per le tradizioni che occupa ogni momento dell'esistenza, la voglia di parlare di tutto, di poter dire la propria spesso ad alta voce e a squarciagola.
Vi sono passaggi nel libro dove in qualche modo - seppur forse senza mai approfondire troppo - l'autrice affronta anche alcuni temi che in qualche modo si riflettono sulla moderna emigrazione nigeriana verso l'Europa. La visita al Campus dell'Università di Ibadan (dove sono nate le antiche confraternite che oggi sono degenerate in una vera e propria mafia), dove un grande cartello all'entrata denuncia la pericolosità e la dannosità dell'appartenere alle sette.
Amara è la considerazione che l'autrice fa: "Quasi tutti passavano il tempo libero a racimolare denaro. Alcune ragazze camminavano per il campus con passo trionfante e civettuolo. Erano quelle che i politici e i pezzi grossi del mondo degli affari si portano in volo ad Abuja e Lagos per fare da contorno alle loro feste e fornire servizi sessuali. Dopo un fine settimana e qualche pompino, le vedevi tornare al campus con vestiti costosi ed estensioni nuove di zecca."
Un libro che offre un appassionate punto di vista su una realtà come quella nigeriana che non sempre risulta facile da comprendere.

Noo Saro Wiwa è nata in Nigeria nel 1976, cresciuta in Inghilterra dove ha frequentato il King's Collage e successivamente la Colombia University di New York. Ha scritto guide per la Lonely Planet e  In cerca di Transwonderland è la sua opera prima. Il titolo si riferisce ad uno strepitoso parco gioco alle porte di Ibadan, ancora pubblicizzato come tale e che invece altro non è che un grande incompiuto in completo degrado.







Vai alla pagina di Sancara sui Libri sull'Africa






lunedì 26 marzo 2018

Fairphone e la Repubblica Democratica del Congo: una sfida possibile

Forse il nome Fairphone non a tutti dice qualcosa. Il rischio di pensare all'ennesima entrata nel mercato degli smartphone di un'azienda cinese è alto e per fortuna quanto più lontano dalla realtà.
Fairphone è invece una splendida realtà ed è olandese. Nasce come idea nel 2010 e si concretizza nel 2013 quando viene lanciato il Fairphone 1. Si tratta, per sintetizzare, di uno smartphone etico, il primo al mondo, che poggia le sue basi sulla necessità di controllare l'intera filiera della produzione dei metalli e dei minerali che sono alla base delle tecniche costruttive dei moderni cellulari.
Per farlo i principi sono due: uno smartphone fatto per durare (quindi modulare e riparabile dove non si cambia e si getta l'intero apparecchio ma solo parti di esso) e il controllo della fornitura dei materiali basata su principi etici e su pratiche estrattive compatibili con l'ambiente e con i diritti dei lavoratori.
E' cosa nota che i moderni telefoni cellulari contengono almeno una quarantina (40) di diversi minerali e metalli. Molti dei quali (purtroppo la maggior parte) provenienti da zone di guerra o di conflitto (spesso sono gli stessi estrattivi a determinare i conflitti al punto tale da essere chiamati conflict minerals).
Molti di questi minerali provengono da regioni dell'Africa (Sancara aveva già parlato del coltan della zona del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo ma un discorso analogo potrebbe valere per il tungsteno del Ruanda) dove è altissimo il livello del conflitto, dello sfruttamento (spesso di bambini) e dei guadagni illegali.
L'idea di Fairphone (che nel 2015 ha lanciato la versione 2), nasce nel cuore di Amsterdam ad opera di Bes Van Abel, giovane e vulcanico attuale Amministratore Delegato di Fairphone (che oggi ha circa 70 dipendenti) ed ha preso piede all'interno della Waag Society (una fondazione olandese che si occupa di arte e tecnologia) cercando in un primo tempo di sensibilizzare i consumatori alla complessità che si nasconde dietro ad uno smartphone. Nel 2013, assieme ad altri soci come Miquel Ballester (di cui vi segnalo  questa intervista) e Tessa Wernink, con un investimento iniziale di 400 mila euro e una campagna di crowdfunding, si passa ai fatti puntando sulla sostenibilità e sul controllo della filiera dei materiali.
La sfida iniziale è stata quella di tracciare tutta la filiera di produzione di quattro minerali (stagno, tantalo, tungsteno e oro) prodotti nella Repubblica Democratica del Congo e nel Ruanda. Contemporaneamente si è provveduto a creare un apparecchio in cui il proprietario può sostituire semplicemente tutti gli elementi (batteria, schermo, modulo con telecamera, jack per cuffie, porte usb e via così) ed è interamente predisposto per upgrade e espansioni. Infine, i codici sorgente sono aperti a proprietari e sviluppatori. Insomma un cambio di paradigma fondamentale rispetto ai telefoni di oggi che oramai non permettono nemmeno l'accesso alla batteria!
Recentemente Fairphone ha allargato il suo orizzonte anche alle condizioni di lavoro delle ditte fornitrici.
Per la cronaca, Fairphone 2 costa attorno alle 530 euro.

La questione del controllo della filiera di produzione è la vera chiave di volta dell'intero sistema di produzione che coinvolge milioni (probabilmente centinaia di milioni) di individui che lavorano in condizioni disumane o di schiavitù. Purtroppo solo quando saranno anche le stesse aziende a lanciare la sfida al consumatore sulla certificazione etica delle materie prime il sistema sarà costretto a mettere in crisi modalità di produzione che seminano morte e povertà. Pensare di tenere in mano qualcosa che ha determinano la morte di altri individui dovrà indurci, prima o poi, tutti, a fare un passo indietro e a ricercare soluzioni con maggiore attenzione agli altri, ai diritti e alla vita.
Questo discorso vale per tutto. Provate a pensare alle produzioni agricole, dove lo sfruttamento, anche in Italia, è elevatissimo (e in grande aumento) e dove le filiere controllate e certificate sono ancora poche. 
Abbiamo tutti una responsabilità, non deleghiamola ad altri.

martedì 13 marzo 2018

L'oba del Benin contro il traffico di esseri umani

Ha destato grande interesse negli ambienti nigeriani (e non solo) il pronunciamento dell'oba del Benin, Ewuare II, contro la tratta di esseri umani. L'oba ha chiesto ai "medici nativi" di revocare i giuramenti già posti della vittime di tratta svicolando così le donne dalle maledizioni poste in essere dai riti celebrati. Una notizie che interessa tutte le giovani donne nigeriane giunte in Italia negli ultimi anni e costrette alla prostituzione.
Ma, vediamo con ordine cosa è successo.

L'oba è nella cultura del popolo Edo (popolazione dell'Africa occidentale ed in particolare del delta del Niger in Nigeria) un re e un capo religioso. Il nome  oba (che in molte lingue locali significa re) entrò in uso nel XIII secolo con Eweka I, considerato il fondatore del Regno del Benin. Il ruolo - oggi molto più religioso e culturale  che politico (gli inglesi sul finire del 1800 decretarono la fine all'Impero del Benin)  - si tramanda da allora ed oggi a ricoprirlo è Eheneden Erediauwa (Ewuare II) nato nel 1953 e "incoronato" il 20 ottobre 2016.
Ewuare ha studiato in un collage a Benin City, poi a Londra, poi a Cardiff (laurea in Economia) e infine in New Jersey dove ha conseguito un Master in Pubblica Amministrazione.
Ha lavorato alle Nazioni Unite dal 1981 al 1982 ed è stato ambasciatore di Nigeria in Angola, Svezia ed in Italia.
Sin dal suo insediamento l'oba ha strettamente collaborato con il Governatore dell'Edo State, Godwin Obaseki, eletto il 12 novembre 2016.
Alcuni giorni fa l'oba ha chiamato a raccolta (ecco il link del video della cerimonia) tutti i medici tradizionali formulando una sorta di "editto" in cui li obbliga a non mettere in atto giuramenti rituali (che in Italia conosciamo genericamente come riti vudù o jujù) che
costringono giovani donne nigeriane a restituire soldi ad organizzazioni criminali che le portano in Europa (ed in particolare in Italia) a prostituirsi. Allo stesso tempo l'editto libera (anche con azione retroattiva) le donne dal vincolo e le mette nelle condizioni di denunciare i criminali. Infatti, l'oba, ha anche pronunciato parole molto dure contro le confraternite che sono alla base della mafia nigeriana che gestisce da decenni il traffico di esseri umani allo scopo di sfruttamento nel mondo della prostituzione e strettamente connesso con lo spaccio di stupefacenti. Il ruolo dei medici nativi è quello di svolgere, a pagamento, riti che impegnano la ragazza e la sua famiglia alla restituzione del debito accumulato per arrivare in Europa (tra i 20 e i 40 mila euro) pena l'arrivo di maledizioni di ogni genere. Giocando sulla credenza, sull'ignoranza e sul potere acquisito i medici nativi vincolano le vittime a non parlare del proprio giuramento e a restituire fino all'ultimo centesimo il loro debito.  La prostituzione nigeriana in Italia ha subito un'impennata negli ultimi tre-quattro anno, che hanno visto crescere (grazie anche all'assurdo e favorente  sistema italiano di protezione internazionale) a dismisura le donne "importate" dalla Nigeria. Solo nel 2016 ne sono giunte in Italia 11.006.
E' un fatto sicuramente importante che risponde, come ha avuto modo di dire l'oba, alla richiesta forte  della comunità internazionale (e solo in parte di quella, distratta, nigeriana) rivolta ai sistemi informali (quelli appunto dei medici tradizionali, degli stregoni e dei ciarlatani nigeriani) di contribuire di mettere fine alla tratta di esseri umani.
Bisognerà aspettare gli effetti, se effetti ci saranno, di questa presa di posizione dell'oba del Benin. Nei prossimi mesi scopriremo se al già ridotto numero di nuovi arrivi degli ultimi mesi del 2017 e dei primi del 2018 (effetti della politica del governo italiano) si aggiungerà anche un effetto - sicuramente più positivo - di mancanza di nuova carne da macello da inserire nel ghiotto mercato italiano.
Così sarà interessante capire se le ragazze nigeriane - già in Italia o in Europa da tempo - svincolate dal loro giuramento saranno capaci di collaborare con la giustizia e di permettere l'arresto dei criminali che gestiscono un business così redditizio.
Sicuramente trema una parte della comunità residente nigeriana in Italia che ricava importanti utili dai servizi offerti alle "ragazze di strada" (dalle ospitalità alle necessità logistiche o dei servizi, quando non il diretto guadagno su una parte del debito).
Sicuramente l'atto dell'oba è coraggioso, perché in definitiva, toglie una parte importante dei guadagni ai medici nativi e in qualche modo ne delegittima l'azione. Così come si mette deliberatamente contro alle potente confraternite che da decenni infiammano criminalmente la vita quotidiana in Nigeria.
Certo ancora si fa fatica a scardinare una rete di credenze e di ignoranza, di pregiudizi e di complicità, che anche attraverso l'uso di rituali e pratiche di stregonerie, contribuiscono a fare restare in un forte oblio la popolazione nigeriana a vantaggio di criminali e politici corrotti.

Oltre ai post indicati dai link è possibile approfondire anche con questo link  di Sancara "Nigeria in Italia, alcuni numeri"


martedì 20 febbraio 2018

Il Lago Tana

Il Lago Tana, con una superficie di 3600 chilometri quadrati (circa 10 volte il lago di Garda), è lo specchio d'acqua più' grande dell'Etiopia. Fu esplorato per la prima volta intorno al 1600 durante il periodo in cui si recavano le sorgenti del Nilo. Inoltre la regione del lago è stato oggetto di approfonditi studi da parte del geografo italiano Giotto Dainelli, che tra il 1937 e il 1940 guidò una missione di esplorazione italiana. Da un punto di vista geografico è situato a circa 1800 metri d'altezza ed è l'origine del Nilo Azzurro, che poco dopo l'uscita dal lago genere delle magnifiche cascate, quelle del Nilo Azzurro o in aramaico Tissisat, con un salto di oltre 40 metri. Ha una forma a cuore con il punto di massima distanza di 84 chilometri. Lago di origine vulcanica poco profondo (massimo intorno ai 14 metri), al suo interno si trovano 37 isole (20 delle quali ospitanti monasteri copti), che assieme alle coste del Lago, rivestono una grande importanza storica per la cristianità. Infatti si trovano molti monumenti e chiese - alcune delle quali risalenti al XIII secolo e fino al XVII secolo. In particolare l'isoletta di Daga Estifanos ospita una comunità importante di monaci della chiesa ortodossa etiope e un monastero aperto solo agli uomini (nemmeno le femmine di animali possono accedere all'isola).
Nel 2015 è stato inserito, per il suo valore culturale, storico, religioso e naturale, all'interno delle Riserve della Biosfera dall'UNESCO.
Infatti accanto all'estremo valore in termini di biodiversità, il lago offre anche una grande occasione per la produzione agricola (caffè e limoni, in particolare) e per la pesca. Pesca praticata con le tipiche imbarcazioni di papiro intrecciata, chiamate tankwa. 
La Riserva comprende, secondo le definizioni del programma Man and Biosphere Programme un'area di 695.885 ettari, di cui 22.841 di core area (ovvero quella parte di riserva integrale), 187.567 di buffer area e 485.477 di transition area. Intorno al Lago Tana ruota la vita di circa due milioni di persone.
Il lago è inoltre un luogo di grande presenza di specie di uccelli, alcuni in via di estinzione. Oggi il lago è in grande sofferenza a causa della pressione antropica su di esso. In un paese in forte crescita demografica e con luoghi di grande siccità e carestia il lago rischia di veder compromesse le sue funzioni di "fonte di vita" per gli uomini. Ad esempio è forte la preoccupazione dell 'ONG  NABU (Nature and Biodiversity Conservation Unit) per l'invasione del giacinto d'acqua (Eichhornia crassipes)
Il punto di partenza per la visita dell'intera area è la città di Bahir Dar che dista circa 40 chilometri dal lago.

Vai alla pagina di Sancara sulle Riserve della Biosfera in Africa

sabato 10 febbraio 2018

Morire per l'avorio

La morte di Esmond Bradley Martin, è passata per molti inosservata. Il geografo americano, da decenni paladino della lotta ai commercianti di avorio, è stato ucciso, con una coltellata, nella sua casa a Nairobi nella mattinata di domenica scorsa.
A quasi 76 anni Martin continuava a dare la caccia ai trafficanti di avorio (soprattutto nell'Asia) talora infiltrandosi tra le gang e fingendosi trafficante. Esperienze che l'hanno portato a contatto con realtà orrende del nostro mondo, perché spesso i trafficanti "differenziano" molto i loro commerci: avorio, animali selvatici, stupefacenti, armi e persone, bambini in particolare. E' chiaro che per questi bastardi la merce è merce, avorio o bambini, donne o eroina, uomini o mitragliatrici, la cosa importate è il denaro che essi generano.
La sua è stata la battaglia di una vita (è stato anche inviato speciale delle Nazioni Unite per la lotta al bracconaggio). Arrivato in Kenya negli anni '70 e da allora non ha mai smesso di interessarsi, in modo diverso, rivoluzionario e perfino trasgressivo, a questo assurdo commercio che sta distruggendo due specie animali (gli elefanti africani e i rinoceronti). Una battaglia che ha contributo non ha interrompere il commercio ma, a sensibilizzare e a spingere governi, come quello cinese, alla messa a bando delle zanne degli elefanti.
Le ricerche di Martin erano finanziate da Save The Elephants, un'organizzazione nata nel 1993. Assieme alla collega Lucy Vigne, Martin ha pubblicato lo scorso anno un rapporto "Decline in the Legal Ivory Trade in China in Anticipation of  a Ban", in cui si sottolineava come il lavoro fanno negli ultimi anni aveva contribuito alla riduzione della vendita di avorio.

Se il nostro mondo continuerà ad ammirare la bellezza e la potenza dell'Elefante Africano nel futuro, se questo succederà, una parte del merito dovrà essere iscritta a quest'uomo.






Ecco i post di Sancara sul commercio di avorio:

venerdì 19 gennaio 2018

La fine del pesce

Le coste dell'Africa Occidentale, e del tratto Senegal e Mauritania in particolare, sono ricche di pesce. Una ricchezza che da sempre ha favorito la vita su tutto l'asse costiero. Generazioni di uomini e donne hanno potuto sopravvivere grazie ai doni del mare. Un mare che spesso ha richiesto grandi sacrifici ma, che ha permesso a tutti di sfamarsi, di tramandare di padre in figlio tecniche e rituali oggi quasi scomparse e di costruire delle comunità coese che hanno contribuito anche alla stabilità politica di un paese come il Senegal. Chi ha avuto il piacere di percorrere le coste del Senegal ha potuto ammirare spettacoli strabilianti.

La pesca costiera impregnava (in ogni senso e soprattutto in quello letterale) la vita quotidiana. Piroghe costruite con tecniche semplici ma di grande efficienza e di rara bellezza, distese di pesce poste ad affumicare sulla battigia e donne che, al rientro dagli uomini dalla pesca, favorivano la lavorazione, la vendita e la conservazione(affumicazione o disidratazione) di quel prezioso dono della natura. Un mercato in ogni spiaggia, in ogni luogo dove era possibile approdare con imbarcazioni spinte dal vento e più recentemente da motori fuoribordo.
Da oltre una decina d'anni la situazione è letteralmente precipitata.
Le flotte delle multinazionali del pesce (molte europee ma, non solo) hanno invaso letteralmente il tratto di Oceano Atlantico che lambisce le coste dell'Africa Occidentale. La necessità di pesce del nostro mondo - molto del quale per produrre farine per gli allevamenti intensivi- crescono a dismisura e l'avidità delle multinazionali non guarda in faccia a nessuno. Un peschereccio può arrivare a pescare, in un solo giorno, l'equivalente del pescato di 56 piroghe in un anno!
Già verso il 2010 si lanciava un grido d'allarme, inascoltato. "Entro una decina di anni potrebbe non esserci più pesce". Gli anni sono trascorsi e ci avviciniamo, senza che sia stato fatto nessun intervento, alla data fatidica.
Dal porto di Joal, il più grande porto dove giunge il pesce in Senegal, i pescatori dicono che negli ultimi dieci anni il pescano è calato del 75%. Praticamente una strage.
L'azione delle multinazionali del pesce sta destabilizzando fortemente la società senegalese. Oltre 2 milioni di persone dipendono dalla pesca, l'industria ittica senegalese era la prima per fatturato. Si stima che già 300 mila persone abbiano perso il posto di lavoro e che gli effetti negativi stanno oramai giungendo anche ai piccoli pescatori e a coloro i quali la pesca rappresenta un dignitoso modo di vivere. Ma, l'effetto è ancora più devastante se consideriamo che le multinazionali per avere le concessioni o per non essere infastidite dalle guardie costiere hanno alimentato un sistema di corruzione che oramai, anche ora che il governo ha posto vincoli alla pesca, non si riesce più ad arginare.
Ancora, l'effetto più evidente e preoccupante è quello sulle comunità locali, fino ad oggi in pace e che oggi iniziano a "lottare" per la sopravvivenza. Una sopravvivenza che non è solo di oggi (per il cibo o per il denaro) ma che, si proietta pericolosamente nel futuro. 
Per i giovani senegalesi il lavoro del pescatore era faticoso ma, stava all'interno delle tradizioni familiari e rappresentava un futuro certo. Oggi questo futuro non esiste. L'incertezza è massima, la fiducia e inesistente e l'unica alternativa sembra essere quella di migrare. 

L'effetto di questa catastrofe annunciata inizia solo ora ad essere visibile e costituirà un nuovo elemento di crisi nel nostro pianeta. Certo i nostri supermercati continueranno ad essere pieni, i nostri allevamenti avranno farine animali per far crescere finti animali che finiranno sulle nostre tavole e che per metà verranno gettati perché superflui.
Certo anche i barconi di disperati che scappano dalla miseria, saranno pieni ma, per alcuni sarà solo il prezzo da pagare per la nostra (soprattutto loro) ricchezza, per altri saranno solo la causa del nostro (solo nostro) malessere su cui scaricare tutto l'odio e il rancore. Il mondo, forse, continuerà a vivere.




martedì 16 gennaio 2018

La presunta superiorità degli USA sull'Africa

Le affermazioni del Presidente Trump, rispetto ai Paesi africani, definiti come "cessi" lascia il tempo che trova. E' evidente che non inciderà minimamente sui rapporti di forza o sulla "tenuta" del Presidente Trump.  Certo scatena le ire di alcuni, fa gioire altri e preoccupa molti. Una preoccupazione che assume toni diversi ma, che essenzialmente, riporta a temere che un uomo del genere alla guida del Paese egemone nella geopolitica mondiale, sia un rischio per tutti noi.
Sicuramente a sorridere è il governo cinese. Le parole incontrollate di Trump favoriscono la loro corsa verso il controllo del mercato africano. La Cina a partire dagli anni '80 e con una forte impennata negli ultimi decenni, ha letteralmente "colonizzato" economicamente l'Africa. Certo gli interessi commerciali cinesi sono concentrati in alcuni settori, definiti strategici: le infrastrutture, l'industria manifatturiera e l'industria estrattiva. Una corsa, quella cinese, che ha sempre più gettato in un angolo gli Stati Uniti (e i paesi europei) almeno sul piano economico. A partire dal 2009 la Cina ha sorpassato - in termini di volume degli scambi Cina-Africa quelli tra Usa e Europa.
Inoltre recentemente la Cina ha scelto di piazzare la prima base militare in Africa, scegliendo un luogo a Gibuti, non molto distante dalla grande base permanete americana di Camp Lemonnier.
Insomma, non più solo commercio. La Cina in Africa è destinata a rimanere.
L'approccio cinese - retto sul principio della non ingerenza sugli affari interi - piace ai governi africani e in realtà anche alla popolazione, che vede migliorare il livello delle infrastrutture.
Di contro la reazione USA è stata quella di aumentare il contingente militare in Africa (oltre 6000 uomini) e di rinnovare per i prossimi 20 anni l'accordo di permanenza a Gibuti (che costa oltre 70 milioni di dollari all'anno).

Questa in pillole è la geopolitica in atto, dove si innestano le frasi del Presidente. Del resto gli americani in Africa hanno sempre avuto un ruolo importante. Senza mai avere posseduto un territorio ne hanno determinato la storia. Decine e decine di golpe guidati dalla CIA, campi di addestramento di ogni genere di guerriglia e dittatori, consulenze militari in chiave anticomunista, regalie pericolose (come i reattori nucleari donati a Mubutu nell'ex-Zaire e andati misteriosamente dispersi), eliminazione fisica di persone che avrebbero potuto, forse, cambiare l'Africa, depredazione del suolo attraverso le multinazionali dell'estrazioni e poche e mal riuscite operazioni militari, come quelle in Sudan o peggio in Somali. Insomma, la storia americana in Africa è stata di pesanti ingerenze, di errori imperdonabili e di sfruttamento del sottosuolo (e non solo).

Certo quei "cessi" di paesi sono stati utili, molto. E, contrariamente a quello che si pensa, sono molto più ambiti di quel che si crede.