lunedì 14 aprile 2014

Film sull'Africa: Spiriti del Ruanda

Sono passati 20 anni dal terribile genocidio del Ruanda e proprio in questi giorni, nel 1994, la mattanza era in pieno corso. 
Nel 2004, in occasione del decimo anniversario del genocidio, il regista americano Greg Barker produsse un documentario chiamato Spiriti del Ruanda (Ghosts of Rwanda), che racconta, attraverso le voci di molti protagonisti, quei terribili mesi.
E' un racconto cronologico che inizia nell'agosto 1993, quando le truppe dell'ONU, affidate al generale canadese Romeo Dellaire vengono posizionate nel paese.

Dallaire nei mesi precedenti all'inizio della carneficina tentò di mettere in guardia le Nazioni Unite, perchè era chiaro che qualcosa stava accadendo. La politica non interventista degli Stati Uniti ("non vogliamo un'altra Somalia") e la sottovalutazione degli uffici dell'ONU guidati allora da Kofi Annan (che poi diventerà Segretario generale), lasciarono che gli eventi percorressero strade inaudite. Quando il 6 aprile 1994, con l'assassinio del Presidente Juvenal Habyarimana e poche ore dopo del Primo Ministro Agatha Uwilinglyimane, venne dato il via a quanto da tempo progettato, la Comunità Internazionale fu trovata completamente impreparata.
Già il 10 aprile - dopo che 10 soldati belgi erano stati uccisi nelle prime ore- era chiaro che i militari stranieri sarebbero intervenuti (cosa che fecero) solo per evacuare i bianchi. Degli oltre 250 americani presenti in Ruanda, solo Carl Wilkens, un volontario della Chiesa avventista, restò nel paese, e ancor oggi nutre un forte senso di rabbia nei confronti degli Stati Uniti, il suo paese, che non vollero intervenire.
Il documentario racconta gli eventi attraverso interviste a Laura Lane (allora ambasciatrice in Ruanda), a Madeleine Albright (allora ambasciatrice americana all'ONU, nel 1997 diventata Segreteria di Stato), a Philippe Gaillard, responsabile della Croce Rossa in Ruanda, a Valentina, una delle poche superstiti del massacro nella chiesa di Nyarabuye, a Paul Kagame (allora capo dei ribelli del Fronte Patriottico, ora Presidente del Ruanda), a Kofi Annan e allo stesso Romeo Dallaire.

Il documentario percorre e intreccia storie diverse, tra chi viveva le atrocità nel paese e tentava con ogni mezzo (pochi, a dire il vero) di salvare vite umane e affermava "era come se il resto del mondo fosse sparito", tra chi nelle stanze dei bottoni non capiva o, molto peggio, faceva finta di con capire e a chi pur avendo capito viveva nella totale impotenza e perfino tra i carnefici ( "era come se ci avesse preso Satana. Non puoi dire che sei normale se macelli le persone").

Per settimane e settimane il mondo intero girò intorno alla parola genocidio, che nessuno voleva pronunciare perchè l'Umanità intera si era impegnata con un "MAI PIU'" dopo l'Olocausto. Riconoscere il genocidio (cosa che fu fatta postuma) equivaleva a dover tempestivamente intervenire.

Molte cose non sono ancora del tutto chiare, e forse è ancora necessario indagare per scoprire responsabilità e complicità nell'ultimo genocidio dell'Umanità. Certo spaventano le parole di Romeo Dallaire, quando racconta di aver tentato di negoziare direttamente con i carnefici ancora sporchi di sangue e di avere la sensazione di "non parlare con gli umani, ma con il male".

800 mila, forse un milione di morti massacrati a colpi di macete, ecco cosa accadde in quei 100 giorni.

Romeo Dellaire - che dopo il Ruanda è caduto in una forte depressione, affogata nell'alcol e con due tentativi di suicidio ("vivere con quei ricordi non è possibile"), che era stato mandato con una missione di pace, non smetteva di ripetere "la mia missione è fallita".
Certo è sicuramente fallita, ma è stata la missione dell'intera Umanità a fallire miseramente in Ruanda.

Ecco da youtube l'intero documentario:

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giovedì 10 aprile 2014

Ebola spaventa oltre l'Africa

L'ultima epidemia di Ebola risaliva al 2012, quando tra la Repubblica Democratica del Congo e l'Uganda fece 50 vittime (degli 88 contagiati). Allora scrissi questo postche altro non era che alcune annotazioni sulla storia di questo virus e delle sue epidemie a partire dal 1976.
La febbre emorragica Ebola è per ora un'esclusiva africana.

Rispetto al passato, la nuova epidemia scoppiata in Africa Occidentale (per ora Guinea e Liberia, 151 casi e 95 morti all'8 aprile) ha delle caratteristiche diverse. La prima che si sviluppa in paesi che non erano mai stati colpiti da Ebola (finora "solo" Uganda, RD Congo, Sudan, Gabon e Costa d'Avorio, quest'ultimo con un unico caso) e che per la prima volta esce dai villaggi, per giungere in una grande città (Conakry, 20 casi e 6 morti).

epidemie di Ebola dal 1976

Ora queste due caratteristiche e il numero dei casi (esiguo) non dovrebbero preoccupare, eppure qualcosa sta seminando panico nella comunità internazionale.

E' chiaro che la questione che maggiormente preoccupa sono i 20 casi registrati a Conakry. La capitale infatti, ha un collegamento aereo diretto con Parigi e Bruxelles (ovvero il cuore, non solo geografico, dell'Europa), oltre che con alcune capitali africane come Dakar, Bamako, Adbijan e Monrovia e alcune grandi città come Casablanca.

E' la paura dell'uscita, per la prima volta nella storia (nel 2012 erano stati registrati una sessantina di casi in Europa tra scimmie esportate), del virus Ebola, dai confini africani, che allarma i governi europei. L'incubo che scrittori e registi fantasiosi hanno per decenni prospettato, rischia di avverarsi.

Il panico rischia di diffondersi (qualora dovesse esserci il primo caso in Europa, la paura rischierebbe di fare più danni della malattia). Per ora in molti aeroporti europei è scattato l'allarme. L'allerta è massima è richiede controlli sanitari su tutti i passeggeri di aerei provenienti da zone infette. La malattia ha un incubazione tra i 2 e i 21 giorni, un'insorgenza aspecifica e non vi sono tests diagnostici. E' facile intuire quanto i controlli possano risultare inefficaci.

Vi è però una ottima notizia, ovvero che, contrariamente alle catastrofiche previsioni cinematografiche, Ebola non si contrae per via aerea (respiro), ma solo per contatto diretto con malati e liquidi biologici.
La differenza è enorme. Per essere più chiari una malattia a trasmissione aerea è l'influenza (a tutti è chiaro quante persone colpisce in forma di epidemia) mentre una malattia a trasmissione diretta è, ad esempio, l'epatite virale (che colpisce poche e mirate persone). Rispetto ad altre malattie a trasmissione diretta più conosciute (compresa l'epatite e l'Aids) la febbre emorragica da virus Ebola ha un'elevatissima e rapida mortalità.

L'origine di Ebola non è chiara (che novità!). Si parla di pipistrelli e di volpi volanti (che vengono mangiati in molte aree rurali), è conosciuta la diffusione tra le scimmie (in particolare scimpanzè e gorilla sono stati seriamente colpiti dal virus) e a partire dal 1976 si conosce il suo effetto sugli uomini.

Il sospetto dell'intervento dell'uomo è in questi casi d'obbligo. Nessuno può ignorare che studi su agenti patogeni legati all'uso bellico (ovvero di armi biologiche) sono stati effettuati (e sicuramente lo sono ancora) a partire dall'antichità, sviluppati nella seconda guerra mondiale e incrementati durante gli anni della guerra fredda. Vi sono fonti attendibili e documenti ufficiali che testimoniano di programmi di sviluppo di armi biologiche letali durante gli anni più drammatici della guerra fredda. Tanto che nel 1972 fu firmata dalle Nazioni Unite una convenzione che vietava l'uso e lo studio di armi biologiche.
Avere qualche sospetto non solo una questione da "complottisti" o da sospettosi: credo sia perfettamente legittimo.

Infine, vale la pena sottolineare che, proprio a ragione del fatto che Ebola ha sempre colpito aree rurali africane (diciamo la verità, dove dei morti non interessava a nessuno) la ricerca su terapie e/o vaccini non ha avuto, in questi quasi 40 anni, nessun carattere di urgenza o di priorità.

Uno dei centri all'avanguardia per lo studio di Ebola è il CIRMF in Gabon

lunedì 7 aprile 2014

Quando iniziarono quei cento giorni

La vita umana vale poco. Lo scopriamo ogni giorno, ascoltando di omicidi e vendette, di follie e catastrofi. Eppure la vita, nel medesimo istante, ha un valore enorme. Lo scopriamo quando minaccia di lasciarci o quando qualcuno a noi vicino esala i suoi ultimi respiri.

In questo apparente controsenso, di amore e odio per la vita, che si delinea quel che accadde, vent'anni fa, in Ruanda. In 100 giorni, a partire proprio da oggi, trovarono la morte quasi un milione di persone, uccise barbaramente dai loro vicini e perfino dai loro amici.

Le testimonianze, raccolte in questi 20 anni di processi e di tentativi di ricostruire la verità, raccontano di come appunto i vicini di casa, gli amici, il prete e comuni cittadini, accecati dall'odio e istigati a dovere, imbracciarono il machete e sterminarono coloro i quali, magari solo la settimana prima, avevano condiviso con loro il pranzo o le preoccupazioni per i figli.

Non vi sono parole per descrivere quel che accadde in Ruanda nel 1994, non vi sono pensieri adatti a comprendere come persone, fino al giorno prima ritenute "normali", possano essere state accecate dall'odio e trasformate nei peggiori carnefici.


Una ferita profonda, inferta alla società ruandese (ma, più in generale all'intera umanità) a cui intere generazioni non basteranno per curarla. 

Ma, se ci fermiamo ad analizzare solo l'aspetto umano, e con esso il valore della vita, riusciamo solo ad accecarci dall'orrore. Furono cento giorni di mattanza, per ogni strada, per ogni vicolo, nelle chiese, nelle scuole e perfino negli ospedali. All'urlo di "schiacciamo gli scarafaggi", violenze inaudite ed irraccontabili, difficili da sopportate perfino per stomaci forti, si scatenarono ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana.

Ma mentre questo accedeva, e, come ha affermato il procuratore del Tribunale Internazionale per il Ruanda, Silvana Arbio, "il  mondo stava a guardare", qualcuno già si domandava come era stato possibile.

Oggi si è sempre più convinti che il genocidio poteva essere evitato. Ma, ancora più grave, è che qualcuno non solo chiuse occhi permettendo all'odio di crescere e fare proseliti, ma molto probabilmente pianificò e perfino contribuì a determinare tutto ciò, fin dal'abbattimento dell'aereo che trasportava i presidente del Ruanda e del Burundi (il 6 aprile 1994) e che innescò l'incubo.

E' di questi giorni una durissima accusa del Presidente del Ruanda Paul Kagame (che dalla fine del genocidio, guida il paese) all'amministrazione francese (che, siamo onesti, non è immune da situazioni controverse in Africa, ben oltre i limiti del consentito).

Il genocidio del Ruanda ebbe, come scrive oggi su Repubblica Raffaele Masto, enormi ripercussioni sulla geopolitica dell'area centroafricana, ed in particolare su un paese confinante come l'attuale Repubblica Democratica del Congo (allora Zaire) e lo sfruttamento delle sue enormi risorse.

Per 100 giorni arderà una fiaccola che si spegnerà per sempre alla fine di quei giorni, come centinaia di migliaia di vite umane.

Una testimonianza, Hotel Ruanda

Un ottimo approfondimento di Fulvio Beltrami, su African Voices

mercoledì 2 aprile 2014

La Manden Charter, una delle prime Costituzioni al mondo

Secondo alcuni storici si tratta della più antica Costituzione al mondo. La Manden Charter, emanata a Karukun Fuga (o Kourdukan Fouga) a seguito della battaglia di Krina (1235), rappresenta una testimonianza della cultura mende (mandinga) che, attraverso l'Impero del Mali (o Impero del Manden) governò un'ampia area dell'Africa Occidentale fino al 1645.

l'Impero del Mali (mappa dalla rete)
La Costituzione fu emanata dall'assemblea dei nobili e divenne parte del patrimonio orale della tradizione (di essa si parla nel poema epico di Sundiata). Dal 1890 iniziò una vera e propria raccolta delle tradizioni orali e risale solo al 1967 la prima trascrizione completa della Costituzione.

Essa è composta da 44 editti, divisi per argomento: organizzazione sociale (1-30), proprietà (31-36), ambiente (37-39) e questioni generali (40-44). 
Nel 2009 l'UNESCO ha inserito la Manden Charter tra i Patrimoni Immateriali dell'Umanità da salvaguardare e preservare per le future generazioni.

Scorrendo il testo, si possono scorgere alcune "norme", che sono il segno di una civiltà evoluta (ovviamente per il 1200), capace di imporre regole non solo essenziali per la convivenza pacifica, ma in grado di prospettare un futuro diverso per tutti e di prendersi in carico anche dell'ambiente circostante.

La "carta" dopo aver diviso la società mende in 16 clans e in gruppi di età ed affidato ad ognuno il proprio compito, entra nel merito delle relazioni tra gli individui. Tra le cose di rilievo è bene sottolineare come l'educazione dei bambini, posta come priorità, diviene compito dell'intera società oppure come gli stranieri e gli ambasciatori non possono essere maltrattati nell'Impero.

Vi sono in questa prima parte alcune massime che ben esprimono il pensiero mende. la prima "un bugia che vive 40 anni deve essere considerata una verità" oppure " la vanità è segno di pochezza, mentre l'umiltà è segno di grandezza".

Nella parte dedicata alla proprietà gli estensori sottolinearono come "solo cinque modi permettono di acquisire la proprietà ovvero, l'acquisto, la donazione, lo scambio, il lavoro e l'eredità tutto il resto, senza una convincente testimonianza, pone dei dubbi".

Così come sono da sottolineare gli "articoli" relativi alla salvaguardia dell'ambiente (in particolare dei frutti e dei fiori della natura così come di quelli coltivati) e quelle relative al rispetto.

L'editto 41 pone l'accento  su di un concetto quanto mai attuale soprattutto se concepito come una metafora, ovvero "si può uccidere il nemico (sconfiggere), ma mai umiliarlo". Pensate se questo nobile, e alto, concetto fosse veramente entrato nell'animo umano, quante sofferenze avrebbe evitato in Africa, come nel mondo.

Ecco il testo completo della Manden Charter

Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni Immateriali dell'Africa

mercoledì 26 marzo 2014

Libri: Erano solo ragazzi in cammino

Dave Eggers, un giovane scrittore americano, nel 2006 scrive un romanzo (What is the What?) che altro non è che l'autobiografia di Valentino Achak Deng, un giovane sudanese sfuggito alla guerra civile che ha devastato il Sudan per decenni (che oggi si presenta, senza aver risolto i problemi, diviso in due nazioni: Sudan e Sud Sudan) e giunto, dopo molte peripezie, negli Stati Uniti.
Uscito in Italia nel 2007 grazie a Mondadori e tradotto con il titolo Erano solo ragazzi in cammino.

La storia di Achak parte dal piccolo villaggio di Marial Bai (nel libro in realtà incomincia a ritroso nella sua casa ad Atlanta), nell'attuale Sud Sudan (non lontano dai confini con il Darfur), dove viene sorpreso dalla guerra ed è costretto, rimasto orfano, a scappare, assieme ad altri bambini verso l'Etiopia. Siamo alla fine degli anni '80. E' un lungo viaggio che descrive, nel dettaglio, tutti i drammi della guerra e di quella guerra, in particolare.
I "ragazzi in cammino" (conosciuti come Lost Boy) pagano un prezzo altissimo affrontando la fuga, gli orrori, la fame, la morte e le ingiustizie. Un viaggio di sopravvivenza che li porta miracolosamente fino in Etiopia, dove coloro che non sono morti durante lungo cammino, affrontano l'altra faccia atroce della guerra, quella dei campi profughi.

La storia di Achak è di quelle a lieto fine (purtroppo poche hanno questa evoluzione), trascorre nove anni in Etiopia e in Kenya (molti dei quali nel campo di Kakuma), inizia a lavorare come educatore per l'UNCHR, da dove poi giunge negli Stati Uniti. Diventa così un punto di riferimento e un leader della comunità sud-sudanese negli Stati Uniti e assieme a Dave Eggers nel 2006 fonda la Valentino Achak Deng Foundation che si occupa di costruire scuole e contribuire alla formazione dei giovani nel Sud Sudan.


E' un libro scritto bene (per qualcuno forse troppo lungo), con tratti di autentico romanticismo, altri di grande sofferenza, altri ancora di suggestivo fascino e perfino divertente.
Il racconto di un viaggio di fuga, che diventa di ricerca. Una ricerca di un luogo dove stare al mondo e di un'identità strappato troppo presto e senza comprenderne i motivi.
Il racconto di Achak è anche una storia di un popolo, i Dinka e delle loro tradizioni, rivissute attraverso i ricordi del padre.
Talora commovente, altre volte irritante, un libro che aiuta a capire drammi che a noi, dal nostro mondo dorato, appaiono perfino irreali.

Vi è un passaggio nel libro in cui viene detto ad Achak "Il Sudan è morto. Non ci vivremo mai più". Un frase che racchiude tutta l'impotenza di un popolo in fuga e una rassegnazione tipica di chi non ha più nemmeno la forza di sperare.

Unica cosa che il libro non aiuta a capire sono i motivi della guerra, che restano sempre sullo sfondo.

Dave Eggers, nato a Boston nel 1970, scrittore, saggista e sceneggiatore, ha pubblicato il suo primo libro nel 2000 (L'opera struggente di un formidabile genio, un racconto autobiografico che lo ha reso celebre). E' stato il fondatore di una rivista letteraria, McSweeney's, diventata poi una casa editrice.

Ecco il sito della Valentino Achak Deng Foundation

Per approfondire, alcuni vecchi post di Sancara: 
Vai alla pagina di Sancara sui Libri dall'Africa

venerdì 21 marzo 2014

21 marzo 1990, è il giorno della Namibia

La Namibia è uno stato molto giovane, indipendente dal 1990 (terzultimo in Africa, dopo di lei solo l'Eritrea e il Sud Sudan). La storia che portò quel 21 marzo 1990 alla dichiarazione d'indipendenza è molto complessa ed è legata intimamente alla guerra fredda e alla contrapposizione tra i blocchi, che in Africa del Sud ha significato entrare nel vivo della guerra d'Angola e dell'apartheid sudafricano.
La regione dell'attuale Namibia, abitata da popoli boscimani fin dall'antichità, fu toccata dai portoghesi verso la fine del 1400, ma il territorio desertico rese difficile le esplorazioni verso e dall'interno. Nel XIV secolo arrivarono i primi popoli bantu, tra cui gli Ovambo (che oggi costituiscono circa il 50% degli abitanti) e gli Herero (circa il 10%). A partire dal XVI secolo gli europei (portoghesi, olandesi, inglesi e tedeschi) mostrarono qualche interesse per quest'area, ma solo alla fine del 1800 si delinearono i ruoli sul campo. Gli inglesi nel 1878 occuparono la zona della Walvis Bay, annettendola alla Colonia del Capo, mentre nel 1884 i tedeschi estesero il loro protettorato su tutta l'area, ad accezione dell'enclave di Walvis Bay. I motivi furono quelli economici: le miniere di rame e i diamanti (Vedi la storia di Kolmanskop). Queste condizioni portarono, unica eccezione in Africa, il colonialismo tedesco a far giungere nel paese molti coloni (le cui tracce, nella toponomastica e nelle costruzioni ancora oggi si vedono).
Già tra il 1893 e il 1894 vi furono le prime rivolte degli abitanti locali (Nama e Ottentotti) duramente represse, ma furono gli Herero (e i Nama con essi) a pagare maggiormente la loro ribellione, che iniziata nel 1904, finì pochi anni dopo, nel 1908, con un vero e proprio genocidio (fu eliminata l'80% della popolazione herero), dove furono fatti i primi esperimenti di eugenetica.
Alla fine della I guerra mondiale i tedeschi persero le loro colonie e il territorio dell'Africa del Sud Ovest fu affidata dagli inglesi al governo bianco del Sudafrica (che nel 1920 ottenne anche il mandato della Lega delle Nazioni).
Dopo la seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite iniziarono a chiedere al Sudafrica larghe autonomie per la Namibia e un'amministrazione controllata dalle stesse Nazioni Unite. Il Sudafrica rifiutò e governò il territorio della Namibia come una sua provincia, in cui valsero le stesse leggi dell'apartheid, da poco entrate in vigore.

Negli anni sessanta, quando la storia coloniale europea (per lo meno per come era intesa al tempo) andò ad esaurirsi, la gestione della Namibia balzò agli occhi come vera e propria "occupazione" sudafricana.
Nacque così negli anni '60 la SWAPO (South West African People's Organization), movimento politico di ispirazione marxista, che con un braccio armato (PLAN - People Liberation Army of Namibia)) iniziò, a partire dal 1966, una lunga e sanguinosa guerriglia, sfruttando le basi dello Zambia e alleandosi con l'African National Congress (ANC) di Mandela.
Con l'indipendenza dell'Angola (1975), la SWAPO (che era legata all'MPLA angolano) trasferì le sue basi in Angola, legando in modo definitivo le sue sorti alla guerra civile angolana.

Il Sudafrica chiuse le porte ad ogni negoziato internazionale e nel dicembre 1978 indisse, unilateralmente, delle elezioni in Namibia (boicottate dalla SWAPO e da altre forze politiche) senza osservatori internazionali. 
Il periodo di tempo tra il 1966 e il 1988 fu un susseguirsi di tentativi, falliti, di negoziazione in cui la Nazioni Unite nominarono ben sette commissari speciali per la Namibia (tutti rifiutati dal Sudafrica), senza riuscire a fare minimi passi in avanti.
La fine della guerra fredda, il logoramento della guerra angolana, le pressioni internazionali verso il Sudafrica, l'affacciarsi della fine del sistema dell'apartheid portano agli accordi che, assieme alla cessione del controllo della Namibia introdussero anche il ritiro della truppe cubane, oramai impantanate nella guerra civile angolana. Nel novembre 1989, elezioni molto partecipate (98% degli aventi diritti) diedero la vittoria alla SWAPO (57%) e il suo segretario, nonchè co-fondatore, l'ex-ferroviere Sam Nujoma, ritornò dopo 30 anni in Namibia, assumendo la carica di primo Presidente del Paese. La Walvis Bay restò sudafricana fino al 1994 (ovvero poco prima delle elezioni in Sudafrica che incoronarono Nelson Mandela),

Nujoma, governo per 3 mandati, fino al 21 marzo 2005, quando annunciò di non candidarsi (fu eletto Hifikepunye Pohamba) volendosi ritirare dalla vita politica (in realtà su pressione popolare mantenne la carica, forse più onoraria, di Presidente del partito).

Oggi, con poco più di 2,1 milioni di abitanti (di cui oltre 300 mila nella capitale Windhoek) e con un'estensione di oltre 820 mila chilometri quadrati (quasi 3 volte l'Italia) la Namibia è il secondo stato al mondo, dopo la Mongolia, meno densamente popolato.

E' lecito affermare che la storia della Namibia, sia legata a quella della guerra fredda, seppur rappresentandone una parte sicuramente meno conosciuta e studiata.

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