mercoledì 22 marzo 2017

Il Papa, la Chiesa e il Ruanda

A molti forse è passata inosservata la notizia per cui Papa Francesco, in un recente incontro con il Presidente del Ruanda, Paul Kagame, ha chiesto scusa per la complicità (quando non per la partecipazione diretta) della Chiesa Cattolica nell'ultimo grande genocidio del secolo scorso. Nel 1994, quando in pochi mesi, furono massacrati quasi un milione di persone, la complicità di religiosi cattolici in Ruanda è risultata evidente. L'implorazione al perdono (parole usate dal Papa) per il tradimento della missione evangelica non è solo un atto di coraggio del Papa ma, costituisce una ricucitura di un rapporto (già lo scarso anno il Papa riconobbe le colpe della Chiesa), quello tra la Santa Sede e il Ruanda, che rischiava di ostacolare il nuovo e difficile cammino del paese.
Naturalmente - premesso che non vi è giustificazione alcuna per dei crimini che sono di enorme gravità - la ragione storica della collaborazione tra la Chiesa e la classe dirigente Hutu ha radici che si concentrano nello stretto legame tra il Movimento Nazionale Repubblicano e ad esempio l'arcivescovo Vincent Nsengiyumva che per quasi quindici anni fu Presidente del Comitato Centrale del Partito. Un partito che non aveva mai nascosto la politica discriminatoria nei confronti dei Tutsi. Per la cronaca Nsengiyumva fu costretto nel 1990 a lasciare il partito obbligato, tardivamente, dal Vaticano. Infine fu ucciso sul finire dei giorni del genocidio da militati del RUF (Fronte Patriottico Ruandese) che accusandolo di aver contribuito alla morte di loro familiari, lo giustiziarono.
I processi e le testimonianze di quei terribili 100 giorni in Ruanda hanno dimostrato senza ombra di dubbio le colpe tremende della Chiesa (a tal proposito vi invito a leggere questo articolo di Fulvio Beltrami sull'Indro). Preti e suore coinvolti direttamente nella mattanza, istigatori di crimini tra i più inconfessabili e traditori della fiducia che la popolazione in preda al panico riponevano nella chiesa e nei suoi emissari.
Il ricordo di quello che accadde, ad esempio, il 14 agosto 1994 presso la Chiesa di Ntarama non lascia scampo a possibili giustificazioni e al tempo stesso rappresenta un film dell'orrore di cui pochi, fuori dal Ruanda, hanno voglia di parlare. Quel giorno ammassati nella chiesa vi erano 5000 persone, moltissimi bambini e tante donne. Si erano rifugiati lì perchè credevano di essere al riparo.  
Furono gli stessi sacerdoti a "vendere" la carne da macello ai carnefici. I bambini furono uccisi sbattendogli la testa sui muri perimetrali, ad altri furono riservati i macete, i bastoni e perfino i crocefissi, a molte donne lo stupro prima del machete e solo a pochi fortunati le armi da fuoco. La mattanza si concluse con quasi 5.000 morti. Oggi la chiesa ospita un memoriale dove sono anche conservati, come monito, i teschi, alcuni con le fratture dei machete, di molti dei morti.

Non vi è dubbio che la scelta di Papa Francesco sia stata coraggiosa, come altre che (e lo dico da laico) stanno accompagnabdo il suo Ponteficio. Il coraggio che i suoi predecessori non avevano avuto addossando le colpe ai singoli e non alla Chiesa ruandese. Così come fu evidente la protezione (e successivamente i tentativi di far assolvere) di padre Seromba dalla condanna del Tribunale Internazionale. Speriamo sia il segno dei tempi che cambiano.

Se la Chiesa ha fatto il suo passo, ancora molto resta da fare da parte della Comunità Internazionale, che pur non avendo responsabilità diretta sui massacri ha un'enorme responsabilità di esser, come ha avuto modo di dire e scriivere Silvana Arbia (Procuratore del tribuinale internazionale), "rimasta a guardare".
 

lunedì 6 marzo 2017

Parco Nazionale dei Monti Rwenzori

Il Parco Nazionale dei Monti Rwenzori è un parco di 995 chilometri quadrati situato in Uganda, al confine con la Repubblica Democratica del Congo nella parte ovest, istituito nel 1991 e che dal 1994 è inserito tra i Patrimoni dell'Umanità dall'UNESCO e dal 2008 tra i siti della Convenzione di Ramsar sulle zone umide. Il suo paesaggio, di rara bellezza, è composto da gran parte della catena montuosa Rwenzori, dove spicca la terza cima più alta d'Africa, il Monte Stanley che comprende la Cima Margherita (battezzata così dall'esploratore Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, che nel 1906 conquistò per primo la cima e che volle chiamarla in onore della zia) posta a 5109 metri, da ghiacciai (ben sei), cascate e laghi che lo pongono tra i più bei paesaggi alpini africani. Le montagne Rwenzori, chiamate anche "Montagne della Luna" dal geografo greco Tolomeo (II sec. d.c.) sono anche l'origine del fiume Nilo, come lo stesso Tolomeo aveva detto.
Il parco è contiguo con il Parco Nazionale Virunga che si trova nella Repubblica Democratica del Congo con cui condivide la catena montuosa.
Oltre il 70% del parco si trova sopra i 2500 metri di altitudine, mentre l'intera estensione và dalle pianure della Rift Valley fino appunto alla Cima Margherita.
Il parco raccoglie, a parere degli esperti, una delle più belle biodiversità botaniche del pianeta (anche oltre i 3000 metri, tra lobelie giganti, senecio e varie forme di erica lo spettacolo è sublime), oltre che una grande varietà di specie animali (tra cui il leopardo, l'elefante, il gatto dorato africano, lo scimpanzè, il cefalopo e oltre 220 specie di uccelli).

Dal 1999 al 2004 l'UNESCO lo ha inserito tra i siti a rischio a causa dell'aumento della pressione umana sul Parco. L'aumento della popolazione residente con conseguente deforestazione, l'aumento del turismo e delle incursioni dei gruppi armati di guerriglia (in particolare tra il 1997 e il 2001 quando le milizie occuparno il parco) hanno determinato l'aumento delle attività illegali (caccia, disboscamento) che hanno rischiato di mettere a serie pericolo la biodiversità del sito.

Da un punto di vista turistico (il parco è stato riaperto nell'estate del 2001, dopo anni di chiusura) il parco è visitabile a piedi in varie escursioni che prevedono tempi (anche 10 giorni), difficoltà e costi molto differenti. La gestione del parco è affidata all'Uganda Wildlife Authority (UWA), istituita nel 1996.

Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni dell'Umanità in Africa

venerdì 10 febbraio 2017

La Nigeria in Italia, alcuni numeri



La Nigeria, con 77.264 residenti regolari in Italia, costituisce la 19° comunità di stranieri. Non è, numericamente, nemmeno la prima comunità africana in Italia. Marocco, Egitto, Senegal e Tunisia, nell'ordine, si pongono in avanti nella classifica dei poco più di 5 milioni di residenti stranieri in Italia. Numeri più o meno stabili negli ultimi anni, ovvero poco più dell'8% della popolazione italiana, che in qualsiasi parte del mondo non dovrebbero creare allarmismi.
Negli ultimi anni sono cresciuti enormemente gli arrivi dei nigeriani in Italia attraverso gli sbarchi luongo la rotta mediterranea.
Nel 2016 (vedi post sugli arrivi) il 20,7% dei 181.436 sbarcati era composto da nigeriani (37.551), un numero in grande crescita  negli ultimi anni.


I motivi che spingono i nigeriani a migrare sono molteplici. Sicuramente la questione delle violenze nel paese (non solo quelle dei gruppi estremisti come Boko Haram) incide fortemente in alcune aree sulla stinta migratoria. Nel 2015 in Nigeria vi furono 11 mila morti dovuti alle violenze religiose, etniche e sociali. Vi sono poi fattori economici importanti. Il colosso africano (oltre 180 milioni di residenti) fatica a svilupparsi. Le risorse petrolifere, che garantiscono quasi il 20% del PIL, (era il primo produttore dell'Africa, superato da poco dall'Angola) rischiano di creare più problemi che opportunità. La corruzione è alle stelle, alcuni ambienti come il Delta del Niger sono devastati forse per sempre e la povertà attanaglia non solo le grandi città.
Vi è infine un'altra fetta di migrazione che rende quella nigeriana una storia diversa dalle altre. Crescono il numero delle giovani donne che nella speranza di cercare fortuna in Europa entrano nei circuiti della prostituzione, soprattutto di strada.
Sulla prostituzione nigeriana si è scritto (vedi anche questo post di Sancara) e si conosce quasi tutto. Un tempo l'inganno, oggi il sacrificio di una delle figlie, i riti vudu, il debito accumulato per la migrazione, il ruolo delle organizzazioni criminali (confraternite) sempre più capillari e strutturate  e infine la madame e la vita di strada, tra le periferie di mezza Europa. Nel 2013 erano giunte 433 donne nigeriane, nel 2016 questo numero ha superato le 9000. Numeri che hanno letteralmente saturato le strade e che mettono a dura prova i servizi che si occupano dell'assistenza alle vittime di tratta.
Inutile nascondersi dietro ad un dito è la criminalità nigeriana che, assieme alla prostituzione gestisce - sebbene il termine sia improprio -  una parte significativa dello spaccio di stupefacenti. La "gestione" delle prostituzione è molto ramificata e affidata spesso a donne (madame) o a intere famiglie che hanno il compito di riscuotere il denaro per se e per la rete criminale a saldo del debito iniziale. Le madame spesso sono gli sponsor della migrazione (che in altri termini non è altro che l'acquisto di merce umana). Gli introiti vengono reinvestiti in droga.

Recentemente la rete criminale nigeriana ha iniziato ad utilizzare - confondendosi con gli altri - gli unici canali di accoglienza aperti nel nostro paese: quelli della protezione internazionale. Nell'ultimo triennio i numeri delle richieste d'asilo di nigeriani è cresciuto esponenzialmente, mettendo a dura prova il sistema (tarato per numeri ben più piccoli).


Il risultato delle richieste è per oltre il 66% negativo. Infatti nel periodo 2001-2015 solo al 2% dei richiedenti è stato accordato lo stato di rifugiato. Oggi appare del tutto evidente che il circuito dei richiedenti asilo è divenuto l'unico canale di regolarizzazione. Le Commissioni Territoriali (quelle deputate a valutare le richieste di asilo) sono intasate e incapaci di dare risposte in tempi celeri. Oggi si aspetta almeno nove mesi per una audizione. I tempi dilatati finiscono inevitabilmente per favorire le reti criminali e danneggiare chi ha diritto alla protezione.


Le reti criminali nigeriane (confraternite) sono diventate sempre più capillari e strutturate. Gli esperti ritengono che la "mafia nigeriana" sia molto pericolosa per la sua duplice capacità di essere aggressiva e innovativa. Nata in ambienti universitari è capace di mettere assieme elementi tipici della criminalità (in termini di brutalità) e uno spiccato senso della modernità fatta di tecnologia e business.
La questione di maggior rilievo è quella relativa ai legami con la comunità nigeriana regolarmente residente in Italia (sono circa 77 mila) che sembra almeno essere cieca nei confronti del dilagare della rete di infiltrazione nella società.
La sensazione - sempre più confortata dai dati - è che il business della migrazione/prostituzione si sviluppi ben oltre la criminalità organizzata sembra essere sempre più una verità anzichè un sospetto.

mercoledì 1 febbraio 2017

Gambia: un esempio per il futuro?

Quel che è accaduto nel minuscolo stato africano (il più piccolo stato del continente, escluse le isole, il 167° nel mondo, con poco meno di 2 milioni di abitanti) deve indurre tutti noi a qualche riflessione. La storia non necessariamente deve ripetersi e non sempre è prevedibile. Quando il 1 dicembre 2016 le urne decretarono la vittoria del candidato dell'opposizione Adama Barrow vi furono da prima dei sentimenti di incredulità - non accade facilmente che l'opposizione vinca contro un dittatore africano che da oltre 20 anni governa un paese - poi, di cauto ottimismo quando Jammeh accettò la sconfitta e infine di paura, quando i timori che si sarebbe rimangiato la parola data risultarono evidenti.
Certo bisogna anche essere onesti. Nello scacchiere geopolitico il Gambia non conta nulla e se non fosse stato per un insolito aumento di richiedenti asilo provenienti da quel paese, molti non avrebbero nemmeno saputo collocare il paese in un'area approssimativa del continente.
Ma, la grande differenza è che questa volta, la comunità africana non è stata ad osservare o a lanciare degli inutili proclami di lesa democrazia. La Cedeao (Comunità Francese degli Stati dell'Africa Occidentale) ha in breve tempo allestito un esercito che si è ammassato alle frontiere pronto a proteggere la transizione democratica e il giuramento del neo-presidente Barrow.
Certo bisogna essere anche qui onesti. La Gambia è un enclave del Senegal (che ha fornito la stragrande maggioranza dei militari) e bloccare le frontiere è un gioco da ragazzi.
Resta però altissimo il valore simbolico.
La Cedeao ha fatto quello che l'Unione Africana non poteva fare. Troppi sono i capi di stato che in ogni parte del continente da anni gestiscono il potere in modo autoritario e senza barlumi di democrazia (vedi il post di Sancara, Attaccati al potere 2016).
L'azione militare, assieme alle consuete pressioni delle cancellerie occidentali, ha costretto Yahya Jammeh a trattare. Naturalmente ha trattato una resa "onorevole" per se e per la sua ampia famiglia.
La Guinea Equatoriale che lo accoglie, oltre ad essere un paese nelle stesse condizioni del Gambia (Teodoro Obiang Nguema, è il settimo leader del mondo che da più tempo è alla guida di un paese, dal 1979) è anche un paese che non ha aderito alla Corte Penale Internazionale. Quest'ultimo dettaglio permette a Jammeh di non incorrere nel rischio di essere accusato e giudicato per i crimini commessi durante il suo mandato.

Certo è che la Gambia ha pagato anche un altro enorme prezzo alla fuga del suo dittatore, quel 1% del PIL (circa 11-12 milioni di dollari) che sono volati assieme alle auto di lusso verso l'esilio. Un prezzo che per il paese non è certo piccolo ma, che per ora allontana lo spauracchio di una guerra civile.

Il futuro è ancora incerto. Barrow, un imprenditore di 51 anni, ha vinto non tanto per suoi meriti (per qualcuno si tratta di uno sconosciuto prestato alla politica) tanto per il voto contro Jammeh. Dovrà dimostrare sul campo di fare delle politiche diverse, da mussulmano di non opprimere le minoranze, di cambiare alcuni provvedimenti di Jammeh che accentravano il potere sul presidente, di dare un senso allo sviluppo del Paese e di essere capace di far ritornare in patria quei molti che hanno deciso, per paura, di abbandonare la Gambia.
Ricordo bene quando il 22 luglio 1994 quando il giovanissimo Jammeh prese il potere in Gambia. La gente lo acclamava. Come primo provvedimento fece aprire tutti i rubinetti pubblici dell'acqua chiusi da una società tedesca (a cui il governo aveva "venduto" l'acqua) perchè nessuno pagava le bollette!
Poi con il tempo le cose sono cambiate e Jahya si è rivelato essere un dittatore amante del potere e sprezzante dei diritti. L'uomo che aveva promesso un rapido ritorno alle urne per ridare potere ai civili l'ha poi mantenuto per 22 anni, censurando la stampa, discriminando gli omosessuali, ripristinando l'uso della pena di morte, sposando posizioni radicali islamiche e aprendo le porte alla fuga di molti giovani.

Il futuro si sta scrivendo in queste ore,  quel che conta è che vi sia stato un forte segnale da parte dell'Africa e questo non è poca cosa.
 
 

  
   

martedì 17 gennaio 2017

Migrazioni africane

Nel corso del 2016 sono sbarcate in Italia, attraverso la rotta libica, 181.146 persone, numeri che superano di poco (erano 170 mila) il record del 2014. Sarebbero state di più se 5.022 persone non fossero morte (e moltissime di esse disperse) in mare. Una strage.
Numeri che, ad essere onesti, non dovrebbero avere, in un paese di 60 milioni di abitanti, le dimensioni di un allarme e quanto meno di una emergenza. Invece in Italia questi arrivi stanno mettendo in apprensione l'intero stato.
Per ragioni geografiche gli sbarchi dalla Libia sono fatti, per la quasi totalità, da uomini, donne (il 14%) e bambini (i minori sono circa il 15%) africani.

Persone che provengono da paesi non necessariamente in guerra, sia chiaro. Scappano da situazioni più o meno difficili, dove la vita vale sempre meno e dove, spesso, qualsiasi situazione in Italia è migliore di quella che si lascia.
Oltre il 20% (37.500) proviene dalla Nigeria, il paese più popoloso d'Africa con oltre 170 milioni di abitanti (e il 7° nel mondo). Un paese che potrebbe essere tra i più ricchi del pianeta grazie ad una massiccia presenza di petrolio e che da sempre ha vissuto nel caos politico, religioso e etnico. Una situazione di conflitto permanente che ha favorito le grandi multinazionali che hanno devastato aree intere del paese, arricchendosi, e una classe politico-militare corrotta che ha affamato la popolazione senza ritegno. Oggi la Nigeria vede scappare varie categorie di persone: quelli che dal Nord scappano dalle violenze di Boko Haram, quelli che scappano dalle regioni del Delta del Niger devastato dal petrolio ed oramai improduttivo e quello, femminile, legato alla prostituzione di strada.
Il 12% (20.700) proviene dall'Eritrea, un paese che nonostante le apparenze vive in uno stato di assenza della democrazia e repressione delle opinioni oramai dalla sua nascita (1993). Il 7% proviene dal Gambia (12.000), un minuscolo stato dell'Africa Occidentale, che dal 1994 (hanno di un incruento golpe) vede un uomo solo al potere che ha lentamente tolto ogni libertà (di stampa, di religione, di genere).
Altri 10.000 provengono dal Mali, un paese tormentato dove da anni (e nel silenzio) è in corso uno dei maggiori conflitti etnici e religiosi.
E ancora Costa d'Avorio, Sudan, Somalia e Guinea tanto per citare i paesi più rappresentati in questa moltitudine umana in movimento e tutti alle prese con conflitti e tensioni più o meno noti. Ma è la povertà che avanza e preoccupa ancora di più delle guerre. Le organizzazioni internazionali da tempo sostengono che le politiche neoliberiste in Africa hanno aggravato la situazione riducendo, ancora di più, gli investimenti per il welfare.

Naturalmente sono una piccolissima parte di chi fugge dal proprio paese in Africa. Secondo i dati dell'UNHCR sono 5 milioni circa i rifugiati/fuggitivi interni al continenete africano, di cui solo il 4% sbarcato in Italia.
Insomma come è logico, la maggior parte di chi scappa resta nei paesi limitrofi perchè in fondo spera, a volte inutilmente, un giorno di poter tornare nella sua terra. 

Oggi il problema principale è che questi numeri, come si diceva assolutamente gestibili in situazioni normali, vanno a confluire - impropriamente -  sull'unico canale di migrazione oggi funzionante: la richiesta di asilo.
Un paese come l'Italia che gestiva numeri di richieste d'asilo nell'ordine di qualche migliaio all'anno (con punte alte ma, nell'ordine di 20-30 mila,  durante la crisi Albanese o quella della guerra nella ex-Jugoslavia) si è ritrovata negli ultimi anni a gestire decine di migliaia di richieste (61.700 nel 2014, 84.000 nel 2015 e oltre 100.000 nel 2016); numeri che hanno intasato il sistema. Le Commissioni territoriali arrivano ad analizzare le richieste anche 9 mesi dopo, con una ripercussione negativa sulle strutture di accoglienza, tarate per brevi soggiorni e sulle dinamiche sociali. 
Il diritto all'asilo è una questione assolutamente delicata, che richiede tempo e che deve essere sostenuta con tutte le forze. Così come debbono essere mantenute tutte le tutele legali per chi fa richiesta, compresa quella di appellarsi ad una decisione ritenuta ingusta. Sui diritti non si può contrattare. Il rischio oggi è che, in nome della semplificazione e della risposta ad un'emergenza, si sacrificano diritti fondamentali.

A tutto il 2015 solo il 9% delle richieste di asilo venivano accettate (che diventano il 40% se sommiamo gli status giuridici di protezione sussidiaria ed umanitaria), mentre il 60% delle richieste risultano non accettate.

Appare evidente che la strada della richiesta d'asilo (oggi "contaminata" di richieste non pertinenti, come il grande tema delle giovani donne nigeriane destinate dalle reti criminali alla prostituzione) non può essere l'unica possibilità per migrare!
Così come dobbiamo essere onesti nel dire che alcune categorie di migranti entrano (spesso sfruttati) nella normale catena agro-alimentare con grande complicità del popolo italiano (produttori e consumatori).

Affermare oggi che si migra soprattutto per ragioni economiche non solo è lapalissiano ma, equivale ad affermare un principio che pone un tema di diritti. Diritti che vengono ignorati per propaganda o per paura. Una propaganda che vuole mettere tutti sullo stesso piano, anzi mettere i molti sul piano dei pochi. I migranti come tutti terroristi, come tutti delinquenti o come tutti malati hanno lo stesso peso di affermare che i preti sono tutti pedofili, che tutti gli italiani sono mafiosi o che i politici sono tutti ladri. Equivalenze che spostano le responsabilità sugli altri.
Così come appare evidente che a migrare siano i poveri (i ricchi si trasferiscono a vivere altrove), quella metà dell'umanità che stenta a mettere insieme un pasto al giorno per se e per la propria famiglia.
Il diritto di queste persone è il semplice fatto di sperare di continuare a vivere.

Vi è stato un tempo in cui gli africani volevano rimanere nelle loro case, nelle loro tradizioni e nelle loro culture ma, quasi 30 milioni sono stati forzati (nel senso letterale del termine) a superare quel mare che li avrebbe portati nel nuovo continente, immolati alla causa dello sviluppo e della ricchezza (degli altri). Ancora oggi, ci piaccia o no, facciamo i conti con quella storia.








mercoledì 4 gennaio 2017

Donne al potere 2016



Come ogni anno Sancara pubblica una dettagliata analisi sui Capi di Stato e di Governo del Mondo. Dopo aver osservato l'attaccamento al potere (ovvero la durata al potere dei leaders di Stati Indipendenti a partire dal 1900), affrontiamo con questo post la situazione delle donne al potere.
Rispetto agli ultimi sei anni (2010-2014) la situazione dei Capi di Stato o Capi di Governo al femminile è rimasta sostanzialmente invariata, anzi potremmo dire che è peggiorata. Continuano ad essere poche le donne al potere nel mondo (24, ma in realtà 23 grazie alla sospensione del Presidente della Corea del Sud), meno le "nuove" (solo 7) e ancor meno quelle che realmente contano nello scenario geopolitico mondiale.

Infatti, dei 340 Capi di Stato e di Governo in carica al 31 dicembre 2016 solo 24 erano donne (il 7%) (erano 23 nel 2010, 24 nel 2011, 23 nel 2012, 23 nel 2013, 24 nel 2014, 24 nel 2015). Sembra che da questi numeri bassi non ci si riesca ad allontanare.

Solo un Paese, il Regno Unito, è guidato completamente da donne.
Nel corso del 2016 sono state 7 le donne che sono divenute Capo di Stato o di Governo (erano state 9 nel 2014 e 10 nel 2015). Di esse a fine anno, sei erano ancora in carica.


Ecco le donne in carica al 31 dicembre 2016:


L'Europa è il continente dove si trovano il maggior numero di donne (9) (erano 9 lo scorso anno, 8 nel 2014 e 2013, 9 nel 2012, 10 nel 2011 e 11 nel 2010) a Capo di Stato o di Governo. Esse sono, in ordine di anzianità alla carica:

- Regina Elisabetta II d'Inghilterra (Regno Unito) (che è anche il Capo di Stato o di Governo da più tempo al potere)
- Regina Margherita II di Danimarca
- Cancelliere Germania, Angela Merkel
- Primo Ministro di Norvegia, Erna Solberg
- Presidente di Malta, Marie-Louise Coleiro-Preca
- Primo Ministro di Croazia, Kolinda Grabar-Kitarovic
- Primo Ministro di Polonia, Beata Szydlo
- Presidente provvisorio dell'Austria Doris Bures
- Primo Ministro del Regno Unito, Theresa May


Quattro (4) (erano 3 nel 2015, 2 nel 2014, 3 nel 2013, 2 nel 2012, 3 nel 2011 e 2 nel 2010) le donne alla guida di paesi dell'Asia:
- Primo Ministro Bangladesh, Sheikh Wajed
- Presidente Corea del Sud, Park Guen Hye (in realtà in questo momento sospesa per corruzione)
- Presidente del Nepal, Bidha Devi-Bhanjdari
- Presidente di Taiwan Tsai Ing-Wen


Tre (3) sono in Africa, (4 nel 2015, 2 nel 2014, 3 nel 2013, 2 nel 2012 e 2011 e una nel 2010). Esse sono:
- Presidente della Liberia, Ellen Johnson-Sirleaf
- Primo Ministro di Namibia, Saara Kungongelwa-Amadhila
- Presidente delle Maurizio, Amena Gurib-Fakim

Tre (3) le donne in carica in Centroamerica (4 nel 2015, 6 nel 2014 e nel 2013, 5 nel 2012 e 4 nel 2011 e al 2010), ovvero:
- Governatore Generale Saint Lucia, Perlette Louisy (terza donna da più tempo al potere)
- Governatore Generale di Grenada, Cecile La Grenade
- Governatore Generale delle Bahamas, Dame Marguerite Pindling


Due (2) in Oceania ( erano 0 lo scorso anno):
- Presidente Isole Marshall, Hilda Heine
- Governatore Generale Nuova Zelanda, Patsy Reddy

Due (2) nei Paesi dell'Ex-URSS (2 lo scorso anno e nel 2014, una nel 2013, 2012 e 2011 e 2 nel 2010):
- Presidente Lituania, Dalia Grybauskaite
- Presidente Estonia , Kerati Kaljulaid

E infine, una (1) in Sud-America (2 lo scorso anni, 4 nel 2014, 2 nel 2011, 2012 e 2013 e una nel 2010):
- Presidente del Cile, Michelle Bachelet 




Appare inoltre evidente che, fatta eccezione per le Regine o loro delegate, sono pochissimne le donne che gestiscono il potere per lungo tempo, su di esse fanno eccezione la Cancelliera tedesca Angela Merkel e la Presidente della Liberia e Premio Nobel per la Pace, Ellen Johnnson Sirleaf, non a caso entrambe definite "donne di ferro".

Ecco la classifica delle dieci donne che da più tempo detengono il potere nel mondo:


1° - Regina Elisabetta d'Inghilterra (dal 1952), secondo posto assoluto dopo il Re di Thailandia
2° - Regina Margherita di Danimarca (dal 1972), quinta assoluta
3° - Governatrice di St. Lucia, Perlette C. Louisy (dal 1997)
4° - Cancelliera di Germania, Angela Merkel (dal 2005)
5° - Presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf (dal 2006)
6°- Primo Ministro del Bangladesh, Hasina Wajed (dal 2009)
7° - Presidente della Lituania, Dalia Grybauskaite (dal 2009)
8°- Presidente della Corea del Sud, Park Guen Hye (dal 2013, attualmente sospesa)
9°- Governatrice Generale di Grenada, Cecile La Grenade (dal 2013)
10°- Primo Ministro di Norvegia, Erna Solberg (dal 2013)


Questi numeri confermano ancora una volta come la rappresentanza femminile nel mondo della politica che conta, sia ancora un fatto residuale.
Ad oggi solo 86 dei 193 paesi indipendenti del mondo (il 44,5%) sono stati governati almeno un giorno da una donna nella loro storia. Nel corso del 2016 alla lista si sono aggiunti Taiwan, le Isole Marshall, l'Austria e l'Estonia.
Tra le assenze più significative gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone, la Nigeria, la Russia e l'Italia.

Centroamerica e Europa e Sud America (intorno al 60%) sono le aree del pianeta dove si sono avute (o si hanno) più donne alla guida di uno stato. Dietro di loro, l'EX-URSS, l'Asia e l'Africa. Fanalino di coda il Medio Oriente che su 13 stati sovrani solo uno ha avuto almeno una donna al potere (quell'unico stato è Israele).

Vi segnalo anche questo vecchio post di Sancara sulle donne nei parlamenti.


Vai ai post di Sancara:
Donne al potere nel mondo 2015

Donne al potere nel mondo 2014

Donne al potere nel mondo 2013

Donne al potere nel mondo 2012

Donne al potere nel mondo 2011

Donne al potere nel mondo 2010