giovedì 17 agosto 2017

Dal Premio Nobel alla mafia: le confraternite nigeriane

La criminalità nigeriana è stata da poco "elevata" al rango di mafia. Se è vero che la Direzione Nazionale Antimafia già nel marzo 2003 defìnì come "mafiogena" la criminalità nigeriana, le prime condanne per associazione mafiosa si collocano attorno al 2010. La mafia nigeriana da un lato ha una storia all'interno del paese d'origine e dall'altro, come sostiene nuovamente la DIA nel 2017, ha avuto “una forte capacità adattativa all’ambito territoriale in cui si trova ad operare”.
La sua espansione, come ha più volte sottolineato l'UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), ha varcato da tempo i confini della Nigeria ed è oramai diffusa, con interessi criminali diversi, in varie aree del mondo con in testa l'Italia, poi Canada, Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Russia, Brasile e Giappone.
La criminalità nigeriana affonda le sue origini all'interno del mondo universitario della Nigeria ed in particolare nel cultismo e nelle confraternite.
Quando nel 1952, sette giovani studenti universitari (tra di loro si chiamavano i magnifici sette), tra cui il futuro Premio Nobel (1986) per la Letteratura Wole Soyinka fondarono la Pyrates Confraternity (anche nota come National Association of Seadogs) all'interno dell'University Collage di Ibadan non pensavano certo di mettere le radici ad una delle più potenti e aggressive associazioni a delinquere del mondo.
I magnifici sette, 1952

L'idea originale era quella di contrastare una Università di elite dove frequentavano solo studenti facoltosi legati al mondo coloniale e favorire gli studenti poveri promettenti. L'affiliazione alla confraternita, era permessa, alle origini, solo a maschi di qualsiasi razza e etnia ma, dopo severe selezioni e giuramenti che si avvicinavano a riti di iniziazione cruenti, veri e propri. Il loro motto era "Against all conventions"
Da questa cellula originaria negli anni '70 si svilupparono altre confraternite, in particolare nel 1972 quando furono espulsi - ufficialmente per non aver centrato gli standards imposti (alto rendimento accademico e intellettuale) - in realtà dopo un "ammutinamento" Bolaji Carew, chiamato Rica-Ricardo e altri 30 confratelli.
Essi diedero vita alla Buccaneers Association of Nigeria (i Bucanieri) che ricalcava la struttura dei Pyrates e che probabilmente fu la prima confraternita ad uscire dal mondo universitario.
Nel 1976 naque invece, nell'Università di Benin City, la Neo Black Movement of Africa (Black Axe, ascia nera), ancora frutto di una scissione dei Bucanieri. Secondo alcune tesi all'origine della scissione vi furono anche alcuni membri di organizzazioni anti-aparthaid fuorisciti dal Sudafrica con l'obiettivo di diffondere la "consapevolezza nera". 
All'inizio degli anni '80 le confraternite si diffusero, per continue scissioni (da cui appunto l'appellativo di cellule) in tutte le istituzioni di istruzione superiore del paese. In particolare nel 1983 all'Università di Benin City nacque la Supreme Eiye Confraternity. In questi anni secondo alcuni studiosi si iniziò a introdurre rituali vudoo nella cerimonie di affiliazione.

La svolta che cambiò il corso delle cose è considerato il colpo di stato del 31 dicembre 1983 , quando i militari misero fine all'esperienza della seconda Repubblica (1979-1983) e alla democrazia. A capo della giunta militare fu posto il generale Muhammadu Buhari (attuale Presidente della Nigeria, ritornato al potere a maggio del 2015). Dopo nemmeno due anni (il 27 agosto 1985), il capo di stato maggiore di Ibrahim Babangida (coinvolto in tutti i colpi di stato della Nigeria) lo fece arrestare e a assunse direttamente il potere fino al 1993.
I leader militari - alle prese anche con gli effetti della crisi petrolifera - si accorsero che le Confraternite potevano essere usate a loro vantaggio e soprattutto contro i gruppi organizzati (sindacati studenteschi e del personale universitario) che si opponevano al regime militare. Vennero finanziati e armati. In poco tempo fu l'intera classe dirigente del paese a cercare l'appoggio della criminalità al fine di mantenere i propri privilegi. Fu l'inizio della fine.
Negli anni 90' poi si scatenò una guerra tra le confraternite che portarono per la prima volta alla nascita di confraternite urbane soprattutto nella Regione del Delta, dove l'azione si inserì all'interno del sanguinoso conflitto che si creò in quella Regione. E' degli anni '90 la nascita della Family Confraternity, conosciuta anche come "mafia del Campus".
Oramai le confraternite avevano rotto il cordone ombelicale che le teneva unite alle Università (sebbene l'ambiente non è mai stato abbandonato): le prospettive per gli affiliati erano quelle di avere accesso al denaro facile.

E' proprio in questi anni che i primi gruppi giungono in Italia, in particolare a Castel Volturno (Caserta) - che diventa una roccaforte dell'organizzazione -  e Verona, dove scoprono il grande mercato della prostituzione e delle droghe in Italia che risponde pienamente alla coniugazione delle tre d: donne, droga e denaro. Ovvero attraverso i soldi della prostituzione (in realtà della restituzione del debito migratorio), si commerciano droghe (con l'accordo della camorra) e si fanno i veri soldi!

Gli accordi con la criminalità organizzata italiana nascevano prima dalla necessita della camorra di avere antenne sul territorio (prostitute) che pagavano una sorta di affitto del territorio e successivamente di commerciare con gli stupefacenti (in Nigeria transitano droghe provenienti da Brasile, Colombia, Pakistan e Thailandia)

In Italia fino alla fine degli anni '90 i culti segreti che hanno operato, pur dedicandosi ad attività criminosa, non risultavano particolarmente violenti. Sebbene la polizia riporta di un incontro nel 1995 a Torino tra diverse società segrete nigeriane di loro, fino agli anni 2000, non si hanno grandi notizie. Le operazioni di polizia hanno fatto estinguere questi gruppi, dando spazio all'accesso di culti molto più violenti ed aggressivi come i Black Axe e gli Eiye. 

Nel 1999, con il ritorno della democrazia in Nigeria, si assiste ad un nuovo impiego delle confraternite, che vengono reclutate dai vari potentati e dalla politica come guardie del corpo, veri e propri eserciti privati al servizio esclusivo di chi li paga fino alla loro presenza nelle polizie locali. Insomma, le confraternite hanno inziato a permeare lo Stato.

La violenza di questi gruppi è cresciuta con il passare degli anni. I riti di affiliazione sono sempre più violenti e oltre a percosse, ingestione di sangue spesso comprendono stupri (di studentesse o di membri femminili dello staff universitario) e perfino omicidi. Anche nelle confraternite femminili (le Jezebels e le Amazons, le più note) lo stupro subito diventa un atto di affiliazione.
Naturalmente uscire dalla confraternità non è facile e spesso comporta la morte. E' degli ultimi anni - un pò come è avvenuto in Italia con la mafia  - l'ascesa di alcuni "confratelli" nella politica nigeriana.
  
Nel gennaio 2005 i Servizi Italiani affermavano (parlando dei nigeriani) “ le originarie attività illecite, commessa da gruppi isolati, senza una stabile organizzazione, hanno acquistito un peso maggiore nel panorama criminale, conquistando zone grigie del mercato, ovvero quelle controllate dalla malavita organizzata autoctona, che tradizionalmente considerava lo sfruttamento della prostituzione un attività di basso profilo e poco remunerativo e utilizzava manovalanza criminale straniera per lo spaccio al minuto degli stupefacenti”.


Infine, la svolta in Italia arriva negli ultimi anni. Nel 2011 l'Ambasciata Nigeriana a Roma emana una nota in cui si legge" ... nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani aappartenenti a sette segrete, proibite dal governo a causa di atti violenti: purtroppo ex membri sono riusciti ad entrare in Italia e hanno fondato nuovamente l'organizzazione qui, principalmente con scopi criminali"
 Il risultato e' possibile vederlo in queste cifre: nel 2013 sono sbarcate in Italia 433 giovani donne nigeriane, nel 2014 erano diventate 1500, nel 2015 5632, nel 2016 11009 e a metà anno del 2017 sono già 5000. Poichè che oltre l'80% di queste donne è destinato al mercato della prostituzione, la prima parte della logica delle tre d sta subendo una forte impennata!

Ancora oggi, come rileva un recente articolo di Andrea Sparaciari, "... non dve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villafggi dell'Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla storia della mafia nigeriana" 

In definitiva, la mafia nigeria, è una realtà con cui l'Italia (e il Mondo) deve fare, primo o poi, i conti.

Alcuni post di Sancara sul tema:
 
Nigeria in Italia, alcuni numeri

Prostituzione nigeriana in Italia


sabato 12 agosto 2017

Haftar, l'americano

Si è tornato a parlare di Khalifa Belqasim Haftar, il generale libico che controlla una parte, la Cirenaica, del Paese. Haftar è balzato nuovamente nelle prime pagine dei giornali quando ha dichiarato che avrebbe bombardato le navi italiane inviate in Libia dal governo italiano. Minacce naturalmente senza fondamento e soprattutto smentite dallo stesso solo alcuni giorni dopo.
Haftar è un personaggio particolare. Poco più' che settantenne, fino al 1987 era uno dei fedeli comandanti di Gheddafi, poi durante la guerra contro il Ciad e dopo essere stato fatto prigioniero, si mise a servizio degli Stati Uniti (per questo fu condannato a morte in contumacia nel 1993) cercando di rovesciare il regime libico. Dal 1993 si trasferirà negli Stati Uniti, dove secondo molte fonti lavorò per la CIA e dove ottenne la cittadinanza americana. Poi per quasi 20 anni non si sente più parlare di lui.
Quando nel 2011 la Libia stava collassando, Haftar fu rinviato in Libia per partecipare all'insurrezione e mettersi a capo delle forze armate dell'insurrezione.
Nonostante l'appoggio originario americano, degli Emirati Arabi e quello del vicino Egitto e recentemente anche della Russia, Haftar non è riuscito a prendere il potere in Libia (nel 2014 ci ha provato con un golpe che è fallito) e non ha mai riconosciuto veramente il Presidente e Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale (Fayez Mustafa al-Sarraj) ponendosi come milizia in antagonismo con il governo libico.

Il motivo per cui Haftar ha minacciato le navi italiane ed è contrario ad accordi diretti con l'Italia da parte di al-Sarraj è che egli sta usando la leva dei migranti per ottenere armi e finanziamenti (i quali sono stati già promessi dalla Francia nel recente incontro a luglio). Il suo ragionamento è chiaro ed in sintesi dice "se volete bloccare il flusso dei migranti bisogna fermarli nella frontiera sud della Libia, circa 4000 chilometri. Fornitemi i mezzi - armi, veicoli, denaro, droni, elicotteri e altro - e io faccio il lavoro. Costo: 20 miliardi di dollari". Insomma il business delle migrazioni deve continuare perché lui possa fermarlo a modo suo e alle sue condizioni.

E' sempre più chiaro che il caos libico ha generato (e continua a farlo) un enorme flusso di denaro che attraverso attività di vario generale, dal traffico dei migranti a quello del petrolio, dal traffico di droga a quello delle armi, ha permesso a molti di arricchirsi. Per questa ragione nessuno investe sulla soluzione interna del conflitto che anzi porterebbe ad una riduzione del flusso di denaro. Un paese instabile e nel caos sulle coste mediterranee più' vicine all'Europa, è una gallina dalle uova d'oro. Chi la controlla detiene un potere immenso.



mercoledì 19 luglio 2017

Parliamo d'Africa

E' di queste ore l'accorato appello di Alex Zanotelli ai giornalisti italiani ad illuminare l'Africa. Quel illuminare che deve essere intesa come accendere una luce o puntare i riflettori sulle questioni africane troppo spesse ignorate o mal raccontate. Ignorate soprattutto da quelli che "aiutiamoli a casa loro".
Un invito a rompere un silenzio che porta a non comprendere le ragioni che stanno alla base delle situazioni di guerra e di conflitto del continente, dell'aumento dei profughi provenienti dall'Africa e dell'incremento delle migrazioni cosiddette "economiche".


Un appello che un piccolo blog come Sancara, che nasce nel 2010 con l'obiettivo proprio di parlare d'Africa, non può che condividere e far proprio. Certo i miei interventi su questo blog sono delle piccole gocce d'acqua in un oceano agitato. Quante volte mi sono chiesto se ne valeva la pena, se il tempo speso a pensare, a studiare e poi scrivere d'Africa poteva essere impiegato in altro modo. Quante volte sono stato vicino a dire basta, chiudo questa esperienza. Poi, ogni volta, uno dei soliti luoghi comuni sparato da qualche improvvisato politico, una delle solite sciocchezze scritte sui social o un articolo che si spacciava per serio, zeppo si idiozie, mi hanno fatto desistere e mi hanno dato l'impulso a continuare.
Parlare d'Africa non è facile. Soprattutto farlo in modo corretto che non scivoli nel pietismo (spesso ricercato per altri scopi) e che sia comprensibile a tutti. Ancora più difficile è poi richiamare l'attenzione sui temi africani.

Siamo troppo abituati a raccontare l'Africa durante la fase acuta di grandi tragedie, per poi ignorarne, subito dopo, perfino l'esistenza.
Nell'immaginario collettivo l'Africa è una unica grande nazione (in realtà sono 54 paesi con situazioni sociali, culturali, economiche, linguistiche, etniche, religiose e geografiche completamente diverse l'uno dall'altro) tutto appiattito su di una grande povertà.
Oggi molti guardano all'Africa quasi con fastidio. Un fastidio frutto di un'immagine distorta che si ha del continente e più in generale delle persone che da quel continente scappano.

L'appello di Zanotelli rappresenta l'ennesimo stimolo a continuare a raccontare l'Africa dei drammi ma, anche quella delle bellezze. A scrivere dei conflitti e delle guerre del continente, della povertà a volte estrema, delle ingiustizie e degli orrori ma anche delle enormi risorse materiali, umane, sociali  e culturali che da ogni parte dell'Africa fanno fatica a giungere alla nostra attenzione.

Sancara nasce con questo scopo.
 

Chi è Alex Zanotelli?
Alessandro Zanotelli è un missionario nato in Trentino nel 1938. Appartiere all'ordine dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, noti come Comboniani (dal nome del suo fondatore il veronese Daniele Comboni, morto nel 1881 a Khartum nell'odierno Sudan).
Zanotelli è stato in Sudan dal 1965 al 1973 tra la popolazione dei Nuba durante la guerra civile sudanese. Per le sue critiche al governo e per le sue denunce al sistema di oppressione del governo fu costretto a non ritornare in quel paese (il governo gli negò il visto).
Si trasferì a Verona dove dal 1978 al 1987diresse la rivista Nigrizia che oltre a denunciare le storture africane non faceva mancare pesanti denunce al sistema politico degli aiuti al cosiddetto terzo mondo. Durante gli anni della sua direzione la rivista divenne un punto centrale di studio e osservatori sui temi del pacifismo e della critica verso i sistemi economici che creano disparità tra i popoli.
Fu tra i fondatori del movimento dei Beati Costruttori di Pace che mette al centro delle azioni la questione della giustizia.
Dal 1989 al 2001 è stato in Kenya nella baraccopoli di Korogoche alle porte di Nairobi.
Dal 2001 vive a Napoli nel rione Sanità, dove oltre ad essere presente nella difficile situazione del quartiere continua a seguire le questioni internazionali ed in particolari quelle africane.

Ecco il sito di Nigrizia


giovedì 13 luglio 2017

Nuovi Patrimoni da conservare in Africa

Si è chiusa il 12 luglio a Cracovia (Polonia) la 41° Sessione del Comitato per i Siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. E' stata una sessione che ha permesso di fare il punto della situazione dei 1073 siti mondiali, di verificarne lo stato di conservazione e di analizzarne gli eventuali problemi nella tutela.
Per l'Africa è stata l'ennesima prova di come il patrimonio presente nel continente non sia esclusivamente quello naturalistico.
La Sessione del 2017 ha inscritto nel Patrimonio Mondiale altri 21 siti (3 naturali e 18 culturali). Tre sono i nuovi siti africani, tutti nell'area culturale.
Si tratta anche di due nuovi paesi (Angola ed Eritrea) che entrano nella lista per la prima volta.

Sono stati inseriti:

- La città di Mbanza Kongo, in Angola, che fu la capitale politica e culturale del Regno Kongo (XIV-XIX sec.), uno dei più grandi Regni del Sudafrica pre coloniale. Una città posta a quasi 600 metrici altitudine;

- La città di Asmara, capitale dell'Eritrea, situato sopra i 2000 metri e frutto di una moderna pianificazione (fu edificata tra il 1893 e il 1941);

- La terra dei Khomani San, i boscimani del deserto del Kalahari, in Sudafrica, dove si raccoglie la presenza di questo popolo dall'Eta' della Pietra ai nostri giorni.

Sono tre siti che, in modo diverso, permettono di approfondire la storia africana spesso oltre molti luoghi comuni.

La sessione di Cracovia ha anche esteso un altro sito africano, quello naturale del W National Park del Niger (già iscritto nel 1996), oggi diventato un sito transnazionale (Benin, Burkina Faso e Niger) che raccoglie i tre parchi confinanti sotto un unico complesso: il Complesso di W-Arly-Pendjari.


Infine, e questa è una ottima notizia, due siti africani sono stati rimossi dai siti Patrimonio dell'Umanità in pericolo (oggi 54). Infatti il Parco Nazionale Simien (uno dei primi siti divenuti Patrimonio dell'Umanità, 1978) era stato inserito nella lista dei siti in pericolo nel 1996 a causa del passaggio di una strada al suo interno, dello scarso management e dell'impatto negativo dei visitatori. Oggi tale pericolo, grazie ad oltre due decenni di sforzi, è stato scongiurato.
vale lo stesso per il Parco Nazionale Comoè (inserito nel 1983) e inserito nei siti a rischio dal 2003 a causa dell'aumento del bracconaggio e dell'aumentata invasione umana. Dal 2005 è in corso un grande progetto di miglioramento del management finanziato in gran parte dalla Comunità Europea. Il miglioramento dell'habitat e e della conservazione della fauna ha permesso la rimozione, dal 2017, dai siti a rischio.

Sono purtroppo ancora 22 (sui 54 del mondo) i siti africani nella lista dei patrimoni dell'Umanità in pericolo. Molti di essi a causa delle guerre.

Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni dell'Umanità UNESCO in Africa

lunedì 10 luglio 2017

Cosa significa aiutiamoli a casa loro?

In questi giorni si è acceso un dibattito, talora surreale, su una frase che oltre ad essere un slogan populista di una pessima politica racchiude significati dubbi e diversi per chi la pronuncia. Siamo sinceri,  "aiutiamoli a casa loro" non significa nulla. Per una buona parte inoltre è un sinonimo di "non facciamoli arrivare" che rappresenta più la soluzione di una, spesso immotivata, paura, che una vera volontà di aiuto. Per altri ancora è un modo apparentemente elegante  per dire "degli altri, e di quelli in particolare, non mi interessa nulla". Per altri quella frase significa "facciamo qualcosa per loro", nel senso cristiano di aiuto o nel senso laico di donare opportunità.
L'assurdità del dibattito è proprio nel modo in cui esso si svolge. Tutto centrato sulla nostra misera politica locale, sulle fazioni interne, come se Salvini o altri contassero qualcosa nello scacchiere mondiale o potessero essere le persone capaci di incidere su strategie geopolitiche e internazionali o su fenomeni, complessi come quelli delle migrazioni.
Tralascio la questione relativa a coloro i quali richiedono protezione internazionale, che non solo abbiamo l'obbligo giuridico di accogliere ma, dove per tradizione culturale e democratica abbiamo anche il dovere etico e morale di farlo.
Abuja, Nigeria

Oltre a tutte le questioni filosofiche che voglio tralasciare (ad esempio il concetto di superiorità o di forza che la parola "aiuto" sottende, la questione se sia lecito o meno impedire agli uomini - dopo che l'abbiamo fatto con le merci - di muoversi liberamente), la questione degli aiuti racchiude un enorme tranello.
Di aiuti ai paesi del vecchio "terzo mondo" si parla (e si pratica) dal 1944 (ovvero ancora durante la seconda guerra mondiale), sebbene poi il grande afflusso di denaro arriva, in Africa, dalla fine degli anni '50 con le prime indipendenze. Secondo molti economisti e secondo alcuni studiosi di Africa sono proprio gli "aiuti allo sviluppo" (sia inteso quelli intergovernativi non quelli delle organizzazioni o delle emergenze) ad ever creato l'attuale situazione in Africa. Una situazione che, badate bene, non è di povertà, ma di enormi squilibri all'interno degli stati. Paesi come la Nigeria (da cui oggi giunge la prima migrazione africana in Italia), di oltre 180 milioni di abitanti, partono da una situazione di grande ricchezza per molti (tra di essi uomini e donne che rientrano nelle categorie delle persone più ricche del Pianeta) e milioni di persone che vivono letteralmente nelle discariche. Nel mezzo una enormità di "classe media" che oscilla tra il tentativo di arricchirsi, la possibilità di stare , economicamente, fermi e l'alto rischio di precipitare nella povertà. Mentre per le classi alte e medie la situazione è simile alla nostra, per le classi basse la situazione è drammatica perché i sistemi di welfare e di assistenza interna sono pressoché inesistenti e dipendono, e qui viene il bello, esclusivamente dagli aiuti esterni esistenti.
Secondo alcune stime sono oltre 300 miliardi i dollari che negli ultimi decenni sono arrivati in Africa senza che questa grande iniezione di denaro abbia influito positivamente sullo sviluppo.
Secondo i teorici di queste tesi (letteralmente di una "carità che uccide") questi innesti di denaro hanno generato una totale dipendenza verso l'esterno, una classe politica scellerata e "cleptocratica" e pesato enormemente sulle popolazioni più povere. Che sia chiaro gli aiuti non erano donazioni bensì scambio merci. Quelle merci pregiate (dal petrolio all'uranio, dai diamanti al coltan, dal legno al caffè, dal cacao all'oro, dai fosfati al carbone) di cui noi avevamo tanto bisogno e che gestirle (al netto delle tangenti) faceva non solo guadagnare molto, ma, ne permetteva di controllarne i mercati ed il prezzo.
Questo sistema ha generato un circolo vizioso che ha fortemente compromesso la crescita e lo sviluppo africano.
In definitiva la nostra ricchezza, la nostra crescita economica si deve in primo luogo a questo sistema. 
Affermare oggi che bisogna fare quello che abbiamo fatto per decenni e che ha prodotto il problema appare offensivo del buon senso.
In Africa non mancano le risorse (anzi!), quel che manca è la capacità di governarle e di renderle vantaggiose per la propria economia e meno per quelle degli altri.
Lavorare oggi per rendere le condizioni dei Paesi africani meno pesanti di quelle che oggi esistono significa creare delle situazioni ove sia più conveniente per se e per le proprie famiglie, restare piuttosto che migrare. Significa creare condizioni di vita migliori, significa reinvestire in questi paesi una parte consistente delle risorse esistenti, significa creare opportunità di lavoro.
Farlo, sia chiaro, significa ridistribuire ricchezze. Significa non permettere a chi estrae materie prime di devastare senza responsabilità il territorio (in Nigeria come in Repubblica Democratica del Congo) e di conseguenza far innalzare i prezzi, significa che il cacao prodotto il Africa Occidentale possa essere lavorato in loco a vantaggio dell'occupazione e a discapito delle nostre industrie, significa permettere di far decollare l'industria delle automobili e dell'abbigliamento in Africa (da sempre tenuta a freno), significa rivedere gran parte degli accordi commerciali in vigore che hanno lo scopo di salvaguardare le nostre economie, significa dare poteri alle classi dirigenti africane e sottrarne ai falsi donatori.... e la lista potrebbe continuare.

In un ragionamento laico e fuori dagli schemi politici (da una parte e dall'altra) credo sia corretto favorire - finalmente - la crescita e lo sviluppo dei Paesi africani ma, non per fermare le migrazioni bensì per rendere il mondo più equo e più giusto.



 
  

 

giovedì 22 giugno 2017

Orutu, il violino dei Luo

L'orutu è, assieme al niatiti e all'oporo, uno dei strumenti della tradizione musicale Ohangla dei Luo, un popolo dell'Africa orientale e in particolare del basso Sudan, del nord dell'Uganda, della Repubblica Democratica del Congo, della Tanzania e del Kenya.


Si tratta di uno strumento cordofono ad arco (o in altri termini di un violino monocorde) di semplice costruzione. Un corpo cilindrico cavo in legno, una pelle tirata sulla sua superficie e un tubo di legno inserito lateralmente che serve da manico. L'unica corda, nella tradizione in sisal (oggi sostituita dal nylon o dai cavi del freno di una bicicletta) che passa su di un ponticello, è fissata al manico.



Si suona con un archetto di legno, tenendolo appoggiato all'addome o ad una gamba se si suona da seduti. Costituisce uno degli strumenti chiavi della musica benga, sorta. tra gli anni 40 e gli anni 60 in Kenya.
Tra i gruppi musicali che utilizzano questo strumento, anche nella musica moderna, vi sono i Kenge Kenge, un gruppo che si pone l'obiettivo di salvaguardare e rendere vive le tradizioni musicali del popolo Luo.

Vai alla pagina di Sancara sugli strumenti musicali d'Africa

martedì 30 maggio 2017

Perfino il Papa rinuncia ad andare in Sud Sudan

E' di questi giorni la notizia che un uomo coraggioso, come è Papa Francesco, è stato costretto a rinunciare al suo viaggio nel Sud Sudan. La sicurezza nel paese è oramai ai minimi e neppure la promessa del Papa ("andrò comunque") e la presenza di oltre 4 milioni di cristiani (un terzo circa della popolazione, il resto a scanso di equivoci, sono animisti) ha impedito ai servizi di sicurezza (del Vaticano e di Gran Bretagna) di dare il via libera al viaggio a Juba. Troopo pericoloso perfino per un Papa che aveva l'intenzione di sfidare il mondo (e forse sarebbe stato un grande atto).
La situazione del paese, la più giovane nazione africana, nata il 9 luglio di soli 6 anni fa (2011), è al collasso.
Oltre 5,5 milioni di persone che soffrono la fame (di cui 890.000 a rischio vita), quasi 4 milioni di profughi, di cui 1,8 milioni nei paesi vicini (Etiopia, Uganda e Kenya) e oltre 2 milioni di sfollati interni. Quasi tre milioni di persone (che diventeranno 4 a fine anno) la cui vita dipendono esclusivamente dal cibo distribuito dal WFP.
Tra di essi, inutile dirlo, moltissimi bambini. Giunti ad essere quasi 1 milione. Bambini in fuga costituiscono la maggiore preoccupazione delle organizzazioni umanitarie.
Una catastrofe che - solo perchè lontana da noi e perchè solo in minima (ma veramente minima) parte lambisce il nostro paese - passa quasi inosservata.

Dall'inizio del conflitto, iniziato alla fine del 2013, e accentuatosi nel corso del 2016, la situazione peggiore di giorno in giorno, mentre senza soluzione di continuità, i pozzi di petrolio continuano ad estrarre l'oro nero.

Si, perchè la questione è che il Sud Sudan, è potenzialmente un paese ricco.

Il conflitto, che ha origini etniche e non solo, vede contrapporsi l'esercito del Presidente Salva Kiir , un dinka che era stato il vice di John Garang fino alla sua morte (avvenuta nel 2005) e le milizie del vice-presidente Riek Machar di etnia nuer, destituito lo scorso luglio.
Un conflitto che, come purtroppo avviene in queste aree, finisce con colpire molto di più i civili che incidere in un senso o nell'altro sulle parti in conflitto. Nel mezzo, le organizzazioni umanitari e gli operatori umanitari (già 80 le vittime tra loro), spesso bloccati per non far arrivare gli aiuti a queste o quelle popolazioni.
Mentre la situazione sembra non avere soluzione, su altri tavoli, si discute di questioni diverse. E' in gioco la costruzione della nuova capitale del paese, che dovrebbe sostituire Juba. Si tratta di Ramiciel, ed è un'impresa da oltre 10 miliardi di dollari, che coinvolgono aziende cinesi, malesi, coreane e russe. Insomma, dei profughi non importa nulla, dei cittadini ancor meno e gli stessi paesi che pagano gli aiuti umanitari, sfruttano attraverso le loro imprese, i denari per la ricostruzione per la nuova costruzione. Il cinismo dell'umanità.

Per una trattazione dettagliata delle origini e delle complessità del conflitto interno vi rimando a questo articolo di Daniela Franceschi


 

lunedì 15 maggio 2017

Amadou Balakè, una voce burkinabè

Amadou Balakè (nato Amadou Traorè) è stato uno dei pochi (per ora) musicisti del Burkina Faso la cui fama ha varcato i confini nazionali inserendosi nella scena musicale internazionale. Il suo stile ha saputo miscelare elementi della tradizione africana (delle etnie Dioula e Mossi) e ritmi provenienti dai Caraibi.
Nato l'8 marzo 1944 nel nord del Burkina Faso (a Ouahigouya) nel 1952 assieme ai fratelli e alla madre, rimasta vedova, si trasferisce a Ouagadougou, dove frequenta la scuola coranica. Non impara a leggere, preferendo le percussioni allo studio.
Ragazzino, si trasferisce a Mopti (in Mali) dove svolge il suo apprendistato come autista. Diventa manovratore nei cantieri edili e infine, nel 1961, rientrato a Ouagadougou, diviene uno dei primi taxisti del paese.
Nel mentre, frequenta i bar  dove suonano le orchestre ed inizia ad esibirsi come cantante e percussionista.
Negli anni '60 gira i pesi dell'Africa Occidentale: è a Bamako in Mali come chitarrista  al Grand Hotel, ad Abidjan in Costa d'Avorio dove suona con l'orchestra cubana e infine in Guinea dove forse si svolge la sua vera formazione musicale.



Nel 1968 rientra in Burkina Faso ormai molto conosciuto nel panorama musicale africano ed è il momento in cui gli viene dato il nome d'arte Balakè, da un brano omonimo (scritto con la doppia, Ballakè) dei Bembeya Jazz (un gruppo guineano alla moda a quel tempo). La canzone, vero suo cavallo di battaglia, racconta di un giovane ragazzo ucciso durante la guerra d'indipendenza  e della sua fidanzata che si suicida dopo la sua morte.
Balakè resta per gran parte degli anni '70 in Burkina Faso dando vita a molti gruppi musicali che restano attivi nella capitale e che fondono ritmi afrocubani con l'afrobeat e il rhythm'n'blues. Molte delle produzione di quegli anni sono state riscoperte e valorizzate dopo la su morte.
Nel 1976 incide il suo primo album ad Accra (Ghana), poi il secondo nel 1978 a Lagos (Nigeria) intitolato Taximan (in ricordo del suo lavoro giovanile) e poi il terzo, sempre nel 1978, a Abidjan (Costa d'Avorio).

Nel 1979 Balakè è a New York assieme al cantante gambiano (ma senegalese di adozione) Laba Sosseh, dove registra due album (Vol.3 e Amadou Balakè a New York)  avvalendosi della collaborazione di molti musicisti (tra cui il pianista Alfredo Rodriguez). L'esperienza americana lo proietta nella musica internazionale.

Proprio grazie all'esperienza a New York e alle collaborazioni in chiave afro-cubana che anni dopo, varcata la soglia del muovo millennio, grazie al produttore Ibrahima Sylla, nascerà (2001) il gruppo Africando che vedrà Amadou Balakè tra i cantanti.

Dopo aver vissuto fino alla metà degli anni '80, tra New York, Parigi e Abidjan, Balakè è rientrato in Burkina Faso dove ha continuato ad esibirsi fino all'anno prima della sua scomparsa, avvenuta a Ouagadougou il 27 agosto 2014.
Nel 2013, in modo quasi profetico incide il suo ultimo album, chiamato In Conclusion che sarà pubblicato postumo nel 2015.

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