venerdì 5 ottobre 2018

L'uomo che ripara le donne

Il premio Nobel per la Pace 2018 è stato dato al ginecologo congolese Denis Mukwege (assieme alla yazida Nadia Murad) per l'impegno contro gli stupri di guerra. Verrebbe da dire, finalmente! 


Mukwege, che oggi ha 63 anni, dopo aver studiato in Burundi e in Francia dove si specializza in ginecologia e ostetricia, torna nel 1989 nel suo paese, la Repubblica Democratica del Congo, dove nel 1999 fonda l'ospedale di Panzi,  nel Kivu meridionale, dove si impegna a curare le donne che vengono violentate e mutilate. Sin dal 2012 Mukwege denuncia, inascoltato, la situazione delle donne nella Repubblica Democratica del Congo e del Kivu in particolare. Più volte è stato attentato all sua vita. Ma nulla si è mosso.

Il nome "l'uomo che ripara le donne" fu coniato dalla giornalista belga Colette Braeckman che lavora per Le Soir e per Le Monde Diplomatique e che ha approfondito molto la questione del genocidio ruandese (che è strettamente collegato alle violenze del Kivu), dell'uso dei bambini soldato e della violenza sulle donne in quell'area dimenticata del nostro pianeta.
Mukwege che nel corso delle sua carriera medica ha curato oltre 50 mila donne vittime di orrendi stupri ha raccontato in ogni luogo la follia dei macellai che usano lo stupro come arma di guerra.

Si perché sia chiaro, non stiamo parlando di uomini, ma di bestie, bestie che non esitano a gettare benzina nella vagina delle donne appena stuprate e poi darle fuoco, che non esitano a mutilare seni e mani di giovanissime donne, che non esitano ad usare ogni sorta di oggetti accanendosi su donne inermi.

Bestie, macellai, uomini di merda, criminali o mostri, poco importa.

Ma non sono diversi i potenti del pianeta che nonostante le denunce non hanno mosso un dito, non hanno pensato che nessuno difende quelle donne e che il lavoro di Mukwege è solo quello di riparare pezzi di carne, oramai svuotate da qualsiasi parvenza di umano. Il suo, sia chiaro è un lavoro immane, ma resta quello di un uomo di scienza che affronta una situazione che solo a pensarla mette i brividi.

Siamo onesti, i premi Nobel o ancora il premio Sakharov del 2014, non servono a nulla. Accenderanno forse i riflettori su un tema conosciuto e stra-conosciuto da anni (nel numero 984 del 25 gennaio 2013 di Internazionale, oramai oltre 5 anni fa, potete leggere un corposo articolo proprio su Denis Mukwege, dove purtroppo, si dicono le stesse cose di oggi).

Lo donne pagano un prezzo enorme per colpa del ricco sottosuolo del Kivu (vedi questo post si Sancara ed il suo aggiornamento su questo post, articoli del 2012) dove si estraggono minerali e metalli preziosi di ogni tipo (dal coltan per i nostri smartphone, all'oro, lo zinco, il tungsteno e lo stagno).
Recentemente (dicembre 2017, vedi questo post) perfino i caschi blu che da quasi vent'anni sono nella Repubblica Democratica del Congo, sono stati attaccati. Gli interessi in gioco sono enormi e le bande di criminali crescono come i funghi per accaparrarsi una fetta, più o meno importante, della torta.

E dove le armi, che arrivano a fiumi nel paese, non bastano ecco un'arma infame, come quella degli stupri, capace di incidere non solo sul momento ma, devastando il futuro di intere popolazioni.

Non spegnere i riflettori non è più auspicabile ma un'imperativo per il genere umano.

Si legga il post di Sancara, Stupri di massa, un'infamia dell'umanità







mercoledì 3 ottobre 2018

5 anni dopo, nulla è cambiato

Ripubblico, a distanza di 5 anni, lo stesso post che pubblicai, a caldo, la mattina del ottobre 2013, quando avvenne questa tragedia.

Il tempo ci ha poi permesso di conoscere meglio le dinamiche dell'accaduto e soprattutto, purtroppo, di contare le vittime.
368 persone annegate i cui corpi sono stati recuperati, 20 probabili dispersi e 155 sopravvissuti (di cui 41 minori).
Tutti cittadini eritrei (ad eccezione di 6 etiopi).
Tra i morti, 89 donne e 9 bambini.

E' uno dei tributi che un pezzo dell'umanità, sempre lo stesso, paga ad un mondo sempre meno uguale e sempre più cieco.

Lo ripubblico integralmente perché, guardando, bene, in 5 anni, nulla è cambiato.

Ora basta! La colpa è nostra.

L'ennesima strage di disperati. Oggi a Lampedusa, ieri a Scicli e prima ancora nel Canale di Otranto. Disperati, perchè chiamarli immigrati significa dare loro una dignità, che non hanno. La dignità di chi, come fu per noi italiani, pensa di migliorare la propria vita (molti ci riuscirono) lavorando, magari duramente, ove il lavoro non è un miraggio.
Queste persone no. Molte fuggono dalla guerra, dalla miseria, dalla violenza ben sapendo che dove andranno non vi sarà il paradiso, bensì lo sfruttamento, una miseria diversa e spesso anche la morte. Nonostante tutto mettersi nelle mani di banditi, di criminali senza scrupoli spesso protetti, affrontare un viaggio disumano, essere detenuti in quelli che chiamiamo ironicamente "centri di accoglienza" e finire per essere clandestini è ancora meglio che restare.

Non vi è giustificazione alcuna per stare a guardare. Quei morti devono urlare, devono destare le coscienze assopite di troppi di noi, distratti dalle beghe giudiziarie di un politico miliardario, dalle liti per accaparrarsi un posto in Parlamento, dall'ultimo infortunio di un calciatore strapagato o dalle bizzarrie di una show-girl capricciosa.

foto dalla rete
Le responsabilità di questi morti è tutta nostra.

Nostre sono state le politiche coloniali in questi paesi, che li hanno depredati. Nostri sono stati gli appoggi a dittatori e criminali di ogni sorte, che oltre ad arricchire se stessi, hanno sempre fatto i nostri interessi. Nostre sono state le politiche economiche e monetarie che hanno fatto crescere il debito pubblico oltre ogni controllo. Nostre sono le complicità nell'assassinare le poche menti illuminate che potevano cambiare, veramente, le sorti di quei paesi. Nostri sono i capitali delle multinazionali che sfruttano il sottosuolo, le risorse e gli uomini in quei paesi. Nostre sono le armi che che tengono in piedi sanguinosi conflitti. Nostre sono state le politiche delle sviluppo, che hanno prodotto di tutto fuorchè un miglioramento della vita reale della gente. Nostra è quella Comunità Internazionale, incapace di prevenire o gestire le crisi che continuamente si ripetono. Nostri sono i soldi sporchi del sangue di donne, uomini e bambini versato per soddisfare i nostri capricci. Nostri sono gli uomini che comprano minuti di piacere da giovani prostitute sfruttate dal racket della tratta di essere umani. Nostre sono le politiche sull'immigrazione fatte con i piedi e non con la testa.  Nostre sono le responsabilità quando non ci indignamo con forza a fronte di dichiarazioni razziste e xenofobe.

Queste morti, ha ragione Papa Francesco, sono una vergogna. Una vergogna per tutti noi, sono un pugno allo stomaco, sono il frutto della nostra inazione, del nostro torpore.
Abbiamo permesso per troppi anni che le politiche sull'immigrazione fossero centrate solo sul contenimento. Come se fosse possibile fermare l'acqua con un sacchetto di sabbia. Abbiamo ignorato che la Somalia è da 20 anni senza un governo, che in Etiopia ed Eritrea si muore di fame, che nella Repubblica Democratica del Congo vengono stuprate migliaia di donne al giorno, che in Nigeria a causa del "nostro" petrolio abbiamo distrutto un ecosistema unico al mondo, che in Siria prima ancora che per il gas, la gente moriva per una guerra sanguinosa, che in Libia dopo le bombe serviva dell'altro o che il Sahel non ha più acqua.

,Provate a chiudere gli occhi. Immaginatevi si essere da giorni in un barcone affollato, come quello della foto, dove perfino respirare è difficile. Immaginate di essere quasi a terra e che qualcuno vi spinga in acqua. Voi non sapete nuotare. Eppure vi spingono, perchè la vostra vita valeva qualcosa solo prima del viaggio.
Questo accade, ogni giorno. Questo accadeva agli schiavi secoli fa, durante la tratta, in più vi erano solo le catene.

Ora immaginate che sulla barca vi siano i vostri figli, i vostri mariti, le vostre mogli e che il colore della pelle non sia nera, ma bianca. Cambierebbe qualcosa?

venerdì 7 settembre 2018

La Cina in Africa

Ha destato grande interesse, e discussione, l'annuncio recente del Presidente Xi Jinping, di un nuovo e massiccio investimento cinese in Africa. Nel corso del terzo Forum della Cooperazione Cino-Africana, dove - udite udite - erano presenti i capi di stato o di governo di 53 dei 54 stati africani. Mancava solo lo Swaziland, che recentemente ha riadottato il nome Regno di e-Swatini, poiché è ancora l'unico ad avere relazioni diplomatiche con Taiwan, come imposto dai paesi europei ex-colonizzatori.
Qualcuno dirà certo, erano tutti li solo per ricevere soldi. In effetti nessuno (nemmeno la Banca Monetaria e il Fondo Monetario), nemmeno ai tempi delle grandi elargizioni di denaro senza nessuna garanzia di restituzione, era riuscito a  trovare un così ampio consenso.
Che la Cina da decenni (a partire dagli anni '80, per la precisione) abbia investito in Africa non è un mistero. Un investimento che è cresciuto in modo esponenziale, grazie anche alla storica (e se volete discutibile) posizione della diplomazia cinese di non ingerenza negli affari interni.
Il risultato è che già a partire dal 2014 la Cina è il primo partner commerciale dell'Africa. Africa che a detta degli analisti, oltre ad essere una miniera a cielo aperto, è l'unico grande mercato per il futuro.
I nuovi 60 miliardi di dollari messi sul piatto dalla Cina (cifra analoga a quella investita nel 2015) - differenziati tra linea di credito, aiuti e prestiti a zero interessi (è bene ricordare che quando il il Fondo Monetario negli anni '70 elargì prestiti a fiumi ai paesi africani, il problema maggiore furono poi gli interessi sul debito - potete vedere questo post di Sancara), fondi per lo sviluppo e per i progetti di finanza (investimenti di privati con partecipazione pubblica) e infrastrutture.
E' chiaro che la Cina non è la Caritas! I cinesi non sborsano nemmeno uno yuan senza sperare in un guadagno!
Le aziende cinesi hanno aperto cantieri ovunque in Africa per costruire rotaie, strade, dighe, stadi, edifici e altro. Sono stati costruiti quasi 6000 chilometri di ferrovie, oltre 4500 chilometri di autostrade, 9 porti, 14 aeroporti, 34 centrali elettriche, oltre un migliaio di piccole centrali idroelettriche e 100 zone industriali.
Quest'ultimo aspetto (naturalmente legato alle infrastrutture) è quello determinante per il futuro.
Recentemente uno studio effettuato dalla Harvard University (su cui è stato pubblicato un libro) dedicato agli investimenti cinesi in Africa oltre ad evidenziare la produzione africana (ad esempio camion, condizionatori, frigoriferi e televisori) legata agli investimenti cinesi ipotizza un futuro in cui l'Africa comincia a fabbricare prodotti complessi e formare, anche grazie ai cinesi, esperiti in ambito della tecnologia, diventando la fabbrica mondiale del futuro. Fantascienza? Vedremo.
Intanto da parte Occidentale si registra solo irritazione (ed invidia). Le critiche, apparentemente sensate, fanno leva sul neo-colonialismo cinese (che detto da chi possedeva tutta l'Africa, fa almeno sorridere), sui rapporti con feroci dittatori (l'Africa è anche fatta di giovani e fragili democrazie e comunque, molti dei dittatori passati e futuri sono stati messi lì proprio da quelli che criticano) e sul fatto che l'Africa è ancora un luogo "dove tribù si affrontano mortalmente tra di loro" (che sinceramente rappresenta un immagine dell'Africa quanto mai lontana dalla realtà).
Insomma, come ha avuto modo di scrivere già quasi 10 anni fa, l'economista zambiana Dambisa Moyo nel suo La carità che uccide, una aspra critica al sistema degli aiuti, "Nessuno può negare che la presenza della Cina in Africa sia motivata dal petrolio, dall'oro, dal rame e quant'altro è nascosto nel sottosuolo, ma dire che l'africano medio non ne trae alcun vantaggio è una falsità, e i critici lo sanno!"

Ecco che allora l'irritazione occidentale (Stati Uniti e paesi ex-coloni in testa) suona perlomeno sinistra. In un momento storico in cui l'Europa sembra vedere l'Africa più come un problema che come una risorsa, l'intervento cinese pone ancora una volta l'accento sulla scarsa lungimiranza della piccola politica europea.



domenica 19 agosto 2018

Muore Kofi Annan, con molti rimpianti

Si spento in Svizzera, a Berna, ad 80 anni, Kofi Atta Annan, ghanese, che fu dal 1 gennaio 1997 al 31 dicembre 2006 Segretario Generale delle Nazioni Unite. Fu il secondo africano a ricoprire questa carica (dopo l'egiziano Boutros Boutros Ghali) e il primo di pelle nera. Nel 2001 fu Premio Nobel per la Pace assieme alle Nazioni Unite.
Figlio di una famiglia aristocratica Ashanti, studiò nella sua città natale (era nato nel 1938), Kumasi, poi negli Stati Uniti (in Minnesota) e  infine in Svizzera. Una vita intera , a partire dal 1962, passata lavorando per le organizzazioni internazionali del sistema delle Nazioni Unite. 
L'OMS  (Organizzazione della Sanità Mondiale) prima, poi UNHCR (Agenzia per i Rifugiati) e infine le Nazioni Unite, dove ha ricoperto vari incarichi fino a quello di Segretario Generale.
Fu a capo delle Missioni di Pace ONU (DPKO) dal marzo 1993 al Dicembre 1996, gli anni peggiori per il Peacekeeping. Furono gli anni del fallimento Somalo (fine 1993), del genocidio del Ruanda (aprile 1994) e del genocidio di Srebrenica (1995). Insomma anni che hanno segnato profondamente la geopolitica mondiale e di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Quello del genocidio del Ruanda è stata una macchia che Kofi Annan, ha portato, come un fardello, per tutta la sua vita. Quando il comandante canadese della Forza ONU in Ruanda, il generale Romeo Dallaire, scrisse al quartier generale ONU, ben tre mesi prima del genocidio un telegramma che anticipava il massacro, fu proprio Kofi Annan ad opporsi ad una azione preventiva.
Fu lo stesso Kofi Annan, 10 anni dopo ad ammettere "Avrei potuto e dovuto fare di più. Il ricordo doloroso del Ruanda, con quello della Bosnia, ha molto influito sulle mie azioni successive".
Certo non si può scaricare tutte le colpe sul diplomatico ghanese (che a scanso di equivoci non era al tempo Segretario Generale) o ridurre il suo grande contributo alla diplomazia internazionale e al nuovo corso delle Nazioni Unite. Come ebbe modo di affermare lo stesso Dallaire "Certo la mia missione è sicuramente fallita ma, è stata la missione dell'intera Umanità a fallire miseramente in Ruanda".
Sicuramente Kofi Annan è stato un uomo importante per il continente africano che ha contribuito a far crescere il peso dell'Africa (ancora non proporzionato alle sue risorse e al suo spessore economico) all'interno della diplomazia mondiale.

venerdì 17 agosto 2018

Antichi Ksour di Ouadane

Secondo gli etimologi la parola Ksour (o ksar) deriva dall'arabo qasr (castello, villaggio fortificato). In definitiva i Ksour non sono altro che dei villaggi tipici dell'area del Maghreb, costruite da popolazioni berbere, dove si trovano essenzialmente abitazioni e granai, posti spesso su colline o punti elevati, vicino a corsi d'acqua o oasi, che venivano fortificati per poterli facilmente difendere dagli attacchi dei predoni del deserto.
Essi si trovavano lungo le vie carovaniere trans-sarahaiane e spesso diventavano centri di cultura e educazione islamica. Oggi rappresentano il punto centrale di quella sviluppatissima cultura islamica che caratterizza l'intera area del maghreb. 
Nel 1996 l'UNESCO ha inserito all'interno dei siti Patrimonio dell'Umanità gli antichi ksour di Ouadane, Chinguetti, Tichitt e Oulata in Mauritania.
Si tratta di 4 villaggi (o meglio, antiche città) costruiti tra il 1000 e il 1200, che, nonostante i secoli trascorsi e fasi di sviluppo e declino, si conservano ancora in buone condizioni. Molti di essi sono diventati avamposti dei portoghesi come Ouadane alla fine del 1400. 
A Tichitt sono state anche trovati resti e fonti che attestano la presenza di forme sociali già a partire dall'800 A.C.

A Chinguetti, città santa dell'Islam, erano inoltre ospitate 24 biblioteche (le biblioteche del deserto), dove quando a partire dagli anni '50 sono state iniziate le opere di recupero del patrimonio, sono stati trovati antichi e preziosi manoscritti (il più antico dei quali risalente al 480) spesso custoditi (non sempre bene) da privati.
Un grande lavoro di recupero e di salvaguardia del patrimonio di manoscritti è stato svolto dall'antropologi italiano Attilio Gaudio.

Oggi le città sono raggiungibili attraverso piste nel deserto, percorribili con fuoristrada.






venerdì 20 luglio 2018

La Libia è un porto sicuro? Se lo pensate siete dei criminali.

Il concetto di porto sicuro ha radici antichissime. In termini marinareschi è quel luogo che acconsente di ripararsi ed offre quindi la massima sicurezza. Riparasi da cosa? Naturalmente dal mare e dai suoi spesso improvvisi cambi di umore, senza dimenticare comunque i pericoli che vengono da terra. I marinai di un tempo lo sapevano bene: spesso il porto sicuro non era quello più vicino, purtroppo. Per millenni gli uomini del mare hanno imparato a conoscere bene i ricoveri naturali, poi quelli artificiali e gli uomini con la loro malvagità. Oggi il concetto di approdo sicuro ha travalicato il senso antico degli uomini di mare e si è spostato in quello, sicuramente più complesso, dei diritti umani.
Resta però chiaro un concetto: un porto sicuro è un luogo dove chi viene portato (soccorso) possa sentirsi al sicuro da ogni possibile pericolo derivante dalla sua fragile situazione. Ricordiamo sempre che stiamo parlando di soccorso marittimo.
Senza scomodare i pronunciamenti dell'Europa (vi fu già una sentenza nel 2012) e perfino una sentenza più recente del Tribunale del Riesame di Ragusa che stabiliscono che "la Libia non è da considerarsi un approdo sicuro", appare del tutto evidente che un Paese in guerra dal 2011, con una grande infiltrazione di integralismo religioso e che non ha un governo che possa essere definito tale, non è, e non può essere, un Paese sicuro.
Perfino la Farnesina - non una ONG quindi, ma il nostro Governo - sconsiglia agli italiani di recarsi in Libia. Se questo pericolo è applicato per gli italiani, non si capisce quale sia la ragione per cui diventa un Paese sicuro per un nigeriano, per un ivoriano o per un'eritrea.
Da anni non solo i racconti dei migranti (che descrivano situazioni di violenza inaudita) ma, inchieste di quei pochi giornalisti che ancora possono definirsi tali, descrivono una situazione in cui la vita degli uomini (e ancor meno quella delle donne) valgono solo in quanto merce da vendere, comprare o usare.
Ovvero in violazione con quanto stabilito dall'articolo 33 dalla Convenzione di Ginevra (convenzione che peraltro la Libia non ha mia ratificato e che quindi impegna ancora di più i Paesi che l'hanno sottoscritta).

Affermare che la Libia sia un porto sicuro per un migrante equivale a dire che la famiglia sia un luogo sicuro per una bambina che ha subito una violenza dal padre o che una Chiesa sia un posto sicuro per un bambino molestato dal parroco.

La Libia è un Paese che è rimasto tale (e non ha fatto la fine della Somalia - dal 1992 nella totale anarchia) solo perché la sua esistenza permette a noi di sopravvivere (senza il gas libico e con la crisi ucraina, mezza Europa sarebbe al collasso). 

Quando queste affermazioni giungono - non dal bar sotto casa - ma da una alta carica dello Stato, dobbiamo avere il coraggio di fermarci a riflettere. Si può non essere d'accordo con le politiche sulle migrazioni, si può pensare che non tutti i profughi siano tali (sebbene a stabilirlo debbano essere le autorità competenti  dopo aver ascoltato le persone), si può perfino essere convinti che il nostro Paese debba erigere un muro di protezione, ma pensare di rigettare nelle mani del carnefice donne, uomini e bambini significa solo essere dei criminali.

La discussione sulle migrazioni in Italia ha assunto una dialettica assolutamente irreale. Pensare che tutti i problemi dell'Italia derivino da una marea di disgraziati (dove all'interno come è ovvio si intrufolano anche delinquenti e altro), che il degrado della nostra società a cui assistiamo sia solo colpa di una banda di delinquenti (di qualsiasi colore delle pelle) che arrivano da altri posti del mondo, che il problema della piccola criminalità e della delinquenza si risolva fermando le barche e lasciandole pericolosamente vagare nei mari, che aver per anni bloccato qualsiasi forma di arrivo legale in Italia  (confinando tutti gli ingressi nel solo circuito dei richiedenti protezione internazionale), che chiudere un occhio, quando non entrambi, sui livelli di sfruttamento che da anni subiscono uomini e donne stranieri nella speranza di conquistare magicamente un permesso di soggiorno in Europa: pensare tutto questo significa allora essere fuori da ogni realtà.

Nel mondo sono oltre 3 miliardi le persone che fanno fatica ad arrivare non a fine mese ma, alla fine della giornata. Forse questi non pensano neppure di scappare (e se lo fanno vanno, come dimostrano i 65 milioni di profughi nel mondo, appena oltre confine) ma, sono almeno un altro miliardo, gli uomini e le donne, che sognano una vita migliore. Qualcuno pensa di poterli fermare?

Fare politiche serie e non demagogiche sull'immigrazione era un imperativo 10 anni fa, lo era ancora di più 5 anni fa e continua ad esserlo oggi. 





martedì 19 giugno 2018

Cinema: Il quaderno di Sara

Il quaderno di Sara è un film dello spagnolo Norberto Lopez Amado, uscito nel 2018 e che è possibile vedere su Netflix (che lo ha anche co-prodotto). E' un film che riprende (e vi era a mio avviso un gran bisogno di farlo) alcuni temi delicati quali quelli dei bambini soldato in Africa (un dramma senza eguali che troppo spesso viene dimenticato) e quello delle guerre fatte, anche con l'uso di questi soldati, per lo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo (in questo caso della columbite-tantalite, più comunemente noto come coltan) in un area, quale quella della Repubblica Democratica del Congo, che qualcuno non ha esitato a definire, per la ricchezza del sottosuolo, uno "scandalo geologico".
Il film racconta una storia semplice nella sua drammaticità. Quella di un'avvocato spagnolo, Claudia,  sicuramente ingenua e sprovveduta, che si mette alla ricerca della sorella Sara, un medico, un'idealista che ha messo l'Africa in cime alle priorità della propria esistenza e di cui da tempo non si avevano più notizie.
Il regista, pur a fronte di un tema delicato e orrendo per la sua realtà, affronta la questione con il giusto tatto: raccontando, anche nel dettaglio (talora con qualche semplificazione, utile a non perdere il filo del discorso) le situazioni senza lasciarsi andare in, a volte inutili, pugnalate al cuore per lo spettatore. Certo, senza risparmiare la narrazione e il dramma che molti di noi, da questo lato del mondo, non sanno neppure immaginare.
Il film che ufficialmente si svolge nel Kivu (secondo molti uno dei luoghi del pianeta dove la vita di un essere umano vale meno) ma, che in realtà è girato in Uganda (e in parte alle Canarie), ha anche il pregio di mostrare allo spettatore come quell'area del Pianeta oltre ad essere quanto di più simile all'inferno possiamo incontrare è anche, per la bellezza e l'intensità della sua natura, quanto di più simile al paradiso.

Ecco il trailer del film : https://www.youtube.com/watch?v=brjhVjts4SA

E' proprio attraverso il quaderno di appunti di Sara, che farà una coraggiosissima scelta di rimanere comunque in Africa, anche tra i crudeli "signori della guerra", convinta com'era che le cose debbano essere vissute da dentro, che la sorella Laura uscirà da quel distacco quasi ovattato del suo mondo per immergersi anch'essa in un attivismo più concreto.
E' un film che vale la pena guardare perché aiuta a comprendere. 


Vai alla pagina di Sancara sui Film sull'Africa

giovedì 10 maggio 2018

Rumba africana, la musica del fiume

La tratta atlantica degli schiavi ha profondamente trasformato le società africane. Secoli di migrazioni forzate hanno talora indebolito, quando non fatto scomparire, intere popolazioni o Regni, hanno costretto molti popoli ad isolarsi e altri a partecipare, a man bassa, alla spartizione di ingenti quantitativi di ricchezze. Tutto, sacrificando, secondo le stime, oltre 20 milioni di africani.
Di contro sono state esportate tradizioni e culture e poi, le generazioni successive, quelle del ritorno della diaspora nel continente, hanno riportato in Africa assieme ad altre innovazioni culturali.
Quella della musica, meglio della contaminazioni musicale tra il continente africano e quello centro americano, è un capitolo senz'altro affascinante.
Negli anni '30, lungo il fiume Congo, nelle vie delle due grandi città che affacciano sulle sue rive , Leopoldville (oggi Khinshasa) (Congo Belga) e Brezzaville (Congo Francese), si sviluppo' un movimento artistico-musicale che prende il nome di rumba africana.
Africana perchè le origini di questa musica, la rumba, sono nell'isola di Cuba (rumba cubana) dove, proprio gli schiavi africani avevano importato ritmi che si sono fusi facendo nascere, alle fine del XIX secolo, la rumba cubana
Sono anni in cui nei locali delle due città si suona, si balla e ci si diverte. E' un movimento soprattutto culturale che si diffonde con grande velocità e che non ha uguali in quegli anni in Africa.
La rumba africana prende successivamente anche altri nomi come soukous (probabilmente dal francese secouer, agitarsi), rumba congolese e infine lingala (quando giunge, successivamente in Africa Orientale).
La rumba africana, come avviene spesso in Africa,  è intimamente legata al ballo, un movimento spesso sensuale e che nelle moderne declinazioni giunge ad essere una danza che definirla erotica non è poi così azzardato e dove la mimica dell'atto sessuale è molto più che accennata. Del resto secondo alcuni etno-musicologi, il significato originale della rumba è proprio una richiesta esplicita di tipo sessuale, eseguita con dolcezza e rigore stilistico.
Negli anni '40 e 50' la rumba diventò molto popolare in Africa (tra i musicisti di quegli anni, molto popolare, ma che non hanno sfondato in Europa bisogna senz'altro ricordare Tchico Tchicaya, la voce d'oro africana) ed era suonata da big band (su modello di quelle jazzistiche) la cui popolarità varcò i confini del continente verso il Nord America e l'Europa. Sono gli anni in cui la African Jazz  di Gran Kalle, da molti considerata la prima band nata in Congo (negli anni 30) e rimasta sulla scena fino al suo scioglimento nel 1983. Una musica che metteva assieme strumenti della tradizione (soprattutto percussioni) con le voci classiche del jazz (contrabbasso, sassofono, trombe e clarinetti) e non solo (chitarre elettriche). Dalle band si passò poi a gruppi più o meno numerosi come organico che negli anni '60 e '70 diedero vita alla contaminazione con il rock and roll. Tra i personaggi chiave di quell'epoca anche Pepe Kalle, l'elefante (per la sua stazza) deceduto per un infarto nel 1998.  La crisi politica degli anni '70 del Congo (rinominato Zaire) portò molti musicisti a lasciare il Paese e a diffondere, anche la rumba, altrove. Nacque così in Africa Orientale (Kenya e Tanzania) la rumba swahili che a sua volta contaminò molto la rumba classica aggiungendo sonorità e strumenti di un'altra area del continente africano. Contaminazione che sono poi alla base di quella che viene universalmente conosciuta come world music.
Queste continue contaminazioni portarono inevitabilmente molti musicisti a trasferirsi in Europa (tra di essi Papa Wemba, uno degli artisti più osannati del  panorama musicale africano tanto da essere definito il re della rumba e fondatore, assieme a Manuaku Waku e N'Yola Longo, nel 1970 di un gruppo, i Zaiko Langa Langa, ancora oggi in attività e noto per aver suonato alla cerimonia del Rumble of the Jungle assieme ad artisti internazionali)  dove l'industria musicale ed il mercato offrivano maggiori opportunità (economiche e di contaminazione). L'apporto di questa nuova generazione di musicista sullo stile delle rumba fu quella legata alla lingua (si inizia ad usare soprattutto il francese e gli strumenti elettronici tipici del pop internazionale.
Ancora oggi la rumba è molto diffusa in Africa sebbene i suoi canoni originali siano oramai molto distanti. La sua danza, sensuale, continua a destare curiosità e perfino indignazione. Una sua versione, chiamata ndombolo, è stata perfino bandita in alcuni luoghi e alcuni governi (Mali, Camerun e Kenya) hanno tentato limitarla o comunque di censurarla.