venerdì 25 luglio 2014

Robert Mugabe, il più anziano leader del pianeta

Da oggi, con la fine del mandato presidenziale dell'israeliano Shimon Peres, il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe diventa il più anziano capo di stato o di governo nel mondo. Nato ad Harare il 21 febbraio 1924, oggi il discusso leader dello Zimbabwe ha 90 anni e guida questa speciale classifica.
Dietro di lui il re dell'Arabia Saudita, Abdullah, che è nato il 1 agosto 1924.  Al terzo posto di questa classifica il Presidente Italiano Giorgio Napolitano, di un anno più giovane di entrambi.

Robert Mugabe guida lo Zimbabwe sin dalla sua indipendenza avvenuta il 18 aprile 1980 (prima come Primo Ministro, poi quando nel 1987 fu abolita la carica, come Presidente). E' al 10° posto tra i più longevi leader al potere nel mondo. Dopo essere stato un artefice dell'indipendenza, Mugabe ha imboccato una strada antidemocratica. Oggi, nonostante sia ancora saldamente al comando, è accusato di aver instaurato un regime dittatoriale teso a reprimere, con ogni mezzo, gli avversari ed aver ridotto lo Zimbabwe in una situazione economica e sociale insopportabile. 

Per la cronaca il più giovane leader al mondo è il nord coreano Jong Un (31 anni).

Ecco la speciale classifica riferita al 1 gennaio 2014

giovedì 24 luglio 2014

Petrolio in Africa, un aggiornamento

Nel settembre 2010, poco dopo la nascita di Sancara, scrissi un post dedicato al petrolio africano (L'africa e il petrolio, una storia complessa) ed ai possibili sviluppi futuri. In questi giorni, complice le bizzarrie della rete, quel post è balzato ai primi posti tra quelli più letti. Andandolo a rileggere, ho ritenuto giusto apportare qualche aggiornamento.

L'articolo si chiudeva con una previsione degli analisti del settore, ovvero che già dal 2010 il consumo mondiale di petrolio sarebbe continuato a crescere (dopo una contrazione dovuta alla crisi del 2007-2008). In effetti così è stato: si è passati dalle 4.000,2 milioni di tonnellate del 2008 alle 4.185,1 del 2013. Una crescita frutto dell'aumento del fabbisogno soprattutto in Asia (da 1213 milioni a 1415 milioni), Medio Oriente (dal 336 a 284) e l'Africa (da 153 a 170, Egitto e Algeria in testa) e della contrazione in Europa (da 956,8 a 878) e in parte in Nord America.
In testa ai consumi gli Stati Uniti 831 milioni di tonnellate), la Cina (507), il Giappone (208), l'India (175) e la Russia (153,1). Guardando poi gli andamenti degli ultimi anni la crescita dei consumi è soprattutto in Cina, India, Brasile, Russia e Arabia Saudita. Mentre decresce in Giappone e in generale in Europa (l'Italia passa da 80 milioni di tonnellate a 61 milioni). Questi numeri indicano una chiara tendenza: il consumo di petrolio (che significa in gran parte produzione) si sposta verso altre aree del mondo che hanno anche capacità produttive.

Parallelamente infatti è cresciuta la produzione mondiale che ha toccato nel 2013 la cifra record di 4132,9 milioni di tonnellate. La produzione è aumentata soprattutto nel Nord America (da 612 milioni di tonnellate a 781,1). Del resto gli analisti, già nel 2012, indicavano che gli Stati Uniti saranno nel 2020 i primi produttori al mondo, e nel 2030 raggiungeranno la sospirata autosufficienza energetica.
Oggi a guidare la classifica dei produttori resta l'Arabia Saudita (542,3 milioni di tonnellate), seguita da Russia (531), da Stati Uniti (446,2), Cina (208) e Canada (193).

Il trend sulla produzione conferma la grande crescita degli Stati Uniti e a ruota (ma non agli stessi livelli) dei paesi del Medio Oriente (ad eccezione dell'Iran), della Cina, Russia e Brasile. Mentre in calo la produzione in Venezuela e Messico.

Da un punto di vista delle multinazionali del petrolio (dati 2012) il colosso mondiale si comferma essere la Saudi Arabia Oli Co., seguita dalla russa Gazprom. Dopo di loro la National Iranian Oil, la Exxon Mobil, la PetroChina, la BP e la Shell. Alcune delle compagnie di paesi emergenti (Malaysia, Messico e Venezuela) sono stata nuovamente superate dalle storiche multinazionali anglo-americane e olandesi.

E l'Africa?

La situazione, rispetto al post del 2010, sembra essere "stabile". Se è vero che produzione e consumi sono leggermente in aumento, è innegabile che le aspettative degli analisti erano ben diverse. All'inizio del 2000 si parlava dell'Africa come futuro luogo strategico della produzione petrolifera mondiale nel giro di 15-20 anni. Nel 2008 il 12,3% del petrolio mondiale era africano, nel 2013 lo è il 10,1%. Gli studi hanno accertato riserve petrolifere ampie e tutte da esplorare, ma la realtà africana (con tutte le intromissioni del caso) è più complessa e forse questa data deve essere spostata decisamente in avanti.
L'Angola, per molti pronta a fare il balzo come primo produttore del continente, ha una produzione negli ultimi anni altalenante, ma su valori simili (92 milioni di tonnellate nel 2008, 87 nel 2013). Così la Nigeria, con 111 milioni di tonnellate nel 2013  (erano 102, 8 nel 2008) si conferma primo produttore africano e si colloca al 12° posto nel mondo (era 15° nel 2008).
L'Africa risente molto delle instabilità politiche. La produzione in Libia ( ecco un'analisi interessante), che era collassata nel 2011 (da oltre 80 milioni di tonnellate a 22), aveva avuto un'incoraggiante ripresa nel 2012 (71) per poi riscendere ancora nel 2013 (46.5). 
Così come la Produzione del Sudan, che a seguito della nascita del Sud Sudan (e dei conflitto che a seguito ne sono nati) ha visto la sua produzione dimezzarsi (da 23 milioni di tonnellate del 2008 a poco più di 10 milioni nella somma dei due paesi nel 2013).
Cala la produzione in Algeria (da 85 milioni nel 2008 a 67 nel 2013), mentre sono in leggero calo o comunque stabili le produzioni di Egitto, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad.
Per ora non ancora significativi (da un punto di vista produttivo) i giacimenti scoperti in Mozambico, in Kenya, nel Nord-Africa (Marocco e Algeria in particolare) e off-shore. La produzione africana resta saldamente nelle mani straniere (Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Italia in testa). Le compagnie petrolifere africane (l'angolana Sonagol, la Nigerian National Petrolium Co, la National Oil Corporation Lybia e l'algerina Sonatrach, sono ancora impantanate in corrotte (e finte) partecipazioni statali o nelle mani dei colossi stranieri).

Pare evidente che l'Africa continuerà ad essere al centro delle attenzioni future per quanto riguarda il petrolio. Vi è da sperare, che almeno nelle nuove aree di estrazione, i governi sappiano trasformare questa ricchezza in una opportunità per i loro popoli. Troppo?

mercoledì 23 luglio 2014

La cerimonia della casa sacra di Kangaba

Ogni sette anni, nel villaggio di Kangaba, nel sud-ovest del Mali, si svolge la cerimonia di rifacimento del tetto della casa Kamablon (letteralmente "casa dei discorsi"). La casa (una tipica capanna con il tetto in paglia) fu costruita nel 1653, dal diametro di 4 metri e alta 5 metri, rappresenta ancora oggi un simbolo dell'antico Impero del Mali e della dinastia reale dei Keita. Da secoli ogni sette anni la capanna viene restaurata ed in particolare viene sostituito il suo tetto. Ad organizzare la cerimonia sono i membri del clan Keita, discendenti del fondatore dell'Impero del Mali Sundiata Keita e i griots, conservatori e testimoni delle tradizioni orali dell'Africa Occidentale. La carimonia rappresenta il momento in cui, oltre a rievocare e far rivivere le antiche tradizioni, si cercano di risolvere conflitti sociali e dispute in corso e allo stesso tempo di predirre (e sotto certi versi indirizzare) gli eventi del prossimo ciclo di 7 anni.
La cerimonia, che dura 5 giorni, rappresenta anche un passaggio di testimone, in cui giovani ventenni eseguono i lavori di rifacimento del tetto, sotto l'attenta e vigile supervisione degli anziani, che approfittano dell'occasione per impartire conoscenze e valori simbolici di ogni azione.

Nel 2009 la cerimonia è stata inserita all'interno della Lista dei Patrimoni Immateriali dell'UNESCO con il fine di conservare un rituale secolare, che senza un sostegno forte della comunità internazionale, rischiava di perdersi per sempre.

Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni immateriali dell'Africa

martedì 22 luglio 2014

Popoli d'Africa: Yao

foto di un villaggio yao, dalla rete
I Yao (anche WaYao) sono un gruppo etnico del Malawi (oggi sono circa il 10% della popolazione)del Mozambico e della Tanzania. Oggi sono circa 2 milioni di individui, con una forte identità culturale che supera le frontiere. Yao significa letteralmente "colline senz'alberi", probabilmente ad indicare l'origine di questo popolo. Agricoltori bantu, originari del nord del Mozambico, avevano cominciato a commerciare con i mercanti arabi - inizialmente avorio - successivamente schiavi (prima con gli arabi e poi con gli europei), ricevendo in cambio armi e tessuti. Si spostarono infine verso il sud del Lago Malawi. Grazie a questo commercio divennero una delle più influenti etnie dell'Africa Sud-Orientale, dove didero vita a brevi ma, potenti, regni che dominarono sugli altri popoli dell'area. Essi furono sconfitti, alla fine del 1800, quando gli inglesi istituirono nel Nyasaland il loro protettorato.
Nel 1994 il Malawi elesse un Presidente di origine Yao, Bikili Muluzi che governò fino al 2004 e che fu in grado di sconfiggere, nelle pprime elezioni libere, Hasting Banda che aveva governato fin dall'indipendenza della nazione.
Parlano la lingua Chiyao (sebbene questo sia solo uno dei numerosi nomi con cui è conosciuta) e sono di religione islamica (sebbene non certamente "ortodossa") a causa dei contatti commerciali con gli arabi che richiedevano padronanza della lingua e della cultura.
foto da wikipedia
Oggi vivono in villaggi a forma rettangolare non lontani dalle strade. Coltivano mais, cassava e riso, producono ortaggi e frutti (mango, papaya e banana) e hanno solo piccoli allevamenti di capre e pollami. Inoltre, nei villaggi che vivono sulle sponde del lago, si pratica la pesca.
Nella loro tradizione la musica ha un ruolo molto importante, essa è usata in tutti i rituali. Infatti nonostante tutto gli Yao sono molto legati alle tradizioni per cui momenti rituali (riti di iniziazioni, funerali, matrimoni, festivals e legami con gli spiriti ancestrali) sono convissuti con l'islam ed in particolare con il Sufismo, generando nuove e interessanti pratiche.

Vai alla pagina di Sancara sui Popoli dell'Africa

lunedì 21 luglio 2014

La sete di sapere

"Con l'istruzione si sconfigge l'ignoranza che è alla radice della fame e della povertà"

Le parole del Premio Nobel Rita Levi-Montalcini, sono ampiamente e unanimamente condivisibili. La scuola (più in generale, la formazione) è la base da cui partire per qualsiasi ipotesi di sviluppo e di miglioramento della propria esistenza. Lo sapevano bene molti degli uomini che hanno tentato di cambiare l'Africa. Amilcar Cabral dedicò la sua breve esistenza ad istruire i contadini guineani, convinto com'era che l'educazione, la formazione e la conoscenza fossero alla base di qualsivoglia ipotesi, allora rivoluzionaria, di indipendenza dal colonialismo. Thomas Sankara, prima di essere ucciso, fece della lotta all'analfabetismo e dell'educazione uno dei pilastri della sua breve rivoluzione burkinabè. Nelson Mandela sosteneva che "l'istruzione è l'arma più potente che si possa utilizzare per cambiare il mondo". Uomini a cui è stato lasciato troppo poco spazio affinché le loro idee diventassero comuni e prassi del loro e altrui operare.

Da decenni le politiche dello sviluppo verso l'Africa mettono al loro centro la questione educativa. Purtroppo gli effetti sono stati minori di quanto sperato. Se è vero che nella aree urbane di gran parte dell'Africa la situazione è spesso simile a quella, ad esempio, europea, la stessa cosa non si può dire delle aree rurali e dei sobborghi delle grande città. L'accesso alle scuole e in generale alla formazione appare per moltissimi un miraggio. Gli standard sono bassi, manca tutto. I bambini a volte percorrono kilometri per andare a  scuola, per poi trovarsi in situazioni ove mancano perfino i banchi. La strada è ancora molto, molto lunga. I tassi di alfabetizzazione continuano a restare bassi, soprattutto tra le donne.

Le opportunità di istruzione e formazione per le donne africane restano ancora più difficili che per i maschi. Il tasso di alfabetizzazione (che in alcuni paesi sub-sahariani non raggiunge il 40% generale) maschile in Africa Sub-Sahariana è del 71,6% e del 53,6% per le donne. Un gap che non trova uguali in nessun altro luogo del pianeta. Sebbene qualcosa sembra muoversi (il tasso, nella stessa regione, nei giovani è del 77% per i maschi e del 67% nelle femmine), le possibilità sembrano ancora ben diverse.

Intervenire sull'istruzione è una scommessa. Da un lato vi sono i grandi progetti sostenuti dai governi e dalle organizzazioni internazionali che mirano ad incidere sui tassi di alfabetizzazione di intere nazioni. Spesso con il grande limite di non ottenere i risultati. Dall'altro lato vi sono invece molte organizzazioni che puntano su progetti mirati e di impatto più localizzato, ma di sicura ricaduta sulle persone e sulle comunità.

Proprio partendo da queste valutazioni che la Fondazione Rita Levi-Montalcini (nata nel 1992 per volere dello stesso Premio Nobel in onore del padre e che dal 2001 ha modificato il nome nell'attuale) ha assunto come obiettivo il finanziamento di progetti attinenti alla formazione e l'istruzione di bambine, giovani e donne del continente africano. Una mission che nel tempo ha finanziato, selezionandoli accuratamente, 152 progetti (curati spesso da piccole ONG o da associazioni) in 34 nazioni. Sono borse di studio ad Università per ragazze, sono progetti di formazioni di medici, infermiere ed ostetriche, sono però anche interventi più specifici su donne vittime di sfruttamento o di violenza, che attraverso questa opportunità provano ad avere una seconda occasione.
Certo sono gocce in un mare in tempesta, ma per molte donne rappresentano una rara opportunità e costituiscono la base su cui costruire un futuro e di recidere quelle radici che sono alla base della povertà.

La Fondazione Rita Levi-Montalcini ha appena rinnovato il suo sito, da cui è possibile ricavare ogni informazione sul loro operato, su come donare e su come candidare un proprio progetto.



sabato 19 luglio 2014

Niatiti, la lira dei Luo

Il Niatiti è uno strumento cordofono della tradizione dei Luo del Kenya. E' uno strumento di non facile realizzazione ed utilizzo, infatti viene suonato, quasi sempre accompagnato dall'oporo (un corno ricurvo) solo in speciali occasioni, anche e soprattutto per motivi rituali. Dalla cassa di legno, ricoperta da pelle animale, partono due manici (che non portano le corde), che fungono da sostegno ad un manico incurvato su cui vengono tirate le corde (generalmente 8, ma vi sono strumenti anche con 5 corde). Le corde, che nella tradizione erano prodotte in tendini animali, sono oggi sostituite dalla plastica e dal nylon.



Tra i musicisti che utilizzano questo strumento il "più conosciuto" è il keniano, di etnia luo, Ayub Ogada, che oltre ad aver avuto alcune partecipazioni nel mondo del world music internazionale, ha suonato questo strumento nelle colonne sonore di alcuni film, tra cui The Constant Gardner di Fernando Mairellas.



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