venerdì 17 maggio 2013

Il tamburo parlante

Tra gli strumenti a percussione africani, il tamburo parlante, meglio noto nella dizione inglese talking drum, è senz'altro quello più curioso e sotto molti versi più affascinante. Originario dell'Africa Occidentale, è un tamburo bipelle (con due membrane tese) a clessidra (ricavato da un unico blocco di legno), che viene suonato con una bacchetta ricurva e  tenuto sotto l'ascella (a volte è anche per questo chiamato tamburo d'ascella).  Il braccio preme su delle corde che tendendo le pelli (originariamente fatte di budella animale), modulano il suono. Alcuni popoli, come gli Hausa della Nigeria o i Bulu del Camerun riescono a produrre suoni che assomigliano moltissimo alla voce umana. Da questa caratteristica, il nome. Conosciuto già durante l'Impero del Ghana, è uno strumento della tradizione Hausa e Yoruba ed è spesso utilizzato dai griot (cantori e custodi della tradizione orale dell'Africa Occidentale).
Conosciuto con nomi diversi come tama o tamma (tra i serer, i wolof e i mandinga), gan gan o dun dun (tra gli yoruba), dondo (tra gli akan), lunna (tra i dagbani), kalaugu (tra gli hausa), tamanin (tra i bambara) e doodo (tra i songhai).




Un tamburo dal suono che assomiglia alla voce umana non poteva che assumere un ruolo rituale e religioso (ancora oggi il suo uso, in particolare tra gli Yoruba, è legato alla pratica religiosa ed alle cerimonie) e di comunicazione, anche a notevole distanza. Non a caso ne fu proibito l'uso tra gli schiavi, per il timore che potessero comunicare tra di loro.


Tra i suonatori di talking drum vi sono il polistrumentista maliano Baba Sissoko (nel video), molto conosciuto in Italia e i senegalesi Assane Thiam e Yamar Thiam. Non sono mancati utilizzi di questo strumento fuori dalle musiche tradizionali africane.

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martedì 14 maggio 2013

I palazzi reali di Abomey

A partire dal 1685 Abomey (oggi città turistica del Benin) è stata la capitale di uno dei più prosperi regni dell'Africa Occidentale, il regno di Dahomey fondato dall'etnia Fon. Tra il XVII e il XIX secolo furono edificati una serie di edifici, divenuti nel 1985 Patrimonio dell'Umanità UNESCO.
Per l'esattezza, tra il 1695 e il 1900, dodici re che si susseguirono alla guida del potente regno edificarono, utilizzzando materiali tradizionali, 10 palazzi reali in un'area di circa 47 ettari. Originariamente l'intera città era protetta anche da un grande muro di fango.

Gli edifici che sono composti da circa 184 diversi elementi tra cui bassorilievi policromatici, sculture e murales, rappresentano una straordinaria testimoniananza della cultura Fon. Infatti, l'assenza di scrittura, rende questi elementi l'unica rappresentazione della vita di quei tempi.

La città, e di conseguenza chi edifici, fu parzialmente distrutta a seguito di un incendio nel 1892, quando l'ultimo re del regno Dahomey, Behanzin (famoso anche perchè aveva un esercito di donne), diede fuoco a tutto prima di cedere, fuggendo, la città ai francesi.
Nel 1984 un tornado distrusse nuovamente parte degli edifici e nel 1985 l'UNESCO decise di tutelare questo patrimonio, inserendo i Palazzi Reali di Abomey (fino al 2007) nella lista dei Patrimoni dell'Umanità UNESCO in pericolo. 
Oggi in realtà sono due in particolari gli edifici reali in buono stato, entrambi del 1800, quelli del re Ghazo e del re Glelè.
Ancora oggi i discendenti delle famiglie reali si contendono il "titolo" di re ed i palazzi sono ancora utilizzati per le importanti cerimonie, mentre la popolazione nutre una sorta di venerazione sacra per i  defunti reali.

I Fon furono però anche dei commercianti di uomini. La loro prosperità fu per molto tempo dovuta al commercio degli schiavi, che praticavano con grande intensità (del resto siamo in quella che è conosciuta tristemente come la Costa degli Schiavi) con gli europei in cambio soprattutto di armi. Questo aspetto è descritto anche nel libro di Bruce Chatwin pubblicato nel 1980 Il vicerè di Ouidah che racconta appunto la storia di un negriero brasiliano, Dom Francisco Manoel da Silva (ispirato alla figura reale di Francisco Felix da Sousa) che nel Dahomey guida la fiorente tratta degli schiavi direttamente con la famiglia reale (il cui re Ghazo lo nomina vice-re di Ouidah) fino alla sua messa al bando. Dal libro è stato tratto anche un film, Cobra Verde, del regista tedesco Werner Herzog.

Ecco il sito del Museo storico di Abomey
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mercoledì 8 maggio 2013

I falascia dell'Etiopia

Qualche tempo fa ha fatto il giro del mondo l'immagine di Yityish Aynaw, la prima donna nera ad essere eletta Miss Israele. In realtà la sua notorietà si deve maggiormente all'incontro con il Presidente americano Barak Obama avvenuta durante una cena offerta dal Presidente israeliano Shimon Peres.

Titi, così è più semplicemente chiamata la reginetta di bellezza, ha origini etiopi ed è della comunità "falascia", i neri ebrei che vivevano in Etiopia, che Israele trasferì con una serie di operazioni segrete dal 1984 al 1991.

I Falascia (letteralmente emigrato, straniero) sono un popolo etiope di religione ebraica, non differenti dalle popolazioni locali, fatto salvo per la loro religione. L'origine storica di questo popolo resta controversa (i primi resoconti appartengono ai viaggiatori arabi del 1400), sebbene la tesi più accreditata sia quella della fusione tra popolazioni autoctone e ebrei fuggiti dall'Egitto. In Israele sono conosciuti come Beta Israel.

Israele dal 1984 al 1991 condusse tre operazioni clandestine, coordinate dai servizi segreti, per "spostare" questo popolo dal Corno d'Africa ad Israele, complessivamente nelle tre operazioni, denominate Mosè, Giosuè e Salomone, furono trasferiti quasi 30 mila falascia (altre fonti parlano di 90 mila, ovvero l'85% della popolazione).

I Falascia, da sempre in conflitto con il regime etiope, fuggirono durante il periodo 1977-79 nel Sud Sudan a causa della carestia. Stipati in campi profughi, con un governo ostile e in guerra con le popolazioni del sud (le loro condizioni non erano dissimili da quelle delle popolazioni del Sud Sudan), fecero crescere attorno a loro l'attenzione dell'opinione pubblica israeliana. Il 21 novembre 1984 il governo israeliano (Primo Ministro Shimon Peres, l'attuale Presidente) fece partire l'operazione clandestina (grazie anche al segreto via libera del governo sudanese) denominata Mosè. Attraverso un ponte aereo (alla media di circa 160 partenze al giorno dirette in Europa da un volo charter belga) e fino al 5 gennaio 1985 furono evacuati circa 8000 falascia etiopi. L'operazione ebbe fine quando, una volta resa pubblica l'operazione, i governi arabi fecero pressione sul regime del Sudan, costringendolo a chiudere gli spazi aerei ad Israele.
In realtà le operazioni di evacuazione via terra e poi via mare erano già attive dalla fine del 1981 avendo come base un villaggio turistico a Port Sudan sul Mar Rosso e continuarono anche dopo grazie alla ripresa dei rapporti diplomatici con l'Etiopia. 



L'ultima operazione di evacuazione fu quella denominata Salomone avvenne nel maggio 1991 quando il regime di Menghistu era prossimo al collasso e che in sole 36 ore, grazie all'utilizzo simultaneo di 34 aerei, furono evacuati dal nord dell'Etiopia 14.500 falascia. 
Per farlo si svuotarono completamente gli aerei e ai passeggeri venne consentito di portare solo i propri vestiti. Le cronache del tempo ricordano di un Boing 747 che trasportò ufficialmente 1122 passeggeri.

La vita dei molti ebrei neri subì un brusco cambiamento. Catapultati in poche ore da una vita rurale, sebbene di stenti, negli altopiani del nord dell'Etiopia vicino al lago Tana alla moderna Tel Aviv, una volta spenti i riflettori sulla loro vita, hanno vissuto (e vivono tutt'ora) il difficile dramma dell'integrazione. Del resto non sono mai stati nemmeno accettati da tutti i rabbini come "ebrei" e non sono mancate accuse di razzismo verso di loro.

Per la cronaca, la giovane Yityish Aynaw, che oggi ha 21 anni, ha dichiarato di essere giunta in Israele 12 anni fa, quando era bambina. Ancora oggi comunità di falascia vivono in Etiopia.

Sull'operazione Mosè, nel 2005 il regista franco-romeno Radu Mihaileanu (l'autore dello splendido Train de Vie) ha girato un bel film intitolato Vai e vivrai.

martedì 7 maggio 2013

Popoli d'Africa: Kru


I Kru sono un gruppo etnico della Liberia e in piccola parte della Costa d'Avorio, che oggi possono essere divisi in 21 tribù (secondo altri etnologi 24) assimilabili per lingua e cultura. Complessivamente si stimano essere circa 10 millioni di individui di tale etnia. Essi rappresentano circa il 7% della popolazione della Liberia. Vengono per comodità distinti in due grandi raggruppamenti in base al luogo di residenza: i Kru della Costa (Liberia) e i Kru della foresta (Liberia e Costa d'Avorio). Parlano la lingua Kru della grande famiglia linguistìca Niger-Congo. Per l'80% oggi sono cristiani, mentre permangono molte delle tradizioni religiose incentrate sulla figura del Dio creatore Nyesoa e su molte ritualità.
Secondo alcuni studiosi i Kru migrarono dall'odierno Mozambico verso la costa dell'Africa Occidentale, sebbene tale tesi non trovi precise conferme. Quel che è certo che il popolo della costa sfruttò molto la sua posizione strategica di cerniera tra acqua e terra. Infatti i coloni per passare verso l'interno dovevano attraversare i loro territori, così come per sbarcare dalle navi era necessario, in assenza di strutture a terra, utilizzare le loro piroghe. Ottimi pescatori, divennero ben presto provetti marinai.
I Kru della foresta (migrati verso l'interno a partire dal XV secolo e fino al XVII secolo) divennero invece cacciatori e restarono sicuramente più isolati.
Entrambi hanno una lunga tradizione nella coltivazione del riso e della cassava.
I Kru, che già erano stati conosciuti dagli Europei (in particolare inglesi e olandesi) perchè "contrari" alla tratta degli schiavi (perfino come schiavi il loro valore era minore perchè propensi alla ribellione e alla fuga), si opposero fortemente, ingaggiando una vera e propria guerra contro la marina americana, a metà dall'ottocento all'ingresso degli afro-americani a cui era stato assegnato l'area costiera della Liberia, temendo di perdere il controllo del commercio.
Il realtà la pacificazione tra i Kru e il governo liberiano avverrà molto molto lentamente.
Tra le curiosità del popolo Kru vi è il ritrovamento di alcuni oggetti, chiamati dwin, tien o nitien, i quali non trovano ancora una precisa risposta sul loro utilizzo. Infatti alcuni ritengono che si tratti di antichi oggetti rituali, mentre altri propendono per il lor uso come monete tradizionali. 




Ecco un approfondimento sul popolo Kru dal sito Trip Down Memory Lane 
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lunedì 29 aprile 2013

Un'africana nera al governo in Italia

Per un blog che si occupa d'Africa, com'è Sancara, non può che far piacere la scelta del Primo Ministro Enrico Letta di chiamare tra i suoi 21 ministri anche una donna africana. Cecile Kyonge Kashetu, questo è il suo nome, è nata nel 1964 a Kambove nella famosa provincia mineraria (si estrae rame e cobalto) del Katanga in quella che oggi si chiama Repubblica Democratica del Congo (un tempo Zaire). La signora Kyonge si occuperà dello spinoso dell' integrazione. Il neo-ministro si è trasferita in Italia (è sposata con un italiano ed ha due figli) nel 1983 dove si è laureata in Medicina a Roma, con specializzazione in Oculistica a Modena. Vive a Castefranco Emilia nel modenese, dove da tempo è attiva nelle associazioni per i diritti umani e nel Partito Democratico (prima nei Democratici di Sinistra) dove è stata amministratore provinciale e responsabile regionale sui temi dell'immigrazione. Alle scorse elezioni è stata eletta alla Camera dei Deputati nelle file del Partito Democratico.

Naturalmente, nello stile della nostra povera Italia, la ministra è stata immediatamente attaccata da alcune forze politiche in quanto straniera (a scanso di equivoci è da tempo cittadina italiana). In realtà le straniere nel governo Letta sono due, poichè vi è anche la tedesca Josefa Idem, campionessa di canoa e neo-ministro alle Pari Opportunità e Sport. Allora il vero motivo per cui si attacca la signora Kyonge è il colore della sua pelle, nera. Quel colore che perfino la stampa più progressista italiana fa fatica a scrivere. Molti giornali, di carta e on-line, parlano di un "ministro di colore", come se dire nero fosse una offesa. 
Anche da queste cose scopriamo quanto gli italiani siano impreparati al mondo e alla sua diversità e di conseguenza, quanto siano necessarie scelte come quelle fatta dal governo.

Al ministro Kyonge auguriamo buon lavoro, con la doverosa precisazione che essere felici della sua nomina, non equivale a condividere la scelta politica in cui si è avviato il nostro Paese.

Il Katanga, è stato reso "famoso" dal tentativo di secessione che avvenne l'11 luglio 1960 (all'indomani dell'indipendenza dell'ex Congo belga) e che determinò una gravissima crisi internazionale chiamata appunto "crisi congolese". Tra le tante cose, la crisi congolese determinò l'assassinio del primo ministro congolese Patrice Lumumba (gennaio 1961), la morte dela Segretario Generale dell'ONU Dag Hammarskjold (settembre 1961) e l'avvento al potere di un delle peggiori anime nere dell'Africa, Mobutu Sese Seko.


venerdì 26 aprile 2013

Mandrillo: l'uomo scimmia

Una foto dalla rete
Il Mandrillo (Mandrillus sphinx) è un primate della famiglia dei Cercopitecidi (la stessa dei babbuini e dei macachi) che vive nelle foreste pluviali dell'Africa Occidentale, in particolare in Camerun, Congo, Gabon e Guinea Equatoriale. E' una specie che, sebbene non vi siano studi sull'esatto ammontare della sua popolazione, è ritenuta, sin dal 1986, vulnerabile dall' IUCN, l'organismo mondiale che si occupa di conservazione delle specie animali.
La caratteristica principale di questo primate e la colorazione del naso  e del muso, rosso e blu (oltre che delle zone peri-genitali), che lo fanno riconoscere in modo semplice ed inequivocabile. Vive in branchi (alcuni di grandissime dimensioni, dell'ordine di centinaia di esemplari), capeggiati da un unico maschio dominante. La presenza di un unico maschio e di molte femmine, ha fatto nascere attorno al mandrillo una leggenda di animale "sessuofilo", tanto che mandrillo viene usato come sinonimo di lussurioso e libidinoso. La difesa estrema del branco fa dei mandrilli una specie, ritenuta aggressiva, sebbene non vi sia certezza su questa sua indole. La sua stazza, intorno al metro, ne fa invece la scimmia più grande al mondo.
Si ciba di essenziamente frutta ed insetti.
Habitat del mandrillo, da Wikipedia

Il suo nome significa letteralmente - in qualche idioma locale - "uomo-scimmia".Mentre, Charles Darwin, ne elogiava "le sue straordinarie colorazioni del volto", uniche tra i mammiferi.

Il rischio di estinzione delle loro specie è legata alla riduzione dell'habitat adatto (sono anche cacciati dai popoli indigeni, perchè secondo alcuni la loro carne rappresenta una prelibatezza), che si assottiglia sempre più a causa dell'agricoltura e degli insediamenti umani.

E' un mandrillo Rafiki, l'amico saggio e consigliere di re leone Mufasa (e poi del figlio Simba) nel cartone animato Il Re Leone.

Vai alla scheda della Lista Rossa dell'IUCN.
Ecco alcune foto dei Mandrilli dal sito ArKive