giovedì 27 agosto 2015

Kenya, non solo corsa

Da tempo gli esperti e gli appassionati dell'atletica osservano la crescita delle vittoria degli atleti africani nella varie competizioni internazionali, dalle Olimpiadi ai Mondiali. Kenya, Etiopia, Somalia e Uganda, ma anche Algeria e Marocco sono entrati negli annali delle competizioni che contano. Lo hanno fatto nella corsa e in particolare in quelle lunghe dove resistenza e fisico si sommano a una condotta di gara "a strappi" quasi impossibile da tenere per chi non ha la pelle scura. Nel 2011, commentando la prima giornata dei Mondiali di Atletica di Deangu avevo scritto questo post sulle donne keniote, che nelle prime due gare del programma (maratona e 10.000 metri) avevano occupato tutte le posizioni del podio.
Del resto guardando il medagliere dei mondiali di atletica leggera dopo Stati Uniti e Russia vi è il Kenya con 112 medaglie (di cui 43 d'oro), davanti a Germania e Giamaica (ma già oggi quest'ultima potrebbe scavalcare la Germania). L'Etiopia si colloca invece come 7° potenza mondiale dell'atletica ai mondiali (la cui storia inizia nel 1983).

Ma, i mondiali in corso a Pechino hanno già messo in luce due aspetti importanti dell'Africa in questo sport. Non solo nella corsa l'Africa eccelle. Con la vittoria del keniano Julius Yego nel lancio del giovellotto, il paese dell'Africa Orientale si rende protagonista per la prima volta (a dire il vero, un altro africano aveva vinto il titolo del giovellotto, ma si trattava del sudafricano bianco Marius Corbett che vinse ad Atene nel 1997) in una disciplina dei lanci. La vittoria di Yego nel giovellotto rappresenta un fatto assolutamente nuovo per una disciplina tecnica come il lancio del giovellotto. Disciplina che da sempre è saldamente in mano a nord-europei e che ha visto nei finnici, nei cechi e negli estoni i suoi massimi interpreti. 

Ma non basta. Nicholas Bett, giovane keniano, ha vinto anche il 400 metri ostacoli, disciplina altrettato tecnica oltre che molto veloce. Non è la prima volta di un africano (nel 1991 a Tokyo vinse lo zambiano Samuel Matete, un'icona di questa corsa). Anche "il giro della morte ad ostacoli", secondo alcuni forse la gara più massacrante dell'atletica, la gara che fu dominio di mostri sacri come gli americani Edwin Moses o Kevin Young (ancora detentore del record del mondo) in cui oltre a velocità e resistenza, vi è bisogno di una tecnica straordinaria, non è più un tabù per l'Africa.

Con le vittorie arrivano anche - purtroppo - i problemi. I primi due test positivi al doping ai mondiali di Pdechino sono due donne keniane. La neo- primatista nazionale dei 400 metri, Joyce Zakary e la meno nota atleta dei 400 ostacoli, Francisca Koki Manunga. Speriamo che siano casi isolati e non il segno di una diffusa pratica.

Voglio pensare che lo sport rappresenti per l'Africa un nuovo volano di sviluppo e di crescita dei suoi popoli.

Sancara ha pubblicato, in occasione delle Olimpiadi di Londra, un serie di post sullo sport olimpico africano. Ecco i link, per chi avesse voglia di approfondire.
- L'Africa ai Giochi olimpici - prima parte
- L'Africa ai Giochi olimpici - seconda parte
- L'Africa ai Giochi olimpici - terza parte
 -L'Africa ai Giochi olimpici - quarta parte

martedì 25 agosto 2015

Non tutti i profughi sono uguali

I trafficanti di uomini lo sanno molto bene. Vi sono profughi che hanno un buon potere di spesa e sono quindi in grado di pagarsi i posti migliori nelle imbarcazioni, a volte perfino di avere una barca per la sola famiglia o meno carica, di comprarsi il salvagente ed il cibo e l'acqua per la traversata. Questi generalmente sono siriani, quelli che scappano dalla guerra e che sulla traversata investono quasi tutti i loro averi. Vi sono poi i poveri. Quelli che in genere provengono dall'Africa sub-Sahariana e che hanno attraversato il deserto per giungere sulle coste libiche. Hanno pochi soldi, spesso si indebitano oltre il loro reale potere di restituzione del denaro e viaggiano spesso nelle stive, a volte chiusi dentro, per non dare fastidio. Carne da macello, merce o, semplicemente, cibo per pesci.

Ai trafficanti tutte le questioni sociali non interessano. Business is business. Soldi, molti, che arrivano senza rischiare nulla. Dai porti libici, Zuwara, Harat o Sabatra (quelli più vicini a Lampedusa, ma ogni piccolo porticciolo va bene) partono le imbarcazioni. I prezzi? Dai 2500 ai 1000 dollari a persona per la sola traversata. I prezzi sono diversi per africani (quelli che pagano meno), per magrebini e per siriani (quelli che pagano di più).
I trafficanti acquistano le barche dai pescatori (dalla Libia fino all'Egitto), spesso uno o due giorni prima (per non essere identificati), direttamente dalle guardie costiere (gommoni) oppure recuperano quelle abbandonate dopo i salvataggi in mare (questo è un piccolo regalo che si fa ai trafficanti). Un grande peschereccio (17 metri) arriva a costare dagli 80 ai 160 mila dinari (50-100 mila euro). Si imbarcano 300 persone (400-480.000 euro circa), ma sappiamo che a volte si arriva a 400, 500 e perfino 800 persone (che fanno arrivare gli incassi vicini al milione di euro a viaggio!).

Poichè, a detta dei trafficanti, la cosa più difficile è far uscire le barche dai porti, i pescatori dopo aver venduto la barca, la sera prima denunciano il furto. Le guardie costiere, con una generosa mancia, cancellano l'imbarcazione e chiudono entrambe gli occhi. Il recupero dei paganti avviene in una spiaggia o in un porticciolo minore, e si parte.

L'effetto di questa situazione è che il pesce in Libia costa molto! Ci sono sempre meno pescherecci.
Il gasolio, non è un problema per un paese dove si estrae petrolio e dove c'è chi può venderti, in nero, migliaia di litri senza che nessuno sappia nulla.

Ma chi guida le barche? Sicuramente non i trafficanti! Quelli che noi chiamiamo scafisti sono in genere o gli stessi migranti in cambio dell'esenzione dal pagamento (soprattutto per i gommoni più facili da portare) o piccole pedine del traffico, capaci, nemmeno sempre, di portare un peschereccio fino all'incontro con una motovedetta.

Inutile dire che il traffico è in mano ad organizzazioni criminali, che governano anche il mercato della droga, delle armi e in parte quello legale del petrolio. Ad essi recentemente si sono aggiunti i terroristi dell'ISIS, che hanno fiutato il grande business del traffico umano.

Ai trafficanti non resta che, una volta partita la barca e aver pagato i vari tributi, incassare la lauta ricompensa e godersi la vita. Tanto, finchè qualcuno non deciderà di intervenire nei luoghi da dove la gente scappa, il lavoro sarà assicurato.
Certo possiamo sempre pensare di affondare tutti i pescherecci del nord Africa, alzare un muro nel mezzo del Mediterraneo oppure recintare tutte le nostre coste. Le cose, da un punto di vista della fattibilità e del risultato, si equivalgono.

lunedì 24 agosto 2015

Popoli d'Africa: Serer

I Serer (Serere) sono un gruppo etnico dell'Africa Occidentale. Essi rappresentano la terza etnia per numero in Senegal, ma vivono anche in Gambia e Mauritania. Complessivamente sono 1,9 milioni i Serer (la maggior parte appunto in Senegal), con un piccola comunità (circa 4000 individui) in Mauritania e una un pò più grande in Gambia (circa 35 mila che sono poco più del 2% della popolazione dell'enclave anglofona). 
Abili pescatori e soprattutto costruttori di imbarcazioni fluviali, sono anche agricoltori (coltivatori di miglio e riso) e allevatori.
Nel corso dei secoli hanno dovuto affrontare più tentativi di "inglobamento" della loro cultura. Prima hanno lottato contro il processo di islamizzazione arabo (iniziato nel XI secolo), poi contro il tentativo di "wolofizzazione" da parte dell'altra grande etnia dell'area (i wolof, appunto) e infine contro i colonizzatori francesi.
Sebbene quasi tutti parlano la lingua serer, tra di loro vi è un consistente numero che parla il cagin, altra lingue dello stesso ceppo, da molti classificata impropriamente come un dialetto serer.
Oggi sono essenzialmente mussulmani, seppure non mancano cristiani e animisti. In particolare esiste una vera e propria religione che vede nella divinità chiamata Roog la figura a cui si deve la creazione. La religione Serer - il cui simbolo è una stella, chiamata la Stella di Sirio - ha avuto una grande influenza nella cultura di quella vasta area dell'Africa Occidentale chiamata Senegambia. E' una religione che crede nell'immortalità dell'anima e nella reincarnazione.
lottatore di wrestling, foto da Wikipedia
Gli storici ritengono che i Serer siano giunti anticamente dal sud (a sud della Casamance) e che a partire dalla fine del 1500 nacquero tre grandi regni (Sine, Saloum e Baol, sebbene quest'ultimo mischiava anche dinastie wolof) che poi confluirono nell'Impero Sine e Saloum che è durato fino al 1969 (sebbene dal 1891 sotto protettorato francese), anno della morte dell'ultimo re e dell'incorporazione nel Senegal indipendente.
Altre tesi portano l'origine dei serer dalla valle del Nilo da cui sarebbero migrati.
La struttura della società, simile a quella wolof, ma meno rigida, è divisa in 5 classi sociali, con in alto i nobili e in basso gli schiavi (chiamati fad)
Tra i Serer è molto praticato il wrestling, la lotta tradizionale (in serer Njom o Laamb in wolof) che è una miscela tra rito, sport e spettacolo. Essa contiene molti elementi della cultura ancestrale ed è uno degli spettacoli più diffusi in Senegal.

Tra i Serer è sviluppata una cerimonia di divinazione, chiamata Xooy, che recentemente (2013) l'UNESCO ha inscritto tra i patrimoni immateriali dell'Umanità da salvaguardare. Si tratta di un'antica cerimonia, composta da danze e suoni di tamburi, che viene eseguita prima della stagione delle piogge per interpellare gli "dei" sulle previsioni per il raccolto e per armonizzare la vita con il volere degli esseri supremi.

Di etnia Serer era, da parte di padre, il poeta e primo Presidente del Senegal Leopold Senghor (la madre era fula). Così come di etnia serer è il musicista senegalese Youssur N'Dour.

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mercoledì 19 agosto 2015

In memoria di Ishara Birindiwa

Della morte del giovane Easter Ishara Birindiwa, avvenuta nella notte tra il 7 e l'8 agosto scorso, in pochissimi hanno dato notizia. La sua fine, e ancor più la sua vita, non risvegliano le nostre attenzioni proiettate in altre faccende.
Eppure Ishara, 21enne della Repubblica Democratica del Congo, svolgeva un ruolo essenziale per la salvaguardia del nostro pianeta. Era uno dei (pochi) Rangers del Parco Nazionale del Virunga, il più vecchio parco nazionale africano, ed il suo compito era quella di porteggere i circa 700 gorilla di montagna dai bracconieri e dai miliziani di ogni genere.
E' morto nella notte, durante un attacco, nella sua postazione di guardia, nel settore nord del Parco. Un gruppo di miliziani Mai Mai uno dei tanti gruppi paramilitari che infestano il nord Kivu e che si è reso protagonista dei peggiori crimini contro le donne, usando lo stupro come arma di guerra. Solo l'arriva dei rinforzi, a prima mattina, ha permesso ai Rangers di avere la meglio contro le verie bestie del parco.
Ishara ha difeso la sua postazione, il suo lavoro, i suoi amati gorilla e naturalmente la sua vita, perchè fin dal giorno in cui finì con successo, era il 2013, il corso per Rangers credeva fortemente in quello che faceva. Perchè lo faceva con grande passione.

Ishara non sarà ricordato da nessuno. Nessuno lo ringrazierà per il suo sacrificio. Non diventerà un eroe. Nessuno restituirà il suo amore per i primati e per la conservazione di un ambiente che solo quando sarà stato distrutto, rimpiageremo.

Noi tutti forse una riflessione possiamo farla.  Era il 1985 quando la primatologa americana Dian Fossey fu uccisa nel confinante Parco in Ruanda, sempre per difendere i gorilla. A 30 anni da quella tragica morte, sembra che nulla sia cambiato, se non il fatto che i morti fanno meno rumore.

martedì 18 agosto 2015

Tony Oladipo Allen, il principe del ritmo

Fela Kuti, il padre dell'Afrobeat, quel genere musicale nato in Nigeria alla fine degli anni '60 e che ha percorso il mondo intero come sound militante, ebbe modo di dire, prima di morire, che quel genere musicale, non sarebbe mai nato senza il contributo essenziale di Tony Allen.
Tony Oladipo Allen, è nato a Lagos il 12 agosto 1940, e per oltre 15 anni, dal 1964 al 1979 è stato legato artisticamente a Fela Kuti (prima con i Koola Lobitos) e per oltre 10 anni (1969-1979) il batterista, cantante, direttore musicale nonchè il motore ritmico di Africa '70, la band che Fela Kuti mise assieme e con cui diffuse il ritmo straordinario dell'Africa in ogni luogo del pianeta. Questo sodalizio li porta a incidere oltre 30 album, che ancora oggi rappresentano le pietre miliari del genere mujsicale Afrobeat. Eppure Allen si era formato da ragazzo attraverso la musica tradizionale yoruba e il jazz americano, imprimendo in lui un senso del ritmo e del tempo che pochi musicisti possono vantare di avere.
Tony Allen ai tempi di Africa '70
Nel 1980 Allen decide di lasciare Afrika '70 e Fela Kuti, in aperto contrasto con gli eccessi a cui Fela si era dato. Dalla nascita della comunità Kalakuta al matrimonio con 26 donne della band. Allen ebbe modo di dire che oramai le tournè di Africa '70 coinvolgevano oltre 70 persone di cui solo 30 coinvolte veramente nell'organizzazione e nello spettacolo. Certo che le performance musicali della "banda di Kuti" che prevedevano sessioni musicali di 6 ore consecutive o di una notte intera resteranno per sempre nella storia della musica contemporanea.
Dal 1980 al 1984 Allen vive a Lagos, dove continua a suonare e produrre musica di grande sonorità con una propria band e dove avvia quel percorso che lo porterà dall'Afrobeat, lentamente verso Afrofunky.
Nel 1984 si trasferì a Londra e, l'anno dopo a Parigi dove ancora oggi vive. Ha continuato a suonare, a scrivere e a produrre musica collaborando con artisti impegnati di vari generi. Nel 1997, alla morte di Fela Kuti per AIDS, Tony diventa l'icona vivente di quel genere musicale che nonostante tutto, continua ad appassionare in Africa e altrove.

Nel 2013 è uscita la sua autobiografia, scritta assieme al musicista Michael Veal in cui racconta la sua affascinante storia e carriera musicale. Una storia artistica che è vicina ai 60 anni, sempre sulla cresta dell'onda e sempre con grandi capacità di rinnovamento. Brain Eno, l'inglese inventore della musica ambient, ha definito Allen come il miglior batterista del mondo. Ascoltandolo è difficile dargli torto.
Recentemente Tony Allen ha collaborato con giovani artisti africani, tra cui Sia Tolno, ritenuta da molti (e probabilmente dallo stesso Allen) l'erede dell'Afrobeat, nel bellismo album African Woman (2014).

Ecco un brano da un suo concerto recente
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sabato 15 agosto 2015

Un premio poco conosciuto: Ibrahim Prize

Nonostante sia - ad oggi - ritenuto il Premio più ricco al mondo, risulta essere, ai più (soprattutto in Italia) sconosciuto. Infatti con la cifra di 5 milioni di dollari (a cui si aggiungono 200 mila dollari annui di vitalizio) il Premio Mo Ibrahim supera abbondantemente gli 1,3 milioni di dollari consegnati dal Premio Nobel per la Pace.

Il Premio, che è "un premio per il successo ella leadership in Africa", è stato istituito nel 2007 dalla Mo Ibrahim Foundation e viene consegnato a Capi di Stato o di Governo africani che hanno servito e guidato meglio lo sviluppo del loro paese sotto gli aspetti della sanità, della sicurezza, della scolarizzazione e dello sviluppo economico.

Ma, l'elemento che contraddistingue questo premio e che lo rende per molti versi unico, è che i leader devono aver lasciato la carica (negli ultimi tre anni) al termine del loro mandato (in cui siano stati eletti democraticamente). Qualcuno forse non coglierà pienamente questa particolarità e la sua importanza, ma se guardiamo la lista degli uomini che da più tempo detengono il potere balza agli occhi che è l'Africa (una volta esclusi i grandi reami soprattutto europei) a guidare questa non invidiabile classifica. Insomma in Africa, una volta conquistato il potere, non si lascia così facilmente!

Il premio, nato per volere dell'anglo-sudanese Mohammed "Mo" Ibrahim, uomo d'affari  (nato in Sudan nel 1946) nell'ambito delle telecomunicazioni (nel 2005 ha venduto la compagnia Celtel, da lui fondata nel 1998 e attiva in 14 paesi africani, per la modica cifra di 3,4 miliardi di dollari!).

L'idea della Fondazione è quella di premiare appunto l'eccellenza nella leadership africana in particolare per quanto riguarda la capacità di governare e di lottare contro la povertà, applicando una alta applicazione del "buongoverno" (cosa ritenuta fondamentale per lo sviluppo) e della necessità di essere leader ed esempio virtuoso da imitare.

Tutte queste caratteristiche hanno determinato che per ben quattro anni (2009, 2010, 2012 e 2013) nessuno ha meritato questo ambito premio.

Ma, vediamo chi sono stati i vincitori.

Nel 2007, anno dell'istituzione del Premio, esso è stato assegnato in modo onorario a Nelson Mandela (che, è bene ricordalo, dopo essere stato eletto nel 1994 alla guida del Sudafrica, decise di non ricandidarsi nel 1999 (sarebbe stato rieletto senza problemi) per lasciare spazio ad altri) e all'ex Presidente del Mozambico, Alberto Chissano - che oltre a decidere di non candidarsi per il terzo mandato (aveva guidato il paese dal 1996 al 2005) ha saputo lavorare per riconciliare le parti in conflitto, pacificando il Paese.

Nel 2008 il premio fu assegnato all'ex-Presidente del Botswana, Festus Gontebanye Mogae, capace di assicurare al Paese stabilità e prosperità (sfruttando le risorse minerarie) riuscendo a "superare" la pandemia di HIV che minacciava il paese. Governò tra il 1998 e il 2008.

Dopo i due anni (2009 e 20010) in cui il premio non fu assegnato, nel 2011 fu vinto dall'ex- Presidente di Capo Verde, Pedro De Verona Rodrigues Pires, che avendo governato dal 2001 al 2010, ha avuto la capacità di trasformare Capo Verde in un modello di stabilità e democrazia, facendo crescere la prosperità. tali successi sono stati riconosciuti da tutta la comunità Internazionale.

Infine, dopo che per altri due anni (2012 e 2013) il Premio non è stato assegnato, nel 2014 è stato consegnato (marzo 2015) all'ex Presidente della Namibia, Hifikepunye Pohamba (2005-2015) che ha saputo guidare la Namibia in un importante momento di transizione, assicurando buon governo, una forte libertà di stampa e il rispetto dei diritti umani.

E' bene precisare che si tratta di scelte della Fondazione e che non necessariamente i paesi in cui hanno governato i vincitori corrispondono a paradisi di diritti e di sviluppo. Si tratta però di indicazioni importanti e di tendenze che meritano sicuramente riflessioni e approfondimenti.

La Ibrahim Foundation stila anche una classifica sulla qualità del governo dei 54 paesi africani. Lo fa, combinando oltre 100 variabili provenienti da 30 fonti indipendenti all'interno di categorie che riguardano le leggi, la partecipazione dei cittadini e i diritti umani, le opportunità di economie sostenibili e lo sviluppo umano.
L'ultima classifica disponibile (i dati completi sono scaricabili qui), quella del 2014, vede la seguente classifica (su scala 100) per quanto riguarda i primi 10 posti:
- Mauritius 81,7 
- Capo Verde 76,6
- Botswana 76,2
- Sudafrica 73,3
- Seychelles 73,2
- Namibia 70,3
- Ghana 68,2
- Tunisia 66,0
- Senegal 64,3
- Lesotho 62,3

Mentre, nella classifica inferiore, a partire dall'ultima posizione, troviamo:
- Somalia 8,6
- Rep. Centrafricana 24,8
- Eritrea 29,8
- Ciad 32,3
- Guinea-Bissau 33,2
- RD Congo 34,1
- Zimbabwe 38,0
- Guinea Equatoriale 38,4
- Angola 40,9
- Libia 42,1

Appare chiaro, da questi numeri (e, ancor più andando a esplorare gli indicatori proposti dalla Fondazione) quali sono i Paesi dell'Africa in cui seriamente si stanno facendo grandi progressi.
Di contro, è altrettanto evidente, che luoghi ove non esistono governi capaci di creare sviluppo sono quelli più martoriati del continente e quelli ove maggiormente si concentrano illegalità e interessi economici enormi, ma illegalmente sostenuti. Guerre (armi), diamanti, petrolio, gas, coltan, droghe, integralismo, pirateria e violazioni di ogni genere passano per gli ultimi luoghi di questa classifica.









venerdì 31 luglio 2015

Cecil e la caccia di frodo

Ha destato grande scalpore la notizia diramata a fine luglio dalle autorità dello Zimbabwe dell'uccisione (peraltro dopo una lunga agonia, dopo essere stato ferito da una freccia) del leone Cecil, un esemplare di 13 anni, da tempo seguito dagli studiosi inglesi all'interno del Parco Nazionale Hwange.
La storia di Cecil e del suo assassino, l'odontoiatra americano del Missesota Walter Palmer, che ha pagato 50 mila euro per compiere questo scempio (non autorizzato), è esemplare. Ma altri simili avvengono, nel silenzio di tutti, regolarmente.

Ernest Hemingway nel 1934
La caccia di frodo (bracconaggio) e l'uccisione di animali per ricavarne zanne, corni e pelli sono le cause principali che stanno inesorabilmente accompagnado molte specie animali africane verso l'estinzione.

Per rimanere ai leoni, animali che oggi vivono esclusivamente in Africa (fatta eccezione per circa 400 esemplari in India), essi erano, solo un secolo fa oltre 200 mila, oggi si stimano essere 30 mila e in continuo calo.

Quella che per molti è ancora "la caccia grossa" è una pratica che ha vissuto un'era dorata e perfino avventuriera, a partire dalla fine del 1800, quando l'Africa diventò un'enorme riserva di caccia. Reali, politici, intellettuali e avventurieri di vario genere furono attratti dalla voglia di misurarsi (sempre ad armi impari) con i "big five" (elefante, leone, leopardo, rinoceronte, bufalo), i grandi e pericolosi mammiferi del continente. Quelli che oggi quasi tutti noi conosciamo come Safari (in cui l'unica arma concessa è la macchina fotografica) erano invece delle grandi mattanze di innocenti animali.
Dicevamo quasi tutti, perchè ancora oggi vi è chi pratica questa assurda caccia, magari imbracciando armi che appartengono più alla categoria dell'artiglieria pesante!
Si, perchè è bene ricordare che, sebbene ci appaia insensato, non tutta la caccia ai grandi mammiferi è illegale! Vi sono agenzie che organizzano proprio queste cose, sfruttando le quote di eccesso (e quindi abbattibili) di alcuni animali all'infuori dei parchi protetti.
Oramai quelli che erano gli abitanti indiscussi delle savane e delle foreste, che vivevano spesso in simbiosi e talora in contrasto con l'uomo, riescono a sopravvivere (nemmeno sempre) solo in luoghi protetti. 

I nuovi cacciatori appartengono ad altre categorie, quelle dei ricchi di ogni parte del mondo, che si regalano scariche di adrenalina per poi immortalarsi nelle immancabili foto di rito come pioneri di altri tempi.

Stando alla IUCN (International Union for Conservation of Nature) - il più autorevole organismo mondiale che si occupa, fin dal 1948, di conservazione della natura - sono quasi 25 mila le specie animali, vegetali e marine a rischio estinzione. L'IUCN aggiorna costantemente, fin dal 1994, una Red List in cui è possibile seguire, specie per specie (sia animali che vegetali, oggi ne sono monitorate quasi 160 mila) le sorti e le previsioni per il futuro. 
Per rimanere in ambito esclusivamente animale, in Africa sono 167 le specie che si sono estinte o estinte in natura negli ultimi 60 anni, mentre sono oltre 6500 le specie a rischio (divise in una scala che va da critico rischio a vulnerabile).
Le cause sono essenzialmente due: la riduzione di habitat adatti e la caccia. In entrambe le cause l'effetto uomo è molto, molto evidente.

Quello che la natura ha creato, con molte difficoltà, in oltre 3,5 milioni di anni, l'uomo, con la sua follia lo sta distruggendo in poche centinaia di anni.

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Un occhio al Sudafrica

Sancara, per scelta, raramente pubblica scritti o opinioni di "altri" in tema di Africa. Lo fa perchè si tratta, pur sempre, di un blog personale e, soprattutto, perchè altre e molto più autorevoli soggetti (African Voices, in testa) riescono a convogliare e rendere disponibili scritti, opinioni, post, articoli, ricerche e altro che attengono al continente africano.

una delle foto di Giuseppe Origo
Questa volta però faccio, con piacere, una piccola eccezione. Attraverso una segnalazione mi è arrivato il link al post della piattaforma (definizione alquanto arbitraria) REVOLART, la quale si occupa, in senso molto generico, di arte e cultura. 

Il post in questione "La mia ALTRA Africa" , scritto da uno dei redattori di Revolart, Giuseppe Origo, e corredato di alcune belle immagini, è un'impressione su Johannesburg, interessante e stimolante. Insomma un modo per "dare un'occhiata da dentro" ad una società in grande cambiamento che offre interessanti opportunità, alcune lacune intollerabili ed una fragilità elevata.

Un'idea dell'Africa ma anche uno sguardo ad un'iniziativa, quella di Revolart, da seguire con attenzione e curiosità.

Sulle impressioni del "nuovo Sudafrica" vi rimando anche al post sul libro di Franco Arato "I turbamenti della nazione arcobaleno", edito da Il Canneto nel 2013.