sabato 3 dicembre 2016

Ousmane Sow, il fisioterapista scultore

Oggi è morto a Dakar Ousmane Sow. Aveva 81 anni ed era considerato unanimamente uno dei maggiori artisti senegalesi, dell'Africa Occidentale e dell'intera Africa. E' stato uno scultore particolare grazie ad uno studio maniacale dei materiali. Preparava egli stesso una pasta, composta da terra e minerali mescolati e macerata assieme ad altri prodotti, con cui modellava i suoi soggetti attorno ad armature di ferro, di tela o di paglia.
Al centro delle sue opere vi era sempre l'Uomo ed il suo corpo. Egli infatti, quando ancor prima dell'indipendenza del Senegal, era andato in Francia a studiare, aveva scelto di diventare infermiere e poi fisioterapista. Grazie alla sua professione aveva quindi per anni manipolato corpi, toccato muscoli ed esplorato ogni angolo del corpo umano, mentre contemporaneamente plasmava le sue opere. Grazie a questa intima conoscenza del corpo umano era in grado di scolpire soggetti umani senza avere dei modelli. Per una ventina d'anni aveva lavorato a Parigi come fisioterapista, fatto salvo una breve parentesi in Senegal dal 1965 al 1968, dove aveva tentato di avviare un servizio di fisioterapia, degno di questo nome, in Africa. Solo una volta rientrato definitivamente in Senegal (nel 1984) abbandonò la sua professione sanitaria per dedicarsi completamente alla scultura.
La sua prima mostra è del 1988.
Le sue opere sono dedicate in un primo tempo (dal 1984 al 1994 circa) ai corpi di popoli africani, la sua terra a cui sempre è rimasto intimamente legato. I Nuba, i Masai, i Peul e gli Zulu sono diventati i soggetti ispiratori della  sua arte e solo dopo, passando al lavoro in bronzo, si è dedicato ad altri soggetti (tra cui la statua realizzata a Ginevra nel 2008 in omaggio alla dignità degli immigrati sans-papier).
Nella sua vita ha sempre posto le sue opere davanti alla sua figura in una delle rare interviste aveva detto "voglio essere un artista anonimo. Oggi però l'artista sembra essere più importate delle sue opere. Voglio essere conosciuto non per quello che sono io ma, per le mie sculture. Le ammiro anch'io come le altre persone. Io non ho molto da dire, le mie sculture dicono tutto".


Ecco il suo sito ufficiale

sabato 19 novembre 2016

Mitumba, storie di magliette e di jeans. Una carità che rischia di far male

Mitumba in swahili significa "abiti usati" ma, in Africa Orientale, oramai significa mercato degli abiti usati.  In tutta l'Africa il mercato degli abiti usati diventa di giorno in giorno più florido. Il 90% degli abiti giungano dall'Europa e dall'America. In Africa, se da un lato è vero che molti vestono di abiti usati - soprattutto quelli che rappresentano la moda occidentale - è altrettanto vero che raramente gli abiti usati sono africani. Gli abiti si passano di fratello in fratello, fino all'esaurimento.
Allora la storia di questi indumenti incomincia nei contenitori che sono sparsi in tutta Europa e che raccolgono gli abiti usati. Questi contenitori - nati con lo scopo caritatevole - sono oggi diventati un luogo di contesa (a volte anche violenta). Qualche anno fa il quotidiano svizzero Tages Anziger ha accusato in modo diretto due dei principali collettori di indumenti usati (Texaid e Tell Tex) di essere complici di una competizione commerciale basata sull'inganno. A scanso di equivoci sono Aziende e non cooperative o associazioni caritatevoli.
La questione è che spesso gli enti raccoglitori (cooperative e non-profit) vendono i capi raccolti al chilo (dai 30 ai 50 centesimi al chilo) e poi ne perdono il controllo. Alla fine il prezzo al chilo può arrivate a 6 euro. I dati Italiani dicono che nel 2013 sono stati raccolti 111.000 tonnellate di vestiti usati. Ed è proprio in questa fase che si inseriscono le organizzazioni criminali (italiane e recentemente quelle nigeriane) Già nel 2014 la Direzione Antimafia Nazionale scriveva che "buona parte delle donazioni di indumenti usati che i cittadini fanno per solidarietà, finiscono per alimentare un traffico illecito dal quale camorristi e sodali di camorristi traggono enormi profitti". Del resto in tutte le inchieste da Mafia Capitale a quella della Terra dei Fuochi il business a dei vestiti usati sembra esserci sempre.
Se è vero che l'alternativa per evitare l'infiltrazione criminale è quella (come sempre!) di controllare interamente la filiera, dalla raccolta alla distribuzione in loco, come ad esempio fa, soprattutto per il Mozambico, Humana Italia, è altrettanto vero che si pone un altro problema.
Infatti, la Comunità dell'Africa dell'Est (EAC) sostiene che "il tessile, la lavorazione del pollame e la produzione automobilistica sono i settori che vanno incentivati per lo sviluppo industriale e per la creazione di posti di lavoro della regione. Per farlo, sostiene l'EAC, è necessario eliminare l'importazione dall'estero di merci e prodotti usati". L'EAC ritiene sia necessario bandire le importazioni entro tre anni.
Si stima che la produzione tessile dell'Africa Orientale sopperisce per solo il 10% al fabbisogno della popolazione.
Insomma, sia che le organizzazioni criminali si infiltrino nel commercio sia che si controlli la filiera della distribuzione, il rischio che l'azione caritatevole che molti fanno, portando i vestiti usati nei raccoglitori sparsi per strada, si trasformi in un boomerang è alta.
Se per l'Africa Orientale è maturo il tempo di una riflessione su questo commercio, in Africa Occidentale la questione sembra diversa e sembra essere nelle mani della mafia nigeriana.
Oggi la maggioranza delle spedizioni vanno proprio verso l'Occidente Africano, dove il mercato sembra crescere di giorno in giorno.

Come spesso accade le buone intenzioni iniziali finiscono per danneggiare non solo l'azione stessa ma, rischiano di incidere fortemente sul futuro di intere popolazioni.

Già tempo fa  (nel 2005) l'economista italo-americana Pietra Rivoli aveva pubblicato "Viaggi di una T-shirt nell'economia globale", edito dalla Apogeo, in cui raccontava il florido mercato - e le sue distorsioni - degli abiti usati.

sabato 5 novembre 2016

Parco Nazionale Impenetrabile di Bwindi

Nel sud-ovest dell'Uganda, in una zona al confine con la Repubblica Democratica  del Congo, si trova questo parco di oltre 32.092 mila ettari (circa 331 chilometri quadrati, di cui l'ultimo ampliamento risale al 2003), il cui nome rende già perfettamente l'idea della sua natura, che funge da confine tra la pianura (foresta tropicale) e le montagne. Il parco si estende da un'altitudine di 1000 metri fino a vette che superano i 2700 metri. Un parco che offre una maestosa biodiversità, con oltre 200 specie di alberi, 100 diverse specie di felci, oltre 120 mammiferi, 347 specie di uccelli, 202 specie di farfalle e una trentina di anfibi, tra cui molte specie a rischio estinzione. Il Bwindi è quindi uno dei parchi con l'ecosistema più ricco d'Africa e può essere girato, con difficoltà, solo a piedi.
Al suo interno vivono alcune specie di primati come il gorilla di montagna, lo scimpanzè e il colobo. In particolare per quanto riguarda i gorilla, gli studiosi ritengono che all'interno del Parco abiti oggi la metà (dai 300 ai 350 esemplari) dei gorilla di montagna ancora esistenti nel mondo (l'altra metà vive nel vicino parco di Virunga).
Il parco, istituito nel 1991 (sebbene due parti distinte di esso erano protetti come riserva fin dal 1932), è posto sotto la tutela dell'Uganda Wildlife Authority (UWA), uns istituzione parastale, ed è protetto dalla Costituzione (1995) del Paese. All'interno vi è un istituto di ricerca permanente dove collaborano ONG da tutto il mondo. Dopo alcuni episodi risalenti al 1999, quando ribelli ruandesi presero in ostaggio turisti all'interno del Parco, oggi è possibile solo entrare con guide armate. Il punto di partenza per le visite è la città di Kabale (ad una trentina di chilometri dall'ingresso del parco). Il trekking all'interno del parco permette di osservare da vicino alcuni gruppi di gorilla, senza per questo impattare troppo sull'ecositema naturale. Vi sono due stagioni di piogge (marzo-maggio e settembre-novembre).
Nel 1994 il Parco è diventato sito Patrimonio dell'Umanità UNESCO.

Ecco il sito del parco: www.bwindiforestnationalpark.com
Ecco una parziale lista delle specie presenti al Bwindi (dal sito TEAM)

Vai alla pagina di Sancara sui Siti Patrimonio dell'Umanità

domenica 30 ottobre 2016

Ippopotamo, il cavallo di fiume

L'ippopotamo (Hippopotamus amphibius), dal greco "cavallo di fiume" è un gigantesco  mammifero erbivoro africano che può arrivare a pesare 1800 chilogrammi. Attualmente, delle quattro specie conosciute della famiglia degli Hippopotamidae, rappresenta una dei due generi ancora viventi. L'altro è l'ippopotamo pigmeo (Hexaprotodon liberienisis). Sono oramai estinte, da tempo, le specie di ippopotami che vivevano in Europa e in Madagascar. 
In accordo con la classificazione della lista rossa dell'IUCN l'ippopotamo è una specie vulnerabile (VU) (nel 1996 era classificato come a basso rischio di estinzione). 
Sebbene non vi siano studi precisi e sia molto difficile ipotizzare la popolazione totale degli ippopotami che comunque non dovrebbe superare le 150 mila unità.
E' interessante notare come studi recenti hanno portato a stabilire che geneticamente l'ippopotamo è più vicino alla balena che ad altri artiodattili (bovini, ad esempio).
E' un erbivoro (sebbene gli zoologi lo definiscano un "carnivoro facoltativo", perché in talune circostanze mangia anche carcasse di animali) che pascola spesso durante la notte, perché durante il giorno passa la maggior parte del tempo in acqua, semisommerso.
La sua presenza ha una funzione utile per l'intero ecosistema, contribuendo a concimare la terra (con le sue feci), favorendo così la sopravvivenza di altre specie animali e a proteggere le area dagli incendi poiché nei pascoli degli ippopotami l'erba sembra tagliata da un giardiniere!
Naturalmente gli ippopotami non distinguono tra erba spontanea e campi coltivati entrando in contrasto con gli agricoltori. Inoltre altri due pericoli incombono sulla sua sopravvivenza: la sua carne è molto apprezzata e, cosa più grave, i suoi canini (che possono essere anche 60 centimetri) sono ricercati come sostitutivi dell'avorio.
Contrariamente alle apparenze, è un animale molto veloce che diventa aggressivo se si entra nel suo territorio. Viene ritenuto il secondo animale, dopo il coccodrillo, più pericoloso in Africa.

La sua distribuzione in Africa, che un tempo era molto ampia (in rosso nella mappa) è ora diventata esigua ed a macchia di leopardo (in verde). Lungo la valle del Nilo, dove un tempo gli ippopotami vivevano fino alla foce, oggi non superano Khartoum. Vive inoltre anche fino a 2000 metri di altitudine, dove il suo corpo ben si adatta anche a temperature vicino allo zero.
Tra le storie curiose sugli ippopotami vi è senz'altro quella di Pablo Escobar, il più conosciuto narcotrafficante del mondo, che durante l'epoca del suo massimo "splendore" (negli anni '80 - Escobar fu ucciso nel 1993) si era fatto arrivare - clandestinamente come ogni cosa - due esemplari di ippopotami da mettere nello zoo, situato nell'Hacienza Napoles, che aveva allestito per suo figlio. Nel tempo gli animali si sono riprodotti e sembra abbiano raggiunto il numero di 50 esemplari, con un grande problema di gestione.

Lake Manyara, 1991
Resta però tutto il fascino di questo enorme animale, che da lontano sembra appunto essere un "grande bonaccione" e che visto nel suo habitat appare in tutta la sua bellezza.

La prima volta che ho visto gli ippopotami in acqua, nel loro habitat naturale è stato a Lake Manyara, in Tanzania, la foto è di quel giorno. Fu uno spettacolo meraviglioso. Una ventina di esemplari erano solo a pochi metri da me e intorno a loro centinaia di pellicani e cormorani. I loro suoni rimbombavano nell'aria e di tanto in tanto sembravano scoppiare delle enormi risse, con uno scatto le enormi bocche si aprivano e mostravano enormi denti. L'acqua si agitava e gli uccelli volavano via creando un'enorme nuvola bianca e nera. Poi, solo pochi secondi dopo, tutto tornava alla normalità. Dalla sponda del lago gli ippopotami sembravano innocui e per nulla aggressivi. 

Ecco la scheda dell'IUCN dell'Ippopotamo
Ecco la scheda su African Wildlife Foundation

Vai alla pagina di Sancara sugli Animali d'Africa

martedì 25 ottobre 2016

Gli Stati fragili: un problema mondiale

Quando nel 2010 Sancara affrontò per la prima volta (leggi post) la questione degli Stati in via di fallimento, dove ieri come oggi l'Africa "regnava" sovrana, riferivo di questa analisi fatta da Lester Brown (uno dei massimi esponenti del movimento ambientalista) proprio sul tema degli stati prossimi al fallimento.
La sua tesi era che se nel secolo scorso la principale minaccia derivava dal conflitto tra le superpotenze, oggi è data dagli stati in via di fallimento. Secondo Brown è l'assenza del potere (e non la sua concentrazione) a metterci a rischio. Gli stati in via di fallimento sono un problema internazionale perchè sono focolai di terrorismo, di armi, di droga e di profughi. Egli usava ad esempio la Somalia (al primo posto degli stati falliti fin dal 2008) divenuto una base per la pirateria, Iraq base per l'addestramento dei terroristi, l'Afghanistan leader della produzione mondiale di eroina e la Repubblica Democratica del Congo paese destabilizzato per la grande presenza di profughi ruandesi
La sua analisi porta a dire che la civiltà globale dipende da una rete funzionante di stati, capaci di controllare il diffondersi delle malattie come i fenomeni del terrorismo internazionale, ovvero capaci di collaborare al raggiungimento di obiettivi comuni come ad esempio quello dell'aumento della denutrizione nel mondo e la decrescita delle scorte alimentari. 

Oggi la situazione è esattamente come Brown l'aveva descritta, con l'aggiunta che la questione dei profughi ha assunto una rilevanza maggiore e non è più riferita esclusivamente al continente africano.
In questi anni si è passati dal concetto di Stato in via di fallimento (che richiamava troppo a questioni meramente economiche) al concetto di Stato Fragile, un modo diverso per definire paesi con istituzioni statali deboli o instabili, dove povertà, corruzione e violenza innescano una spirale depressiva che non trova soluzioni.
Anche quest'anno il The Fund of Peace - organizzazione indipendente americana sorta nel 1957 - ha pubblicato l'annuale indice di fragilità di 178 paesi del mondo, dove 12 parametri (economici, politici e sociali) vengono messi a confronto contribuendo così a compilare una graduatoria che parte dai paesi con un altissimo allarme di fragilità e si conclude con paesi molto sostenibili.
Il rapporto inoltre pone l'attenzione - per la prima volta -  sul fatto che la sostenibilità dei paesi è messa a dura prova dall'ondata di profughi, i quali, inutile sottolinearlo dipendono dalla fragilità degli stati da cui essi si muovono.
Si è creato un pericolo corto circuito che - così come nelle previsione di Brown - rischia di mettere in difficoltà l'intero sistema mondiale.

La lista del 2016 vede ancora una volta la Somalia (oramai in testa alla classifica da quasi dieci anni) quale stato a maggiore fragilità, seguito da Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Sudan, Yemen, Siria, Ciad e Repubblica Democratica del Congo - tutti in una situazione di estrema fragilità.

Inutile dire che dei 38 paesi definiti in uno stato di grave fragilità, bel 27 sono africani. Ovvero, metà dell'Africa (27 stati di 54) è in una situazione di grave fragilità.

Nella classifica alta,  ovvero tra i paesi maggiormente sostenibili, troviamo nell'ordine la Finlandia (da anni in testa alla classifica, ovvero al 178° posto), Norvegia, Nuova Zelanda, Danimarca, Svizzera, Australia, Irlanda, Svezia, Islanda e Canada.
 
L'Italia in 148 posizione (su 178) è sostanzialmente stabile (era in 147° nel 2013).

Quanto la fragilità degli stati incide su flussi migratori verso i paesi accessibili e che si trovano più in alto nella classifica della sostenibilità è di semplice deduzione e sembra avere una correlazione diretta. Nel corso del 2016 infatti sono giunti via mare in Europa circa 330 mila persone. Di questi il 28% dalla Siria, il 14% dall'Afghanistan, l'8% dall'Iraq, l'8% dalla Nigeria, il 5% dall'Eritrea e il 3% dal Pakistan.
Se scorriamo la classifica dell'indice di fragilità troviamo: la Siria al 6° posto, l'Afghanistan al 9°, l'Iraq all'11°, la Nigeria al 13°, l'Eritrea al 18° e il Pakistan al 14°.

Questo porta a dire - senza paura di esseri smentiti e come diceva Brown- che dalla fragilità di quei paesi dipende la civiltà globale.

Stati in Via di fallimento, indice 2013

martedì 18 ottobre 2016

Giornata Europea contro la tratta di esseri umani

Oggi in Europa si celebra la Giornata contro la Tratta di Esseri Umani, un fenomeno che ha assunto livelli di allarme nel nostro continente. La tratta è il business moderno delle organizzazioni criminali, secondo alcuni il terzo per fatturato dopo armi e droga, secondo altri secondo solo alla vendita di armi.
Un fenomeno raccapricciante da qualsiasi punto di vista si osservi. Un atto infame contro l'Umanità.
Oggi in Europa si stimano oltre un milione di vittime di tratta e/o di grave sfruttamento. Nel mondo i numeri salgono vicini ai 30 milioni di donne, uomini e bambini.
Bisogna fare attenzione. La tratta nulla c'entra con il fenomeno - allarmante e intollerante - che conosciamo sotto il generico nome di "scafisti" (tecnicamente smuggling). Un conto è chiedere soldi per trasportare, spesso come bestie, uomini e donne, dall'altra parte del mare; altro conto è la riduzione in schiavitù di donne e uomini, piccoli e grandi.
Perché quando si parla di tratta, si parla di una moderna schiavitù.
Una schiavitù spesso più subdola, a volte senza catene fisiche ma, che si gioca sull'inganno, sulla paura e spesso sugli affetti.
Le vittime della tratta sono coinvolte principalmente nello sfruttamento sessuale,  giovani donne, quasi bambine, sbattute in strada ad aspettare ogni genere di clienti; nel lavoro forzato e sfruttato, uomini costretti a lavorare nei campi come nelle manifatture, senza nessuna tutele , senza orari e con salari da fame; nelle economie illegali forzate, giovani ragazzi costretti a spacciare o a rubare; nell'accattonaggio forzato, uomini e donne a cui nemmeno chiedere l'elemosina e concesso; nei matrimoni forzati, bambine date in spose a vecchi in ogni parte del mondo.


Questo è il prezzo che paghiamo per la nostra incapacità di vedere oltre al colore della pelle, oltre al fastidio, oltre al degrado. Dietro a quelle donne o a quegli uomini, che tanto ci infastidiscono e ci indignano, vi sono spesso storie atroci e violenze inaudite.


Perché allora un blog che parla d'Africa si occupa della tratta? Ancora una volta, così come è stato secoli addietro, a farne le spese sono molto i popoli africani.
Se ci soffermiamo alla sola Italia e nell'ultimo biennio, delle circa 1000 vittime di tratta, che ogni anno entrano nei programmi di tutele e assistenza sociale previsti dalla normativa, oltre il 70% sono africani.
L'80% delle vittime accertate (l'invisibile in questo settore è un'enorme buono nero) sono soggette a sfruttamento sessuale.
La maggioranza di esse sono donne giovani nigeriane.
Quello della prostituzione nigeriana forzata (quasi sempre da un mix tra inganno, debito contratto per giungere in Europa, sfruttamento e violenza) è una storia che si ripete da decenni e che solo recentemente ha visto una nuova - e grave - impennata perché le organizzazioni criminali stanno percorrendo le confuse vie della richiesta d'asilo. Tanto per dare due numeri, nel 2013 erano state 450 le donne nigeriane giunte in Italia, nel 2015 sono oltre 5.600!

Donne che - salvo rare eccezioni - sono destinate alla prostituzione. Affermare oggi che i clienti italiani (spesso padri di famiglia) che pagano una prestazione a giovani donne nigeriane siano complici del loro sfruttamento appare - forse come non mai - una verità inconfutabile!
Così come senza una tracciabilità chiara della filiera agro-alimentare molti dei prodotti che troviamo nei banchi del supermercato e che consumiamo, sono i frutti insanguinati dello sfruttamento di uomini e donne.


Oggi in tutta Italia si svolgono manifestazioni ed eventi per celebrare la Giornata Europea contro la Tratta. Un'iniziativa lanciata dal Numero Verde Nazionale contro la Tratta (800 290 290). Sotto lo slogan/hashtag #liberailtuosogno in molte città italiane saranno lanciati dei palloncini e distribuito informazioni su questo dramma che non possiamo restare seduti ad osservare.

Potete seguire tutte le iniziative sulla pagina Facebook dedicata (
https://www.facebook.com/Decima-Giornata-Europea-Contro-la-Tratta-1186172398110766/).




venerdì 14 ottobre 2016

#bringbackourgirls due anni dopo

Era il 14 aprile del 2014 quando a Chibok, una cittadina (circa 70 mila abitanti) del Borno State nel Nord-Est della Nigeria, non lontano dal confine con il Camerun, vennero rapite 276 giovani ragazze - tutte studentesse - dal gruppo islamico radicale Boko Haram.
La notizia fece il giro del mondo e indignò profondamente l'opinione pubblica. Una grande campagna lanciata nei social, sotto l'hashtag #bringbackourgirls fece rapidamente il giro del mondo. Le pressioni portano ad interventi forti, non solo di condanna, nei confronti dei criminali di Boko Haram, ma nessun reale risultato.
Infatti delle 276 ragazze rapite quel giorno all'interno del dormitorio dell'Istituto scolastico che frequentavano, 57 riuscirono a scappare dai camion che le trasportavano e ben 219 rimasero nelle mani di Boko Haram. Da quel giorno, a parte qualche video che le ritraeva completamente vestite di nero, nessuna notizia si ebbe di loro.
Nel mese di maggio 2016, due anni dopo, una delle ragazze fu ritrovata nella foresta di Sambisa mentre raccoglieva legna e liberata. La ragazza, di 19 anni quando fu trovata era incinta. Da lei si apprese anche che 6 di quelle ragazze erano morte durante la prigionia.
Ieri è diventata ufficiale la voce che 21 di quelle 212 ragazze erano state liberate grazie ad uno scambio - negato dal governo - con quattro prigionieri della "milizia".
Secondo le fonti più accreditate lo scambio sarebbe avvenuto grazie all'intermediazione della Croce Rossa e del Governo Svizzero. Incerta invece la voce che vede 18 delle 21 ragazze incinte o con figli.
Quel che è certo è che le ragazze siano state "usate" dai rapitori, nella migliore delle ipotesi, come loro concubine. 
La logica perversa per cui milizie armate che vivono in fuga e nascondendosi in continuazione si procacciano donne per il loro piacere o per farle diventare forzatamente loro mogli, per quanto atroce, non è una novità.
La storia è ricca di racconti di questo genere. Certo numeri così alti nello stesso tempo (in realtà le donne prigioniere sono molte di più)  sono un fatto nuovo e preoccupante. 
Inutile sottolineare come i racconti delle sopravvissute siano drammatici e densi di particolari violenti tali da far comprendere, senza ombra di dubbio, che la religione con questi criminali c'entra ben poco. Del resto è cosa nota, oltre le semplificazioni, che il gruppo sia composto da innumerevoli fazioni e che vi siano all'interno elementi legati alla criminalità, alla politica e alla religione. Il gruppo, fin dal suo esordio, all'inizio degli anni 2000, fu sottovalutato e confinato - perfino dall'Amministrazione Americana - come un fatto localizzato.
Oggi la situazione in Nigeria è critica. Da una parte le questione petrolifera sempre più in bilico tra le devastazioni territoriali, la povertà crescente e il disimpegno annunciato e in parte attuato delle compagnie petrolifere, dall'altra il nord del paese in cui Boko Haram ha generato una vera e propria calamità.


mercoledì 28 settembre 2016

Criminali contro il Patrimonio

La notizia di questi giorni - della condanna a 8 anni di carcere per Ahmad Al Faqi Al Mahdi, estremista maliano che nel 2012 ordinò la distruzione di una parte importante del patrimonio archeologico di Timbuktu, la "città d'oro", oltre d essere una decisione di portata storica, pone un punto fermo nella storia del diritto e della giustizia in questi difficili tempi.
Al Mahdi, un tuareg oggi di 41 anni, ex direttore di una scuola, che è stato a capo delle brigate fondamentaliste che a partire dall'aprile 2012 (vedi post) hanno messo a fuoco e fiamme l'Azawad  (la regione desertica a nord del Mali), anche a grazie a pericolose alleanze con gli estremisti di matrice islamica, è stato condannato dalla Corte Internazionale dell'Aia "per crimini di guerra".
Certo le colpe di Al Mahdi sono anche peggiori (e per ora non indagate nei capi d'accusa del processo iniziato il 22 agosto e da poco concluso), infatti sono certe le sue azioni (e dei suoi uomini) per quanto attiene la sfera delle torture e degli stupri.
A partire dal 2012 (in particolare tra giugno e luglio) i suoi uomini presero d'assalto, con martelli e zappe, il cimitero di Djingareybar e la moschea di Sidi  Bahia di Timbuktu e diedero fuoco alla storica biblioteca cittadina e al centro di documentazione Ahmed Babà.
La condanna di Al Mahdi arrestato nell'agosto 2014 e che durante il processo si è dichiarato pentito delle sue azioni rappresenta una fatto di grande importanza. Per la prima volta la corte giudica qualcuno non per reati contro l'Uomo ma contro il Patrimonio dell'Uomo. Si afferma con forza il principio secondo il quale nessuno può permettersi di distruggere patrimoni architettonici dell'Umanità senza per questo pagare per le proprie azioni.

A partire dal 2015 e per tutto l'anno in corso il Patrimonio architettonico della città d'oro è stato restaurato grazie all'intervento dell'UNESCO che da subito ha dichiarato l'emergenza per il Patrimonio Storico di Timbuktu.
E' bene sottolineare che per ora i distruttori del Patrimonio artistico in Afghanistan, in Iraq o in Siria non sono stati ancora puniti per i loro crimini.
Certo resta l'amarezza di vedere Al Mahdi condannato per i crimini contro la storia e non per quelli (per ora) contro la vita.