giovedì 13 aprile 2017

La laguna di Songor

La laguna di Songor è una zona umida di 28.700 ettari posta sulla costa orientale del Ghana, vicino alla città di Ada. Si tratta di un ecosistema che combina, nell'estuario del fiume Volta, un paesaggio composto da foresta di mangrovie, piccole isolette, una laguna con non più di 50 cm di acqua, delle spiagge sabbiose e una savana. Per queste sue caratteristiche la laguna è stata inserita nel 1988 tra le zone umide protette dalla Convenzione di Ramsar e dal 2011 come Riserva della Biosfera dall'UNESCO.
La laguna è un importante sito utilizzato dagli uccelli migratori (e non solo) dove si stimano si possono osservare oltre 100 mila uccelli e luogo ove si concentrano tre diverse specie di tartarughe, ritenute a rischio di estinzione. L'area - le cui acque si sono ridotte drammaticamente nelle ultime decadi - è fortemente minacciata dall'attività umana di estrazione del sale oltre che dai cambiamenti climatici e dalla continua erosione.
Le aree dove si ricava il sale vengono arginate da piccole dighe di sabbia, chiamate "atsiakpo" che stanno trasformando in maniera radicale l'intero l'ecosistema. Inutile poi sottolineare che come tutte le miniere (di questo di fatto si tratta), in Africa ma, non solo, non mancano fenomeni di sfruttamento e di violenze in ambito lavorativo. Recentemente ad esempio sono state segnalati casi di abusi sessuali verso giovani ragazze in cambio di lavoro.
Come riserva della Biosfera l'area complessiva è di oltre 51 mila ettari, di cui 1.699 ettari di core area, 7.800 ettari di buffer area e 28.075 ettari di transition area. Complessivamente nell'area della Riserva vivono circa 42 mila persone che ricavano i loro mezzi di sussistenza come la legna, piccole coltivazioni e pesca e utilizzano la principale fonte economica, il sale, dalla Laguna. Il sale della Laguna copre il fabbisogno dell'intero Ghana ed è oggetto di esportazione verso l'Africa Occidentale


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venerdì 7 aprile 2017

7 aprile 1994, l'uccisione di Agathe Uwilingiyimana

Il nome di questa donna, dal cognome per noi impronunciabile, è per molti sconosciuto. Se è chiaro per tutti che l'assassinio del Presidente Juvenal Habyarimana il 6 aprile 1994 sia stato l'inizio di quello che è conosciuto come il genocidio del Ruanda, molti ignorano il ruolo chiave di questa donna.
La sera stessa dell'abbattimento dell'areo presidenziale, nel quartier generale dell'esercito si svolse una riunione di emergenza guidata dal colonnello Thoneste Bagosora, già capo Gabinetto del Ministro della Difesa (in missione in Camerun in qui giorni) nonchè padre delle milizie estremiste hutu Interahamwe. 
In quella riunione Bagosora chiedeva di assumere pieni poteri della nazione. Contro di lui il generale canadese Romeo Dallaire, capo della missione di ONU nel paese (UNAMIR) che sosteneva che poteri dovevano andare al Primo Ministro in carica, come da Costituzione, Agatha Uwilingiyimana. Seguirono ore concitate in cui le Nazioni Unite tentarono di convincere i militari ad accettare questa soluzione. Agathe, una hutu moderata, aveva intenzione il mattino dopo di parlare alla radio invitando alla calma la popolazione, la situazione era terribilmente seria. Già la sera aveva parlato a Radio France dicendo che i civili non c'entravano con l'assassinio e aveva minacciato di far chiudere la Radio Mille colline che stava inneggiando all'odio.
Nelle prime ore del mattino le Nazioni Unite inviano 10 caschi blu belgi a sorvegliare la casa per Primo Ministro (dove peraltro vi sono già 5 caschi blu ghanesi).
Poco dopo, verso le 7 del mattino, le truppe della guardia presidenziale accerchiano la casa e costrinsero i caschi blu a depositare le armi. Agathe e la sua famiglia si rifugiò da un vicino di casa, un volontario inglese. Quando introno alle 10 i soldati entrarono nel compoud, Agatha e il marito Ignace decisero di uscire alla scoperto, salvando così i propri figli (avevano 5 figli). Furono uccisi sul posto, il primo ministro dopo essere stata violentata. Erano passate solo 14 ore dalla morte del Presidente.
I caschi blu, furono portati via, e dopo che i militari ghanesi furono lasciati, i belgi furono torturati, secondo le ricostruzioni gli vennero tagliati i genitali e messi in bocca, infine uccisi. Per la cronaca il sacrificio di Agathe e Ignace fu ripagato, i figli, grazie all'aiuto di un casco blu riuscirono a scappare in Svizzera.
La mattanza poteva davvero iniziare.

Agathe Uwilingiyimana era hutu e  aveva 41 anni, era una docente di matematica ed era ritenuta una donna influente nel paese. Per il fatto di aver studiato scienze fu più volte criticata perchè aveva fatto gli stessi studi riservati agli uomini. Nel 1986 creò una società di credito cooperativo all'interno del mondo accademico di Butare. Nel 1992 aderì la Movimento Democratico Repubblicano (MDR), un partito di opposizione e pochi mesi dopo divenne Ministro dell'Educazione nel governo di Dismas Nsengiyaremye all'interno degli accordi che dividevano il potere tra il partito dominante del Presidente e i partiti di opposizione. Come Ministra dell'Educazione si inimicò gli hutu estremisti abolendo la quota etnica nella scuola pubblica a vantaggio del merito. Il 17 luglio 1993 fu nominata Primo Ministro. E' stata la prima e finora unica donna ruandese a coprire quel ruolo. I suoi rapporti con il Presidente Habyarimana non furono facili. Egli provò a destituirla solo 8 giorni dopo la sua nomina.

L'assissinio brutale di Agathe Uwilingiyimana è stato, come poi i processi hanno avuto modo di appurare, l'ulteriore dimostrazione di come tutta l'architettura del genocidio era stata pianificata nei minimi dettagli e che lei, ignara di tutto, aveva solo tentato di fare il suo dovere provando a bloccare l'odio che veniva alimentato da più parti. 
L'orrenda fine dei caschi blu inoltre contribuì - e questo fu l'enorme errore della comunità internazionale - a far prendere solo decisioni "prudenti" (nonostante le continue richieste del generale Dallaire) e a rimarere sostanzialmente a guardare mentre il più atroce dei crimini moderni veniva messo in atto.


giovedì 6 aprile 2017

6 aprile 1994, l'orrore ha inizio

Il 6 aprile 1994 segna uno dei momenti più drammatici della recente storia della nostra Umanità. Quel giorno infatti ha inizio la carneficina del Ruanda, che in 100 giorni toglie la vita a 800 mila o forse ad un milione di persone. 
Otto/dieci mila persone al giorno vengono massacrate con qualsiasi arma. 



Il macete è quella più comune.
Donne stuprate e barbaramente massacrate, bambini a cui viene spaccato il cranio sbattendoli sui muri, uomini e donne uccisi per le strade e "schiacciati come scarafaggi".
Un orrore senza fine, mentre il modo stava a guardare.


Ricordare quel che è successo, solo 23 anni fa, deve aiutarci a prevenire ogni forma di intolleranza e di violenza sugli altri, ancora più quando si maschera dietro a questioni razziali o religiose. 

Ecco alcuni dei post pubblicati da Sancara in questi anni.
 
 

mercoledì 22 marzo 2017

Il Papa, la Chiesa e il Ruanda

A molti forse è passata inosservata la notizia per cui Papa Francesco, in un recente incontro con il Presidente del Ruanda, Paul Kagame, ha chiesto scusa per la complicità (quando non per la partecipazione diretta) della Chiesa Cattolica nell'ultimo grande genocidio del secolo scorso. Nel 1994, quando in pochi mesi, furono massacrati quasi un milione di persone, la complicità di religiosi cattolici in Ruanda è risultata evidente. L'implorazione al perdono (parole usate dal Papa) per il tradimento della missione evangelica non è solo un atto di coraggio del Papa ma, costituisce una ricucitura di un rapporto (già lo scarso anno il Papa riconobbe le colpe della Chiesa), quello tra la Santa Sede e il Ruanda, che rischiava di ostacolare il nuovo e difficile cammino del paese.
Naturalmente - premesso che non vi è giustificazione alcuna per dei crimini che sono di enorme gravità - la ragione storica della collaborazione tra la Chiesa e la classe dirigente Hutu ha radici che si concentrano nello stretto legame tra il Movimento Nazionale Repubblicano e ad esempio l'arcivescovo Vincent Nsengiyumva che per quasi quindici anni fu Presidente del Comitato Centrale del Partito. Un partito che non aveva mai nascosto la politica discriminatoria nei confronti dei Tutsi. Per la cronaca Nsengiyumva fu costretto nel 1990 a lasciare il partito obbligato, tardivamente, dal Vaticano. Infine fu ucciso sul finire dei giorni del genocidio da militati del RUF (Fronte Patriottico Ruandese) che accusandolo di aver contribuito alla morte di loro familiari, lo giustiziarono.
I processi e le testimonianze di quei terribili 100 giorni in Ruanda hanno dimostrato senza ombra di dubbio le colpe tremende della Chiesa (a tal proposito vi invito a leggere questo articolo di Fulvio Beltrami sull'Indro). Preti e suore coinvolti direttamente nella mattanza, istigatori di crimini tra i più inconfessabili e traditori della fiducia che la popolazione in preda al panico riponevano nella chiesa e nei suoi emissari.
Il ricordo di quello che accadde, ad esempio, il 14 agosto 1994 presso la Chiesa di Ntarama non lascia scampo a possibili giustificazioni e al tempo stesso rappresenta un film dell'orrore di cui pochi, fuori dal Ruanda, hanno voglia di parlare. Quel giorno ammassati nella chiesa vi erano 5000 persone, moltissimi bambini e tante donne. Si erano rifugiati lì perchè credevano di essere al riparo.  
Furono gli stessi sacerdoti a "vendere" la carne da macello ai carnefici. I bambini furono uccisi sbattendogli la testa sui muri perimetrali, ad altri furono riservati i macete, i bastoni e perfino i crocefissi, a molte donne lo stupro prima del machete e solo a pochi fortunati le armi da fuoco. La mattanza si concluse con quasi 5.000 morti. Oggi la chiesa ospita un memoriale dove sono anche conservati, come monito, i teschi, alcuni con le fratture dei machete, di molti dei morti.

Non vi è dubbio che la scelta di Papa Francesco sia stata coraggiosa, come altre che (e lo dico da laico) stanno accompagnabdo il suo Ponteficio. Il coraggio che i suoi predecessori non avevano avuto addossando le colpe ai singoli e non alla Chiesa ruandese. Così come fu evidente la protezione (e successivamente i tentativi di far assolvere) di padre Seromba dalla condanna del Tribunale Internazionale. Speriamo sia il segno dei tempi che cambiano.

Se la Chiesa ha fatto il suo passo, ancora molto resta da fare da parte della Comunità Internazionale, che pur non avendo responsabilità diretta sui massacri ha un'enorme responsabilità di esser, come ha avuto modo di dire e scriivere Silvana Arbia (Procuratore del tribuinale internazionale), "rimasta a guardare".
 

lunedì 6 marzo 2017

Parco Nazionale dei Monti Rwenzori

Il Parco Nazionale dei Monti Rwenzori è un parco di 995 chilometri quadrati situato in Uganda, al confine con la Repubblica Democratica del Congo nella parte ovest, istituito nel 1991 e che dal 1994 è inserito tra i Patrimoni dell'Umanità dall'UNESCO e dal 2008 tra i siti della Convenzione di Ramsar sulle zone umide. Il suo paesaggio, di rara bellezza, è composto da gran parte della catena montuosa Rwenzori, dove spicca la terza cima più alta d'Africa, il Monte Stanley che comprende la Cima Margherita (battezzata così dall'esploratore Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, che nel 1906 conquistò per primo la cima e che volle chiamarla in onore della zia) posta a 5109 metri, da ghiacciai (ben sei), cascate e laghi che lo pongono tra i più bei paesaggi alpini africani. Le montagne Rwenzori, chiamate anche "Montagne della Luna" dal geografo greco Tolomeo (II sec. d.c.) sono anche l'origine del fiume Nilo, come lo stesso Tolomeo aveva detto.
Il parco è contiguo con il Parco Nazionale Virunga che si trova nella Repubblica Democratica del Congo con cui condivide la catena montuosa.
Oltre il 70% del parco si trova sopra i 2500 metri di altitudine, mentre l'intera estensione và dalle pianure della Rift Valley fino appunto alla Cima Margherita.
Il parco raccoglie, a parere degli esperti, una delle più belle biodiversità botaniche del pianeta (anche oltre i 3000 metri, tra lobelie giganti, senecio e varie forme di erica lo spettacolo è sublime), oltre che una grande varietà di specie animali (tra cui il leopardo, l'elefante, il gatto dorato africano, lo scimpanzè, il cefalopo e oltre 220 specie di uccelli).

Dal 1999 al 2004 l'UNESCO lo ha inserito tra i siti a rischio a causa dell'aumento della pressione umana sul Parco. L'aumento della popolazione residente con conseguente deforestazione, l'aumento del turismo e delle incursioni dei gruppi armati di guerriglia (in particolare tra il 1997 e il 2001 quando le milizie occuparno il parco) hanno determinato l'aumento delle attività illegali (caccia, disboscamento) che hanno rischiato di mettere a serie pericolo la biodiversità del sito.

Da un punto di vista turistico (il parco è stato riaperto nell'estate del 2001, dopo anni di chiusura) il parco è visitabile a piedi in varie escursioni che prevedono tempi (anche 10 giorni), difficoltà e costi molto differenti. La gestione del parco è affidata all'Uganda Wildlife Authority (UWA), istituita nel 1996.

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venerdì 10 febbraio 2017

La Nigeria in Italia, alcuni numeri



La Nigeria, con 77.264 residenti regolari in Italia, costituisce la 19° comunità di stranieri. Non è, numericamente, nemmeno la prima comunità africana in Italia. Marocco, Egitto, Senegal e Tunisia, nell'ordine, si pongono in avanti nella classifica dei poco più di 5 milioni di residenti stranieri in Italia. Numeri più o meno stabili negli ultimi anni, ovvero poco più dell'8% della popolazione italiana, che in qualsiasi parte del mondo non dovrebbero creare allarmismi.
Negli ultimi anni sono cresciuti enormemente gli arrivi dei nigeriani in Italia attraverso gli sbarchi luongo la rotta mediterranea.
Nel 2016 (vedi post sugli arrivi) il 20,7% dei 181.436 sbarcati era composto da nigeriani (37.551), un numero in grande crescita  negli ultimi anni.


I motivi che spingono i nigeriani a migrare sono molteplici. Sicuramente la questione delle violenze nel paese (non solo quelle dei gruppi estremisti come Boko Haram) incide fortemente in alcune aree sulla stinta migratoria. Nel 2015 in Nigeria vi furono 11 mila morti dovuti alle violenze religiose, etniche e sociali. Vi sono poi fattori economici importanti. Il colosso africano (oltre 180 milioni di residenti) fatica a svilupparsi. Le risorse petrolifere, che garantiscono quasi il 20% del PIL, (era il primo produttore dell'Africa, superato da poco dall'Angola) rischiano di creare più problemi che opportunità. La corruzione è alle stelle, alcuni ambienti come il Delta del Niger sono devastati forse per sempre e la povertà attanaglia non solo le grandi città.
Vi è infine un'altra fetta di migrazione che rende quella nigeriana una storia diversa dalle altre. Crescono il numero delle giovani donne che nella speranza di cercare fortuna in Europa entrano nei circuiti della prostituzione, soprattutto di strada.
Sulla prostituzione nigeriana si è scritto (vedi anche questo post di Sancara) e si conosce quasi tutto. Un tempo l'inganno, oggi il sacrificio di una delle figlie, i riti vudu, il debito accumulato per la migrazione, il ruolo delle organizzazioni criminali (confraternite) sempre più capillari e strutturate  e infine la madame e la vita di strada, tra le periferie di mezza Europa. Nel 2013 erano giunte 433 donne nigeriane, nel 2016 questo numero ha superato le 9000. Numeri che hanno letteralmente saturato le strade e che mettono a dura prova i servizi che si occupano dell'assistenza alle vittime di tratta.
Inutile nascondersi dietro ad un dito è la criminalità nigeriana che, assieme alla prostituzione gestisce - sebbene il termine sia improprio -  una parte significativa dello spaccio di stupefacenti. La "gestione" delle prostituzione è molto ramificata e affidata spesso a donne (madame) o a intere famiglie che hanno il compito di riscuotere il denaro per se e per la rete criminale a saldo del debito iniziale. Le madame spesso sono gli sponsor della migrazione (che in altri termini non è altro che l'acquisto di merce umana). Gli introiti vengono reinvestiti in droga.

Recentemente la rete criminale nigeriana ha iniziato ad utilizzare - confondendosi con gli altri - gli unici canali di accoglienza aperti nel nostro paese: quelli della protezione internazionale. Nell'ultimo triennio i numeri delle richieste d'asilo di nigeriani è cresciuto esponenzialmente, mettendo a dura prova il sistema (tarato per numeri ben più piccoli).


Il risultato delle richieste è per oltre il 66% negativo. Infatti nel periodo 2001-2015 solo al 2% dei richiedenti è stato accordato lo stato di rifugiato. Oggi appare del tutto evidente che il circuito dei richiedenti asilo è divenuto l'unico canale di regolarizzazione. Le Commissioni Territoriali (quelle deputate a valutare le richieste di asilo) sono intasate e incapaci di dare risposte in tempi celeri. Oggi si aspetta almeno nove mesi per una audizione. I tempi dilatati finiscono inevitabilmente per favorire le reti criminali e danneggiare chi ha diritto alla protezione.


Le reti criminali nigeriane (confraternite) sono diventate sempre più capillari e strutturate. Gli esperti ritengono che la "mafia nigeriana" sia molto pericolosa per la sua duplice capacità di essere aggressiva e innovativa. Nata in ambienti universitari è capace di mettere assieme elementi tipici della criminalità (in termini di brutalità) e uno spiccato senso della modernità fatta di tecnologia e business.
La questione di maggior rilievo è quella relativa ai legami con la comunità nigeriana regolarmente residente in Italia (sono circa 77 mila) che sembra almeno essere cieca nei confronti del dilagare della rete di infiltrazione nella società.
La sensazione - sempre più confortata dai dati - è che il business della migrazione/prostituzione si sviluppi ben oltre la criminalità organizzata sembra essere sempre più una verità anzichè un sospetto.

mercoledì 1 febbraio 2017

Gambia: un esempio per il futuro?

Quel che è accaduto nel minuscolo stato africano (il più piccolo stato del continente, escluse le isole, il 167° nel mondo, con poco meno di 2 milioni di abitanti) deve indurre tutti noi a qualche riflessione. La storia non necessariamente deve ripetersi e non sempre è prevedibile. Quando il 1 dicembre 2016 le urne decretarono la vittoria del candidato dell'opposizione Adama Barrow vi furono da prima dei sentimenti di incredulità - non accade facilmente che l'opposizione vinca contro un dittatore africano che da oltre 20 anni governa un paese - poi, di cauto ottimismo quando Jammeh accettò la sconfitta e infine di paura, quando i timori che si sarebbe rimangiato la parola data risultarono evidenti.
Certo bisogna anche essere onesti. Nello scacchiere geopolitico il Gambia non conta nulla e se non fosse stato per un insolito aumento di richiedenti asilo provenienti da quel paese, molti non avrebbero nemmeno saputo collocare il paese in un'area approssimativa del continente.
Ma, la grande differenza è che questa volta, la comunità africana non è stata ad osservare o a lanciare degli inutili proclami di lesa democrazia. La Cedeao (Comunità Francese degli Stati dell'Africa Occidentale) ha in breve tempo allestito un esercito che si è ammassato alle frontiere pronto a proteggere la transizione democratica e il giuramento del neo-presidente Barrow.
Certo bisogna essere anche qui onesti. La Gambia è un enclave del Senegal (che ha fornito la stragrande maggioranza dei militari) e bloccare le frontiere è un gioco da ragazzi.
Resta però altissimo il valore simbolico.
La Cedeao ha fatto quello che l'Unione Africana non poteva fare. Troppi sono i capi di stato che in ogni parte del continente da anni gestiscono il potere in modo autoritario e senza barlumi di democrazia (vedi il post di Sancara, Attaccati al potere 2016).
L'azione militare, assieme alle consuete pressioni delle cancellerie occidentali, ha costretto Yahya Jammeh a trattare. Naturalmente ha trattato una resa "onorevole" per se e per la sua ampia famiglia.
La Guinea Equatoriale che lo accoglie, oltre ad essere un paese nelle stesse condizioni del Gambia (Teodoro Obiang Nguema, è il settimo leader del mondo che da più tempo è alla guida di un paese, dal 1979) è anche un paese che non ha aderito alla Corte Penale Internazionale. Quest'ultimo dettaglio permette a Jammeh di non incorrere nel rischio di essere accusato e giudicato per i crimini commessi durante il suo mandato.

Certo è che la Gambia ha pagato anche un altro enorme prezzo alla fuga del suo dittatore, quel 1% del PIL (circa 11-12 milioni di dollari) che sono volati assieme alle auto di lusso verso l'esilio. Un prezzo che per il paese non è certo piccolo ma, che per ora allontana lo spauracchio di una guerra civile.

Il futuro è ancora incerto. Barrow, un imprenditore di 51 anni, ha vinto non tanto per suoi meriti (per qualcuno si tratta di uno sconosciuto prestato alla politica) tanto per il voto contro Jammeh. Dovrà dimostrare sul campo di fare delle politiche diverse, da mussulmano di non opprimere le minoranze, di cambiare alcuni provvedimenti di Jammeh che accentravano il potere sul presidente, di dare un senso allo sviluppo del Paese e di essere capace di far ritornare in patria quei molti che hanno deciso, per paura, di abbandonare la Gambia.
Ricordo bene quando il 22 luglio 1994 quando il giovanissimo Jammeh prese il potere in Gambia. La gente lo acclamava. Come primo provvedimento fece aprire tutti i rubinetti pubblici dell'acqua chiusi da una società tedesca (a cui il governo aveva "venduto" l'acqua) perchè nessuno pagava le bollette!
Poi con il tempo le cose sono cambiate e Jahya si è rivelato essere un dittatore amante del potere e sprezzante dei diritti. L'uomo che aveva promesso un rapido ritorno alle urne per ridare potere ai civili l'ha poi mantenuto per 22 anni, censurando la stampa, discriminando gli omosessuali, ripristinando l'uso della pena di morte, sposando posizioni radicali islamiche e aprendo le porte alla fuga di molti giovani.

Il futuro si sta scrivendo in queste ore,  quel che conta è che vi sia stato un forte segnale da parte dell'Africa e questo non è poca cosa.