martedì 17 gennaio 2017

Migrazioni africane

Nel corso del 2016 sono sbarcate in Italia, attraverso la rotta libica, 181.146 persone, numeri che superano di poco (erano 170 mila) il record del 2014. Sarebbero state di più se 5.022 persone non fossero morte (e moltissime di esse disperse) in mare. Una strage.
Numeri che, ad essere onesti, non dovrebbero avere, in un paese di 60 milioni di abitanti, le dimensioni di un allarme e quanto meno di una emergenza. Invece in Italia questi arrivi stanno mettendo in apprensione l'intero stato.
Per ragioni geografiche gli sbarchi dalla Libia sono fatti, per la quasi totalità, da uomini, donne (il 14%) e bambini (i minori sono circa il 15%) africani.

Persone che provengono da paesi non necessariamente in guerra, sia chiaro. Scappano da situazioni più o meno difficili, dove la vita vale sempre meno e dove, spesso, qualsiasi situazione in Italia è migliore di quella che si lascia.
Oltre il 20% (37.500) proviene dalla Nigeria, il paese più popoloso d'Africa con oltre 170 milioni di abitanti (e il 7° nel mondo). Un paese che potrebbe essere tra i più ricchi del pianeta grazie ad una massiccia presenza di petrolio e che da sempre ha vissuto nel caos politico, religioso e etnico. Una situazione di conflitto permanente che ha favorito le grandi multinazionali che hanno devastato aree intere del paese, arricchendosi, e una classe politico-militare corrotta che ha affamato la popolazione senza ritegno. Oggi la Nigeria vede scappare varie categorie di persone: quelli che dal Nord scappano dalle violenze di Boko Haram, quelli che scappano dalle regioni del Delta del Niger devastato dal petrolio ed oramai improduttivo e quello, femminile, legato alla prostituzione di strada.
Il 12% (20.700) proviene dall'Eritrea, un paese che nonostante le apparenze vive in uno stato di assenza della democrazia e repressione delle opinioni oramai dalla sua nascita (1993). Il 7% proviene dal Gambia (12.000), un minuscolo stato dell'Africa Occidentale, che dal 1994 (hanno di un incruento golpe) vede un uomo solo al potere che ha lentamente tolto ogni libertà (di stampa, di religione, di genere).
Altri 10.000 provengono dal Mali, un paese tormentato dove da anni (e nel silenzio) è in corso uno dei maggiori conflitti etnici e religiosi.
E ancora Costa d'Avorio, Sudan, Somalia e Guinea tanto per citare i paesi più rappresentati in questa moltitudine umana in movimento e tutti alle prese con conflitti e tensioni più o meno noti. Ma è la povertà che avanza e preoccupa ancora di più delle guerre. Le organizzazioni internazionali da tempo sostengono che le politiche neoliberiste in Africa hanno aggravato la situazione riducendo, ancora di più, gli investimenti per il welfare.

Naturalmente sono una piccolissima parte di chi fugge dal proprio paese in Africa. Secondo i dati dell'UNHCR sono 5 milioni circa i rifugiati/fuggitivi interni al continenete africano, di cui solo il 4% sbarcato in Italia.
Insomma come è logico, la maggior parte di chi scappa resta nei paesi limitrofi perchè in fondo spera, a volte inutilmente, un giorno di poter tornare nella sua terra. 

Oggi il problema principale è che questi numeri, come si diceva assolutamente gestibili in situazioni normali, vanno a confluire - impropriamente -  sull'unico canale di migrazione oggi funzionante: la richiesta di asilo.
Un paese come l'Italia che gestiva numeri di richieste d'asilo nell'ordine di qualche migliaio all'anno (con punte alte ma, nell'ordine di 20-30 mila,  durante la crisi Albanese o quella della guerra nella ex-Jugoslavia) si è ritrovata negli ultimi anni a gestire decine di migliaia di richieste (61.700 nel 2014, 84.000 nel 2015 e oltre 100.000 nel 2016); numeri che hanno intasato il sistema. Le Commissioni territoriali arrivano ad analizzare le richieste anche 9 mesi dopo, con una ripercussione negativa sulle strutture di accoglienza, tarate per brevi soggiorni e sulle dinamiche sociali. 
Il diritto all'asilo è una questione assolutamente delicata, che richiede tempo e che deve essere sostenuta con tutte le forze. Così come debbono essere mantenute tutte le tutele legali per chi fa richiesta, compresa quella di appellarsi ad una decisione ritenuta ingusta. Sui diritti non si può contrattare. Il rischio oggi è che, in nome della semplificazione e della risposta ad un'emergenza, si sacrificano diritti fondamentali.

A tutto il 2015 solo il 9% delle richieste di asilo venivano accettate (che diventano il 40% se sommiamo gli status giuridici di protezione sussidiaria ed umanitaria), mentre il 60% delle richieste risultano non accettate.

Appare evidente che la strada della richiesta d'asilo (oggi "contaminata" di richieste non pertinenti, come il grande tema delle giovani donne nigeriane destinate dalle reti criminali alla prostituzione) non può essere l'unica possibilità per migrare!
Così come dobbiamo essere onesti nel dire che alcune categorie di migranti entrano (spesso sfruttati) nella normale catena agro-alimentare con grande complicità del popolo italiano (produttori e consumatori).

Affermare oggi che si migra soprattutto per ragioni economiche non solo è lapalissiano ma, equivale ad affermare un principio che pone un tema di diritti. Diritti che vengono ignorati per propaganda o per paura. Una propaganda che vuole mettere tutti sullo stesso piano, anzi mettere i molti sul piano dei pochi. I migranti come tutti terroristi, come tutti delinquenti o come tutti malati hanno lo stesso peso di affermare che i preti sono tutti pedofili, che tutti gli italiani sono mafiosi o che i politici sono tutti ladri. Equivalenze che spostano le responsabilità sugli altri.
Così come appare evidente che a migrare siano i poveri (i ricchi si trasferiscono a vivere altrove), quella metà dell'umanità che stenta a mettere insieme un pasto al giorno per se e per la propria famiglia.
Il diritto di queste persone è il semplice fatto di sperare di continuare a vivere.

Vi è stato un tempo in cui gli africani volevano rimanere nelle loro case, nelle loro tradizioni e nelle loro culture ma, quasi 30 milioni sono stati forzati (nel senso letterale del termine) a superare quel mare che li avrebbe portati nel nuovo continente, immolati alla causa dello sviluppo e della ricchezza (degli altri). Ancora oggi, ci piaccia o no, facciamo i conti con quella storia.








mercoledì 4 gennaio 2017

Donne al potere 2016



Come ogni anno Sancara pubblica una dettagliata analisi sui Capi di Stato e di Governo del Mondo. Dopo aver osservato l'attaccamento al potere (ovvero la durata al potere dei leaders di Stati Indipendenti a partire dal 1900), affrontiamo con questo post la situazione delle donne al potere.
Rispetto agli ultimi sei anni (2010-2014) la situazione dei Capi di Stato o Capi di Governo al femminile è rimasta sostanzialmente invariata, anzi potremmo dire che è peggiorata. Continuano ad essere poche le donne al potere nel mondo (24, ma in realtà 23 grazie alla sospensione del Presidente della Corea del Sud), meno le "nuove" (solo 7) e ancor meno quelle che realmente contano nello scenario geopolitico mondiale.

Infatti, dei 340 Capi di Stato e di Governo in carica al 31 dicembre 2016 solo 24 erano donne (il 7%) (erano 23 nel 2010, 24 nel 2011, 23 nel 2012, 23 nel 2013, 24 nel 2014, 24 nel 2015). Sembra che da questi numeri bassi non ci si riesca ad allontanare.

Solo un Paese, il Regno Unito, è guidato completamente da donne.
Nel corso del 2016 sono state 7 le donne che sono divenute Capo di Stato o di Governo (erano state 9 nel 2014 e 10 nel 2015). Di esse a fine anno, sei erano ancora in carica.


Ecco le donne in carica al 31 dicembre 2016:


L'Europa è il continente dove si trovano il maggior numero di donne (9) (erano 9 lo scorso anno, 8 nel 2014 e 2013, 9 nel 2012, 10 nel 2011 e 11 nel 2010) a Capo di Stato o di Governo. Esse sono, in ordine di anzianità alla carica:

- Regina Elisabetta II d'Inghilterra (Regno Unito) (che è anche il Capo di Stato o di Governo da più tempo al potere)
- Regina Margherita II di Danimarca
- Cancelliere Germania, Angela Merkel
- Primo Ministro di Norvegia, Erna Solberg
- Presidente di Malta, Marie-Louise Coleiro-Preca
- Primo Ministro di Croazia, Kolinda Grabar-Kitarovic
- Primo Ministro di Polonia, Beata Szydlo
- Presidente provvisorio dell'Austria Doris Bures
- Primo Ministro del Regno Unito, Theresa May


Quattro (4) (erano 3 nel 2015, 2 nel 2014, 3 nel 2013, 2 nel 2012, 3 nel 2011 e 2 nel 2010) le donne alla guida di paesi dell'Asia:
- Primo Ministro Bangladesh, Sheikh Wajed
- Presidente Corea del Sud, Park Guen Hye (in realtà in questo momento sospesa per corruzione)
- Presidente del Nepal, Bidha Devi-Bhanjdari
- Presidente di Taiwan Tsai Ing-Wen


Tre (3) sono in Africa, (4 nel 2015, 2 nel 2014, 3 nel 2013, 2 nel 2012 e 2011 e una nel 2010). Esse sono:
- Presidente della Liberia, Ellen Johnson-Sirleaf
- Primo Ministro di Namibia, Saara Kungongelwa-Amadhila
- Presidente delle Maurizio, Amena Gurib-Fakim

Tre (3) le donne in carica in Centroamerica (4 nel 2015, 6 nel 2014 e nel 2013, 5 nel 2012 e 4 nel 2011 e al 2010), ovvero:
- Governatore Generale Saint Lucia, Perlette Louisy (terza donna da più tempo al potere)
- Governatore Generale di Grenada, Cecile La Grenade
- Governatore Generale delle Bahamas, Dame Marguerite Pindling


Due (2) in Oceania ( erano 0 lo scorso anno):
- Presidente Isole Marshall, Hilda Heine
- Governatore Generale Nuova Zelanda, Patsy Reddy

Due (2) nei Paesi dell'Ex-URSS (2 lo scorso anno e nel 2014, una nel 2013, 2012 e 2011 e 2 nel 2010):
- Presidente Lituania, Dalia Grybauskaite
- Presidente Estonia , Kerati Kaljulaid

E infine, una (1) in Sud-America (2 lo scorso anni, 4 nel 2014, 2 nel 2011, 2012 e 2013 e una nel 2010):
- Presidente del Cile, Michelle Bachelet 




Appare inoltre evidente che, fatta eccezione per le Regine o loro delegate, sono pochissimne le donne che gestiscono il potere per lungo tempo, su di esse fanno eccezione la Cancelliera tedesca Angela Merkel e la Presidente della Liberia e Premio Nobel per la Pace, Ellen Johnnson Sirleaf, non a caso entrambe definite "donne di ferro".

Ecco la classifica delle dieci donne che da più tempo detengono il potere nel mondo:


1° - Regina Elisabetta d'Inghilterra (dal 1952), secondo posto assoluto dopo il Re di Thailandia
2° - Regina Margherita di Danimarca (dal 1972), quinta assoluta
3° - Governatrice di St. Lucia, Perlette C. Louisy (dal 1997)
4° - Cancelliera di Germania, Angela Merkel (dal 2005)
5° - Presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf (dal 2006)
6°- Primo Ministro del Bangladesh, Hasina Wajed (dal 2009)
7° - Presidente della Lituania, Dalia Grybauskaite (dal 2009)
8°- Presidente della Corea del Sud, Park Guen Hye (dal 2013, attualmente sospesa)
9°- Governatrice Generale di Grenada, Cecile La Grenade (dal 2013)
10°- Primo Ministro di Norvegia, Erna Solberg (dal 2013)


Questi numeri confermano ancora una volta come la rappresentanza femminile nel mondo della politica che conta, sia ancora un fatto residuale.
Ad oggi solo 86 dei 193 paesi indipendenti del mondo (il 44,5%) sono stati governati almeno un giorno da una donna nella loro storia. Nel corso del 2016 alla lista si sono aggiunti Taiwan, le Isole Marshall, l'Austria e l'Estonia.
Tra le assenze più significative gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone, la Nigeria, la Russia e l'Italia.

Centroamerica e Europa e Sud America (intorno al 60%) sono le aree del pianeta dove si sono avute (o si hanno) più donne alla guida di uno stato. Dietro di loro, l'EX-URSS, l'Asia e l'Africa. Fanalino di coda il Medio Oriente che su 13 stati sovrani solo uno ha avuto almeno una donna al potere (quell'unico stato è Israele).

Vi segnalo anche questo vecchio post di Sancara sulle donne nei parlamenti.


Vai ai post di Sancara:
Donne al potere nel mondo 2015

Donne al potere nel mondo 2014

Donne al potere nel mondo 2013

Donne al potere nel mondo 2012

Donne al potere nel mondo 2011

Donne al potere nel mondo 2010

martedì 3 gennaio 2017

Attaccati al potere 2016

Oramai dal 2010, Sancara pubblica l'annuale classifica dei leaders politici da più tempo alla guida di uno Stato sovrano (come Capo di Stato o di Governo), seguiranno poi la situazione delle donne al potere nel mondo e, infine,  un'analisi sull'età dei governanti del nostro pianeta. E' uno dei modi per aiutarci a comprendere il nostro mondo e le sue complesse vicende.

Tutte le liste sono aggiornate al 31 dicembre 2016.

Le liste sono il frutto di una elaborazione comprendente 340 capi di stato o di governo in carica al 31 dicembre 2016 in tutti i paesi sovrani del mondo  (193) e 526 capi di stato o di governo che hanno superato (consecutivamente o meno), sempre al 31 dicembre, i 10 anni al potere a partire dal 1900 e in paesi indipendenti.

Sono 63 i leaders  del mondo che guidano il loro paese da oltre 10 anni anche non consecutivi (1 da oltre 60, 5 da oltre 40, 9 da oltre 30 e 15 da oltre 20). 

L'uomo che nel mondo da più tempo guidava un paese, il Re di Thailandia, Bhumibol, è deceduto il 13 ottobre scorso, lasciando lo scettro (nel senso reale del termine) alla Regina Elisabetta II di Inghilterra che è oggi il capo di stato che da più tempo guida uno Stato sovrano (è stata incoronata il 6 febbraio 1952, ovvero quasi 65 anni fa, quando aveva 26 anni, oggi ne ha 90).

Ecco l'elenco completo dei 10 più "tenaci" leader al potere, che è simile a quella dello scorso anno.

1° - Regina Elisabetta d'Inghilterra, incoronata il 6 febbraio 1952 (da 64 anni al potere, oggi ha 90 anni) 
2°- Sultano Qabus ibn SAID dell'Oman, al potere dal 23 luglio 1970 (oltre 46 anni)
3° - Sceicco Sulman al Khalifah del Bahrain, al potere dal 16 agosto 1970 (oltre 46 anni)
4° - Regina Margherita II di Danimarca, incoronata il 14 gennaio 1972 (da 44 anni al potere)
5° Re Carlo XVI Gustavo di Svezia, incoronato il 15 settembre 1973 (da 43 anni Re)
 - Presidente Paul Biya del Camerun, al potere dal 30 giugno 1975 (Primo Ministro fino al 1982, poi Presidente per un totale di oltre 41 anni)
7° -Presidente Teodoro Obiang Nguema della Guinea Equatoriale, al potere dal 3 agosto 1979 (al potere da oltre 37 anni), unico golpista di questa lista,
8°-Presidente Josè Edoardo Dos Santos dell'Angola al potere dall'10 settembre 1979 (da oltre 37 anni).
9° Presidente Robert Mugabe dello Zimbabwe, al potere dal 18 aprile 1980 (oltre 36 anni al potere)- che è anche, con i suoi 92 anni, il leader più anziano del pianeta.
10° - Ayatollah Khamenei in Iran, guida spirituale (è stato anche Presidente negli anni 80) del paese dal 13 ottobre 1981 (ovvero da 35 anni)

In rosso i leader africani di questa speciale classifica. La lista prosegue con altri paesi africani : al  12° posto Il Presidente del Congo, Denis Sassou-Nguesso, che complessivamente mette insieme 12007 giorni (oltre 32 anni) alla guida del suo paese, al 14° posto Yoweri Museveni dell'Uganda (salito al potere il 26 gennaio 1986), al 15° posto il Re Mswati III dello Swaziland (incoronato il 25 aprile 1986) e al 17° posto il presidente del Sudan, Omar Al-Basihir (al potere dal 30 giugno 1989). 

L'Africa si conferma sempre più l'area del pianeta dove più difficilmente sembra esserci il ricambio democratico. Infatti, tolti i monarchi (che quasi sempre hanno un ruolo marginale nella vita politica) è il camerunese Paul Biya  il primo "civile" da più tempo al potere nel mondo (15161 giorni), seguito dai presidenti (o primi ministri) della Guinea Equatoriale, dell'Angola, dello Zimbabwe,  del Congo, della Cambogia, dell'Ugandadel Sudan, del Liechtenstein,  delle Maurizio e del Ciad. Tanta Africa, insomma.

Il Re di Thailandia Bhumibol detiene il record assoluto della maggiore "longevità al potere" dell'era moderna. Ovvero a partire dal 1900 e per stati sovrani.
Complessivamente ha regnato 25694 giorni al potere (dal 9 giugno 1946 al 13 ottobre 2016), dopo di lui seguono:

2°-Regina Elisabetta (ancora in carica, al primo posto assoluto),
3°-Imperatore del Giappone Hirohito ( dal potere dal 1926 al 1989), l'unico, assieme al re di Thailandia e alla Regina Elisabetta ad aver superato i 60 anni al potere.
4°-Principe Rainieri II di Monaco (1949-2005),
5°-Re Haakon VII di Norvegia (1905-1957),
6°-Principe Franz Joseph II di Liechtestein (1938-1989), l'ultimo ad aver superato i 50 anni al potere.
7°-Fidel Castro a Cuba (1959-2008), primo tra i non sovrani,
8°-Regina Guglielmina d'Olanda (1900-1948),
9°-Re Hussain di Giordania (1952-1999)
10°-Sultano dell'Oman, Qabus ibn Said ( in carica dal 1970) - che ha scavalcato quest'anno il leader nordcoreano Kim il Sung

Tra le donne ancora al potere (sempre poche purtroppo - ma il tema sarà trattato nel prossimo post) dopo le due regine (Elisabetta d'Inghilterra e Margherita di Danimarca) e la governatrice generale di Saint Lucia, Perlette Louisy (al potere dal 17 settembre 1997), che rivestono ruoli molto di facciata, la donna che da più tempo detiene nel mondo il potere è ancora la cancelliera tedesca Angela Merkel, che può vantare, con "solo" 11 anni di incarico, questo piccolo record. Dientro di lei, ad un solo anno di distacco, la presidente della Liberia e Premio Nobel Ellen Johnson-Sirleaf.

Nel 2016 non vi sono stati colpi di stato riusciti (erano stati 2 nel 2015).

Infine vale la pena segnalare (ed è una cosa buona) che nel corso del 2016 (così come oramai dal 2012) non sono stati uccisi uomini politici che avevano ricoperto, nella loro vita, incarichi di capo di governo o di capi di stato.

Ecco i post di Sancara degli anni scorsi:


Attaccati al potere 2014
Attaccati al potere 2013

sabato 31 dicembre 2016

Makoko, la Venezia d'Africa


Tra le tante Venezie che si trovano in giro per il mondo (si stima siano  almeno un centinaio), tra quelle "naturali" e quelle diciamo "artificiali", ve ne è una che certamente compare con meno  frequenza nelle liste delle "copie" della città lagunare. Questa è Makoko, in Nigeria. La Venezia Nera o la Venezia d'Africa.
Makoko è di fatto un'enorme baraccopoli (uno slum, secondo altri criteri), situata alla periferia di Lagos, dove vivono oltre 100 mila persone, secondo le stime delle Nazioni Unite o oltre 400 mila secondo il governo nigeriano. La caratteristica che la rende "simile" a Venezia è che essa è costruita su palafitte e quindi si presenta come un insieme di canali in cui la popolazione si sposta su canoe o imbarcazioni simili.
Nata nel XVIII secolo come villaggio di pescatori e diventata poi, a partire dalla fine degli anni '80, il luogo di residenza dei profughi provenienti dal vicino Benin. Profughi di etnia Egun che dopo aver occupato la parte di terra hanno iniziato ad occupare anche gli spazi d'acqua. Oggi lo slum - che è abitato anche da nigeriani poveri - vive per metà in terraferma e per l'altra metà sull'acqua. 
E' di fatto una zona franca dove la polizia non entra e dove il governo interviene solo per riempire la grande cisterna d'acqua potabile. Perché sia chiaro, la vita a Makoko è dura.

Certo forse migliore di altri slums nel mondo come Chalco a Città del Messico (oltre 4,5 milioni di persone) o Kibera a Nairobi ( 2-3 milioni di persone) o Orangi Town a Karachi (2 milioni) o Manshiet a Mumbai (1,5 milioni). Inutile sottolineare che il problema maggiore è determinato dagli aspetti sanitari. Non vi sono bagni, la popolazione usa l'acqua per le sue funzioni corporee. La stessa acqua dove ci si fa il bagno, dove si pesca e dove si muore.  Non vi è elettricità. Non esistono presidi sanitari e la mortalità infantile resta altissima. Per il governo ufficialmente l'area deve essere sgombrata (è un luogo ambito per la nuova urbanizzazione essendo un waterfront di un'immensa metropoli).

L'intera popolazioni sopravvive di economia di sussistenza, basata sulla vendita di sale e del pesce. Lo slum è guidato da un leader chiamato Baalè.
Il governo nel giugno 2012 aveva tentato uno sgombro forzato (senza alternative per la popolazione) ma, le proteste della comunità, aveva bloccato le operazioni.
Gran parte della popolazione è analfabeta (anche perché spostarsi verso la terraferma non sempre è agevole e la comunità parla principalmente francese). Nel 2012 un architetto nigeriano Kenlè Adeyemi (direttore dell'agenzia NLE') ha ideato una scuola galleggiante (Floating School) con lo scopo di fornire istruzione direttamente nello slum. Il progetto, la cui struttura reggeva su dei bidoni di plastica (in modo da muoversi con le maree) è stata l'occasione per far conoscere al mondo Makoko, infatti il 28 maggio 2016 la scuola (che era operativa dal 2013) è stata premiata, con il Leone d'Argento, alla Mostra
Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. Purtroppo solo pochi giorni dopo, il 7 giugno 2016, la scuola è collassata sotto le forti piogge! (siamo onesti questa notizia ha fatto meno il giro del mondo che quella del Premio!). L'impegno della comunità è quello di ricostruirla quanto prima perché era innegabile il grande servizio reso alla comunità.
Vi è un ultimo dato, che probabilmente caratterizza e diversifica Makoko da altri slums, è il basso livello di criminalità. La comunità sostiene che nonostante tutto da un punto di vista della sicurezza Makoko risulta essere vivibile (cosa che non è possibile, in genere, estendere alle altre baraccopoli del nostro pianeta).

E' chiaro che la vita negli slums non è degna di questo nome. Le Nazioni Unite hanno stimato che a breve (2030) saranno quasi 2 miliardi gli abitanti del nostro Pianeta che vivono in baraccopoli. Un quanto dell'umanità che non ha acqua potabile, bagni ed istruzione. Un mondo che spinge per acquisire diritti, per ora, senza far troppo rumore.

Leggi il post di Sancara "Vivere negli slums"


lunedì 12 dicembre 2016

Le donne più influenti del pianeta, anche un pò di Africa

Recentemente, e come ogni anno, il magazine di uno dei più autorevoli giornali economici-finanziari del mondo, l'inglese Financial Times, ha pubblicato la classifica delle donne più influenti nel pianeta nel corso del 2016. Un elenco di donne che in diversi campi hanno inciso sulle azioni, sui pensieri e sulle decisioni del nostro Pianeta. Dalla candidata sconfitta alla presidenza USA Hillary Clinton al Primo Ministro britannico Theresa May, dalla pluri-campionessa della ginnastica artistica Simone Biles alla cantante Beyonce. Insomma donne che nel nostro pianeta, contano, eccome.
In questo gruppo vi sono anche tre donne che hanno molto a che vedere con l'Africa. Vi è infatti la pittrice americana, ma nata in Nigeria, Njideka Akunyili Crosby. Un suo dipinto del 2012 "Drown" è stato venduto nel 2016 per 1,1 milioni di dollari. Njideka, nata a Enugu nel 1983, è emigrata negli USA quando aveva 16 anni. E' considerata una delle massime autorità nel campo dell'arte.
Vi è poi l'epidemiologia sudafricana Quarraisha Abdool Karim, una delle maggiori studiose al mondo sull'HIV nelle donne del nostro mondo, Accademica delle Scienze in Sudafrica e vincitrice nel 2016 del L'Oreal-UNESCO for Woman in Science Awards. Karim, nata a Tongaat nel 1960, sta dando un grande contributo alla prevenzione e al trattamento dell'HIV in particolare tra le donne africane.
Infine, ma non per importanza, la franco-marocchina Latifa Ibn Ziaten, musulmana, giunta in Francia dal Marocco nel 1977 (a 17 anni) è la madre di un giovane sorgente (Imad Ibn Ziaten, nato nel 1981 in Francia) ucciso nel 2012 vicino a Tolosa da un attentato terroristico di matrice islamica radicale. Dopo questo episodio Latifa ha creato una associazione che da allora si batte contro la radicalizzazione della comunità islamica in Francia, divenendo una delle massime attiviste del settore. Nel 2016 gli è stato conferito l'International Woman of Courage Award dal Dipartimento di Stato Americano.
Sono donne che per diverse e complementari ragioni, hanno portato il contributo dell'Africa nelle sorti del pianeta. Sono donne la cui intensità di vita deve costringerci tutti a riflettere sulle immagini distorte che abbiamo dell'Africa e delle sue genti.

sabato 3 dicembre 2016

Ousmane Sow, il fisioterapista scultore

Oggi è morto a Dakar Ousmane Sow. Aveva 81 anni ed era considerato unanimamente uno dei maggiori artisti senegalesi, dell'Africa Occidentale e dell'intera Africa. E' stato uno scultore particolare grazie ad uno studio maniacale dei materiali. Preparava egli stesso una pasta, composta da terra e minerali mescolati e macerata assieme ad altri prodotti, con cui modellava i suoi soggetti attorno ad armature di ferro, di tela o di paglia.
Al centro delle sue opere vi era sempre l'Uomo ed il suo corpo. Egli infatti, quando ancor prima dell'indipendenza del Senegal, era andato in Francia a studiare, aveva scelto di diventare infermiere e poi fisioterapista. Grazie alla sua professione aveva quindi per anni manipolato corpi, toccato muscoli ed esplorato ogni angolo del corpo umano, mentre contemporaneamente plasmava le sue opere. Grazie a questa intima conoscenza del corpo umano era in grado di scolpire soggetti umani senza avere dei modelli. Per una ventina d'anni aveva lavorato a Parigi come fisioterapista, fatto salvo una breve parentesi in Senegal dal 1965 al 1968, dove aveva tentato di avviare un servizio di fisioterapia, degno di questo nome, in Africa. Solo una volta rientrato definitivamente in Senegal (nel 1984) abbandonò la sua professione sanitaria per dedicarsi completamente alla scultura.
La sua prima mostra è del 1988.
Le sue opere sono dedicate in un primo tempo (dal 1984 al 1994 circa) ai corpi di popoli africani, la sua terra a cui sempre è rimasto intimamente legato. I Nuba, i Masai, i Peul e gli Zulu sono diventati i soggetti ispiratori della  sua arte e solo dopo, passando al lavoro in bronzo, si è dedicato ad altri soggetti (tra cui la statua realizzata a Ginevra nel 2008 in omaggio alla dignità degli immigrati sans-papier).
Nella sua vita ha sempre posto le sue opere davanti alla sua figura in una delle rare interviste aveva detto "voglio essere un artista anonimo. Oggi però l'artista sembra essere più importate delle sue opere. Voglio essere conosciuto non per quello che sono io ma, per le mie sculture. Le ammiro anch'io come le altre persone. Io non ho molto da dire, le mie sculture dicono tutto".


Ecco il suo sito ufficiale

sabato 19 novembre 2016

Mitumba, storie di magliette e di jeans. Una carità che rischia di far male

Mitumba in swahili significa "abiti usati" ma, in Africa Orientale, oramai significa mercato degli abiti usati.  In tutta l'Africa il mercato degli abiti usati diventa di giorno in giorno più florido. Il 90% degli abiti giungano dall'Europa e dall'America. In Africa, se da un lato è vero che molti vestono di abiti usati - soprattutto quelli che rappresentano la moda occidentale - è altrettanto vero che raramente gli abiti usati sono africani. Gli abiti si passano di fratello in fratello, fino all'esaurimento.
Allora la storia di questi indumenti incomincia nei contenitori che sono sparsi in tutta Europa e che raccolgono gli abiti usati. Questi contenitori - nati con lo scopo caritatevole - sono oggi diventati un luogo di contesa (a volte anche violenta). Qualche anno fa il quotidiano svizzero Tages Anziger ha accusato in modo diretto due dei principali collettori di indumenti usati (Texaid e Tell Tex) di essere complici di una competizione commerciale basata sull'inganno. A scanso di equivoci sono Aziende e non cooperative o associazioni caritatevoli.
La questione è che spesso gli enti raccoglitori (cooperative e non-profit) vendono i capi raccolti al chilo (dai 30 ai 50 centesimi al chilo) e poi ne perdono il controllo. Alla fine il prezzo al chilo può arrivate a 6 euro. I dati Italiani dicono che nel 2013 sono stati raccolti 111.000 tonnellate di vestiti usati. Ed è proprio in questa fase che si inseriscono le organizzazioni criminali (italiane e recentemente quelle nigeriane) Già nel 2014 la Direzione Antimafia Nazionale scriveva che "buona parte delle donazioni di indumenti usati che i cittadini fanno per solidarietà, finiscono per alimentare un traffico illecito dal quale camorristi e sodali di camorristi traggono enormi profitti". Del resto in tutte le inchieste da Mafia Capitale a quella della Terra dei Fuochi il business a dei vestiti usati sembra esserci sempre.
Se è vero che l'alternativa per evitare l'infiltrazione criminale è quella (come sempre!) di controllare interamente la filiera, dalla raccolta alla distribuzione in loco, come ad esempio fa, soprattutto per il Mozambico, Humana Italia, è altrettanto vero che si pone un altro problema.
Infatti, la Comunità dell'Africa dell'Est (EAC) sostiene che "il tessile, la lavorazione del pollame e la produzione automobilistica sono i settori che vanno incentivati per lo sviluppo industriale e per la creazione di posti di lavoro della regione. Per farlo, sostiene l'EAC, è necessario eliminare l'importazione dall'estero di merci e prodotti usati". L'EAC ritiene sia necessario bandire le importazioni entro tre anni.
Si stima che la produzione tessile dell'Africa Orientale sopperisce per solo il 10% al fabbisogno della popolazione.
Insomma, sia che le organizzazioni criminali si infiltrino nel commercio sia che si controlli la filiera della distribuzione, il rischio che l'azione caritatevole che molti fanno, portando i vestiti usati nei raccoglitori sparsi per strada, si trasformi in un boomerang è alta.
Se per l'Africa Orientale è maturo il tempo di una riflessione su questo commercio, in Africa Occidentale la questione sembra diversa e sembra essere nelle mani della mafia nigeriana.
Oggi la maggioranza delle spedizioni vanno proprio verso l'Occidente Africano, dove il mercato sembra crescere di giorno in giorno.

Come spesso accade le buone intenzioni iniziali finiscono per danneggiare non solo l'azione stessa ma, rischiano di incidere fortemente sul futuro di intere popolazioni.

Già tempo fa  (nel 2005) l'economista italo-americana Pietra Rivoli aveva pubblicato "Viaggi di una T-shirt nell'economia globale", edito dalla Apogeo, in cui raccontava il florido mercato - e le sue distorsioni - degli abiti usati.

sabato 5 novembre 2016

Parco Nazionale Impenetrabile di Bwindi

Nel sud-ovest dell'Uganda, in una zona al confine con la Repubblica Democratica  del Congo, si trova questo parco di oltre 32.092 mila ettari (circa 331 chilometri quadrati, di cui l'ultimo ampliamento risale al 2003), il cui nome rende già perfettamente l'idea della sua natura, che funge da confine tra la pianura (foresta tropicale) e le montagne. Il parco si estende da un'altitudine di 1000 metri fino a vette che superano i 2700 metri. Un parco che offre una maestosa biodiversità, con oltre 200 specie di alberi, 100 diverse specie di felci, oltre 120 mammiferi, 347 specie di uccelli, 202 specie di farfalle e una trentina di anfibi, tra cui molte specie a rischio estinzione. Il Bwindi è quindi uno dei parchi con l'ecosistema più ricco d'Africa e può essere girato, con difficoltà, solo a piedi.
Al suo interno vivono alcune specie di primati come il gorilla di montagna, lo scimpanzè e il colobo. In particolare per quanto riguarda i gorilla, gli studiosi ritengono che all'interno del Parco abiti oggi la metà (dai 300 ai 350 esemplari) dei gorilla di montagna ancora esistenti nel mondo (l'altra metà vive nel vicino parco di Virunga).
Il parco, istituito nel 1991 (sebbene due parti distinte di esso erano protetti come riserva fin dal 1932), è posto sotto la tutela dell'Uganda Wildlife Authority (UWA), uns istituzione parastale, ed è protetto dalla Costituzione (1995) del Paese. All'interno vi è un istituto di ricerca permanente dove collaborano ONG da tutto il mondo. Dopo alcuni episodi risalenti al 1999, quando ribelli ruandesi presero in ostaggio turisti all'interno del Parco, oggi è possibile solo entrare con guide armate. Il punto di partenza per le visite è la città di Kabale (ad una trentina di chilometri dall'ingresso del parco). Il trekking all'interno del parco permette di osservare da vicino alcuni gruppi di gorilla, senza per questo impattare troppo sull'ecositema naturale. Vi sono due stagioni di piogge (marzo-maggio e settembre-novembre).
Nel 1994 il Parco è diventato sito Patrimonio dell'Umanità UNESCO.

Ecco il sito del parco: www.bwindiforestnationalpark.com
Ecco una parziale lista delle specie presenti al Bwindi (dal sito TEAM)

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