venerdì 19 gennaio 2018

La fine del pesce

Le coste dell'Africa Occidentale, e del tratto Senegal e Mauritania in particolare, sono ricche di pesce. Una ricchezza che da sempre ha favorito la vita su tutto l'asse costiero. Generazioni di uomini e donne hanno potuto sopravvivere grazie ai doni del mare. Un mare che spesso ha richiesto grandi sacrifici ma, che ha permesso a tutti di sfamarsi, di tramandare di padre in figlio tecniche e rituali oggi quasi scomparse e di costruire delle comunità coese che hanno contribuito anche alla stabilità politica di un paese come il Senegal. Chi ha avuto il piacere di percorrere le coste del Senegal ha potuto ammirare spettacoli strabilianti.

La pesca costiera impregnava (in ogni senso e soprattutto in quello letterale) la vita quotidiana. Piroghe costruite con tecniche semplici ma di grande efficienza e di rara bellezza, distese di pesce poste ad affumicare sulla battigia e donne che, al rientro dagli uomini dalla pesca, favorivano la lavorazione, la vendita e la conservazione(affumicazione o disidratazione) di quel prezioso dono della natura. Un mercato in ogni spiaggia, in ogni luogo dove era possibile approdare con imbarcazioni spinte dal vento e più recentemente da motori fuoribordo.
Da oltre una decina d'anni la situazione è letteralmente precipitata.
Le flotte delle multinazionali del pesce (molte europee ma, non solo) hanno invaso letteralmente il tratto di Oceano Atlantico che lambisce le coste dell'Africa Occidentale. La necessità di pesce del nostro mondo - molto del quale per produrre farine per gli allevamenti intensivi- crescono a dismisura e l'avidità delle multinazionali non guarda in faccia a nessuno. Un peschereccio può arrivare a pescare, in un solo giorno, l'equivalente del pescato di 56 piroghe in un anno!
Già verso il 2010 si lanciava un grido d'allarme, inascoltato. "Entro una decina di anni potrebbe non esserci più pesce". Gli anni sono trascorsi e ci avviciniamo, senza che sia stato fatto nessun intervento, alla data fatidica.
Dal porto di Joal, il più grande porto dove giunge il pesce in Senegal, i pescatori dicono che negli ultimi dieci anni il pescano è calato del 75%. Praticamente una strage.
L'azione delle multinazionali del pesce sta destabilizzando fortemente la società senegalese. Oltre 2 milioni di persone dipendono dalla pesca, l'industria ittica senegalese era la prima per fatturato. Si stima che già 300 mila persone abbiano perso il posto di lavoro e che gli effetti negativi stanno oramai giungendo anche ai piccoli pescatori e a coloro i quali la pesca rappresenta un dignitoso modo di vivere. Ma, l'effetto è ancora più devastante se consideriamo che le multinazionali per avere le concessioni o per non essere infastidite dalle guardie costiere hanno alimentato un sistema di corruzione che oramai, anche ora che il governo ha posto vincoli alla pesca, non si riesce più ad arginare.
Ancora, l'effetto più evidente e preoccupante è quello sulle comunità locali, fino ad oggi in pace e che oggi iniziano a "lottare" per la sopravvivenza. Una sopravvivenza che non è solo di oggi (per il cibo o per il denaro) ma che, si proietta pericolosamente nel futuro. 
Per i giovani senegalesi il lavoro del pescatore era faticoso ma, stava all'interno delle tradizioni familiari e rappresentava un futuro certo. Oggi questo futuro non esiste. L'incertezza è massima, la fiducia e inesistente e l'unica alternativa sembra essere quella di migrare. 

L'effetto di questa catastrofe annunciata inizia solo ora ad essere visibile e costituirà un nuovo elemento di crisi nel nostro pianeta. Certo i nostri supermercati continueranno ad essere pieni, i nostri allevamenti avranno farine animali per far crescere finti animali che finiranno sulle nostre tavole e che per metà verranno gettati perché superflui.
Certo anche i barconi di disperati che scappano dalla miseria, saranno pieni ma, per alcuni sarà solo il prezzo da pagare per la nostra (soprattutto loro) ricchezza, per altri saranno solo la causa del nostro (solo nostro) malessere su cui scaricare tutto l'odio e il rancore. Il mondo, forse, continuerà a vivere.




martedì 16 gennaio 2018

La presunta superiorità degli USA sull'Africa

Le affermazioni del Presidente Trump, rispetto ai Paesi africani, definiti come "cessi" lascia il tempo che trova. E' evidente che non inciderà minimamente sui rapporti di forza o sulla "tenuta" del Presidente Trump.  Certo scatena le ire di alcuni, fa gioire altri e preoccupa molti. Una preoccupazione che assume toni diversi ma, che essenzialmente, riporta a temere che un uomo del genere alla guida del Paese egemone nella geopolitica mondiale, sia un rischio per tutti noi.
Sicuramente a sorridere è il governo cinese. Le parole incontrollate di Trump favoriscono la loro corsa verso il controllo del mercato africano. La Cina a partire dagli anni '80 e con una forte impennata negli ultimi decenni, ha letteralmente "colonizzato" economicamente l'Africa. Certo gli interessi commerciali cinesi sono concentrati in alcuni settori, definiti strategici: le infrastrutture, l'industria manifatturiera e l'industria estrattiva. Una corsa, quella cinese, che ha sempre più gettato in un angolo gli Stati Uniti (e i paesi europei) almeno sul piano economico. A partire dal 2009 la Cina ha sorpassato - in termini di volume degli scambi Cina-Africa quelli tra Usa e Europa.
Inoltre recentemente la Cina ha scelto di piazzare la prima base militare in Africa, scegliendo un luogo a Gibuti, non molto distante dalla grande base permanete americana di Camp Lemonnier.
Insomma, non più solo commercio. La Cina in Africa è destinata a rimanere.
L'approccio cinese - retto sul principio della non ingerenza sugli affari interi - piace ai governi africani e in realtà anche alla popolazione, che vede migliorare il livello delle infrastrutture.
Di contro la reazione USA è stata quella di aumentare il contingente militare in Africa (oltre 6000 uomini) e di rinnovare per i prossimi 20 anni l'accordo di permanenza a Gibuti (che costa oltre 70 milioni di dollari all'anno).

Questa in pillole è la geopolitica in atto, dove si innestano le frasi del Presidente. Del resto gli americani in Africa hanno sempre avuto un ruolo importante. Senza mai avere posseduto un territorio ne hanno determinato la storia. Decine e decine di golpe guidati dalla CIA, campi di addestramento di ogni genere di guerriglia e dittatori, consulenze militari in chiave anticomunista, regalie pericolose (come i reattori nucleari donati a Mubutu nell'ex-Zaire e andati misteriosamente dispersi), eliminazione fisica di persone che avrebbero potuto, forse, cambiare l'Africa, depredazione del suolo attraverso le multinazionali dell'estrazioni e poche e mal riuscite operazioni militari, come quelle in Sudan o peggio in Somali. Insomma, la storia americana in Africa è stata di pesanti ingerenze, di errori imperdonabili e di sfruttamento del sottosuolo (e non solo).

Certo quei "cessi" di paesi sono stati utili, molto. E, contrariamente a quello che si pensa, sono molto più ambiti di quel che si crede.

lunedì 8 gennaio 2018

Donne al potere 2017

Qualcosa, molto lentamente sembra muoversi nell'ambito nella distribuzione tra generi nella politica mondiale che conta. Certo siamo ancora lontani da poter dire che le donne incidono, positivamente, sul sistema mondo. Per la prima volta dal 2010, l'anno si chiude con 27 donne in carica al 31 dicembre, un record (prima si era giunti massimo a 24) che lascia intravedere qualche timida speranza.

Ecco le donne in carica (come capo di stato o di governo) al 31 dicembre 2017:


 


L'Europa è il continente dove si trovano il maggior numero di donne (10) (erano 9 lo scorso anno, ma 11 nel 2010) a Capo di Stato o di Governo. Esse sono, in ordine di anzianità alla carica:

- Regina Elisabetta II d'Inghilterra (Regno Unito) (che è anche il Capo di Stato o di Governo da più tempo al potere e il più anziano leader in carica nel mondo)
Regina Margherita II di Danimarca
- Cancelliere Germania, Angela Merkel
- Primo Ministro di Norvegia, Erna Solberg
- Presidente di Malta, Marie-Louise Coleiro-Preca
- Presidente di Croazia, Kolinda Grabar-Kitarovic
- Primo Ministro del Regno Unito, Theresa May

- Presidente della Svizzera Leuthard Doris (sarà sostituita il 1 gennaio 2018)
- Primo Ministro Serbia Ana Brnabic
- Primo Ministro Islanda Katrin Dottier
Quattro (4) (erano 4 nel 2016 e 2 nel 2010) le donne alla guida di paesi dell'Asia:
Primo Ministro Bangladesh, Sheikh Wajed
- Presidente del Nepal, Bidha Devi-Bhanjdari
- Presidente di Taiwan Tsai Ing-Wen

- Presidente di Singapore Halimah Jacob

Tre (3) sono in Africa, (3 nel 2016, una nel 2010). Esse sono:
- Presidente della Liberia, Ellen Johnson-Sirleaf (il 22 gennaio 2018 lascerà la carica)
- Primo Ministro di Namibia, Saara Kungongelwa-Amadhila
- Presidente delle Maurizio, Amena Gurib-Fakim


Tre (3) in Oceania ( 2 nel 2016):
- Presidente Isole Marshall, Hilda Heine
- Governatore Generale Nuova Zelanda, Patsy Reddy 

- Primo Ministro Nuova Zelanda, Jacinda Ardern

Tre (2) le donne in carica in Centroamerica (3 nel 2016, ma 6 nel 2014 e nel 2013, 5 nel 2012 e 4 nel 2011 e al 2010), ovvero:
- Governatore Generale Saint Lucia, Perlette Louisy (terza donna da più tempo al potere)
- Governatore Generale di Grenada, Cecile La Grenade
- Governatore Generale delle Bahamas, Dame Marguerite Pindling


Due (2) nei Paesi dell'Ex-URSS (2 lo scorso anno):
- Presidente Lituania, Dalia Grybauskaite
- Presidente Estonia , Kerati Kaljulaid


Due (2) 
in Sud-America (2 lo scorso anno e 4 nel 2014):
- Presidente del Cile, Michelle Bachelet (in carica fino all'11 marzo 2018)
- Presidente del Peru, Mercedes Araoz

E infine una (1) nel Nord America (nessuna lo scorso anno)
- Governatore Generale del Canada, Julie Payette


Come abbiamo già visto (vedi post Attaccati al potere 2017), la Regina Elisabetta rappresenta anche il Capo di Stato da più tempo al potere (oltre 65 anni) e più anziano (con i suoi 91 anni).
Tra le giovani, la Primo Ministro Neozelandese, Jacinda Ardern,  con i suoi 37 anni, rappresenta la donna più giovane in carico e una tra le prime 10 in assoluto.

Ecco di seguito la lista delle donne che da più tempo sono al potere nel mondo, al 31 dicembre 2017:

1° - Regina Elisabetta d'Inghilterra (dal 1952), prima assoluta
2° - Regina Margherita di Danimarca (dal 1972), quinta assoluta
3° - Cancelliera di Germania, Angela Merkel (dal 2005)
4° - Presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf (dal 2006)
5° - Primo Ministro del Bangladesh, Hasina Wajed (dal 2009)
6° - Presidente della Lituania, Dalia Grybauskaite (dal 2009)
7° - Governatrice Generale di Granada, Cecilie La Grande (dal 2013)
8° - Presidente della Norvegia, Era Solberg (dal 2013)
9° - Presidente del Cile, Michelle Bachelet (dal 2014)
10°- Presidente di Malta, Marie Louise Coleiro Preca (dal 2014)

Ad oggi solo 87 dei 193 paesi indipendenti del mondo (il 45,1%) sono stati governati almeno un giorno da una donna nella loro storia. Nel corso del 2017 alla lista si è aggiunto solamente Singapore.
Tra le assenze più significative gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone, la Nigeria, la Russia e l'Italia.

Vai ai post di Sancara:

Donne al potere nel mondo 2016
Donne al potere nel mondo 2015
Donne al potere nel mondo 2014 
Donne al potere nel mondo 2013
Donne al potere nel mondo 2012
Donne al potere nel mondo 2011
Donne al potere nel mondo 2010

martedì 2 gennaio 2018

Attaccati al potere 2017

Puntuale, come ogni anno a partire dal 2010 su Sancara, ecco la classifica dei più longevi capo di stato o di governo del nostro pianeta, aggiornata al 31 dicembre 2017.
Sono stati analizzati 336 capi di stato o di governo che al 31 dicembre erano in carica in uno dei 193 Paesi indipendenti del mondo.

E' ancora la Regina Elisabetta II, il Capo di Stato che da più tempo guida un Paese. Ascesa al trono il 6 febbraio 1952, è da oltre 65 anni a capo del regno Unito.
Nel corso del 2017 sono usciti di scena - sebbene in modo differente - due "storici" leader politici africani. Prima Edoardo Dos Santos, presidente dell'Angola (con un successore uscito dalle elezioni), dopo quasi 38 anni e recentemente Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe (deposto con un colpo di stato militare), anch'esso dopo oltre 37 anni alla guida dello stato africano.

Ecco comunque la lista completa dei 10 leader politici da più tempo al potere.

1° - Regina Elisabetta d'Inghilterra, incoronata il 6 febbraio 1952 (da 65 anni al potere, oggi ha 90 anni) 
2°- Sultano Qabus ibn SAID dell'Oman, al potere dal 23 luglio 1970 (oltre 47 anni)
3° - Sceicco Sulman al Khalifah del Bahrain, al potere dal 16 agosto 1970 (oltre 47 anni)
4° - Regina Margherita II di Danimarca, incoronata il 14 gennaio 1972 (da 45 anni al potere)
5° Re Carlo XVI Gustavo di Svezia, incoronato il 15 settembre 1973 (da 44 anni Re)
 - Presidente Paul Biya del Camerun, al potere dal 30 giugno 1975 (Primo Ministro fino al 1982, poi Presidente per un totale di oltre 42 anni)
7° -Presidente Teodoro Obiang Nguema della Guinea Equatoriale, al potere dal 3 agosto 1979 (al potere da oltre 38 anni), unico golpista di questa lista,
8°-Ayatollah Khamenei in Iran, guida spirituale (è stato anche Presidente negli anni 80) del paese dal 13 ottobre 1981 (ovvero da 36 anni)
9° - Il Sultano del Brunei Hassnel Bolkiah Muizzadin Waddaulah, salito al trono il 1 gennaio 1984 (da oltre 33)
10° - Il Primo Ministro di Cambogia Hun Sen, che ha assunto la prima volta la carica il 14 gennaio 1985 (ovvero oltre 32 anni fa).

In rosso sono indicati i leader africani di questa speciale classifica. Africa che affolla anche le posizioni immediatamente dopo le prime dieci (11° Museveni in Uganda, 12° re Mswati III dello Swaziland, 14° il Presidente Al Basihir nel Sudan, 16° Idriss Deby in Ciad e 20° Isayas Afwerki in Eritrea).ù, confermandosi ancora come un continente dove il ricambio democratico è molto, molto difficile.

Sono 61 (due in meno dello scorso anno), i leaders al potere da oltre 10 anni (uno da oltre 60 anni, cinque da oltre 40 anni, sette da oltre 30 anni e quattordici da oltre 20 anni).

E' comunque l'ex Re di Thailandia Bhumibol , deceduto nel 2016, a detenere il record assoluto della maggiore "longevità al potere" dell'era moderna. Ovvero a partire dal 1900 e per stati sovrani. Egli infatti ha governato per 25694 giorni (oltre 70 anni, dal 9 giugno 1946 al 13 ottobre 2016).
Dietro di lui ecco i primi dieci posti:

-Regina Elisabetta (ancora in carica, al primo posto assoluto),
3°-Imperatore del Giappone Hirohito (dal potere dal 1926 al 1989), l'unico, assieme al re di Thailandia e alla Regina Elisabetta ad aver superato i 60 anni al potere.
4°-Principe Rainieri II di Monaco (1949-2005),
5°-Re Haakon VII di Norvegia (1905-1957),
6°-Principe Franz Joseph II di Liechtestein (1938-1989), l'ultimo ad aver superato i 50 anni al potere.
7°-Fidel Castro a Cuba (1959-2008), primo tra i non sovrani,
8°-Regina Guglielmina d'Olanda (1900-1948),
9°-Sultano dell'Oman, Qabus ibn Said ( in carica dal 1970) 
10°-Re Hussain di Giordania (dal 1952 al 1999).


Tra le donne ancora al potere (sebbene in leggero aumento sono sempre poche -  ma il tema sarà trattato nel prossimo post) dopo le due regine (Elisabetta d'Inghilterra e Margherita di Danimarca), al potere, sebbene di facciata, da decenni,  è la cancelliera tedesca Angela Merkel che può vantare, con "solo" 12 anni di incarico, questo piccolo record di longevità. Dietro di lei, ad un solo anno di distacco, la presidente della Liberia e Premio Nobel Ellen Johnson-Sirleaf, che il 22 gennaio 2018 cederà il posto all'ex calciatore George Weah

Nel 2017 vi è stato un unico colpo di stato riuscito (quello dello Zimbabwe).
Infine vale la pena segnalare (ed è una cosa buona) che nel corso del 2017 (così come oramai dal 2012) non sono stati uccisi uomini politici che avevano ricoperto, nella loro vita, incarichi di capo di governo o di capi di stato.



Infine, con l'uscita di scena Robert Mugabe, la regina Elisabetta detiene anche il primato del più anziano leader al potere, avendo superato nel corso del 2017 i 91 anni (batte di circa 7 mesi il Presidente della Tunisia Beji Caid Essebsi, anch'egli di 91 anni). Al terzo posto il Presidente del Presidium  Supremo (di fatto capo di stato) della Corea del Sud, Kim Yong Nam, di 89 anni.
86 capi di stato o di governo (oltre il 25%) hanno oltre 70 anni.
Si contro, con la recente nomina a cancelliere, l'austriaco Sebastian Kurz è diventato, con i suoi 31 anni, il capo di governo o di stato più giovane del pianeta. Dietro di lui il capitano reggente di San Marino Enrico Carattoni (32 anni) e il dittatore di fatto della Corea del Nord Kim Jong Un (34 anni). La donna più giovane, è il primo ministro della Nuova Zelanda Jacinda Ardern (37 anni).
Solo il 14% dei capi di stato o di governo (ovvero 48) del mondo hanno meno di 50 anni (12 hanno meno di 40 anni).

Ecco i post degli scorsi anni su Sancara:

venerdì 29 dicembre 2017

E' tornato Weah, con qualche ombra

George Weah, stella del calcio africano, giocatore del Monaco, del Paris Saint Germain e del Milan (1995-2000), classe 1966, il 22 gennaio 2018 diventerà Presidente della Liberia.
La sua ascesa politica è stata accompagnata da sconfitte e poi da polemiche. Nel 2005 fu il candidato presidenziale sconfitto (vinse quella volta Ellen Johnson-Sirleaf, un'economista, Premio Nobel per la Pace e ancora oggi in carica). Nel 2011 fu sconfitto dal collega di partito Winston Tubman per concorrere alla corsa presidenziale (anch'egli fu sconfitto). Nel 2014 fu eletto senatore e nel 2017 si è presentato quale avversario del vicepresidente in carica Joseph Boakai.
Dopo aver vinto il primo turno (con il 38,7%), a capo della Coalizione per il Cambiamento Democratico (un partito conservatore di centro-destra), ad ottobre, dopo la lunga sospensione della Corte Suprema, a dicembre si è svolto il ballottaggio che lo ha visto vincitore con il 61,5%. George Weah, l'ex pallone d'oro del 1995, da gennaio 2018 guiderà la più antica repubblica africana e soprattutto sarà la prima transizione democratica tra due presidenti eletti da oltre 70 anni.

La Liberia ha avuto negli ultimi 12 anni, quelli della Presidenza della Johnson-Sirleaf, un generale miglioramento delle condizioni di stabilità e sicurezza. Si trattava del resto dell'uscita da oltre 14 anni di guerra civile che aveva fatto oltre 250 mila morti e aveva fortemente destabilizzato il Paese. In questi ha ottenuto la fine del mandato della Missione di Pace delle Nazioni Unite (durata dal 2003 al 2016), il ritiro delle sanzioni internazionali,  l'aumento della speranza di vita da 56 a 62 anni, il PIL aumentato del 248% e soprattutto la ripresa delle esportazioni di cacao, caffè, ferro, ore e diamanti, che hanno consentito di cancellare 4 miliardi di dollari di debito pubblico. Ricchezze enormi di un paese che resta povero. Nel 2014 la Liberia, colpita dall'epidemia di Ebola (oltre 5.000 morti) ha mostrato tutte le sue debolezze che si sono poi concretizzate con un calo del PIL (-1,6%) nel 2016.

Certo su Weah pesa anche il determinante appoggio della senatrice Jewel Howard Taylor, moglie dell'ex sanguinario dittatore Charles Taylor (condannato a 50 anni di reclusione dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l'umanità), che ebbe ruoli di importanza durante la presidenza del marito e che diverrà vice-presidente. Una donna che solo nel febbraio 2012 ha proposto una legge che condannava a morte gli omosessuali. Il National Patriotic Party, di cui la Taylor è esponente, risulta ancora essere guidato dall'ex marito (hanno ufficialmente divorziato nel 2006, ovvero quando si candidò al Senato) dalla prigione. 
Un'alleanza che è stata fondamentale per la vittoria ma che, getta pesanti ombre sul futuro.
Weah, che in campagna elettorale ha promesso scuole gratuite e posti di lavoro, dovrà dimostrare di essere, anche il politica, un vincente.


George Weah, nato e cresciuto nella baraccopoli di Clara Town a Monrovia, di etnia Kru,  aveva 13 fratelli, cresciuto dalla nonna, studia nelle scuola islamica e dopo presso la Wells Hairston High School, si converte all'islam negli anni 90.  Ha sempre raccontato di aver sofferto la fame quando era piccolo. Sposato, ha tre figli.

La Liberia è, dopo l'Etiopia, il più antico stato indipendente dell'Africa. Il nome, che deriva dal latino Liber (libero) fu coniato nel 1822 dalla American Colonization Society, quando comprò (con finanziamento di gruppi religiosi e filantropici americani) delle terre dove stabilire una colonia di "liberi uomini di colore", ovvero ex schiavi. Nel 1847 la colonia proclamò la sua indipendenza. Fino al 1980 il potere resto nelle mani dei discendenti dei coloni. Da allora si susseguirono colpi di stato, dittature e guerre civili che portarono nel 1997 all'elezione del signore della guerra Charles Taylor. Dal 1999 e fino al 2003 una nuova guerra civile mise definitivamente in ginocchio il paese. La capitale, Monrovia, è dedicata a James Monroe, presidente degli Stati Uniti quando fu fondata nel 1822 su un pre-esistente porticciolo.

Ecco un'intervista del 2012 alla Jewel Taylor

lunedì 11 dicembre 2017

Attacco ai caschi blu. Quali sono gli interessi in gioco?

La regione del Kivu a molti dice poco a nulla. E', per molti, una remota zona dell'Africa dove la legge non conta e dove il valore degli uomini, a ancor meno delle donne, è simile allo zero.
Un luogo nel nostro pianeta dalla lussureggiante vegetazione, dove le montagne scendono verso la pianura e attraverso morbide terrazze naturali guardano il lago omonimo ricco di numerose isole. Il clima è l'ideale per l'agricoltura e per gli allevamenti  e il sottosuolo è ricco di minerali di ogni genere (oro, argento, stagno, tantalio, tungsteno, zinco) Sulla carta un luogo che dovrebbe essere un paradiso in terra. Dovrebbe. 
In realtà si tratta di una delle versioni più vicine all'inferno che l'uomo conosca.
A partire dagli anni '90, oramai da oltre due decenni, la regione è teatro di una dei più devastati e dimenticati conflitti del pianeta.

Dal 2000 la Nazioni Unite sono nella Repubblica Democratica del Congo con una missione di pace chiamata MONUSCO (fino al 2010 MONUC), ovvero UN Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of the Congo voluta dalla risoluzione 1291 del novembre 1999. Una missione costata fino ad oggi 8,74 miliardi di dollari e che ha visto passare oltre 95 mila soldati (in media tra i 15 e i 18 mila persone impegnate) di vari paesi. Un impegno nel tentativo di stabilizzare una Regione che invece si infiamma giorno dopo giorno e dove, proprio i caschi blu, sono osservatori di cose che forse qualcuno vorrebbe non far vedere.

L'attacco del 7 dicembre vicino a Beni (Nord Kivu) che ha visto morire 15 caschi blu, tutti tanzaniani, (oltre 53 i feriti) è il più grave degli ultimi anni (bisogna tornare al 5 giugno 1993 quando a Mogadiscio vennero uccisi 24 caschi blu pakistani) avvenuti contro personale dell'ONU. Nel passato più volte gli uomini con il casco blu sono stati oggetti di violenza. Solo in Africa oltre 1300 persone hanno perso la vita nelle 29 missioni che a partire dal 1948 sono state organizzate nel continente nero. Di queste 121 erano nella missione MONUSCO.

La situazione nel Kivu è drammatica. Solo negli ultimi 6 mesi , stando a Human Rights Watch, sono oltre 500 i civili uccisi, oltre 1000 quelli rapiti per riscatto e almeno 11 gli stupri di massa. Quest'ultimo dato è quello che più fa inorridire. Lo stupro come arma di guerra (non si sa per ognuno delle 11 azioni quante donne siano state coinvolte) è diventato per i carnefici delle guerriglie (sono oltre 120 i gruppi armati) un fatto "normale".
La novità di quest'attacco, apparso a tutti come ben organizzato e preparato da tempo, è quella che a farlo sembra sia stato un gruppo ugandese (AFD - Alleanza delle Forze Democratiche) di matrice islamica che colpisce in un'area dove gli islamici sono praticamente assenti. Che dietro ci possa essere la lunga mano di chi ha interessi nel ricco sottosuolo del Kivu, sembra scontato.
Allora è spontanea la domanda: chi finanzia questi gruppi e quali sono gli interessi in gioco?




giovedì 16 novembre 2017

Il tramonto di Mugabe

Nello Zimbabwe è in corso un colpo di stato. Se, come sembra, avrà successo sarà il primo in Africa dal 31 ottobre 2014 quando, in Burkina Faso, fu defenestrato Blaisè Campaore, il mandante dell'assassnio di Thomas Sankara. I tempi sono cambiati e perfino in Africa i cambi di potere cruenti non avvengono come un tempo (si veda questo post)
I militari hanno, per la prima volta dal 1980, voltato la faccia all'uomo che da oltre 37 anni guida un paese dalle enormi ricchezze e dalle grandi ingiustizie sociali.
Robert Mugabe, che oggi ha 93 anni ed è/era il leader politico in carica più vecchio del mondo (dopo di lui la Regina Elisabetta che ha due anni di meno). E' anche uno dei leader che da più tempo è al potere (nella speciale classifica si colloca all'8° posto assoluto).
Mugabe è alla guida dello Zimbabwe fin dall'indipendenza, avvenuta nel 1980, prima come Primo Ministro e dal 1987 come Presidente (allo stesso link sull'indipendenza vi rimando per una breve storia del Paese). 
Un presidente la cui storia, fino a qualche giorno fa poteva essere definita come "protetto dalla Cina, con un passato marxista-leninista, gradito in Vaticano".
Fino a qualche giorno fa perchè l'origine dell'attuale colpo di stato è da ricercarsi nella figura dell'ex Vice-Presidente Emmerson Mnangagwa chiamato "il coccodrillo" - potente figura politica da sempre a fianco del vecchio Presidente e soprattutto molto legato ai militari e ai servizi segreti e la giovane moglie di Mugabe, Grace Ntombizodwa Mugabe, di 52 anni.
Grace, che fino a qualche anno fa si era completamente disinteressata degli affari politici, al punto che era stata soprannominata "Gucci Grace" per la sua propensione agli acquisti di lusso, è divenuta la candidata alla successione del marito.
Dopo essere stata nominata a capo della lega femminile del partito ZANU al potere, le dimissioni forzate del vicepresidente Mnangagwa sono state viste (e di fatto lo erano) come il mezzo per togliere di mezzo un ostacolo alla ascesa politica della first lady.
Il generale Moyo, che per conto dei militari ha preso parola alla televisione di Stato, ha affermato che si è trattato di un'opera di "pulizia del partito" di "una banda di criminali".
La figura di Grace è sempre stata molto chiacchierata. Sudafricana, moglie di un ufficiale dell'aeronautica dello Zimbabwe, diventa la segretaria del Presidente Mugabe nel 1987 con cui inizia una relazione clandestina (lui aveva 41 anni più di lei) e da cui avrà due figli (nati nel 1988 e nel 1990). Nel 1996 - quattro anni dopo la morte della prima moglie di Mugabe, Sally - i due si sposano e Grace diviene ufficialmente la First lady. nel 1998 nasce la loro terza figlia.
Dopo il matrimonio - con oltre 40 mila invitati - Grace restò per anni nell'ombra soprattutto nel Paese, mentre all'estero non faceva mancare il suo lavoro a fotografi e giornalisti grazie al suo amore per lo shopping. Ma niente di particolarmente scandaloso.
Successivamente gli affari della signora Mugabe videro coinvolti il settore diamantifero (di cui il paese lentamente aveva lasciato campo alla Cina in cambio di ricche concessioni quasi personali della famiglia Mugabe) e appunto all'Oriente (per un periodo prese anche casa in Malaysia). Mentre il paese sprofondava in una crisi economica senza precedenti.
La svolta avviene nel 2014 - quando dopo una frettolosa laurea in Sociologia all'Università dello Zimbabwe - la first lady inizia la sua ascesa in politica, preoccupata, secondo i maligni, per il suo futuro dopo la morte del marito.

Dalla giornata del golpe, Mugabe è nelle mani dei miliari mentre la signora Grace pare sia espatriata in Namibia.

E' difficile fare previsioni sul futuro. Come avviene spesso in Africa, sistemi corrotti e dittatoriali, che hanno resistito decenni rischiano di accendere fuochi importanti nell'atto di dissolversi. La questione etnica tra Shona (al potere) e Ndebele non si è mai chiusa. Che la storia politica di Mugabe fosse al capolinea era evidente a tutti, nonostante la sua forza e sua tenacia. E nonostante l'uso personalistico delle ricchezze del paese (suo questo si veda questo interessante approfondimento) Lo Zimbabwe è di fatto una miniera di diamanti (la sua storia lo racconta bene) che fa gola a molti. La Cina che forse fino a ieri proteggeva il suo uomo pare sia già pronta a saltare sul carro di un'altro vincitore, in fin dei conti le concessioni minerarie valgono molto di più che la fedeltà.
 




domenica 12 novembre 2017

Niumi National Park, un piccolo parco costiero

Nel 1987 la striscia di terra costiera, sulla sponda nord del fiume Gambia (e quindi nell'omonimo paese), viene dichiarato Parco Nazionale. Si tratta di una zona umida, di fatto una foresta di mangrovie quasi incontaminata (una delle poche nella costa Ovest dell'Africa a nord dell'Equatore), che confina con il più famoso Parco Nazionale del Delta del Saloum in Senegal (divenuto sito Patrimonio dell'Umanità nel 2011). 
E' un'area di quasi 5000 ettari (50 chilometri quadrati) che dista solo 7 miglia nautiche dalla capitale del Gambia Banjul e che include quasi 15 chilometri di costa oceanica. Attraverso il "Niji Bolon" - un ansa paludosa del fiume - si giunge poi all'Isola di Jinack, una piccola isola costiera dove è possibile alloggiare in un autentico luogo di tranquillità, fuori dai circuiti turistici. L'isola è anche chiamata "Paradise Island".
L'area costituisce un ideale luogo di osservazione degli uccelli, in particolare durante la stagione delle piogge quando vi si trovano anche specie migranti europee. Sono state oltre 300 le specie di volatili osservate nell'area.
Tra i mammiferi invece si vedono ancora leopardi, caracal, iene, altri piccoli mammiferi (tra cui la lontra africana) e alcune specie di scimmie (colobi rossi e galago) oltre che i coccodrilli. Inoltre si possono vedere delfini sulle aree marine e tartarughe verdi che depositano le uova sulle spiagge deserte.
Nel 2008 il Niumi National Park è stato inserito tra le zone umide protetta dalla Convenzione di Ramsar (vedi la scheda del parco, dove è possibile trovare anche la lista completa delle 303 specie di uccelli osservati nel parco).
All'interno del parco e negli immediati confini si svolgono anche attività umane, tutte legate ad economie di sussistenza, come la coltivazione del riso,  la pesca e l'utilizzo della mangrovia come materiale da costruzione. Recentemente sono stati introdotti anche la produzione di sale.

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