mercoledì 1 aprile 2015

Nigeria: una svolta?

Le elezioni presidenziali in Nigeria segnano un punto di svolta nella complessa storia del più popoloso (oltre 170 milioni di abitanti) paese dell'Africa. Per la prima volta l'opposizione al governo in carica vince le elezioni, senza dover ricorrere ad un colpo di stato (il primo avvenne il 16 gennaio 1966, sei anni dopo l'indipendenza). Per la prima volta, al netto di alcuni gravi episodi, le elezioni si sono svolte (dopo averle rinviate) in un clima di apparente tranquillità. Per la prima volta, il capo di stato in carica, il cristiano Goodluck Jonathan, riconosce la vittoria dell'avversario, il mussulmano Mohammadu Buhari. Per Buhari si tratta del suo quarto tentativo (era stato sconfitto nel 2003, nel 2007 e nel 2011).
Buhari, di etnia fulana, che da militare (è stato addestrato negli USA, in Gran Bretagna e in India) ha già sperimentato il potere (ha guidato il paese a seguito di un colpo di stato dal 31 dicembre 1983 al 27 agosto 1985, e a sua volta è stato destituito), è stato ritenuto da molti come l'arma vincente contro il dilagare di Boko Haram. Il perchè è semplice da intuire: solo un mussulmano può usare il pugno di ferro (cosa che Buhari ha fatto senza esitazione nel suo mandato di Capo di Stato) contro un gruppo terroristico che dichiara di ispirarsi a principi religiosi islamici. Inoltre nel suo breve periodo alla guida della Nigeria, Buhari si era distinto per il suo rigore contro ogni opposizione e per la fermezza della sua azione.

Ma, le sfide che Buhari dovrà affrontare sono anche altre, e molto complesse. Il Paese, nonostante gli straordinari ricavi dalle concessioni petrolifere, vive una situazione di profonda disuguaglianza tra una minoranza ricca (sempre più ricca) e una maggioranza povera (sempre più povera). Il nord del paese (prevalentemente mussulmano) è decisamente più depresso, ed arretrato, del sud (a maggioranza cristiana). Indipendentemente dall'avvento del gruppo estremista di Boko Haram (avvenuto attorno al 2009) le tensioni nel paese, religiose ed etniche, sono da sempre elevate e la convivenza difficile. Gli stati del Sud (e con essi i gruppi guerriglieri del Delta del Niger) temono ora l'uomo del nord, mussulmano, mentre la Comunità Internazionale teme il riparirsi di un fronte meridionale.
Illegalità, criminalità e corruzione hanno raggiunto livelli assolutamente preoccupanti e destabilizzanti.  La mafia nigeriana è potente sia nel paese che in Europa (in Italia in particolare) e gestisce una fitta rete di traffici di stupefacenti (cocaina) e di esseri umani (donne per lo sfruttamento sessuale).
Infine vi è la questione ambientale. Il petrolio, se da un lato ha arricchito una parte del Paese, dall'altro ha lasciato aree intere completamente devastate ed ora che, anche per ragioni differenti, le priorità delle multinazionali potrebbero essere diverse, la realtà si complica. 

La strada per l'ex-generale non è certo in discesa. Nelle prossime settimane si potrà capire se la Nigeria è pronta a fare quel salto di qualità che la potrebbe collocare tra i paesi ad alto sviluppo, non solo economico.


lunedì 30 marzo 2015

Popoli d'Africa: Makua

I Makua (anche chiamati Makhua) sono un popolo bantu del sud-est dell'Africa e vivono in particolare in Mozambico (dove costituiscono il gruppo etnico principale) e in Tanzania, nella regione al confine con il Mozambico. Si stima che siano circa 3-4 milioni i Makua africani. Vi è anche un ristretto gruppo di Makua che vive in Sudafrica, fuggiti, a partire dagli anni '60, a causa della guerra civile.
Parlano la lingua makua (chiamata anche emakhuwa), del ramo bantù. Lingua che gli etnolinguisti ritengono simile al sotho (parlata a oltre 500 chilometri di distanza).
Essi abitano la zona nord del Mozambico fin dal V secolo (cioè prima dell'arrivo degli Arabi) e nel 1500 furono protagonisti di una ribellione contro i portoghesi.
Agricoltori (in particolare mais) e soprattutto pescatori, sono rimasti molto legati alle loro tradizioni. Viene ritenuto uno dei gruppi in cui l'islam e il cattolicesimo ha fatto poca breccia. Oggi solo il 30% professa tali religioni. Infatti la grande maggioranza dei Makua restano legati a riti tradizionali animisti.
La tradizione makua vede nel Monte Namuli, una montagna sacra, l'origine della vita (la madre) ed infatti la società makua è di tipo matrilineare (la discendenza avviene attraverso la madre e i suoi figli). La scansione della vita avviene attraverso progressivi riti di passaggio, che dall'adolescenza (i maschi vengono circoncisi a 12 anni, mentre per le femmine non sono praticate mutilazioni sessuali)  portano fino alla morte (a Makua ritengono che tutte le morti sono causate da spiriti negativi). Riti sottolineati sempre da momenti collettivi che vedono nella danza tufo, danza ballata da le sole donne e accompagnato da un tamburo che prende lo stesso nome.
Nelle tradizioni dei makua le donne in gravidanza devono stare ad alcuni divieti come quelli di avere rapporti sessuali con uomini diversi dal marito, non bere acqua offerta da altre donne durante il loro ciclo e non partecipare ai funerali.
Tra le loro caratteristiche l'uso - raro in Africa - di una maschera bianca, denominata Musiro, ricavata dalla pianta Olax dissiflora che assieme a significati simboli, offre riparo, e protezione, dal sole. La crema bianca, cosmetico naturale, è usato dalle donne anche sul resto del corpo.

Un approfondimento dal sito Trip Down Memory Lane

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martedì 24 marzo 2015

Kareyce Fotso, tra modernità e tradizione

Una voce unica, che mette assieme il calore del blues e la dolcezza della tradizione musicale africana. La cantante camerunense Kareyce Fotso è questo: una miscela, ben riuscita, di questi elementi, tra modernità e tradizione.
Nata in Cameroun, alla fine degli anni '70 (vi è un pò di femminile mistero sulla sua data di nascita), figlia di uno scultore e di una commericiante, di etnia Bamilekè, cresce poi tra i Beti. Studia chimica e poi cinema, all'Università di Yaoundè, ma la sua vera passione è cantare. Fin da piccola era affascinata dalla voce di Anne-Marie Nzie, che negli anni '40 cantava bikutsi, una musica del Camerun centrale.  Inizia quindi a farlo nei locali e nei cabaret di Yaoundè, per poi, a dal 2001, unirsi ai Korongo Jam con cui danza e canta per oltre 6 anni. A partire dal 2009 approda sulla scena internazionale dopo una tournee in Francia.



Il primo album esce nel 2009 (Mulato) e a questi seguiranno altri due Kwenge (2010) e Mokete (2014). Quest'ultimo, registrato quasi interamente in studio a Yaoundè e uscito nell'aprile del 2014, è un omaggio al suo paese, poichè rappresenta un itinerario tra le varie regioni in cui Kareyce, oltre ad usare ritmi e suoni differenti, canta in otto diverse lingue.

I suoi testi parlano di differenze tra i generi, di relazioni, di violenze e di esilio, senza mai far mancare una piccola dose di umorismo e di amore, estremo, per la vita. Un contagioso modo, facilitato anche dal suo solare sorriso, di raccontare l'Africa in tutte le sue declinazioni.

I suoi concerti dal vivo sono intensi e vitali, a volte persino densi di charme e umorismo. Assieme alla sua chitarra la Fotso suona strumenti della tradizione africana come tamburi o la sanza (uno strumento lamellofono simile alla mbira)

Ecco il sito ufficiale
Ecco una sua intervista
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domenica 22 marzo 2015

Giornata Mondiale dell'Acqua 2015


Oggi è la Giornata Mondiale dell'Acqua. Un bene prezioso non equamente distribuito nel nostro pianeta per quanto riguarda l'accessibilità.
In Africa la quantità pro-capite disponibile di acqua è di 200 metri cubi (nel Nord America 6.000 metri cubi). Solo il 5% delle terre coltivate in Africa è irrigata.
Il 36% degli africani non ha accesso all'acqua potabile.

Eppure l'Africa è ricca di acqua.



Ho raccolto in questo PDF, i post di Sancara pubblicati in tema di acqua. Potete scaricarvelo e leggerlo con calma, se vi fa piacere. E' un modo per non far passare inosservata questa giornata.

Buona Giornata.

Parco nazionale del banco di Arguin (Banc d'Arguin)

Il Parco Nazionale del banco di Arguin (in francese Banc d'Arguin) è collocato sulla costa atlantica della Mauritania, a sud di Nouakchott, e dal 1989 è diventato Patrimonio dell'Umanità UNESCO (era diventato parco negli anni '70). Prende il nome dell'isola e dalla baia omonima. Esso comprende dune sabbiose del deserto del Sahara affacciate nel mare, zone costiere paludose (oltre 754 chilometri di costa), piccole isole sabbiose e una vasta area d'acqua, ricca di pesce, per una superficie compressiva di 1,2 milioni di ettari. Per le sue caratteristiche è ritenuto uno dei siti più importanti per la nidificazione degli uccelli migratori.
Un censimento ha stabilito in oltre 3 milioni le presenze di uccelli, di 108 specie diverse (dalle sterne ai fenicotteri rosa, dai pellicani agli aironi, dalle pettegole alle pittime).
Uccelli provenienti dall'Europa e dalla Siberia. 

E' un paesaggio che offre uno spettacolo straordinario della natura e della sua capacità di adattamento ad ogni clima e temperatura. Il contrasto tra la sabbia desertica e il blu del mare rende l'ambiente quasi unico nel pianeta. Nonostante il turismo sia poco diffuso (vi sono limitazioni sui mezzi a motore in acqua e negli accessi), la creazione del parco ha portato notevoli benefici economici al paese.

La zona è ricca di pesce (oltre alle specie pensabili  è ricca di tartarughe e delfini) e sin dai tempi remoti è stata contesa dalle potenze coloniali, che lottarono per impossessarsi dell'isola di Arguin. Prima dai portoghesi, giunti a Cape Bojador nel 1455, poi dagli spagnoli, poi dagli olandesi (giunti introno al 1630), poi dagli inglesi, dai tedeschi e infine dai francesi che nel 1724 occuparono l'area e a cui nel 1815, il Congresso di Vienna, riconobbe la sovranità. Nel mezzo, i mori, che vivevano nell'area e con cui le potenze coloniali trattavano, i quali tennero un atteggiamento che approfittava della rivalità tra i coloni, per ottenere vantaggi e benefici. Oggi lungo le coste del parco vi sono 7-8 villaggi, composti complessivamente da circa 5000 persone, di etnia imraguen (discendenti neri dei Balfour) che usano ancora tecniche tradizionali di pesca.
A largo invece, nonostante la nascita del Parco aveva lo scopo di salvaguardare proprio l'ecosistema, la pesca è intensa e affidata a flotte straniere (nel 2006 la Mauritania ha concesso all'Unione Europea diritti di pesca in cambio di una riduzione del debito pubblico). Si stima che la riduzione della fauna ittica (uno studio sui polipi dice che si sono ridotti del 75% negli ultimi 15 anni) dovuta all'overfishing stia lentamente allontanando gli uccelli dal parco.
Le barche tradizionali presenti lungo la costa, pescano in un anno, l'equivalente che un singolo grande peschereccio europeo pesca in un giorno.

Il golfo di Arguin ha anche una storia, e un posto, nella marineria e nell'arte pittorica. Il 2 luglio 1816, infatti, la fregata francese La Meduse, in rotta verso il Senegal, si incagliò proprio nelle acque del golfo, naufragando. Il pittore francese romantico, Theodore Gericault (morto a soli 33 anni) dipinse un quadro, intitolato La zattera della Medusa, che è ancora oggi visibile al Louvre di Parigi.
La storia, drammatica, portò al naufragio per incuria del comandante (Hughes Duroy de Chaumareyes), che, pur non navigando da decenni, si avventurò in aree sabbiose non conosciute. Dopo vari tentativi di disincagliare la nave, il 5 luglio, 250 persone si misero in salvo con le scialuppe, mentre altre 147 (i mozzi, per capirci) dovettero costruirsi una zattera di fortuna (che fu prima trainata dalle scialuppe e poi lasciata al suo destino). Di loro solo 13 si salvarono, dopo 12 giorni di agonia in mare.

Oggi il 60% del pescato consumato in Europa arriva da fuori UE, una parte consistente dalle coste africane (dove, ben inteso, pascano anche Cina, Corea, e Russia). Se la via dello sviluppo in Africa continuerà ad essere quella della sistematica rapina delle risorse, il futuro è tutt'altro che roseo per loro e probabilmente, a breve, anche per noi.

Vai al sito ufficiale del Parco
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mercoledì 18 marzo 2015

Petrolio in Nigeria: ricchezza e miserie

La Nigeria è oggi il primo produttore africano di petrolio e il dodicesimo del pianeta. Oltre 80 miliardi di dollari ricavati nel 2014, che costituiscono l'80% del prodotto interno lordo. Con questi numeri ci si aspetterebbe un paese ricco, in crescita e con pochi problemi sociali. La realtà invece è assolutamente e diametralmente diversa. La ricchezza del petrolio ha significato, per la Nigeria, una disgrazia.
Una devastazione del territorio (il Delta del Niger) che non ha quasi uguali nel pianeta (vedi questo post di Sancara) e che peserà sulle generazioni del futuro e che rappresenta una macchia indelebile dell'avidità e della follia dell'uomo. Una classe politica che corrotta è dir poco. Che si è avvicendata al potere con tutti i mezzi possibili: guerre atroci (come quelle del Biafra), colpi di stato sanguinari (come quello del 1966) e complotti di vario genere. Un paese che è stato un esempio, se così si può dire, di come la cleptocrazia possa essere perseguita nel pieno "rispetto" delle norme internazionali (vedi la dittatura di Sani Abacha).
Un paese che ha visto far fuori, nella quasi indifferenza, leader politici e culturali (l'esempio più noto è quello di Ken Saro-Wiwa) e che recentemente è stato messo a fuoco e fiamme (letteralmente) dagli estremisti "islamici" (?) di Boko Haram.

Tutta la storia recente della Nigeria ruota intorno, nel bene e nel male, al suo più prezioso avere: il petrolio. 
Le multinazionali, pur di continuare ad estrarre senza problemi, hanno arricchito una piccolissima parte della popolazione, attraverso la sistematica corruzione di tutti i livelli della politica e dell'amministrazione pubblica. Facendo letteralmente terra bruciata intorno. I danni ambientali, sommati a quelli politici e sociali (avete mai notato che la prostituzione africana in Europa proviene tutta dalla Nigeria, e tutta da Benin City?), costituiscono il vero problema di questo rapporto tra la Nigeria e il petrolio.
Le altre economie, quelle agricole e manifatturiere, sono state, a partire dagli anni '60 (ed in particolare dopo il 1970) abbandonate, a favore del monopolio petrolifero.

Dalla fine del 2014 i prezzi del petrolio sono crollati (guarda caso quando, poco prima, gli Stati Uniti avevano raggiunto l'autosufficienza petrolifera) e per la Nigeria incominciano nuovi guai. Si stima che i ricavi da petrolio (rappresentano il 95% delle esportazioni nigeriane) saranno per il 2015 "solo" 67 miliardi di dollari, ovvero il 18% in meno dell'anno precedente.
Le compagnie petrolifere stanno decidendo di abbandonare il Paese, che è sempre più pericoloso (Boko Haram ha annunciato di voler interrompere la produzione) e corrotto. Del resto la produzione "facile" si stà esaurendo e vi sarebbe necessità di nuovi investimenti in Nigeria. Di contro,  le coste dell'Africa orientale offrono oggi nuove aree su cui scavare ed estrarre a costi minori. Inoltre esse sono più a diretto contatto con il versate asiatico dove maggiormente nei prossimi anni vi sarà richiesta di petrolio.
Vi è anche il fattore ambientale. Le compagnie finora tra risarcimenti e altro hanno dovuto sacrificare una piccola parte dei loro immensi guadagni. 
In caso di progressivo abbandono la Nigeria oltre all'inevitabile crisi economica, dovrà affrontare anche la complessa questione delle mancate bonifiche da parte delle multinazionali che le hanno prodotte. Tempi duri per il colosso africano.


Suggerisco questi post di Sancara sul tema