mercoledì 20 agosto 2014

Tanzanite, una gemma rara

Le gemme rare sono dotate di una bellezza unica. Sembra che questa sia una correlazione a cui nessuno può sfuggire. Esse hanno attratto da sempre il genere umano. Per esse si sono fatte, e si continuano a fare, follie. 
Non fa eccezione la Tanzanite, una varietà di zoisite, scoperta nel gennaio 1967 in Tanzania, nei dintorni di Arusha, e fino ad oggi unico luogo del pianeta dove si trova. A causa della sua rarità, alcune pietre  di qualità finemente lavorate possono superare il valore del diamante. Le sue sfumature di colore, il suo pleocroismo (dal viola al blu seconda dell'angolazione della luce) e la perfezione del taglio ne fanno una gemma di rara ballezza.
E' anche una pietra "giovane". Infatti la sua scoperta risale a meno di 50 anni fa, quando un guerrigliero masai, Ngugu Jumanne Ngoma, trovò mentre passeggiava queste pietre blu. La sua storia fu poi quella di chi, dopo essersi lasciato ingannare, riesce solo nel 1984 a dimostrare la paternità della sua scoperta.
Secondo i geologi è probabile che entro una ventina di anni i giacimenti saranno esauriti e se non si troverà un altro luogo sul pianeta, è probabile che questa gemma non esista più (motivo in più per renderla più preziosa).
foto di Alida Vanni
Inutile dirlo, ma per gli africani, le miniere delle colline di Mererani sono più una disgrazia che una fortuna. I minatori (molti bambini, si parla di 3000-4000 addetti minori su un totale di circa 9000 minatori) vengono sfruttati fino all'osso e vivono in un ambiente violento e povero. Le risorse e gli enormi profitti sono questioni di altri. Gli altri sono in particolare la controllata americana TanzaniteOne e la African GemStone, un'industria americana di pietre preziose con una sede operativa in Sudafrica. La fotografa italiana Alida Vanni ha saputo catturare con queste stupende foto una realtà dura e difficile.

Come fa notare Marco Trovato in un suo interessante articolo sullo sfruttamento minorile che ruota attorno a questa gemma, la Tanzanite è stata usata come pietra del meraviglioso gioiello apparso nel film Titanic  (commettendo in questo caso un grossolano errore cronologico, poichè al tempo la gemma non era stata ancora scoperta) e grazie a questo sono aumentate le vendite di tanzanite.

Ecco un sito dove è possibile vedere e acquistare gioielli con questa pietra

martedì 19 agosto 2014

Siad Barre, l'uomo che affamò il suo popolo

Mohammed Siad Barre è sicuramente l'uomo (ovviamente non il solo) che ha contribuito a creare quella drammatica situazione in cui oggi vivono i somali. Egli infatti ha governato, ininterrottamente, la Somalia dal 1969 al 1991.
Con oltre 20 anni di potere assoluto non si può essere esenti da responsabilità.

Nato il 6 ottobre 1919, figlio di un pastore, resta orfano a 10 anni. Nel 1940, a 21 anni, entra nella Polizia Territoriale Coloniale Italiana (Zaptie). Dal 1950 al 1952 è alla Scuola dei Carabinieri di Firenze, dove diventa sottotenente. Tornato in Somalia, all'indipendenza nel 1960 (la Somalia era considerata un modello di democrazia africana, nonostante una forte divisione in clan), lascia la Polizia per entrare nell'Esercito. Fa carriera, diventando comandante in capo e viene a contatto con i militari sovietici (che addestrano l'esercito somalo) e con l'ideologia marxista. La svolta avviene il 15 ottobre 1969, quando viene assassinato, da una sua guardia, il Presidente somalo Alì Shermarke. Sei giorni dopo, quando il paese è sull'orlo della guerra civile, Barre con un golpe assume il potere. Il Consiglio Rivoluzionario Supremo, guidato da Barre, assume il potere. Gli uomini forti del nuovo regime sono il colonnello Kediye (ritenuto il padre della rivoluzione) e il capo della polizia, Korshel.
Inizialmente Barre è visto come un tiranno illuminato. Da un lato concede la gratuità della sanità e dell'istruzione e favorisce l'uso della lingua somala (facendola diventare una lingua scritta) e dall'altro istituisce il partito unico, abolisce la Costituzione e arresta i membri dell'opposizione. Già alla fine del 1971 Barre mostra le sue vere intenzioni. Le accuse di un tentato assassinio nei suoi confronti, ad opera di Kediye e del Vice-Presidente Ainache, lo portano ad essere l'unico uomo al comando (i due saranno giustiziati pubblicamente).
Nel luglio 1976 fonda il Partito Socilista Rivoluzionario Somalo, di cui gestisce ogni mossa, collocando suoi familiari ai vertici e facendo crescere il culto della sua personalità. In breve le strade del paese saranno invase da grandi foto raffiguranti la sua persona. Barre utilizza anche la tecnica di mettere in contrasto i clan del paese, generando quel sistema di conflitti incrociati, che ancora oggi rendono difficile qualsiasi ipotesi di risoluzione pacifica del conflitto.
La Somalia è al contesa nella guerra fredda. Luogo strategico per posizione, Barre entra prima nella sfera dell'URSS, ma poi, quando i sovietici intervengono a fianco dell'Etiopia nella guerra contro la Somalia (Guerra dell'Ogaden, 1977-78), Barre entra sotto la protezione degli Stati Uniti e dei paesi arabi moderati.

Barre stringe solidi e interessati rapporti con l'Italia ed in particolare con Bettino Craxi, che nel 1985 concede (dopo una storia di cooperazione avviata agli inizi degli anni 80) un aiuto record alla Somalia di 550 miliardi di lire. E, proprio in quel periodo, si genera un complesso sistema di corruzione e di traffico di armi e rifiuti, che contribuirà massicciamente al disastro futuro della Somalia e all'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hravatin.
La Corte dei Conti italiana ha stabilito che dal 1981 al 1990 sono stati dati alla Somalia 1.506 miliardi di lire, serviti per costruire opere (mai finite e spesso inutili) di regime (vedi nel merito questo interessante articolo).

Alla fine degli anni '80 cresce il dissenso nei suoi confronti e nel solo periodo 1988-1990 il suo esercito elimina oltre 50 mila civili, accusati di ostacolare le sue "riforme". Nel luglio 1990, durante una partita di calcio, ordina all'esercito di sparare sul pubblico, accusati di manifestare dissenso nei suoi confronti. Ancora nel gennaio 1991, pochi giorni prima di venir destituito, fece bombardare la città di Harghesia, assistito da mercenari sudafricani, distruggendo oltre il 70% della città e causando almeno 5000 morti e oltre 500 mila rifugiati in Etiopia.

Il 26 gennaio 1991, la Somalia (in realtà alcuni clan di signori della guerra) mise fine alla dittatura di Siad Barre (che dopo essersi rifugiato nel nord del paese, passò per Nairobi, dove non fu molto gradito, per giungere infine a Lagos). La Somalia si liberava di un atroce dittatore e sconfinava in un baratro ancora più orribile, di cui oggi ancora non si intravede fine. La Somalia resta uno stato "tecnicamente fallito".

Siad Barre morì a Lagos di arresto cardiaco il 2 gennaio 1995.

Sul tema si può leggere l'interessante tesi di laurea di Paolo Andreatta sulla dittatura di Siad Barre che ricostruisce l'ascesa e la caduta di Barre.

Ecco alcuni post di Sancara sulla Somalia: 
- Somalia: la tragedia nel disastro
- Per colpa dei rifiuti
- Squalo a Mogadiscio, un ricordo
- Pirati di un paese inesistente 
- Libri: La trappola somala 
- Cinema: Black Hawk Down

Vai alla pagine di Sancara Le anime nere dell'Africa

lunedì 18 agosto 2014

Popoli d'Africa: Nuer

I Nuer (chiamati anche Naath) sono un'insieme di tribù (qualcuno li definisce impropriamente una confederazione di tribu), che oggi assommano a circa 3 milioni di individui e che vivono prevalentemente nel Sud Sudan con alcuni priccoli gruppi in Etiopia.

Sono pastori semi-nomadi organizzati in gruppi indipendenti e privi di figure leader (capi) che popolano le sponde dell'alto Nilo e che vivono tra giugno e ottobre (durante la stagione delle piogge) in villaggi sopraelevati e che, a partire da novembre, scendono verso valle seguendo le mandrie di bovini e ovini. Durante la stagione "a valle" coltivano anche mais, fagioli e tabacco e si dedicano alla pesca.

Stando agli storici essi sono giunti nell'attuale area intorno al XVIII secolo.

La cultura, le tradizioni e le abitudini dei Nuer sono ben conosciute grazie al lungo lavoro dell'antropologo inglese Edward Evan Evans-Pritchard, che negli anni trenta dedicò un'ampia parte della suoi studi e della sua vita a questo popolo da lui definito fiero e anarchico. Nel 1940 pubblicò un testo che è ancora oggi ritenuto un "capolavoro antropologico" che nel 2012 è giunto, in Italia, alla sua 12° edizione (I Nuer: un'anarchia ordinata), pubblicato da Franco Angeli.

Dei Nuer si evidenzia lo stretto legame, economico e culturale, con il proprio bestiame il quale accompagna l'intera esistenza di questo popolo ed in particolare le dinamiche che stanno attorno al matrimonio. Il bestiame si configura quindi come una sorta di identità culturale, per cui si vive e si combatte (molti dei frequenti scontri tra loro o con i  vicini hanno origine dal bestiame). Tale legame secondo alcuni recenti osservatori è stato fortemente intaccato dagli eventi bellici che hanno accompagnato il Sudan per tutto il secolo scorso, al punto tale che si è ipotizzato una sostituzione simbolica e non solo, del ruolo dei bovini con quello delle armi. Del resto l'impatto di oltre 50 anni di guerra è stato devastante: oltre a minare le basi culturali ha creato una diaspora di rifugiati che oggi si trovano in Kenya, negli Stati Uniti e in Australia.

Una particolarità ha sempre colpito nei Nuer è la possibilitità del matrimonio tra due donne, fatto alquanto insolito. Le donne possono sposarsi tra di loro e decidere chi diviene, all'interno della coppia, il padre. Vi è poi un terzo soggetto maschio (in genere un amico o un vicino) a cui è relegato il ruolo di padre biologico, ovvero colui che permette alla coppia di poter avere dei figli.

I Nuer utilizzano la scarificazione facciale, chiamata gaar, che rappresenta una segno di iniziazione e che distingue ogni sottogruppo. Per i maschi il raggiungimento dell'età adulta è posta intorno ai 16 anni, mentre per le donne è tra i 12 e i 13 anni.

I Nuer, estremamente religiosi, hanno subito poco l'influenza del cattolicesimo (solo una piccola parte si dichiara tale), mentre permane molto vivo il culto per gli antenati.

Per una approfondita trattazione vi rimando al blog Trip Down Memory Lane 
o al sito Nuer Online

Vai alla pagina di Sancara sui Popoli dell'Africa

giovedì 14 agosto 2014

Rinoceronti volanti



Le immagini della fotografa sudafricana Emma Gatland fecero già il giro del mondo qualche anno fa, pubblicate sul National Geographic. Esse documentavano, con grande bellezza, il trasferimento di alcuni rinoceronti  bianchi Sudafricani verso luoghi ritenuti più sicuri. Erano immagini stupende e allo stesso tempo tristi, tremendamente tristi. Le autorità sudafricane decretavano la sconfitta contro i trafficanti, contro quei bracconieri, che non esitavano a uccide animali a rischio estinzione per venderne i corni nei mercati asiatici.

Oggi la situazione appare ancora più grave. Il Ministro sudafricano dell'Ambiente, Edna Molewa, ha annunciato che i rinoceronti del Parco Kruger (l'ultima stima conta tra gli 8.400 e i 9.600 capi) saranno evacuati verso altre riserve in Sudafrica o all'estero.

Il motivo è sempre lo stesso: nei primi sei mesi del 2014 sono stati uccisi 618 rinoceronti in Sudafrica (370 nel Kruger). I tentativi di arginare il fenomeno sono stati inutili. 

La decisione segna probabilmente la definitiva sconfitta delle autorità sudafricane (ma, siamo onesti, più in generale del genere umano) a bloccare un fenomeno frutto dell'avidità, della follia e della stupidità umana.
Della stupidità perché oggi il maggiori mercati dei corni di rinoceronte sono la Cina e il Vietnam, che attribuiscono ai corni poteri curativi (e miracolosi) che nessuno è ancora riuscito a dimostrare. I suoi supposti poteri miracolosi antitumorali attraggono acquirenti disposti a tutto pur di non cedere al cancro.
E i bracconieri non esitano a amputare i corni (che sono di cheratina) dei rinoceronti lasciandoli agonizzanti e indifesi a morire.
Il business del corni (assieme a quello dell'avorio e delle pelli) è orami in mano ad organizzazioni criminali che agiscono con mezzi e strutture che perfino gli apparati statali faticano a contrastare.

Questi criminali stanno distruggendo un patrimonio che appartiene a tutti noi, e che tra breve nessuno più potrà restituirci, spesso tra l'indifferenza dei paesi dove i commerci avvengono.

Il rinoceronte bianco (in realtà poco distinguibile dal suo gemello nero) è stato salvato dall'estinzione grazie ad alcuni progetti di "ripopolazione" (soprattutto in Namibia e Sudafrica) che hanno fatto ottimi risultati.
Il rinoceronte nero invece è una specie a rischio critico di estinzione (quello che popolava l'Africa Occidentale è già ritenuto estinto).

Non vi preoccupate: il trasferimento in elicottero, legati per le zampe (e con una sedazione) nonostante possa apparire "cruenta" è ritenuta dai veterinari il miglior modo per trasferire questi animali (il viaggio in camion sarebbe molto lungo e affaticante per gli animali). Gli esperti giurano che ai rinoceronti all'arrivo resta solo un po' di mal di testa e di vertigini!

Vi invito a visitare e seguire il sito Traffic, che segue i commerci illegali di animali (o parti di essi) nel mondo

Ecco le foto di Em Gatland dal suo sito (questa invece è la sua pagina Facebook)

venerdì 8 agosto 2014

Moringa: l'albero della vita

Il nome Moringa a molti di noi non evoca praticamente nulla. Suona forse un pò esotico e niente più. In altri luoghi del pianeta questa pianta (nelle sue specie piu' comuni, oleifera e stenopetaia) potrebbe rappresentare una salvezza per intere popolazioni. Si tratta infatti di una pianta, che può raggiungere i 10 metri di altezza, la quale sopravvive anche alla siccità (in alcune aree è chiamata "pianta che non muore mai") e di cui si usa, da un punto di vista alimentare, praticamente tutto.
Alcuni l'hanno definita una pianta miracolosa, per le sue molteplici caratteristiche nutrizionali e non solo. Le due varietà descritte, originarie una dell'India e l'altra dell'Etiopia, erano conosciute da tempo nella medicina ayurvedica e da alcuni gruppi etnici africani del Sudan e del Corno d'Africa.
Le importanti (e per certi versi sbalorditive) proprietà della pianta, si riassumono in:

- unico vegetale esistente le cui proteine (semi) contengono tutti gli aminoacidi essenziali
- le foglie contengono grandi quantità di Vitamina A (più delle carote), di Vitamina C (più delle arance), di potassio (più delle banane) e di calcio (più del latte).
- i semi producono un olio ricco di acido oleico
- si mangiano anche frutti, radici (più come aroma) e fiori
- le foglie secche sono usate anche come foraggio per animali
- è una pianta mellifera (adatta a far produrre miele alle api)
- i semi macinati hanno un potere purificante per l'acqua
- si utilizza in cosmesi e in medicina

foto dal sito African Community Proje
Se per noi questa pianta è vista soprattutto come medicinale, qualcuno ha iniziato a pensarla come risorsa alimentare (a volte unica) per aree del pianeta dove, fame, carestie e siccità fanno da padrone. Sono in corso studi per comprendere l'utilizzo di questa pianta nell'ambito dei processi volti a ridurre la fame nel mondo. Le sue doti incoraggiano molte organizzazioni a favorire la coltivazione di questa pianta, inserendola in luoghi adatti climaticamante, ma senza tradizioni relative all'utilizzo. Si moltiplicano infatti i piccoli progetti per la coltivazione di Moringa in aree rurali africane (Tanzania, Camerun, Etiopia, Kenya, Zambia e Sudafrica) e non solo.
Vi sono già importanti esperienze e in alcuni casi è già possibile trarre le prime incoraggianti conclusioni.

Questa è senz'altro l'applicazione più interessante, tra quelle della Moringa, in quanto tende a fornire apparentemente semplici strumenti alle popolazioni locali per incidere, speriamo significativamente, sulla loro esistenza. Un meccanismo di autodeterminazione che inoltre sgancia dalla necessità di dipendere (come per altri prodotti) da esperti, supervisori e consulenti, oltre che da tecnologie e pezzi di ricambio.

Naturalmente sia chiaro, stiamo parlando di risposte locali ai problemi legati alla fame e alla malnutrizione o semplicemente alle difficoltà della vita e non di una panacea universale per risolvere problemi che hanno dinamiche molto complesse. 

Ecco una pagina dedicata alla Moringa, e qui un'altra in inglese.
Ecco una trattazione sull'uso della Moringa nella malnutrizione
Ecco una pagina dedicata alla chiarificazione dell'acqua con questa pianta 
Uno dei siti per acquistare prodotti

Ecco il progetto di Mama Natura Onlus in Tanzania

lunedì 4 agosto 2014

Colera. Ancora difficile la sua sconfitta in Africa

Nell'ultimo bollettino settimanale epidemiologico dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO), si tracciano i confini del colera nel mondo. Dei 129.064 casi registrati ufficialmente nel 2013, quasi la metà, 56.329 casi sono stati registrati in Africa (in 22 diversi paesi). Considerato che degli altri casi, oltre 58 mila sono avvenuti ad Haiti, appare evidente che è ancora l'Africa "a tenere viva" una malattia delle più classiche del sottosviluppo. Nel 2001, per fare un esempio, il 94% dei casi di colera nel mondo erano in Africa.
L'OMS stima altresì che il numero complessivo dei casi di colera possa essere molto più ampio (tra il milione e i 4 milioni) e che problemi di diagnosi differenziale e i tentativi di occultare dei casi per paura dell'impatto sul turismo (soprattutto in Asia), portano a sottostimare, molto, la malattia.

Ma, partiamo dall'inizio.

Il colera è una malattia del tratto gastro-intestinale determinata da un batterio, Vibrio Cholerae, scoperto a metà del 1800 da un anatomo-patologo italiano. Nonostante la "lunga conoscenza" del vibrione e la sua quasi scomparsa dal nord del pianeta, ancora oggi non tutte le caratteristiche di trasmissione ed epidemiologiche sono perfettamente conosciute e non esiste un vaccino degno di questo nome.

E' certo che la trasmissione avviene esclusivamente per via oro-fecale attraverso acqua e cibi contaminati dalle feci. E' altrettanto vero che solo quando non trattato il colera uccide e che il trattamento consiste principalmente nell'idratazione (ovvero bere, o iniettare, acqua e sali minerali). Infatti le scariche di diarrea, abbondantissime, portano rapidamente alla disidratazione e alla conseguente morte. Perfino gli antibiotici hanno solo lo scopo di diminuire la durata della malattia.

Ecco che il problema principale diventano l'acqua (ancora poco accessibile quella potabile in molte zone del pianeta, ed in Africa in particolare) e i servizi igienici (ancora inesistenti in molte aeree).

Nel 2013, stando ai dati ufficiali, sono stati 47 i paesi che hanno registrato almeno un caso di colera. (erano 48 nel 2012). La mortalità ufficiale è molto bassa (1,6%). 
Tra i paesi più colpiti (esclusa Haiti, la cui epidemia scoppiata nell'ottobre 2010 non si è ancora arrestata, sabbene i casi siano in netta diminuizione), figurano, nell'ordine, la Repubblica Democratica del Congo (26.944 casi), la Somalia (6.864 casi), l'Angola (6.655 casi), la Nigeria (6.600 casi), l'India (6.008 casi) e l'Afghanistan (3,957 casi).
Paesi che sono caratterizzati da aree di forte povertà e da assetti amministrativi-governativi difficili e non capaci di intervenire nei contesti epidemici.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità non ritiene necessario nessun tipo di azione per quanto riguarda immigrazione e viaggi, in quanto come si evince da quanto detto, nei nostri paesi i pericoli di epidemia sono assolutamente nulli. In Italia l'ultima epidemia degna di questo nome risale al 1973, mentre nel 1994 a Bari furono registrati, eccezionalmente, 10 casi. Nel 2013 vi sono stati in Europa 7 casi di colera "importato" (di cui uno in Italia) che sono stati facilmente circoscritti.
L'OMS sottolinea anche che sono in uso due vaccini, che non hanno un livello di protezione alto tale da giustificare campagne preventive.

Vi è un dato preoccupante: dopo una costante diminuzione dei casi dagli anni '90 e fino al 2005, i casi di colera sono ripresi a salire a causa di una sensibile vulnerabilità dei soggetti nei paesi che sembravano aver iniziato una lenta  via di sviluppo. Questo dato è confermato anche dal recente rapporto UNDP sullo sviluppo.

Appare quindi evidente che l'eradicazione di una malattia come il colera passa attraverso due imperativi: acqua e servizi igienici. Una scommessa ancora difficile da vincere in Africa.