lunedì 23 maggio 2016

Migration Compact, un pasticcio europeo?

Il Migration Compact è una proposta italiana, voluta fortemente dal Primo Ministro, che andrà in discussione in Commissione Europea il 7 giugno, per essere approvato, in via definitiva, dal Consiglio il 28-29 giugno prossimo. Si tratta sostanzialmente di un accordo tra Europa e paesi africani (soprattutto dell'area del nord Africa, Sahel e del Corno d'Africa) il quale, in cambio di investimenti pubblici-privati, prevede un rigido controllo dei flussi migratori in partenza.
Si tratta di un'operazione complessiva di circa 60 miliardi di euro, di cui una prima parte intorno ai 5 miliardi, finanziata direttamente dall'Europa e il rimanente da accordi con privati e governi e la probabile emissione di obbligazioni (bond) dedicate.
E' un operazione di risposta ai temi della migrazione, che sostanzialmente sposta i confini verso il sud in cambio di denaro.
Se apparentemente a qualcuno potrebbe sembrare una strada ragionevole, in realtà si rivela insidiosa e pasticciata.
In primo luogo vi sono esperienze passate che hanno adottato analoghe procedure e che hanno finito con creare enormi disastri. Vi sono stati anni in cui la Banca Mondiale e il Fondo Monetario  hanno elargito enormi contributi ai paesi in via di sviluppo in cambio di riforme strutturali e "democrazia". Il risultato è stato drammatico per la maggioranza della popolazione e fantastico per pochi (spesso i governi di turno). In Africa dagli anni '50 ad oggi sono stati spesi oltre un trilione di dollari in aiuti allo Sviluppo: il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Come ha avuto modo di dire l'economista dello Zambia Dambisa Moyo, gli aiuti sono un "killer silenzioso alla crescita".
Qui la questione, se è possibile, si complica. Viene richiesto - in cambio di aiuti a progetti - di fermare i migranti. Nel testo della proposta italiana non c'è una riga dedicata ai diritti umani, come se qualsiasi sia lo strumento che si usa per fermare la gente sia lecito.
Si arriva perfino ad ipotizzare che la valutazione delle domande di richiesta d'asilo venga fatta in loco (presumo nel paese confinante) o di farsi carico dei dinieghi d'asilo e della espulsioni dall'Europa (immaginate cosa sarà di un profugo che rientra dal Paese da dove è scappato).
Appare evidente che siamo difronte a paesi dove la democrazia è spesso, per essere buoni, sospesa. Se si analizzano i paesi del mondo dove da più tempo vi è un uomo solo al potere, tolti i monarchi europei (spesso di facciata) i primi 5 posti sono occupati tutti da paesi africani (nell'ordine Camerun 40 anni, Guinea Equatoriale 36 anni, Angola 36 anni, Zimbabwe 35 anni, Uganda 30 anni). Una concentrazione di potere tale per cui qualsiasi cosa è resa possibile. Inoltre, dei circa 50 conflitti regionali nel mondo, oltre il 60% sono nel continente africano.
Affidare a questi paesi il controllo dei propri confini per impedire che la gente scappi è come promuovere un pedofilo alla direzione di un asilo per l'infanzia!
Il rischio di sistematiche violazioni dei diritti umani è, non solo dietro l'angolo, ma appare inevitabile.
Vi è anche un altro tema che deve assolutamente essere affrontato. Il diritto degli individui, ovunque si trovino nel mondo, a cercare un modo migliore per vivere e quindi anche a migrare per questo. Il Migration Compact rischia di creare un grave squilibrio tra chi ha i mezzi per muoversi (che non verrà assolutamente fermato) e chi invece, privo di mezzi, sarà costretto alla lenta agonia quando non alla morte certa.
Il palinsesto della proposta italiana, che usa termine quasi esclusivamente economici, basa tutte le sue azioni sul principio che siamo di fronte ad una emergenza (nostra) a cui non siamo in grado di far fronte. Anche questa interpretazione è opinabile: se è vero che vi è un aumento dei richiedenti asilo (e non delle migrazioni che in Europa restano sostanzialmente stabili) è altrettanto vero che oggi essi sono ospitati per oltre 85% nei paesi in via di sviluppo.

La proposta, seppur non ancora approvata (sarà oggetto sicuramente di revisione, ma suppongo esclusivamente sul piano della reperibilità delle risorse) rischia di complicare lo scenario già molto complesso.
Non si parla di crisi umanitarie che scatenano le fughe, non si parla delle reti criminali (qui e li) che incentivano i flussi e da essi guadagnano cifre da capogiro (si stima che il business dei migranti sia la seconda fonte di guadagno dopo le droghe), non si parla di accesso al sapere, non si parla di democrazia, non si parla di risorse che continuiamo a depredare e ancor peggio a comprare dai signori della guerra. No, tutti i mali provengono da alcune centinaia di migliai di persone che rischiano la vita (spesso muoiono) e che sono "accolti" come fossero la peggiore delle epidemie.
 
A scanso di equivoci avere dubbi su questa proposta non equivale a non ritenere una strada assolutamente da percorrere quella dello sviluppo (serio e rispettoso dei diritti umani) di condizioni migliori nei paesi "di fuga" che favoriscano "il diritto" di rimanere nel proprio paese di nascita a condurre la propria esistenza. 

Ecco la copia del testo integrale del Migration Compact

lunedì 16 maggio 2016

Crimini rituali in Gabon (e non solo)

Parlare di crimini rituali ai nostri giorni, può sembrare quasi un assurdo. Viviamo in un mondo (il nostro, sia chiaro) in cui queste cose sembrano appartenere al passato remoto o essere confinate a situazioni di estrema margionalità, criminalità e naturalmente patologiche. In altri luoghi del pianeta però parlare di crimini rituali (o di sacrifici umani, per semplificare molto) non è così fuori contesto. da tempo l'UNICEF e le Associazioni di difesa dei Diritti Umani lanciano segnali di allarme rispetto a situazioni in cui si fondono elementi di modernità (internet, comunicazioni, commercio online) e suggestioni e riti scaramantici che accompagnano il corso della vita.
Amuleti, feticci, stregoneria, pozioni e polveri magiche si trovano e si vendono in molti paesi africani (ma non solo).
Oggetti fabbricati nei più svariati modi, tra cui organi di esseri viventi, non solo animali.
Numeri precisi non si hanno. Ma, da tempo in Gabon è attiva un'associazione (ALCR - Association de Lutte contre le Crimes Rituels), nata da un gruppo di genitori di bambini scomparsi e trovati orrendamente mutiliati, che hanno verificato oltre 130 casi di minori vittime di crimini rituali. 
La situazione - che è già stata segnalata nel passato (tra tutti vi segnalo questo articolo sul Manifesto) appare più seria di quello che si può pensare, perchè elementi delle tradizioni antiche si fondono con il crimine. Riti di iniziazione, presenza di sette clandestine e fenomeni quali il vampirismo cavalcano credenze, magia e un eccessivo bisogno di protezione soprattutto - e questo è l'elemento più imbarazzante - tra le classi più alte della popolazione.
Infatti, feticci di protezione e di successo, spesso molto costosi, raggiungono gli strati sociali più alti alla frenetica ricerca di successi nella vita. In tutta l'Africa Occidentale (sospetti vi sono oltre che in Gabon anche nel Mali e nel Senegal) vi sono indizi per cui i crimini rituali siano stati usati in campagne politiche ed elezioni (da cui una certa protezione degli stregoni-criminali). Naturalmente, neanche a dirlo, le vittime dei sacrifici appartengono tutte alle classi sociali più povere. Tra di loro molti sono bambini albini, che soprattutto in Africa Orientale sono oggetti di violenze e assurde credenze.
Possimo ovviamente liquidare la questione con l'arretratezza culturale e umana che proviene dall'Africa ma, alcuni studiosi vedono nella grande disparità economica presente soprattutto nelle grandi città africane, la base per cui la paura di scivolare negli inferi porta ad affidarsi ad assurde e criminali pratiche spesso senza la reale consapevolezza della complessità) e crudeltà) del fenomeno. Di contro, la grande presenza di infanzia abbandonata, che vive per strada e alla giornata, li porta ad essere, come scrive lo studioso del fenomeno Filip De Boeck, "catalizzatori di un disagio collettivo diffuso".
In alcuni luoghi del continenete africano i bambini pagano un tributo alla vita enorme. Coinvolti in guerre, sfruttati nel lavoro, soggetti a malattie di ogni tipo, oggetto di attenzioni sessuali e fuori dai circuiti dai circuiti della formazione, rischiano di finire nelle mani di scicalli e approfittatori di ogni sorte.

Ecco una petizione, proprio su questo tema, su Change, per chi volesse firmarla


lunedì 2 maggio 2016

Avorio, il grande rogo

La scelta di questi giorni del Kenya, ovvero quella di bruciare quasi 100 tonnellate avorio e oltre una tonnellata di corni di rinoceronti non è nuova. Fu proprio il Kenya, nel 1989, a fare un rogo di grandi dimensioni (circa 11 tonnellate). Altri sono stati fatti in altri paesi, tra cui uno di quasi una tonnellata a Roma, lo scorso aprile. Stiamo parlando, tanto per capirci, di qualcosa come 8-10 mila elefanti abbattuti. Una vera e propria strage. E' una posizione forte quella del Kenya, che da tempo chiede una moratoria totale sul commercio di avorio. Una posizione anche d'effetto (le foto e le riprese dei roghi sono rimbalzate in tutto il pianeta) dove le autorità kenyote, con il testa il Presidente della Repubblica Uhuru Kenyatta hanno invitato organizzazioni ambientaliste e personaggi delle spettacolo. Una moratoria quanto mai necessaria, visto che tra elefanti e rinoceronti il bracconaggio mette a dura prova l'esistenza in vita di specie che oramai vivono solo nel continente africano (l'elefante indiano non ha zanne. per sua fortuna!).
Il Kenya ha anche dovuto superare l'idea di molti paesi vicini, Tanzania in testa, che ritengono che debba essere lo stato a vendere l'avorio sequestrato per ricavarne soldi per la lotta al bracconaggio. Un'ipotesi che non piace molto, perchè continua a mantenere vive un commercio che deve essere spezzato alla radice.
Il commercio dell'oro bianco (così è chiamato l'avorio) rende molto e all'interno di questo grande business si sono lanciati non solo le organizzazioni criminali ma, anche, le organizzazioni terroristiche molto attive in Africa. Al mercato nero di parla di circa 3000 euro al chilo.
A fine anno in Sudafrica si riunirà la conferenza della Convenzione Mondiale per il commercio delle specie a rischio estinzione (CITES), firmata nel 1973, e che ha lo scopo di regolamentare il commercio di flora e fauna a rischio estinzione.


Ecco un vecchio post di Sancara sul commercio dell'avorio
Ecco un post sugli elefanti  
Ecco un post sui rinoceronti neri

mercoledì 27 aprile 2016

Land Grabbing: l'Etiopia ci ripensa?

La notizia, destinata a far discutere, è rimbalzata, attraverso l'agenzia di stampa Reuters, su Nigrizia, l'organo di informazione delle missioni Comboniane e per ora non è stata ripresa da nessun organo di informazione maggiore.
L'Etiopia, da anni "aveva messo sul mercato" ettari e ettari di terreno da dare in affitto, concessione o vendita ad investitori stranieri. Il fenomeno (che vede protagonisti altri paesi del mondo, non solo in Africa), nato alla fine degli anni '90 e ingigantitosi dopo la crisi del 2008, era stato subito chiamato Land Grabbing (letteralmente afferrare, rapinare la terra), vedeva coinvolti da una parte paesi poveri, con terre fertili incolte, bisognosi di fare cassa e dall'altra paesi e multinazionali bisognosi di terre fertili da sfruttare.
Due erano i canali principali di sfruttamento della terra: la necessità di "orti/campi" per il fabbisogno interno (in particolare nei paesi del Golfo Arabico) o di terreni per coltivare piante per ricavarne bio-carburanti. Spesso, come nel caso dell'olio di palma, le due cose erano combinate.
La questione ha creato grandi proteste di ambientalisti e popolazioni locali. In primo luogo perchè le terre incolte erano in realtà occupate da tribù nomadi o da contadini che in questo modo venivano private delle loro sussistenza e in secondo luogo perchè questo moderno neo-colonialismo rischiava di avere un impatto negativo sulla vita sociale ed economica dei paesi.
Le stime parlano di oltre 15 milioni di ettari (ovvero un territorio vasto come la Tunisia), nella sola Africa, dati in concessione, con quasi 500 contratti firmati. 
Gli organismi internazionali, più volte chiamati in causa, non sono stati capaci di assumere decisioni in tal senso (come la richiesta di una moratoria) e spesso si sono schierati (come è il caso della Banca Mondiale) a favore di speculatori e multinazionali. Oggi i "proprietari terrieri a casa d'altri" sono, in ordine di terre possedute, Stati Uniti, Malaysia, Singapore, Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Canada, India, Russia, Arabia Saudita e Cina.
La novità è che, il governo Etiope ha deciso autonomamente di sospendere a tempo indeterminato la vendita di terre. Il motivo è che solo il 30% delle terre vendute o affittate sono oggi coltivate e che lo sviluppo auspicato delle aree (su cui il governo aveva sperato) non si è verificato. L'effetto sulla macroeconomia e sull'occupazione è inesistente.
Insomma, come qualche visionario aveva anticipato, la rapina delle terre non corrispondeva a occupazione, sviluppo o emancipazione (come i governi volevano far credere) ma, a mera speculazione da usare a piacimento e all'occorrenza. La sospensione giunge poi in un momento in cui l'Etiopia attraversa l'ennesima grave crisi alimentare dove a fronte del fatto che risulta difficile sfamare 10 milioni di persone, vi è un'enorme quantità di terra fertile inutilizzata. 
E' presto per capire la portata di questa decisione, che potrebbe essere la chiave di volta verso un diverso modo di approcciare al problema o semplicemente una bolla di sapone che si dissolve con un piccolo ritocco al prezzo (oggi irrisorio, dai 20 ai 150 birr per ettaro, ovvero 0,80-6 euro) delle concessioni.

Per saperne di più vi fornisco il link alla raccolta di tutti i post apparsi su Sancara in merito al Land Grabbing. 

Vi segnalo inolte l'inmminente uscita (in autunno) del libro Land Inc ,
un viaggio fotografico tra le terre oggetto di Land Grabbing curato dalla giornalista Cecile Cazenave, dal collettivo TerraProject e l'agenzia Picture Tank.

martedì 26 aprile 2016

World Malaria Day 2016

Ieri, 25 aprile, si è celebrato il World Malaria Day, una giornata di iniziative, pensiero e attenzione, istituita nel 2007, su quella che era un tempo tra le prime cause di morte in Africa. Un tempo, appunto. Ma andiamo con ordine.
Certo è che per quasi la metà della popolazione del mondo (circa 3,2 miliardi) la lotta alla malaria è quotidiana. In 97 paesi del mondo la malaria continua a colpire. Nel corso del 2015 sono stati 214 milioni i casi di malaria (erano nel 2008 243 milioni) di cui l'88% in Africa sub-sahariana, mentre 438 mila sono stati i morti (erano 863 milioni nel 2008) di cui oltre il 90% in Africa. Il 70% dei morti sono bambini sotto i 5 anni. Casi e morti si concentrano, per oltre il 90%, in una ventina di paesi africani.
Bisogna anche riconoscere che nonostante le difficoltà i successi - sebbene mai definitivi e permanenti - sono molti ed hanno portato a ridurre la mortalità malaria-correlata del 60% a partire dal 2000.
Alcuni paesi sono riusciti a raggiungere lo status di malaria-free, come è il caso del Marocco o a ridurre l'incidenza a meno di 10 casi l'anno (come l'Algeria).
Restano però molto alti i costi. Per mantenere i successi e per continuare a sperare di eradicare, in modo permanente, la malattia, sono necessari circa 5,1 miliardi di dollari ogni anno (di cui solo la metà realmente coperti).
Gli interventi, in assenza ancora di un vaccino, ruotano attorno alla prevenzione (bonifica dei terreni dove vivono le zanzare, utilizzo di zanzariere) e alle cure farmacologiche. Le cure, sempre più mirate ed efficaci, grazie anche a nuovi farmaci, rappresentano il vero problema a causa degli alti costi e della difficoltà a garantire l'accesso rapido alle terapie a tutti. 
Infine da non sottovalutare la questione della resistenza ai farmaci. In molte aree del pianeta si era sviluppata una forte resistenza alla terapia con la clorochina (farmaco di elezione nel passato), oggi si assiste, per ora nel Sud-Est asiatico, alla resistenza all'artemisinina, il farmaco maggiormente in uso oggi.

Ecco il sito del World Malaria Day
Ecco il link al World Malaria Report 2015 
Ecco il sito dell'OMS dedicato alla Malaria

Ecco i post di Sancara sulla Malaria:

sabato 16 aprile 2016

Il poema epico T'heydinn

Tra le tradizioni della Mauritania quella dei poemi epici T'heydinn che raccontano le gesta degli emiri e dei sultani Mori rischiava di essere perduta per sempre senza un intervento importante della comunità internazionale. Nel 2011 infatti, l'UNESCO, pose i poemi nella lista dei Patrimoni immateriali dell'umanità che necessitano di cure e salvaguardia. Una sorta di tutela di una manifestazione culturale e artistica, in lingua Hassaniya, che da secoli si tramanda attraverso i cantastorie griots (o iggawen) che sono accompagnati dalla musica degli strumenti della tradizione (il tidnit, uno strumento a 6 corde simile ad un liuto, l'ardin, una simil-arpa a 13 corde, oltre alle immancabili percussioni come il tbal). Oggi i cantori sono sempre meno e sempre più anziani.

Il loro compito è stato quello, oltre che salvaguardare la memoria collettiva, di tenere vivo quel legame tra la comunità e la loro storia.
I poemi, alcune dozzine, risalenti XVII secolo, raccontano infatti la nascita e l'evoluzione della cultura e dell'arte dei Mori, delineandone i passaggi fondamentali e le tappe più significative.
Essi sono cantati e suonati durante le maggiori cerimonie della comunità, dai matrimoni alle feste di riconciliazione. 
Tra gli interventi a sostegno della salvaguardia vi è quello della trascrizione dei poemi e della formazione dei giovani griots (che storicamente erano sostenuti, per la loro sopravvivenza, dalla comunità). 

Ecco il link al video promosso dall'UNESCO sui poemi
 
Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni Immateriali in Africa

lunedì 11 aprile 2016

Supereroi dalla Nigeria

La nostra generazione è cresciuta leggendo i fumetti della Marvel. Quell'universo di eroi dagli strani poteri speciali che hanno accompagnato la crescita di milioni di ragazzi ha resistito al passo dei tempi. Dalla carta stampata dei primi anni '60 (quando vi è stata la vera esplosione dei fumetti di casa Marvel, nata in realtà nel 1939) si è giunti agli effetti speciali dei film degli ultimi anni, senza per nulla perdere quel fascino che ha sempre incuriosito giovani e meno giovani.
Un pubblico vasto di appassionati e veri e propri cultori ha permesso di diffondere le imprese dell'Uomo Ragno o dei Fantastici Quattro, in ogni angolo del nostra pianeta.
Proprio da queste premesse nel 2013 nasce in Nigeria una start-up che ha puntato, decisa, a creare una nuova generazione di supereroi africani.
Basata a Lagos, la Comic Repubblic, fondata dall'artista Jide Martin (al tempo poco meno che quarantenne e grande appassionato di fumetti Marvel) assieme ad un gruppo di amici e collaboratori, si è distinta subito per il suo approccio sociale al mondo dell'impresa. Le strisce - di grande qualità - sono scaricabili gratuitamente dal sito (l'azienda punta tutto sulla pubblicità) e i personaggi più in voga sono costituiti ad esempio da Guardian Prime (già soprannominato il Superman nero) un venticinquenne nigeriano, disegnatore di moda che usa la sua forza per cambiare, in meglio, la Nigeria, oppure da Hilda Avonomemi Moses, una donna che proviene da un piccolo villaggio rurale dell'Edo State e che può vedere gli spiriti o ancora Marcus Chigozie, un adolescente di buona famiglia che può muoversi a velocità supersonica.
Insomma un mondo di eroi che sta conquistando i giovani africani (e non solo, perché metà dei downloads provengono da Stati Uniti e Gran Bretagna) e che cresce di mese in mese. Subito i personaggi sono stati anche richiesti come simboli per campagne educative da organizzazioni governative e non.
Assieme ai fumetti crescono anche la voglia di arte e di appuntamenti ad essa dedicata. La Nigeria ospita annualmente il Comic Con (una convention dedicata al fumetto che emula quelle più conosciute americane o europee) così come accade in Kenya.
Il mondo del fumetto si muove in tutta l'Africa. Dal Sudafrica proviene il giovane eroe Kwenzi (stella in lingua Xhosa - ecco il sito), disegnato da Loyiso Mkize, che vive, da supereroe, in una immaginaria città futura nata delle ceneri di Johannesburg e chiamata Gold City. 
In Kenya , a Nairobi, da anni viene pubblicata la striscia di Shujazz che è oramai diventata, con milioni di copie distribuite, un vero e proprio simbolo tra i giovani kenioti.

Anche questo è uno di quei importanti segnali di un'altra Africa, non quella delle drammatiche immagini degli assassini di Boco Haram (le uniche purtroppo che arrivano nel grande schermo) ma, quella dei giovani e delle imprese, della cultura e dell'arte. Un Africa che fatica a far conosce la sua faccia più bella  ed interessante: quella che guarda al futuro e lo sfida con grande creatività e tenacia.



mercoledì 6 aprile 2016

Mai più Ruanda

Sono passati 22 anni. Il tempo necessario perchè uno dei tanti bambini, nato da vittime degli stupri (secondo le stime 250 mila donne), sia abbastanza grande da provare a capire qualcosa che non è possibile nemmeno immaginare. Cento giorni, poco più di tre mesi, il tempo necessario per massacrare quasi un milione di persone, ad un ritmo di 10 mila al giorno (o se volete 8 persone al minuto), per mutilarne centinaia di migliaia e per stuprare e torturare almeno 250 mila donne. 
Questo accadde a partire dal quel maledetto 6 aprile 1994, quando, a seguito dell'abbattimento dell'aereo che trasportava i presidenti di Ruanda e Burundi, come ha avuto modo di scrivere Silvana Arbia, magistrato presso il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, "si è verificato il più grande black-out delle tutele civili e giuridiche mai avvenuto nella storia recente dll'umanità".
Tutto avvenne sotto gli occhi - distratti quando non complici - della comunità internazionale e del mondo intero.
Non fu un atto di follia, come si è tentato di far credere e nemmeno una questione etnica. Fu un genocidio programmato. Degli allarmi lanciati, da più parti anche autorevoli come il Capo Missione ONU, il generale canadese Romeo Dallaire, mesi di prima del 6 aprile, si trovano tutte le tracce. Furono tutti inascoltati. Così come appare folle non essere intervenuti ed aver ritirato, poco dopo l'inizio della mattanza, una parte consistente del contingente delle Nazioni Unite. 

Sul genocidio del Ruanda fu invece istituito, mesi dopo, un Tribunale Internazionale per far luce sulle colpe.


Il Tribunale penale Internazionale del Ruanda è stato istituito con la risoluzione 955 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l'8 novembre 1994 che ne approvò lo Statuto. Ha iniziato ad operare dopo il 7 febbraio 1995, quando con la risoluzione 977 fu disposta la sede ad Arusha in Tanzania. Il primo processo si tenne nel gennaio 1997. Complessivamente vi sono stati 5800 giorni di udienze e oltre 3000 testimoni che hanno ripercorso quei terribili 100 giorni. Ha chiuso ufficialmente il suo lavoro il 31 dicembre 2015 dopo aver analizzato le posizioni di 93 imputati per genocidio e di gravi violazione dei diritti umani e con 61 condanne definitive e 14 assoluzioni.
I testimoni hanno raccontato cose atroci. Nessuna condanna potrà mai risarcire o far dimenticare quei giorni.
Stupiscono però due cose: la prima è che, nonostante l'obbligo - sancito da una Risoluzione della Nazioni Unite - di tutti i Paesi membri a collaborare con il Tribunale Internazionale, alcuni carnefici vivono protetti in paesi anche occidentali (la Francia tra questi). La seconda è che una sola donna è stata condannata dal Tribunale Internazionale (sono oltre 2000 quelle condannata dai tribunali ruandesi). Sia tratta di Pauline Nyramasuhuko, amica della moglie del presidente assassinato (Juvenal Habyarimana) e all'epoca Ministro della Famiglia e della Promozione Femminile. E' anche l'unica donna al mondo condannata (con l'ergastolo) per stupri di massa quale crimine contro l'umanità. Il Tribunale ha accertato che impartiva ordini alle milizie, guidate dal figlio, comandando "prima di uccidere le donne, dovete stuprarle".


Forse è solo un luogo comune quello che dice che "la storia è ciclica e che si ripete". Osservando però i fatti avvenuti, almeno negli ultimi secoli, si ha la sensazione che questa affermazione sia vera. Dire che l'uomo non impara dalle proprie esperienze, sembra banale ma, i fatti sembrano invece convalidare questa tesi. 
Per questa ragione ricordare quando accaduto, essere vigili ad ogni timido segnale di rottura dei sistemi di protezione e tutela civile, insistere sull'applicazione universale dei più elementari diritti umani, denunciare ogni forma di abuso non è solo un dovere di tutti noi ma, rappresenta sempre di più l'unico sistema per impedire che non vi sia mai più un altro Ruanda.


Ecco il sito con tutte le sentenze del Tribunale Penale Internazionale del Ruanda

Sancara, come è oramai tradizione per i temi importanti,  ha preparato un piccolo PDF (ecco il link) dove sono raccolti tutti i post sul tema Ruanda  pubblicati dalla nascita di questa blog.