venerdì 17 giugno 2016

Il Delta del Niger si riaccende

E' di questi mesi la notizia dell'entrata in scena, nel pluridecennale conflitto del Delta del Niger in Nigeria, di un nuovo gruppo di guerriglia chiamato Niger Delta Avengers (NDA), ovvero i vendicatori del Delta del Niger.
Le loro azioni, principalmente di sabotaggio e distruzione degli oleodotti, ha prodotto un importante e cruciale effetto: la riduzione drastica della produzione di petrolio che ha portato la Nigeria a perdere il primato della produzione nel continente africano a scapito dell'Angola.
La questione del Delta del Niger è, non solo attuale, ma, è all'origine di gran parte delle difficoltà della Nigeria di oggi e causa indiretta di una serie di effetti che si vedono anche da noi, come la tratta di esseri umani (giovani donne) ai fini dello sfruttamento sessuale.
Ma, proviamo in modo sintetico, a fare un pò di ordine.
Poco prima dell'indipendenza (avvenuta nel 1960), alla fine degli anni '50, in Nigeria ed in particolare nel Delta del Niger viene scoperto il petrolio In realtà le prime trivellazioni iniziano alla fine degli anni '30). Già dal 1958 le grandi compagnie petrolifere, a partire dalla Shell (ma poi seguiranno Chevron, Exxon, Total, Agip - oggi ENI - ed altri) sono attive nel paese.
In trenta anni (dal 1960 al 1990) la produzione petrolifera cresce, facendo diventare la Nigeria uno dei primi 15 produttori al mondo. Una produzione destinata interamente all'estero (ancora oggi la quota consumata nel paese è minima - nel 2011 era di 0,69 barili pro-capite contro gli 8,74 dell'Italia). I vantaggi del grande business si distribuiscono tra le multinazionali (cifre enormi), tra la classe politica corrotta, che si succeduta attraverso guerre e colpi di stato (cifre importanti) e la popolazione (quasi zero). Dal Delta del Niger arriva l'80% del PIL nazionale della Nigeria, che è speso altrove (al Nord).
Il risultato è che: la multinazionali estraggono il petrolio senza badare ai danni ambientali - hanno devastato un territorio enorme e fino a prima del loro arrivo, un gioiello della natura. Per fare ciò pagano profumatamente la classe dirigente che si arricchisce (negli anni 90 in Nigeria si parla di vere e proprie "cleptocrazie") ed assieme ad essa cresce la criminalità che si organizza (offre servizi sporchi alle multinazionali, come eserciti privati e ritorsioni contro chi si mette di traverso) e si rende economicamente forte fino ad inventarsi propri e sempre più redditizi business (come la tratta degli esseri umani e il commercio di stupefacenti). Infine, la popolazione, che per la stragrande maggioranza non solo non gode degli enormi introiti petroliferi, ma ne paga conseguenze gravi sotto il profilo nella salute e dell'ambiente.
A partire dagli anni '90 le prime popolazioni insorgono. I primi a farlo sono il popolo Ogoni, un piccolo gruppo etnico di circa 500 mila persone che vive nello Stato di Rivers e  che  che attraverso una lotta non violenta denunciano il degrado dell'ambiente. Nasce così il MOSOP (Movimento per la sopravvivenza del Popolo Ogoni) il cui leader e figura chiave è stato lo scrittore Ken Saro Wiwa, impiccato nel 1995 assieme ad altri 8 attivisti.
L'esperienza degli Ogoni - che parlavano di ambiente, di ridistribuzione delle ricchezze e di responsabilità delle multinazionali - si è trasformata (senza continuità) dopo la morte del suo leader in movimento armato.
Movimenti armati, quando non vere e proprie bande criminali, che hanno saccheggiato e si sono dedicate al commercio illegale del petrolio, ai furti e al controllo del territorio. Le bande hanno iniziato a combattere tra di loro e solo nel 2004, con la nascita del MEND (Movimento per l'Emancipazione del Niger Delta) si assiste ad una sorta di "cartello" dei gruppi militanti.
Da allora i tentativi del governo sono stati sempre quelli di "comprare" i guerriglieri, offrendo ai loro leaders ingenti somme di denaro e "stipendi" (si parla di 420 dollari al mese) per le manovalanze. Nel 2009 si assiste ad un primo accordo (Presidential Amnesty Programme- PAP) e nel 2014 ad un definito cessate il fuoco. Gli accordi del 2009 sono costati al governo circa 500 milioni di dollari all'anno, senza per nulla toccare le cause del conflitto. Sono circa 30 mila i miliziani che ricevano una sorta di stipendio ogni mese, per aver smesso di combattere, che in un'area dove la disoccupazione raggiunge il 50% diventa un elemento esplosivo.
Nell'ultimo bilancio dello stato, il presidente Bihari, a ridotto del 70% i fondi per il PAP e questo ha dato il via a nuovi e importanti attacchi.
E' altamente probabile che i nuovi gruppi di ribelli rispondano molto di più a logiche economiche che agli ideali ambientali e di ridistribuzione delle ricchezze che avevano caratterizzato le prime proteste degli anni '90.
E' pero certo che il Delta del Niger è vittima di un disastro immane. Un'amica che dopo anni è ritornata dalla sua famiglia nel Delta mi ha raccontato di come i terreni sono così inquinati che la cassava (uno degli elementi che favoriscono spesso la sopravvivenza di intere popolazioni) non cresce più (le piantine affondano le radici in un terreno inquinato da petrolio) mentre i pescatori non possono più pescare nelle lagune inquinate. La sua è una critica a tutto campo, che coinvolge il governo corrotto "a cui interessa solo il Nord" ma, anche i gruppi guerriglieri "che nascono solo perché hanno bisogno di soldi". Un quadro rassegnato e per niente rassicurante per il futuro. Un danno, quello del Delta, che nel 2011 è stato stimato essere uno dei più gravi avvenuti nel novecento e per cui saranno necessari oltre 30 anni per le opere di bonifica.
La verità è che tra le maglie della popolazione, oramai esausta (oltre col 60% vive sotto la soglia di povertà), che lotta perché la loro terra non diventi una sterile e putrida laguna si sono inseriti i soliti sciacalli che sfruttando l'enorme quantità di denaro, la corruzione dei governi e la disattenzione generale si stanno arricchendo ai danni del territorio e le persone che ci vivono. I moderni Avengers non sembrano essere differenti.
Noi, come al solito, stupiti di un mondo che frana sotto i nostri piedi.




mercoledì 8 giugno 2016

Bia National Park

Il Parco Nazionale Bia si trova nella regione occidentale del Ghana, al confine con la Costa d'Avorio. Ancora oggi è un luogo quasi incontaminato di foresta vergine percorsa dal fiume Bia (un fiume di circa 300 chilometri che corre tra Ghana e Costa d'Avorio). Istituita come riserva nel 1935 è divenuto ufficialmente Parco Nazionale nel 1974 con lo scopo di tutelarne l'integrità a causa delle intense attività agricole che si avvicinavano sempre più ai confini del parco distruggendo la foresta originale. Nel 1985 l'UNESCO l'ha inserito all'interno delle Riserve della Biosfera. Con una superficie di 563 chilometri quadrati, che si estende tra i 170 e 643 metri d'altitudine, accoglie al suo interno oltre 62 specie di mammiferi (tra cui elefanti, leopardi e 10 primati, come scimpanzé, colobi e bongo) e 200 specie di uccelliLo scimpanzé è l'emblema del parco. La riserva, grazie ad una precipitazione annua tra i 1500 e i 1700 mm di pioggia, rappresenta oggi un esempio raro di altissima biodiversità.
Nella riserva non vi sono oggi insediamenti umani (contrariamente ad altre Riserve della Biosfera) e l'unica attività concessa all'uomo oltre a quelle legate alla ricerca e la raccolta di lumache.
Intorno alla riserva vi sono piantagioni di cacao e allevamenti di animali. 

L'accesso al parco avviene da Kumasi e si percorre solo a piedi. All'interno o nelle immediate vicinanze del parco non vi sono strutture turistiche.

Ecco la scheda di BirdLife International sulle specie pesanti nella Riserva

Vai alla pagina di Sancara sulle Riserve della Biosfera in Africa

martedì 31 maggio 2016

Una condanna che farà storia

Forse non tutti conoscono chi è, e soprattutto chi è stato, Hissene Habrè. E' un nome che, contrariamente ad altre anime nere che hanno solcato la terra rossa dell'Africa, incendiandola, non è uscito molto dai confini del suo paese come è avvenuto ad esempio per i più noti Mobutu, Bokassa o Amin. Dal 1982 al 1990 quando ha governato le sorti del Ciad, un paese grande (circa quattro volte l'Italia), poco abitato (11 milioni di persone), senza sbocco al mare e per metà nel deserto del Sahel, lo ha fatto con il pugno di ferro. 
Oltre 40 mila morti, 200 mila persone torturate (molte donne stuprate) e 80 mila orfani è il bilancio, poco invidiabile, di colui che è stato chiamato il "Pinochet africano".
Il Ciad era una colonia francese e i francesi non hanno mai fatto mancare la loro influenza. Allora, quando il 7 giugno 1982 Habrè prese il potere con un golpe, nel 1987, quando il Ciad sia avventurò in una guerra contro la Libia di Gheddafi (allora oltre alla Francia furono anche gli Stati Uniti ad aiutare il dittatore africano, nella più tipica delle complicità dettate dalla realpolitik), il 1 dicembre 1990 quando Habrè, oramai scomodo, fu destituito o nella totale instabilità che il paese sta vivendo in questi ultimi anni.

Habrè dopo la sua deposizione andò in esilio in Senegal (sempre su pressione francese) dove ancora oggi vive. La comunità internazionale - grazie anche alla costanza delle vittime e dei loro legali - non ha dimenticato però i suoi crimini e con un lungo lavoro diplomatico ha costretto il Senegal (assistito dall'Unione Africana) a giudicarlo per i crimini commessi in Ciad. Per farlo il Senegal ha dovuto persino modificare alcune parti del suo ordinamento. Sono nel 2013 Habrè è stato arrestato.

Il 30 maggio 2016 Habrè (che oggi ha 74 anni) è stato condannato (dopo un processo iniziato nel luglio 2015) dal Tribunale Speciale di Dakar all'ergastolo per aver commesso crimini di guerra, crimini contro l'umanità, tortura, riduzione in schiavitù e per stupro (la prima condanna per crimmini sessuali per un capo di stato).
La sentenza è stata definita dal New York Times una "pietra miliare della giustizia africana"

La condanna di Habrè rappresenta un fatto storico per più motivi. Il primo, che per la prima volta un leader africano viene condannato per crimini commessi in un altro paese non da un Tribunale Internazionale ma da un tribunale speciale in Africa. Per la prima volta, i giudici come i magistrati sono stati tutti africani. Questo fatto apre un precedente di grande importanza giuridica.
Il secondo e ancor più importante fatto è che Habrè viene condannato 26 anni dopo i fatti di cui è stato ritenuto responsabile. Questo mette una serie ipoteca sulla fine dell'impunibilità dei crimini dei dittatori, ovunque loro siano e in qualunque momento abbiano commesso i fatti.
Il terzo è che la vittoria della società civile ciadiana, che ha fatto molta pressione per ottenere questo processo, rappresenta una speranza per tutti i popoli oppressi contro i tiranni di ogni razza.


Per chi volesse approfondire ecco le pagine dedicate al processo dal sito di Human Rights Watch

lunedì 23 maggio 2016

Migration Compact, un pasticcio europeo?

Il Migration Compact è una proposta italiana, voluta fortemente dal Primo Ministro, che andrà in discussione in Commissione Europea il 7 giugno, per essere approvato, in via definitiva, dal Consiglio il 28-29 giugno prossimo. Si tratta sostanzialmente di un accordo tra Europa e paesi africani (soprattutto dell'area del nord Africa, Sahel e del Corno d'Africa) il quale, in cambio di investimenti pubblici-privati, prevede un rigido controllo dei flussi migratori in partenza.
Si tratta di un'operazione complessiva di circa 60 miliardi di euro, di cui una prima parte intorno ai 5 miliardi, finanziata direttamente dall'Europa e il rimanente da accordi con privati e governi e la probabile emissione di obbligazioni (bond) dedicate.
E' un operazione di risposta ai temi della migrazione, che sostanzialmente sposta i confini verso il sud in cambio di denaro.
Se apparentemente a qualcuno potrebbe sembrare una strada ragionevole, in realtà si rivela insidiosa e pasticciata.
In primo luogo vi sono esperienze passate che hanno adottato analoghe procedure e che hanno finito con creare enormi disastri. Vi sono stati anni in cui la Banca Mondiale e il Fondo Monetario  hanno elargito enormi contributi ai paesi in via di sviluppo in cambio di riforme strutturali e "democrazia". Il risultato è stato drammatico per la maggioranza della popolazione e fantastico per pochi (spesso i governi di turno). In Africa dagli anni '50 ad oggi sono stati spesi oltre un trilione di dollari in aiuti allo Sviluppo: il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Come ha avuto modo di dire l'economista dello Zambia Dambisa Moyo, gli aiuti sono un "killer silenzioso alla crescita".
Qui la questione, se è possibile, si complica. Viene richiesto - in cambio di aiuti a progetti - di fermare i migranti. Nel testo della proposta italiana non c'è una riga dedicata ai diritti umani, come se qualsiasi sia lo strumento che si usa per fermare la gente sia lecito.
Si arriva perfino ad ipotizzare che la valutazione delle domande di richiesta d'asilo venga fatta in loco (presumo nel paese confinante) o di farsi carico dei dinieghi d'asilo e della espulsioni dall'Europa (immaginate cosa sarà di un profugo che rientra dal Paese da dove è scappato).
Appare evidente che siamo difronte a paesi dove la democrazia è spesso, per essere buoni, sospesa. Se si analizzano i paesi del mondo dove da più tempo vi è un uomo solo al potere, tolti i monarchi europei (spesso di facciata) i primi 5 posti sono occupati tutti da paesi africani (nell'ordine Camerun 40 anni, Guinea Equatoriale 36 anni, Angola 36 anni, Zimbabwe 35 anni, Uganda 30 anni). Una concentrazione di potere tale per cui qualsiasi cosa è resa possibile. Inoltre, dei circa 50 conflitti regionali nel mondo, oltre il 60% sono nel continente africano.
Affidare a questi paesi il controllo dei propri confini per impedire che la gente scappi è come promuovere un pedofilo alla direzione di un asilo per l'infanzia!
Il rischio di sistematiche violazioni dei diritti umani è, non solo dietro l'angolo, ma appare inevitabile.
Vi è anche un altro tema che deve assolutamente essere affrontato. Il diritto degli individui, ovunque si trovino nel mondo, a cercare un modo migliore per vivere e quindi anche a migrare per questo. Il Migration Compact rischia di creare un grave squilibrio tra chi ha i mezzi per muoversi (che non verrà assolutamente fermato) e chi invece, privo di mezzi, sarà costretto alla lenta agonia quando non alla morte certa.
Il palinsesto della proposta italiana, che usa termine quasi esclusivamente economici, basa tutte le sue azioni sul principio che siamo di fronte ad una emergenza (nostra) a cui non siamo in grado di far fronte. Anche questa interpretazione è opinabile: se è vero che vi è un aumento dei richiedenti asilo (e non delle migrazioni che in Europa restano sostanzialmente stabili) è altrettanto vero che oggi essi sono ospitati per oltre 85% nei paesi in via di sviluppo.

La proposta, seppur non ancora approvata (sarà oggetto sicuramente di revisione, ma suppongo esclusivamente sul piano della reperibilità delle risorse) rischia di complicare lo scenario già molto complesso.
Non si parla di crisi umanitarie che scatenano le fughe, non si parla delle reti criminali (qui e li) che incentivano i flussi e da essi guadagnano cifre da capogiro (si stima che il business dei migranti sia la seconda fonte di guadagno dopo le droghe), non si parla di accesso al sapere, non si parla di democrazia, non si parla di risorse che continuiamo a depredare e ancor peggio a comprare dai signori della guerra. No, tutti i mali provengono da alcune centinaia di migliai di persone che rischiano la vita (spesso muoiono) e che sono "accolti" come fossero la peggiore delle epidemie.
 
A scanso di equivoci avere dubbi su questa proposta non equivale a non ritenere una strada assolutamente da percorrere quella dello sviluppo (serio e rispettoso dei diritti umani) di condizioni migliori nei paesi "di fuga" che favoriscano "il diritto" di rimanere nel proprio paese di nascita a condurre la propria esistenza. 

Ecco la copia del testo integrale del Migration Compact

lunedì 16 maggio 2016

Crimini rituali in Gabon (e non solo)

Parlare di crimini rituali ai nostri giorni, può sembrare quasi un assurdo. Viviamo in un mondo (il nostro, sia chiaro) in cui queste cose sembrano appartenere al passato remoto o essere confinate a situazioni di estrema margionalità, criminalità e naturalmente patologiche. In altri luoghi del pianeta però parlare di crimini rituali (o di sacrifici umani, per semplificare molto) non è così fuori contesto. da tempo l'UNICEF e le Associazioni di difesa dei Diritti Umani lanciano segnali di allarme rispetto a situazioni in cui si fondono elementi di modernità (internet, comunicazioni, commercio online) e suggestioni e riti scaramantici che accompagnano il corso della vita.
Amuleti, feticci, stregoneria, pozioni e polveri magiche si trovano e si vendono in molti paesi africani (ma non solo).
Oggetti fabbricati nei più svariati modi, tra cui organi di esseri viventi, non solo animali.
Numeri precisi non si hanno. Ma, da tempo in Gabon è attiva un'associazione (ALCR - Association de Lutte contre le Crimes Rituels), nata da un gruppo di genitori di bambini scomparsi e trovati orrendamente mutiliati, che hanno verificato oltre 130 casi di minori vittime di crimini rituali. 
La situazione - che è già stata segnalata nel passato (tra tutti vi segnalo questo articolo sul Manifesto) appare più seria di quello che si può pensare, perchè elementi delle tradizioni antiche si fondono con il crimine. Riti di iniziazione, presenza di sette clandestine e fenomeni quali il vampirismo cavalcano credenze, magia e un eccessivo bisogno di protezione soprattutto - e questo è l'elemento più imbarazzante - tra le classi più alte della popolazione.
Infatti, feticci di protezione e di successo, spesso molto costosi, raggiungono gli strati sociali più alti alla frenetica ricerca di successi nella vita. In tutta l'Africa Occidentale (sospetti vi sono oltre che in Gabon anche nel Mali e nel Senegal) vi sono indizi per cui i crimini rituali siano stati usati in campagne politiche ed elezioni (da cui una certa protezione degli stregoni-criminali). Naturalmente, neanche a dirlo, le vittime dei sacrifici appartengono tutte alle classi sociali più povere. Tra di loro molti sono bambini albini, che soprattutto in Africa Orientale sono oggetti di violenze e assurde credenze.
Possimo ovviamente liquidare la questione con l'arretratezza culturale e umana che proviene dall'Africa ma, alcuni studiosi vedono nella grande disparità economica presente soprattutto nelle grandi città africane, la base per cui la paura di scivolare negli inferi porta ad affidarsi ad assurde e criminali pratiche spesso senza la reale consapevolezza della complessità) e crudeltà) del fenomeno. Di contro, la grande presenza di infanzia abbandonata, che vive per strada e alla giornata, li porta ad essere, come scrive lo studioso del fenomeno Filip De Boeck, "catalizzatori di un disagio collettivo diffuso".
In alcuni luoghi del continenete africano i bambini pagano un tributo alla vita enorme. Coinvolti in guerre, sfruttati nel lavoro, soggetti a malattie di ogni tipo, oggetto di attenzioni sessuali e fuori dai circuiti dai circuiti della formazione, rischiano di finire nelle mani di scicalli e approfittatori di ogni sorte.

Ecco una petizione, proprio su questo tema, su Change, per chi volesse firmarla


lunedì 2 maggio 2016

Avorio, il grande rogo

La scelta di questi giorni del Kenya, ovvero quella di bruciare quasi 100 tonnellate avorio e oltre una tonnellata di corni di rinoceronti non è nuova. Fu proprio il Kenya, nel 1989, a fare un rogo di grandi dimensioni (circa 11 tonnellate). Altri sono stati fatti in altri paesi, tra cui uno di quasi una tonnellata a Roma, lo scorso aprile. Stiamo parlando, tanto per capirci, di qualcosa come 8-10 mila elefanti abbattuti. Una vera e propria strage. E' una posizione forte quella del Kenya, che da tempo chiede una moratoria totale sul commercio di avorio. Una posizione anche d'effetto (le foto e le riprese dei roghi sono rimbalzate in tutto il pianeta) dove le autorità kenyote, con il testa il Presidente della Repubblica Uhuru Kenyatta hanno invitato organizzazioni ambientaliste e personaggi delle spettacolo. Una moratoria quanto mai necessaria, visto che tra elefanti e rinoceronti il bracconaggio mette a dura prova l'esistenza in vita di specie che oramai vivono solo nel continente africano (l'elefante indiano non ha zanne. per sua fortuna!).
Il Kenya ha anche dovuto superare l'idea di molti paesi vicini, Tanzania in testa, che ritengono che debba essere lo stato a vendere l'avorio sequestrato per ricavarne soldi per la lotta al bracconaggio. Un'ipotesi che non piace molto, perchè continua a mantenere vive un commercio che deve essere spezzato alla radice.
Il commercio dell'oro bianco (così è chiamato l'avorio) rende molto e all'interno di questo grande business si sono lanciati non solo le organizzazioni criminali ma, anche, le organizzazioni terroristiche molto attive in Africa. Al mercato nero di parla di circa 3000 euro al chilo.
A fine anno in Sudafrica si riunirà la conferenza della Convenzione Mondiale per il commercio delle specie a rischio estinzione (CITES), firmata nel 1973, e che ha lo scopo di regolamentare il commercio di flora e fauna a rischio estinzione.


Ecco un vecchio post di Sancara sul commercio dell'avorio
Ecco un post sugli elefanti  
Ecco un post sui rinoceronti neri

mercoledì 27 aprile 2016

Land Grabbing: l'Etiopia ci ripensa?

La notizia, destinata a far discutere, è rimbalzata, attraverso l'agenzia di stampa Reuters, su Nigrizia, l'organo di informazione delle missioni Comboniane e per ora non è stata ripresa da nessun organo di informazione maggiore.
L'Etiopia, da anni "aveva messo sul mercato" ettari e ettari di terreno da dare in affitto, concessione o vendita ad investitori stranieri. Il fenomeno (che vede protagonisti altri paesi del mondo, non solo in Africa), nato alla fine degli anni '90 e ingigantitosi dopo la crisi del 2008, era stato subito chiamato Land Grabbing (letteralmente afferrare, rapinare la terra), vedeva coinvolti da una parte paesi poveri, con terre fertili incolte, bisognosi di fare cassa e dall'altra paesi e multinazionali bisognosi di terre fertili da sfruttare.
Due erano i canali principali di sfruttamento della terra: la necessità di "orti/campi" per il fabbisogno interno (in particolare nei paesi del Golfo Arabico) o di terreni per coltivare piante per ricavarne bio-carburanti. Spesso, come nel caso dell'olio di palma, le due cose erano combinate.
La questione ha creato grandi proteste di ambientalisti e popolazioni locali. In primo luogo perchè le terre incolte erano in realtà occupate da tribù nomadi o da contadini che in questo modo venivano private delle loro sussistenza e in secondo luogo perchè questo moderno neo-colonialismo rischiava di avere un impatto negativo sulla vita sociale ed economica dei paesi.
Le stime parlano di oltre 15 milioni di ettari (ovvero un territorio vasto come la Tunisia), nella sola Africa, dati in concessione, con quasi 500 contratti firmati. 
Gli organismi internazionali, più volte chiamati in causa, non sono stati capaci di assumere decisioni in tal senso (come la richiesta di una moratoria) e spesso si sono schierati (come è il caso della Banca Mondiale) a favore di speculatori e multinazionali. Oggi i "proprietari terrieri a casa d'altri" sono, in ordine di terre possedute, Stati Uniti, Malaysia, Singapore, Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Canada, India, Russia, Arabia Saudita e Cina.
La novità è che, il governo Etiope ha deciso autonomamente di sospendere a tempo indeterminato la vendita di terre. Il motivo è che solo il 30% delle terre vendute o affittate sono oggi coltivate e che lo sviluppo auspicato delle aree (su cui il governo aveva sperato) non si è verificato. L'effetto sulla macroeconomia e sull'occupazione è inesistente.
Insomma, come qualche visionario aveva anticipato, la rapina delle terre non corrispondeva a occupazione, sviluppo o emancipazione (come i governi volevano far credere) ma, a mera speculazione da usare a piacimento e all'occorrenza. La sospensione giunge poi in un momento in cui l'Etiopia attraversa l'ennesima grave crisi alimentare dove a fronte del fatto che risulta difficile sfamare 10 milioni di persone, vi è un'enorme quantità di terra fertile inutilizzata. 
E' presto per capire la portata di questa decisione, che potrebbe essere la chiave di volta verso un diverso modo di approcciare al problema o semplicemente una bolla di sapone che si dissolve con un piccolo ritocco al prezzo (oggi irrisorio, dai 20 ai 150 birr per ettaro, ovvero 0,80-6 euro) delle concessioni.

Per saperne di più vi fornisco il link alla raccolta di tutti i post apparsi su Sancara in merito al Land Grabbing. 

Vi segnalo inolte l'inmminente uscita (in autunno) del libro Land Inc ,
un viaggio fotografico tra le terre oggetto di Land Grabbing curato dalla giornalista Cecile Cazenave, dal collettivo TerraProject e l'agenzia Picture Tank.

martedì 26 aprile 2016

World Malaria Day 2016

Ieri, 25 aprile, si è celebrato il World Malaria Day, una giornata di iniziative, pensiero e attenzione, istituita nel 2007, su quella che era un tempo tra le prime cause di morte in Africa. Un tempo, appunto. Ma andiamo con ordine.
Certo è che per quasi la metà della popolazione del mondo (circa 3,2 miliardi) la lotta alla malaria è quotidiana. In 97 paesi del mondo la malaria continua a colpire. Nel corso del 2015 sono stati 214 milioni i casi di malaria (erano nel 2008 243 milioni) di cui l'88% in Africa sub-sahariana, mentre 438 mila sono stati i morti (erano 863 milioni nel 2008) di cui oltre il 90% in Africa. Il 70% dei morti sono bambini sotto i 5 anni. Casi e morti si concentrano, per oltre il 90%, in una ventina di paesi africani.
Bisogna anche riconoscere che nonostante le difficoltà i successi - sebbene mai definitivi e permanenti - sono molti ed hanno portato a ridurre la mortalità malaria-correlata del 60% a partire dal 2000.
Alcuni paesi sono riusciti a raggiungere lo status di malaria-free, come è il caso del Marocco o a ridurre l'incidenza a meno di 10 casi l'anno (come l'Algeria).
Restano però molto alti i costi. Per mantenere i successi e per continuare a sperare di eradicare, in modo permanente, la malattia, sono necessari circa 5,1 miliardi di dollari ogni anno (di cui solo la metà realmente coperti).
Gli interventi, in assenza ancora di un vaccino, ruotano attorno alla prevenzione (bonifica dei terreni dove vivono le zanzare, utilizzo di zanzariere) e alle cure farmacologiche. Le cure, sempre più mirate ed efficaci, grazie anche a nuovi farmaci, rappresentano il vero problema a causa degli alti costi e della difficoltà a garantire l'accesso rapido alle terapie a tutti. 
Infine da non sottovalutare la questione della resistenza ai farmaci. In molte aree del pianeta si era sviluppata una forte resistenza alla terapia con la clorochina (farmaco di elezione nel passato), oggi si assiste, per ora nel Sud-Est asiatico, alla resistenza all'artemisinina, il farmaco maggiormente in uso oggi.

Ecco il sito del World Malaria Day
Ecco il link al World Malaria Report 2015 
Ecco il sito dell'OMS dedicato alla Malaria

Ecco i post di Sancara sulla Malaria: