giovedì 10 ottobre 2019

Un telefono africano

Era una notizia che si aspettava da tempo, troppo. Nei giorni passati è stato presentato in Ruanda il primo telefono completamente africano, prodotto dalla Mara Phones Factory. Si tratta di una azienda che non assembla pezzi di altri  (come già avviene) bensì produce schede madri e componenti. Una eccellenza africana, con sede a Kigali, che ha lanciato nei giorni scorsi i primi due modelli, Mara X e Mara Z (uno da 16 Gb e l'altro da 32 Gb, smartphone di alta qualità al costo equivalente di 118 e 170 euro).

L'azienda cerca di penetrare nel mercato "panafricano", oggi in mano o ai cinesi o alle grandi aziende di telefonia, sfruttando anche i recenti accordi del Trattato di Libero commercio nel continente africano.
Ma si distingue anche per altre ragioni tra cui il fatto che dei 200 dipendenti che per ora lavorano nella sede di Kigali, il 60% sono donne.
E' interessante anche il fatto che questa piccola rivoluzione tecnologica avviene nel paese che solo 25 anni fa è stato protagonista di uno dei più ignobili atti dell'era contemporanea.

Si tratta quindi, da qualsiasi parte si veda, di una grande bella notizia. Il mercato della telefonia in Africa è in grandissima espansione, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, avendo, di fatto tutta l'Africa, bypassato la tecnologia fissa e puntato direttamente alla telefonia mobile. 
L'industria africana ha una grande necessità di svilupparsi secondo direttive proprie (non quelle imposte da altri che tendono a lasciare inalterati i rapporti di forza e dipendenza con gli ex coloni o con i nuovi coloni economici). Sarà importante verificare poi, con la produzione telefonica africana (la quale, se riuscirà a far scattare l'orgoglio africano, potrà conquistare una grandissima fetta di mercato a scapito di altri) anche le questioni etiche, come quelle dell'estrazione del coltan, che a non molta distanza da Kigali, ancora oggi generano una strage di innocenti e alimentano una sanguinosa e oramai dimenticata guerra.

Insomma, molti sono i quesiti aperti e le incognite per il futuro. Quel che è certo è che lo sviluppo dell'Africa, la sua reale indipendenza e probabilmente il futuro del nostro pianeta risiede nella capacità di imprimere una reale inversione di marcia nelle dinamiche dell'economia mondiale. Non tutti, sia chiaro, saranno contenti di questa svolta.

Ecco la presentazione della Mara Phones.

Anche la storia imprenditoriale del fondatore della Mara è molto singolare. Infatti Ashish Thakkar, ha oggi 38 anni. Di famiglia indiana emigrata in Uganda e costretta a lasciare il paese nel 1972 con la repressione di Idi Amin, nacque in Inghilterra nel 1981 e assieme alla famiglia ritornò a vivere in Africa, in Ruanda. Ancora una volta, il genocidio del 1994, li costrinse ad emigrare prima in Burundi e poi ancora in Uganda come rifugiati. Nel 1996, a 15 anni, con un prestito di 5 mila dollari, fonda la Mara Group, importando pezzi di ricambio per computer da Dubai. Riesce a far crescere il gruppo anche in altri settori, quali servizi, agricoltura e immobiliare.
Dopo alcune partnership azzeccate, nel 2009 lancia la Mara Foundation,  un impresa non-profit, dedicata a supportare i giovani imprenditori africani. Nel 2012 è uno dei 10 giovani milionari africani, entrando poi nel gruppo degli imprenditori che dialogano con le Nazioni Unite e con i governi per uno sviluppo del continente.







mercoledì 2 ottobre 2019

Dalla parte giusta del Pianeta

Forse i nonni della mia generazione, quelli che hanno patito la guerra e la povertà, ricordano il significato, e qualcuno perfino l'esperienza, del "morire di fame". Viviamo in una società - la nostra - dove è molto più facile morire di esagerazione che di stenti. Dove è spesso il troppo a creare problemi alla nostra vita.
Recentemente il World Food Program ha pubblicato la mappa della fame nel mondo, ovvero quei luoghi ove quasi un milione di persone muoiono di fame.


Inutile dire che un semplice sguardo alla cartina geografica ci mette nelle condizioni di comprendere una cosa molto semplice: siamo fortunati, abitiamo nella parte giusta del Pianeta!

Sia chiaro, questo non significa che i rimanenti 7 miliardi di abitanti del Pianeta se la pano tutti bene. Metà di loro (circa 3,5 miliardi) non sanno se domani potranno ancora mangiare.

A rafforzare questo quadro, non certamente piacevole per qualcuno, vi è un articolo apparso oggi sul Sole 24 Ore (con una bellissima galleria fotografica che vi consiglio di guardare) che torna a mettere al centro della questione uno dei luoghi più a rischio "esplosione" del nostro Pianeta. Una bomba ad orologeria, qualcuno l'ha definita, "l'area più vulnerabile" al mondo per gli effetti del cambiamento climatico. Sicuramente un luogo dove povertà, voglia di scappare, malessere, senso di marginalizzazione, corruzione e violenze,  stanno facendo covare un malcontento che prima o poi dovrà trovare sfogo.

E' una storia lunga quella del Sahel, dove gli allarmi si ripetono da anni (vedi questo post di Sancara del 2012 o quest'altro , sempre del 2012) ed ad ogni emergenza viene detto che bisogna intervenire, senza che poi mai, azioni concrete vengano messe in campo.
Siamo a fronte della solita questione, lavorare sulle emergenze è più conveniente sotto ogni aspetto. E' più facile ottenere finanziamenti, è più facile impietosire l'opinione pubblica (mostrare un bambino denutrito e sofferente all'ora di cena, stimola maggiormente il senso di colpa e fa aumentare la voglia di espiare le proprie colpe prima di gettarsi nelle nostre abbondanti tavole), è più facile chiedere misure emergenziali che permettono di eludere norme e vincoli e così via.
Di anno in anno (un pò come fatto per il clima) abbiamo attuato questa tecnica: aspettare l'emergenza per agire.  Il problema è che lentamente siamo scivolati verso una concatenazione di eventi che è sempre più difficile fermare.

Foto: Oxfam
Vi è un risvolto della medaglia che è bene mettere in luce. Gli studiosi di migrazioni hanno ben chiaro che "si sposta solo chi dispone dei mezzi necessari per migrare" (e su questo trafficanti di vario genere stanno facendo fortune), che in altri termini significa che il controllo delle migrazioni passa attraverso il fatto che popolazioni molto povere non migrano. In uno straordinario libro ("Fuga in Europa"), l'analista Stephen Smith sostiene che il potenziale migratorio africano verso l'Europa è di circa 150-200 milioni di persone, se (ed è questo il punto cruciale) le loro condizioni economiche miglioranno quel tanto da farli partire!

Infatti, per ora, come sostiene l'Istituto Affari Internazionali, "le migrazioni dal Sahel sono praticamente nulle", mentre quasi tutti i Paesi dell'area sono zone di transito dove proliferano criminali di varia natura e quelle forze, crescenti negli ultimi tempi, di matrice anti-europea. 

La bomba che abbiamo innescato probabilmente non ha più nessuna possibilità di essere fermata. La scommessa dei prossimi anni (non più decenni) è quella di trovare la chiave affinché l'esplosione venga ritardata più a lungo possibile.








lunedì 8 luglio 2019

Il libero scambio africano

Non sappiamo ancora se l'accordo firmato il 7 luglio 2019 a Niamey in Niger sarà qualcosa che stravolgerà o meno gli scambi commerciali africani, certo è che si tratta di un fatto storico.


Con un accordo fortemente voluto dall'Unione Europea, che ha lavorato per due anni negoziando con tutte le parti, e siglato da 53 stati africani su 54 (per ora solo l'Eritrea non ha ratificato il trattato, mentre è stato firmato dalla Repubblica Democratica Araba Autoproclamata del Sarahawi), si avvia un'area di libero scambio continentale africano (AfCFTA) che di fatto dovrebbe (per ora è un condizionale) rendere più convenienti gli scambi inter-africani rispetto a quelli con l'Europa o la Cina. Oggi infatti solo il 17% degli scambi commerciali in Africa avvengono tra paesi africani (per capirci in Europa siano al 70% e in Asia al 60%). Secondo le proiezioni il mercato interno dovrebbe aumentare del 52,3% in meno di 3 anni.
Per capirci si auspica che i supermercati africani non saranno più per oltre il 90% composti da prodotti provenienti dall'Europa, dall'Asia e dal Nord America, bensì saranno invasi da prodotti locali, soprattutto di quei Paesi che già oggi hanno la tecnologia industriale sufficientemente avanzata.
Si tratta dell'area di libero scambio più grande al mondo (oltre 1,2 miliardi di persone coinvolte) e forse, di una primo ed importante passo verso la fine del colonialismo, quello economico, naturalmente.
In pratica tutte le tariffe doganali oggi esistenti saranno eliminate. Si tratta ora rapidamente di giungere ad una regola del "made in Africa" che impedisca a prodotti (soprattutto cinesi) che arrivano in uno dei dieci paesi con cui il colosso asiatico ha un accordo, di circolare liberamente in tutti gli altri Paesi.
Un accordo giunto dopo 17 anni di negoziati ed è stato firmato dai primi 24 Paesi nel marzo 2018 (nella foto in alto).

Come è già avvenuto in altre parti del pianeta, se da una parte l'accordo sul libero scambio favorisce la circolazione delle merci, dall'altro le preoccupazioni riguardano la circolazione dei diritti e delle libertà democratiche che in alcuni contesti si contraggono invece che espandersi.
Proprio con queste paure organizzazioni non governative come Action Aid e Terres des Hommes hanno lanciato un incontro della società civile con lo slogan "Giriamo la pagina".

Resta il fatto che lo sviluppo africano passa attraverso la produzione interna, cosa finora ostacolata sicuramente dalle barriere doganali ma, e soprattutto, dalle politiche neo-coloniali che hanno imposto, di fatto, l'acquisto di gran parte dei beni nelle ex-colonie. Secondo alcuni il negoziato è stato chiuso perché i Paesi ex-coloni hanno iniziato a temere l'invadenza economica cinese che si fatto, ha messo all'angolo in molti Paesi, i paesi che finora avevano tessuto le maglie (deboli) delle economie africane.

E' chiaro che l'aumento degli scambi interni africani porterà ad una contrazione delle esportazioni europee verso l'Africa in particolare in quei settori che meno necessitano di alta tecnologia. La speranza è che l'accordo favorisca soprattutto la produzione industriale africana e la creazioni di nuovi, e vitali, posti di lavoro.

venerdì 12 aprile 2019

Prima del golpe in Sudan

Quello che si è consumato ieri in Sudan è sicuramente un fatto storico per il Paese. Il golpe militare che ha destituito, dopo quasi 30 anni (era salito al potere con un colpo di stato il 30 giugno 1989), il generale Hassan Omar Al Basihir potrebbe trasformare il paese "arabo-africano" per sempre a distanza di 60 anni dalla sua indipendenza e dopo decenni di travaglio politico, economico e militare.
I colpi di stato hanno caratterizzato il Sudan (che solo recentemente, nel 2011, si è diviso in due stati, con la nascita del Sud Sudan) sin dalla sua indipendenza, avvenuta, tra i primi paesi post coloniali africani - il 1 gennaio 1956 - dopo anni di controllo coloniale inglese e successivamente anglo-egiziano.
In realtà il Paese nasce già con una guerra civile in corso, iniziata nel 1955, quando la parte del sud del paese (cristiana e animista  oltre che etnicamente diversa) chiede l'indipendenza contro la parte del nord del Paese (mussulmana e dominante).
Infatti, il primo colpo di stato avvenne la notte tra il 17 e il 18 novembre 1958, quando il generale Ferik Ibrahim Abbaud prende il potere. La giunta militare dopo aver sospeso tutti i diritti civili ed aver espulso tutti i missionari, cade nel 1964 sotto pressione delle opposizioni.
Il 24-25 maggio 1969 avviene il secondo colpo di stato, ad opera del Colonnello Giafa Muhammaud Nimeiri che instaura una politica nazionalista, di stampo nasseriana (cioè ispirata al vicino Egitto guidato all'epoca da Nasser) e con l'appoggio dell'Unione Sovietica. In realtà quest'ultima alleanza, nella sfera socialista dura poco. Nel 1971 al seguito di un tentato golpe (dura solo tre giorni) attuato dall'ala dei militari di sinistra (guidati da Colonnello Al-Attah) il governo sudanese vira le sue alleanze verso l'occidente e mette al bando il Partito Comunista (con cui era alleato) e dopo aver catturato Al-Attah in Libia, lo giustizia.
Il 27 febbraio 1972 segna una data storica, perché viene firmato ad Addis Abeba una accordo di pace tra governo e il Movimento di Liberazione del Sudan Meridionale, che pone fine ad una guerra civile che si protrae dal 1955, e in cui la province del sud ottengono autonomia regionale. Pace che purtroppo durò poco, perché nel 1983 a seguito di alcuni interventi che "spezzettavano" i poteri al sud del paese, della crisi economica che avanzava e all'introduzione della sharia (legge islamica) nel codice penale, nel sud del paese riprese la guerra civile con la nascita dello SPLA (Esercito Popolare per la Liberazione del Sudan) guidata dal colonnello John Garang (figura chiave nella lotta alla nascita del Sud Sudan, ucciso pochi mesi prima delle dichiarazione d'indipendenza) la guerra civile riprese, in modo, se è possibile, più sanguinosa.

La guerra e la carestia portarono all'attenzione del mondo la questione del Sudan. Le immagini di bambini malnutriti che letteralmente morivano per strada pur scuotendo le opinioni pubbliche mondiali non riuscirono ad incidere sugli sviluppi delle questioni sul campo. Si stima che oltre 2 milioni di persone sono morte di fame e altre 4 milioni sono state costrette a scappare.

Il 6 aprile 1985 avviene un nuovo colpo di stato, i militari prendono il potere guidati dal Generale Abdul Rahman al Dahab, che promette di cedere in un anno i poteri ai civili. Cosa che, sorprendentemente, avviene. Il 12 aprile 1986 si svolgono le prime elezioni libere del Paese e a maggio diventa Primo Ministro Siddiq al-Mahdi, del partito UMMA che aveva vinto le elezioni.

Mentre si erano ripresi i contratti per gli accordi di pace con il sud e si stava implementando una nuova via d'intesa, i militari riprendono il potere e il 30 giugno 1989 il generale Hassan Omar Al-Bashir, ritenuto un fondamentalista islamico, prende il potere e la guerra civile si riaccende, in modo più acuto.
Al Bashir è uno dei personaggi chiave della storia degli ultimi trent'anni del Sudan (e non solo). Nato nel 1944, si arruola giovanissimo, studia nell'accademia militare al Cairo (dove tra l'altro combatte con l'esercito egiziano contro Israele durante a guerra del Kippur nel 1973) e ascende rapidamente i gradi dell'esercito divenendo paracadutista. Viene posto a capo delle operazioni militari contro la SPLA. Salito al potere si allea con l'altro personaggio chiave degli ultimi decenni in Sudan, Hasan al-Turabi, ideologico del Fronte Islamico Nazionale (e più in generale del Sudan) che ha contribuito fortemente all'introduzione della sciaria in Sudan ed ha favorito e protetto Osama bin Laden quando, dal 1990 al 1996, ha fatto del Sudan la sua base. Al Turabi andò in conflitto con Al Bashir solo nel 1999 (fu anche arrestato nel 2004) ed è morto nel 2016 a 84 anni.

Il Sudan di Al Bashir ha ospitato terroristi internazionali del calibro di Ilich Ramirez Sanchez (detto Carlos lo Sciacallo, oggi in carcere in Francia), Abu Nidal  (terrorista palestinese ucciso a Baghdad nel 2002) e appunto Osama Bin Laden, ha appoggiato le mire espansionistiche di Saddam Hussein quando invase il Kuwait, ha commesso immani crimini in Darfur (dove è accusato dalla Corte Internazionale - con un mandato di cattura del 2009 -  di crimini contro l'umanità e crimini di guerra contro la popolazione inerme del Darfur) e, cosa peggiore, ha fomentato una sanguinosa guerra civile nel Sud Sudan che si è parzialmente risolta con l'indipendenza del Sud Sudan nel 2011.

Insomma, l'uomo che è caduto in Sudan, dopo quasi 30 anni di potere è un criminale, ha insanguinato e martoriato le popolazioni inermi del suo Paese, costringendole alla fame e alle violenze. Ha protetto e (secondo alcuni) contribuito ad organizzare il terrorismo internazionale di matrice islamica e a partire dal 2003 ha coperto (quando non organizzato direttamente) una strage (o un genocidio, secondo alcuni) che secondo le Nazioni Unite ha lasciato sul campo oltre 700 mila morti (tra fame e guerra) e provocato quasi 2 milioni di rifugiati.

Di quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni, ne parleremo in un prossimo post.










domenica 3 febbraio 2019

Libri sull'Africa: GraceLand

GraceLand è un libro del 2004 scritto dal nigeriano Chris Abani e pubblicato in Italia da Terre di Mezzo nel 2006.
E' un libro che racconta la storia, ambientata negli anni '80, di Elvis Oke, uno dei tanti ragazzi arrivati a Lagos, che vive nel ghetto di Maroko. Elvis che ha sedici anni ha dei sogni come ogni ragazzo della sua età, vuole fare il ballerino come il suo idolo Elvis Presley. Ama la musica e i libri ma, sbarcare il lunario non è facile. L'altro suo sogno è quello di fuggire, di andare negli Stati Uniti.
Il libro alterna le vicende odierne con quelle di quando Elvis era ragazzino e abitava a Akikpo, nel Biafra. Prima e dopo la morte della madre.
Con lui il padre Sunday, che un tempo era stato un uomo ascoltato e rispettato e che ora è prigioniero del suo fallimento e dell'alcol. Un padre che ricorda che "Una volta, da queste parti, il nome era tutto quello che possedevi, prima che iniziasse questa nuova follia del denaro. Era il nome a darti la misura di un Uomo" e l'anziana nonna Oye, temuta da tutti perché legata alle tradizioni e agli incantesimi che ancora sopravvivono nel Paese.
Elvis viene coinvolto dal suo amico Redemption in loschi traffici di pezzi di ricambio per altri uomini che possono pagare, che gli consentiranno di vedere gli aspetti più ignobili dell'animo umano.

Un libro bello, a volte duro, scritto con grande eleganza e acume. Che non trascura mai i particolari così come prova a spiegare parte delle rapide trasformazioni della società nigeriana. Una scrittura diretta capace anche di far sorridere e comunque senza mai cadere nel vittimismo, semmai con la consapevolezza di un popolo addormentato dalla fame che rinuncia al suo unico e vero valore, la tradizione, per accontentare il volere degli occidentali e le sue regole economiche.

Uno spaccato della società nigeriana che anticipa molte delle trasformazioni che sono in corso e che hanno minato fortemente le radici della società gettandola in un caos dove è sempre più difficile vedere la luce.

Graceland è il nome della maestosa tenuta di Elvis Presley a Memphis, dove il cantante visse a lungo e dove è morto il 16 agosto 1977.


Chris Abani è nato nel 1966 da padre igbo e madre inglese. Autore scomodo che dopo aver pubblicato i suoi primi romanzi giovanissimo (a 16 anni) è stato incarcerato (a 18 anni!) e torturato. Costretto all'esilio dal 1991 ha vissuto in Gran Bretagna e dal 1999 negli Stati Uniti dove insegna all'University of California. Oltre a scrivere, suona il sassofono.
Ecco il suo sito personale.

Vedi la pagina di Sancara, Libri e Film dall'Africa

mercoledì 16 gennaio 2019

Una speranza dall'Etiopia

L'Etiopia è una terra di grande cultura e di storia. Dagli studiosi è considerata uno dei luoghi dove si sono sviluppati gli esseri umani. Ritrovamenti, anche recenti, hanno fatto emergere ossa di progenitori degli uomini vissuti oltre 4 milioni di anni fa. L'Etiopia è anche il luogo dove si sono sviluppati, in epoche sicuramente più recenti, regni di grande importanza come il Regno di Axum (I secolo A.C. - X secolo) e successivamente l'Impero d'Etiopia (1137-1975).
L'Etiopia è stata soprattutto in grado, unico caso nel continente africano, di respingere i tentativi di colonizzazione e a parte un breve periodo (1936-1941) in cui fu occupata dalle truppe italiane ebbe sempre sovranità sul suo territorio.
La storia moderna dell'Etiopia è stata caratterizzata dal ruolo prima dell'ultimo imperatore, Tafarì Maconnen (Haile Selassie) che regnò dal 1930 al 1974 (a parte l'esilio in Inghilterra durante l'occupazione italiana) e successivamente dalla figura del Negus rosso, Menghistu Hailè Mariam, che dopo aver detronizzato Salassie e ucciso in prigione l'anno dopo, dal 1977 al 1991 (quando fu deposto) instaurò una sempre più feroce dittatura.
La nascita della Repubblica Federale Democratica guidata da Meles Zenawi, anch'egli di etnia tigrina (minoranza nel Paese e come il fronte di liberazione dell'Eritrea, con cui si era alleato per destituire Menghistu) dal 1991, e la conseguente nascita dello stato dell'Eritrea nel 1993 sembrava avviare il Paese verso una possibile soluzione di tutti i suoi mali, ma non fu così. 
Il paese, per una disputa di confini, nel 1998 riaccese una guerra con la confinante Eritrea, i cui costi, sommati alle frequenti carestie di alcune aree del Paese hanno causato effetti devastanti sull'economia.
Nel 2012 Zenawi, a soli 57 anni, morì a Bruxelles, lasciando un Paese in ginocchio nelle mani del suo vice, Haile Mariam Desalegn e alle prese con una nuova e drammatica siccità iniziata nel 2011. La situazione si è strascinata, tra brogli elettorali, proteste e repressioni, mentre si manteneva viva la guerra di confine con l'Eritrea, oramai quasi dimenticata e di cui quasi non si parlava più.
Quando il 15 febbraio 2018 Desalegn si dimette, la sensazione diffusa è che il Paese è vicino ad una guerra civile. La piazza è in tumulto e la rivolta si diffonde a macchia d'olio. Dopo aver dichiarato lo stato di emergenza, due mesi dopo viene eletto Primo Ministro un giovane (42 anni) di etnia Oromo , Abiy Ahmed Alì.

Abiy, riformista con un passato nell'esercito (era tenente-colonnello) e due lauree in Business Amministrazione e poi in Filosofia, ottenute tra il Sudafrica, Londra e l'Etiopia, membro dell'ODP (Oromia Democratic Party) diventa il primo ministro della storia dell'etnia maggioritaria (40%) del Paese, gli Oromo.
Nel suo discorso di insediamento annuncia profondi cambiamenti e riforme. Fin qui, si direbbe, tutto normale. Abbiamo visto ovunque nel mondo nuovi leader annunciare grandi cose durante la campagna elettorale o nei primi giorni del loro mandato e poi disattendere puntualmente tutte le promesse. 
Il cambiamento non è una questione di belle parole o di annunci (come qualcuno, anche vicino a noi, vuol far credere) bensì un insieme di coerenti e coraggiosi atti. Abiy questo lo sa. Nei primi 100 giorni del suo mandato, libera migliaia di prigionieri politici, dichiara finito lo stato di emergenza, ammette l'uso delle tortura da parte dei servizi di sicurezza e rimuove i funzionari coinvolti e annuncia privatizzazioni in molti settori.
Ma la sua mossa più sorprendente è che si reca ad Asmara e, chiamando gli eritrei amici, mette fine a due decenni di guerra. Ritira le truppe e soprattutto in poco tempo ristabilisce collegamenti telefonici e aerei con l'Eritrea e favorisce il dietro delle persone in esilio. Insomma, come hanno avuto modo di commentare illustri esponenti della cultura etiope "quello che sta succedendo in questo paese va oltre i nostri sogni e la nostra immaginazione".

Certo bisognerà ancora aspettare le reazioni del Paese (soprattutto di esercito e servizi), ma a quasi un anno di distanza non solo è ancora una speranza per il Paese e le sue riforme continuano a crescere ma, è riuscito anche a stabilizzare il Paese e consolidare la via dell'uscita da un tunnel, quando il 18 ottobre 2018 è stata eletta Presidente dell'Etiopia Sahle-Uork Zeudè, prima donna a ricoprire questo incarico nella storia etiope e soprattutto diplomatica con una grande esperienza di relazioni internazionali e all'interno delle agenzie internazionali. Nello stesso giorno Abiy ha ridotto il suo governo da 28 a 20 membri, di cui 10 (il 50%) donne.
L'Etiopia è un paese con oltre 100 milioni di abitanti (dove assieme ad una spiccata modernità convivono ancora tradizioni e culture antiche), con un PIL che viaggia vicino alla doppia cifra da anni (8%), con una posizione strategica nel Corno d'Africa e con una grande responsabilità nel grande flusso delle migrazioni di massa verso l'Europa e verso il Medio Oriente.

La speranza che uomini come Abiy - che continua ad essere molto amato dalla gente - possano trascinare l'Africa verso sviluppo e ricchezza - è oggi qualcosa di più di una semplice utopia!





sabato 10 novembre 2018

Nella terra di nessuno

Migingo è una minuscola isola sul lago Vittoria. Tecnicamente sembra essere terra di nessuno, contesa come è tra Kenya e Uganda, che periodicamente ne rivendicano la proprietà. Da oltre 10 anni la disputa interessa governi e ministeri senza giungere però ad una soluzione. Recentemente (settembre 2018) la polizia ugandese ha issato la bandiera sull'isola scatenando l'ira del Kenya e di molti abitati (l'80% sono kenioti). Naturalmente dell'isola non interessa molto ma, con essa si stabiliscono anche i diritti di pesca su di una parte del Lago Vittoria.
Foto dalla rete
Il fatto è che con circa 500 abitanti in 0,002 chilometri quadrati (2000 metri quadri) la densità di popolazione è la più alta al mondo.
La storia di questa isola inizia nel 1991, quando due pescatori kenioti Dalmas Tempo e George Kibebe, si trasferiscono sull'isolotto allora un ammasso roccioso con erbacce e qualche serpente.
Dal 2004 sono giunti altri e poi altri ancora e le baracche in lamiera hanno occupato ogni centimetro quadrato dell'isola. Sono pescatori che giungono da Kenya, dall'Uganda e dalla Tanzania.
Il motivo è che le acque attorno all'isola sono pescosissime (dell'unico pesce oggi esistente, il Persico del Nilo o Persico africano come lo troviamo sui banchi del supermercato) e nessuno vuole muoversi da lì, anzi, altri vogliono arrivare.
L'isola - che dista 3 ore dal Kenya e 6 dall'Uganda con le imbarcazioni a motore esistente - ha anche quattro pub, una farmacia, un barbiere e qualche bordello dove vivono prostitute e i loro figli.
La cosa strana è che Migingo si trova molto vicina ad un'altra isola, più grande, che è completamente disabitata. 

Vi rimando a questo link con alcune belle immagini del The Guardian sulla vita sull'isola

Tutto questo è perfino una questione di colore. 

Il dramma vero è che il Lago Vittoria in questo momento, a causa anche della deforestazione, dei cambiamenti climatici, delle migrazioni e della povertà che continua a cresce ospita e permette la vita a  due milioni di persone.
Un numero che ha fatto collassare, negli ultimi 3 anni, dell'80% le risorse ittiche del Lago e che, secondo il Dipartimento di Pesca del Kenya e in accordo con i biologi marini, il lago ha bisogno di uno stop alla pesca per potersi, in cinque anni, riprendersi. Insomma i pescatori stanno distruggendo la loro fonte di vita.
Detta così però è troppo facile. Il fatto è che alternative alla pesca in quest'area non ve ne sono. 

Siamo di fronte ad una bomba ad orologeria (e non parlo dei 500 disgraziati di Migingo), ma di intere popolazioni che vivono attorno al Lago Vittoria (che già oggi vivono in un vero e proprio girone infernale) che tra non molto si troveranno senza cibo e senza alternative e andranno ad aumentare i conflitti che già in quell'area sono permanenti e in crescita.

Sul lago Vittoria e sull'introduzione del Pesce Persico vi invio a guardare il documentario del 2004 "L'incubo di Darwin".

PS - Ringrazio l'amico Michele che mi dato l'idea di parlare di questa minuscola isola e del Lago Vittoria.

venerdì 5 ottobre 2018

L'uomo che ripara le donne

Il premio Nobel per la Pace 2018 è stato dato al ginecologo congolese Denis Mukwege (assieme alla yazida Nadia Murad) per l'impegno contro gli stupri di guerra. Verrebbe da dire, finalmente! 


Mukwege, che oggi ha 63 anni, dopo aver studiato in Burundi e in Francia dove si specializza in ginecologia e ostetricia, torna nel 1989 nel suo paese, la Repubblica Democratica del Congo, dove nel 1999 fonda l'ospedale di Panzi,  nel Kivu meridionale, dove si impegna a curare le donne che vengono violentate e mutilate. Sin dal 2012 Mukwege denuncia, inascoltato, la situazione delle donne nella Repubblica Democratica del Congo e del Kivu in particolare. Più volte è stato attentato all sua vita. Ma nulla si è mosso.

Il nome "l'uomo che ripara le donne" fu coniato dalla giornalista belga Colette Braeckman che lavora per Le Soir e per Le Monde Diplomatique e che ha approfondito molto la questione del genocidio ruandese (che è strettamente collegato alle violenze del Kivu), dell'uso dei bambini soldato e della violenza sulle donne in quell'area dimenticata del nostro pianeta.
Mukwege che nel corso delle sua carriera medica ha curato oltre 50 mila donne vittime di orrendi stupri ha raccontato in ogni luogo la follia dei macellai che usano lo stupro come arma di guerra.

Si perché sia chiaro, non stiamo parlando di uomini, ma di bestie, bestie che non esitano a gettare benzina nella vagina delle donne appena stuprate e poi darle fuoco, che non esitano a mutilare seni e mani di giovanissime donne, che non esitano ad usare ogni sorta di oggetti accanendosi su donne inermi.

Bestie, macellai, uomini di merda, criminali o mostri, poco importa.

Ma non sono diversi i potenti del pianeta che nonostante le denunce non hanno mosso un dito, non hanno pensato che nessuno difende quelle donne e che il lavoro di Mukwege è solo quello di riparare pezzi di carne, oramai svuotate da qualsiasi parvenza di umano. Il suo, sia chiaro è un lavoro immane, ma resta quello di un uomo di scienza che affronta una situazione che solo a pensarla mette i brividi.

Siamo onesti, i premi Nobel o ancora il premio Sakharov del 2014, non servono a nulla. Accenderanno forse i riflettori su un tema conosciuto e stra-conosciuto da anni (nel numero 984 del 25 gennaio 2013 di Internazionale, oramai oltre 5 anni fa, potete leggere un corposo articolo proprio su Denis Mukwege, dove purtroppo, si dicono le stesse cose di oggi).

Lo donne pagano un prezzo enorme per colpa del ricco sottosuolo del Kivu (vedi questo post si Sancara ed il suo aggiornamento su questo post, articoli del 2012) dove si estraggono minerali e metalli preziosi di ogni tipo (dal coltan per i nostri smartphone, all'oro, lo zinco, il tungsteno e lo stagno).
Recentemente (dicembre 2017, vedi questo post) perfino i caschi blu che da quasi vent'anni sono nella Repubblica Democratica del Congo, sono stati attaccati. Gli interessi in gioco sono enormi e le bande di criminali crescono come i funghi per accaparrarsi una fetta, più o meno importante, della torta.

E dove le armi, che arrivano a fiumi nel paese, non bastano ecco un'arma infame, come quella degli stupri, capace di incidere non solo sul momento ma, devastando il futuro di intere popolazioni.

Non spegnere i riflettori non è più auspicabile ma un'imperativo per il genere umano.

Si legga il post di Sancara, Stupri di massa, un'infamia dell'umanità