mercoledì 24 febbraio 2021

La Repubblica Democratica del Congo, per meglio comprendere

Quella che oggi conosciamo come Repubblica Democratica del Congo, balzata improvvisamente alle cronache per l'omicidio del nostro Ambasciatore (assieme al carabiniere di scorta e all'autista) si chiamava un tempo Zaire e prima ancora Congo Belga. In realtà prima di essere una colonia belga lo Stato Libero del Congo fu una proprietà, diretta e privata, di re Leopoldo II di Belgio. Leopoldo fu definito da uno storico britannico come "un Attila in vesti moderne". Governò il paese, tra il 1885 e il 1908, (quanto un anno prima di morire dovette cedere il Congo alla corona) nel terrore, reprimendo la popolazione locale nel peggiore dei modi. Il Paese fu depredato di quei beni che allora facevano la ricchezza : l'avorio e il caucciù. La mancanza totale del rispetto delle tradizioni, le violenza e lo sprezzo per la vita "nera" furono il centro della politica di Leopoldo.

Si deve a lui, e ai suoi uomini, quella pratica, poi tristemente adottata in ogni parte del continente, di amputare le mani con il macete a chi non lavorava o si ribellava. Così come erano diffuse ogni sorta di violenza, soprattutto nei confronti delle donne e la pratica della schiavitù. Sempre secondo gli storici trovarono la morte nei 20 anni di terrore un numero molto vicino ai 10 milioni di congolesi su una popolazione di 25 milioni. Leopoldo fu costretto a cedere la colonia proprio per le accuse di atrocità internazionali. Nonostante i numeri quello del Congo non è mai stato considerato un genocidio.
L'attuale capitale, Kinshasa, fino al 1966 e dalla sua fondazione avvenuta nel 1881 portava il nome di Leopoldville (a dimostrazione del fatto che il Belgio mai si dissociò dagli orrendi crimini avvenuti in quel Paese).
Il Belgio resse la colonia per altri 50 anni, dal 1908 al 1960. Anni in cui Leopoldville diventò una città culturalmente molto attiva (competeva con la sua "dirimpettaia", Brezzaville, separate dal fiume Congo, il titolo di capitale africana della rumba). Anni in cui tra le due guerre, fu fortemente potenziata l'attività estrattiva nel Paese. Dalle miniere di uranio di Shinkolobwe proveniva il minerale usato per le bombe di Hiroschima e Nagasaki. Il Paese è ritenuto uno scandalo geologico, nel suo sottosuolo si trova di tutto: oro, diamanti, smeraldi, petrolio, uranio, manganese, cobalto, rame e tantalio. Insomma tutto quello che il nostro Pianeta ha bisogno per ogni sorte di tecnologia.

Negli anni '50 emerse un giovane leader, Patrick Lumumba, visionario e panafricanista. Un leader che poteva cambiare, se gli fosse stato concesso, le sorti dell'intero continente. Portò il Paese all'indipendenza il 30 giugno 1960
Ma si trattava di un'indipendenza effimera. Le potenti compagnie minerarie sarebbero restate saldamente nelle mani dei Belgi e quando solo pochi giorni dopo Lumumba nazionalizzò l'esercito ed era pronto a nazionalizzare le risorse, lo Stato minerario del Katanga (con l'aiuto dei parà del Belgio e di mercenari da ogni parte del mondo, Italia compresa) dichiarò la secessione. La storia si sintetizza in poco: Lumumba venne ucciso dai belgi con il benestare della CIA nel gennaio 1961, una sanguinosa guerra civile si combattè tra il 1960 e il 1963 (l'intervento delle Nazioni Unite costerà la vita al Segretario Generale Hammarskjold) e a guidare il Paese giunse nel 1965 Joseph Desirè Mobuto (poi divenuto Mubutu Sese Seko), uomo gradito all' Occidente e agli Americani, baluardo anti-comunista in Africa che regnò (dal 1972 si auto-incoronò Imperatore) e uomo delle tangenti (generose delle compagnie minerarie americane, francesi, sudafricane e belghe) tanto che nel 1984 il suo patrimonio era stimato in 5 miliardi di dollari (alla sua morte le banche svizzere avevano i forzieri pieni dei suoi soldi - solo 8 milioni di franchi furono confiscati alla sua famiglia). Morì nel 1997 in Marocco pochi mesi dopo essere stato deposto da Laurent Desirè Kabila - storico rivale che Che Guevara quando assieme ad alcuni militari cubani era giunto in Zaire per addestrare i congolesi alla rivoluzione aveva definito "un arrivista senza ideali".
Nel frattempo la situazione era - se possibile - ancor più degenerata. A seguito del genocidio del Ruanda del 1994, il confine tra i due Paesi (zona dove è stato ucciso l'ambasciatore italiano con il suo carabiniere di scorta e l'autista) si riversarono prima i profughi in fuga dalla carneficina e poi gli stessi carnefici.
Kabila fu poi ucciso nel 2001 lasciando il paese al figlio Joseph che ne è stato Presidente fino al 2019.


Dall'inizio degli anni '90 ad oggi la Repubblica Democratica del Congo è teatro di una guerra senza soluzioni. Si parla di oltre 160 diversi gruppi armati, disposti a tutto, che mettono a ferro e fuoco l'intero Paese. Uomini che si arricchiscono sfruttando fino alla morte bambini, uomini e donne (i bambini vengono legati a testa in giù nei piccoli pozzi estrattivi e costretti a scavare a mano, spesso vengono tirati su già morti) e che usano lo stupro come arma di guerra (si parla di 500 mila stupri all'anno) ed è contemporaneamente un modo per imporre il terrore e per sottolineare il fatto che la vita, qui, non conta nulla. Armati fino ai denti (spesso gli scambi di minerali avvengono in cambio di armi di ogni genere). Mentre in questo inferno tutto è possibile, le estrazioni dei suoi minerali dal sottosuolo continua con grande continuità, assicurando il fabbisogno dei Paesi ricchi, che in cambio chiudono entrambi gli occhi.



Di Sancara su tutte queste vicende potete leggere:

Articoli:

Personaggi:
- Patrick Lumumba

Date storiche:
- 17 gennaio 1961 - Assassinato Patrick Lumumba
- 18 settembre 1961 - La morte di Dag Hammarskjold
- 30 ottobre 1974 - The Rumble of Jungle
- 6 aprile 1994 - Scoppia l'inferno in Ruanda

Libri e film:







lunedì 22 febbraio 2021

Nella Repubblica Democratica del Congo, non tutti i morti valgono uguali

Purtroppo si parla della Repubblica Democratica del Congo (un tempo conosciuto come Zaire) solo quando la cronica ci restituisce l'omicidio di nostri connazionali. Desta ancora più perplessità (e personalmente profonda indignazione) lo stupore della politica e della nostra comunità. Da quasi tre decenni nella Repubblica Democratica del Congo ed in particolare la zona del Kivu si combatte quella che molti definiscono la "Guerra Mondiale Africana". Siamo in una terra che per ricchezza del sottosuolo veniva definita uno scandalo geologico. In virtù della nostra necessità di attingere a quelle preziose risorse, utili per le nostre economia, abbiamo tollerato tutto. Oltre 5 milioni di morti a partire dal 1994 - quando a complicare una situazione già ai limiti - si riversano nell'area milioni di profughi provenienti dal Ruanda e dopo di loro i carnefici di quell'orrenda e ignobile pagina della storia.  in questa terra martoriata e dimenticata. Donne stuprate come arma di guerra da mostri umani, gli stessi che favoriscono quando non sono i diretti venditori la vendita di tutto quello di cui abbiamo bisogno. Nel Kivu si combatte senza sosta, a riflettori spenti.

Spenti per il mondo intero, per le telecamere e per le penne dei grandi media, non certamente per quali come Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo (nella foto), che non si sono voltati dall'altra parte e svolgevano, con grande impegno la loro opera in quei contesti, mettendo, come purtroppo è successo perfino la loro vita in gioco. 

Ancora una volta dobbiamo essere onesti. Quello che succede nel Kivu ha delle precise responsabilità e non può continuare a lasciare indifferenti. Del resto nel nostro Pianeta le situazioni di guerra franca, ignorate e dimenticate, crescono. Somalia, Siria, Libia, Yemen, Iraq, Congo e Afghanistan, tanto per citare quelle situazioni più note e conosciute, sono diventate, per differenti ragioni, croniche malattie del nostro mondo sempre più fragile e ingiusto.

Ancora una volta il sacrificio di questi uomini accenderà i riflettori sulle cause e sulle dinamiche si queste situazioni per poi lentamente, così come è sempre avvenuto, spegnersi per tornare in quell'oblio, molto comodo all'economia mondiale. 

I denari sporchi (insanguinati si chiamavano una volta) raccolti in questi luoghi alimentano quell'enorme traffico di illegalità che cresce nel Mondo e che sempre più chiaramente tende ad alimentare il caso, dove la legge del più forte e la paura dominano.




lunedì 15 febbraio 2021

L'economista nigeriana alla guida del WTO

La Nigeria, settimo Paese più popoloso al mondo con oltre 200 milioni di abitanti, è una nazione controversa. Tra i primi dieci produttori al mondo di petrolio è anche uno dei Paesi con il maggior tasso di corruzione e ingiustizia sociale. E' il Paese conosciuto, purtroppo, nel mondo più per la sua mafia e per le migliaia di prostitute che affollano la strade delle nostre città che per la sua arte e per la sua cultura. Unico Paese africano che può vantare un Premio Nobel per la Letteratura con uno scrittore di pelle nera.

Un Paese dove vi sono enormi tensioni sociali, dove vivono gruppi criminali che non esitano a mettere, letteralmente a fuoco e fiamme, interi villaggi. Dove uno dei più bei ambienti naturali del Pianeta, il Delta del Niger, è stato letteralmente devastato dall'ingordigia umana.

Insomma un concentrato di contraddizioni, tra misera estrema e ricchezza infinita, dove ancora oggi il ruolo della donna è molto marginale in gran parte della società. Appunto, in gran parte della società, perchè invece proprio una donna è stata nominate al vertice (Direttrice Generale) della potente Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), organizzazione nata nel 1995 (alla fine dei negoziati tra i paesi aderenti al GATT denominati Uruguay Round) per supervisionare agli accordi economici internazionali, quanto mai importanti in questa epoca di incertezza e di caos generati dalla pandemia di Covid. 

Prima donna in assoluto, prima donna africana, prima donna di pelle nera a guidare il WTO.


Si tratta di Ngozi Okonjo-Iweala, 66 anni, ex Ministro delle Finanze, economista che ha lavorato per oltre 20 anni alla Banca Mondiale. Figlia di reali (il padre era Obi della famiglia Obahai) e accademici che si erano formati in Europa, visse in prima persona il dramma della Guerra del Biafra (essendo originaria del Delta). Dopo la guerra nel 1973, a 19 anni, si trasferì negli Stati Uniti dove studiò economia ad Harvard e al MIT. Lavorò fino al 2003 alla Banca Mondiale, quando fu nominata Ministro delle Finanze (2003-2006 e 2011-2015) e brevemente degli Esteri (2006). Dal 2019 è cittadina americana e per questo il più grande sponsor della sua nomina sono stati proprio gli Stati Uniti.

Ecco la storia di questa donna - dalle indubbie capacità sia chiaro - ci racconta ancora una volta quanto in Africa, ancora più che altrove, la famiglia in cui nasci conta e determina la tua esistenza e quella dei tuoi figli. 

Insomma il mondo intero plaude per questa importante nomina, perchè coinvolge una donna e soprattutto una donna africana. Poi certo come sempre non tutto quel che luccica è oro. La Banca Mondiale ha pesanti responsabilità sulla situazione dell'Africa (del passato e attuale), il governo nigeriano non ha certo brillato negli ultimi decenni per quanto riguarda la gestione delle ricche finanze derivanti dal petrolio (che non hanno minimamente inciso sullo sviluppo e sulla povertà del Paese) e certamente gli americani non sono privi di responsabilità (ieri come oggi) delle condizioni del continente nero.

L'oro che vediamo in questa nomina forse sbiadisce un poco.

domenica 3 gennaio 2021

Donne al potere

Si chiude il 2020, un anno difficile che sicuramente sarà ricordato nella storia dell'Umanità. Si chiude ancora un anno dove le disparità di genere restano alte e nella politica, quella che conta, si evidenziano, se è possibile, ancora di più. Solo il 15,5% dei Paesi del mondo è guidato (come Capo di Stato o Capo di Governo) da una donna e solo il 9,7% dei leaders (ovvero dei 337, tra capo di stato e di governo in carica al 31 dicembre 2020) del Pianeta sono donne. Sono infatti 30 i Paesi del mondo guidati da una donna (su 193 Paesi indipendenti) e solo 3 sono affidati completamente (ovvero con capo di Stato e di Governo) alle donne: Barbados, Danimarca e Nuova Zelanda.

Numeri preoccupanti, in un panorama in cui meno della metà degli Stati del mondo (46,7%) hanno avuto, almeno una volta, una donna al potere. Tra le "assenze" significative vi sono gli Stati Uniti, l'Italia, la Russia, il Giappone, la Cina che si collocano in questa non invidiabile lista assieme a Nigeria, Marocco, Iran, Iraq, Egitto, Cuba, Arabia Saudita e Sudan. 


Per la cronaca nel 2020 solo un Paese del Mondo si è aggiunto alla lista dei Paesi in cui le donne hanno avuto un'opportunità di guidarlo, il Togo, ancora oggi guidato la una Prima Ministra, Victorie Tomegah Dogbè (nella foto).

Sono numeri che esprimono, semmai ce n'era bisogno, la lontananza dalla parità di genere nel nostro Paese e che soprattutto sembrano non modificarsi molto nel tempo (si veda Donne al Potere 2015 su questo blog). Cinque anni fa erano 24 le donne al potere, numeri non molto dissimili a quelli di oggi. 
Ecco nel dettaglio i Paesi del mondo, che al 31 dicembre 2020, erano guidati da almeno una donna:

- Europa (10): Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Islanda, Norvegia, Regno Unito, Serbia, Slovacchia e Svizzera.

- Asia (4): Bangladesh. Nepal, Singapore e Taiwan.

- Africa (4): Etiopia, Gabon, Namibia e Togo.

- Centro-america (4) : Barbados, Grenada, Saint Vincent e Granatine e Trinidad e Tobago.

- Paesi Ex-URSS (4) : Estonia, Georgia, Lituania e Moldavia.

- Oceania (2) : Nuova Zelanda e Tuvalu

- Sud-America (1) : Perù

- Nord-America (1) : Canada

Le donne però vantano due importanti primati tra i leaders di Stato o  di Governo: la Regina Elisabetta II, con i suoi 94 anni, è il Capo di Stato meno giovane del Pianeta ed essendo il carica dal 6 febbraio 1952 è anche il leader del Mondo da più tempo al potere (dietro di lei, al potere dal 1972, vi è la Regina Margherita II di Danimarca). Certo, ancora, poca cosa.

Se parliamo di età, è di 62 anni l'età media dei leaders mondiali, mentre ha 29 anni Alessandro Cardarelli, capitano-reggente di San Marino, più giovane capo di governo del Pianeta.

Ecco di seguito i meno giovani e i più giovani leaders in carica al 31 dicembre 2020:

I "meno-giovani":

- Regina Elisabetta II (Regina del Regno Unito) (94)

- Sir Colville Young (Governatore Generale del Belize) (88)

- Paul Biya (Presidente del Camerun) (87)

- Pranab Mukherjee (Presidente India) (85)

- Re Salman (Re dell'Arabia Saudita) (85)

- Michel Aoun (Presidente del Libano) (85)

- Neville CENAC (Governatore Generale Saint Lucia) (85)

Sono 17 i leaders del mondo ultra-ottantenni.

I più giovani:

- Alessandro Cardarelli (Capitano reggente San Marino) (29)

- Artem Novikov (Primo Ministro Kirgizistan) (33)

- Sebastian Kurz (Cancelliere Austria) (34)

- Mahdi Al-Mashat (Capo di Stato Yemen) (34)

- Sanna Marin (Prima Ministra della Finlandia) (35)

Sono solo 7 i trentenni a capo di stato o di governo.

Ecco infine la classifica dei Capi di Stato e di Governo che da più tempo sono al potere, dove appare evidente che oltre ai reali, sono figure politiche di Paesi i cui i processi democratici risultano assenti o sospesi.

- Regina Elisabetta II (Regina Regno Unito) (1952)

- Regina Margherita II (Regina Danimarca) (1972)

- Re Carlo XVI Gustavo (Re di Svezia) (1973)

- Paul Biya (Primo Ministro/Presidente Camerun) (1975)

- Teodoro Obiang Nguema  (Presidente Guinea Equatoriale) (1979)

- Ayatollah Khamenei (Guida Spirituale Iran) (1981)

- Hassnei Muizzadin Waddaulah (Sultano del Brunei) (1984)

- Hun Sen (Primo Ministro Cambogia) (1985)

- Yoweri Museveni (Presidente Uganda) (1986)

- Re Wswati III (Re di Eswatini) (1986)

Con questo quadro al femminile non certo esaltante, si chiude un anno dove la politica mondiale ha dovuto affrontare (e ancora continua ad affrontare) una delle più importanti sfide dal dopoguerra. Paradossalmente la pandemia da Covid-19 ha distratto il mondo da quasi ogni altra questione. Guerre e tensioni non si sono placcate (semmai in alcune zone sono aumentate), la povertà che già attanagliava quasi un miliardo di cittadini del mondo ha finito con colpire ancora maggiormente gli ultimi del Pianeta. 

I temi dell'ambiente, dello sviluppo, della desertificazione, del clima, della fame, della demografia e della sostenibilità delle risorse sembrano essere passati in secondo piano. Ma presto ritorneranno drammaticamente a presentare il loro conto.

* I dati presentati sono elaborazioni dell'autore.









mercoledì 26 agosto 2020

Addio alla poliomielite (quasi)

In un momento storico in cui il mondo intero affronta forse la più grave crisi sanitaria della sua esistenza, suscita interesse e speranza l'annuncio dato in questi giorni dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il continente africano dopo decenni di lotte ha eradicato (si è liberato, in altri termini) della poliomielite che ha creato decine di migliaia di paralisi e deformazioni in giovanissimi. Ma andiamo con ordine.


La poliomielite (chiamata anche paralisi infantile) è una malattia virale molto contagiosa (trasmissione via oro-fecale) provocata dal poliovirus (di cui si conoscono tre ceppi, WPV1, 2 e 3, sebbene assolutamente sovrapponibili dal punto di vista clinico)  che fu isolato per la prima volta nel 1909 dal biologo austriaco Karl Landsteiner (più noto per aver identificato nel 1900 i gruppi sanguigni, per cui fu anche vincitore del Premio Nobel nel 1930). In realtà la malattia (riconosciuta come tale nel 1840) ha una storia lunga evidenziata anche da dipinti e sculture egizie.

La malattia che per 9 casi su 10 è asintomatica può essere molto pericolosa quando il virus penetra attraverso il sistema circolatorio nel sistema nervoso centrale causando paralisi flaccida acuta (0,5% dei casi di cui circa il 10-15% muore). Ma, la cosa molto attuale (ora che il mondo intero è popolato da virologi improvvisati), è che la polio ha/aveva la caratteristica che per ogni caso accertato vi erano circa 3000 casi asintomatici che potevano diffondere la malattia. I segni della malattia sono visibili in ogni parte del mondo e chi non è più giovane (come chi scrive) ha ricordi molto nitidi di conoscenti e amici interessati, purtroppo, da questa patologia.

La lotta alla malattia è stata possibile grazie alla scoperta di un vaccino. Il primo, chiamato Koprowski (dal nome del virologo Koprowski), fu somministrato la prima volta nel febbraio 1950. Nel 1952 è stato sviluppato (e usato dal 1955) un secondo vaccino (sviluppato da Jonas Salk) ma, la svolta che ha permesso di aggredire meglio la malattia è stata nel 1962 quando è stato autorizzato il vaccino Sabin (Albert Sabin) che ha avuto anche il vantaggio di essere orale e quindi facilmente utilizzabile e soprattutto poco costoso! In Italia infatti è stato reso obbligato nel 1966 e l'ultimo caso endemico di poliomielite risale al 1982.

In Africa (ma più in generale nel sud del mondo) la massiccia campagna di vaccinazione fu lanciata nel 1988, quando si registravano circa 350 mila casi all'anno. Oggi solo due paesi, l'Afghanistan e il Pakistan hanno ancora forme endemiche di malattia (nel 2020 complessivamente una novantina di casi). Sono il Tipo 2 (eradicato nel 2015) e il Tipo 3 (il cui ultimo caso risale al 2012) ad essere invece stati eradicati dall'Africa (gli ultimi due Paesi dichiarati polio free sono stati la Nigeria e il Camerun). Questo significa che potranno ancora esserci casi - derivati dal vaccino - del Tipo 1 in Africa.

La notizia è particolarmente "buona" perchè si tratta della seconda volta nella storia  africana, dopo che 40 anni fa era stato eradicato il vaiolo (1978), che si riesce al eliminare un patogeno pericoloso. Del resto l'obiettivo di eradicare la polio dal mondo potrebbe essere il terzo della storia dopo appunto il vaiolo e la peste bovina (2011). 

La questione dell'eradicazione delle malattie richiama però l'attenzione su una questione che ci riguarda molto da vicino. Eliminare dal pianeta virus capaci di offendere gravemente l'uomo è molto, molto difficile e particolarmente lungo. Per ora l'unica strategia conosciuta è quella del vaccino che come abbiamo visto necessita di tempi molto lunghi affinché l'intera popolazione mondiale possa essere messa al sicuro. Inutile ricordare che come è avvenuto per la polio i tempi sono differenti a secondo della ricchezza delle aree del Pianeta (insomma, siamo onesti, quando il mondo ricco ha eradicato la polio dalla sua terra, si è posto il tema di farlo anche altrove!).

Per la polio come per altre malattie, la strada è comunque sempre lunga!



martedì 14 luglio 2020

10 anni di Sancara dedicati a Silvestro

Era il 14 luglio 2010, quando feci nascere questo piccolo blog dedicato, con grande umiltà, ma con altrettanta fermezza  alla figura di Thomas Sankara. Un leader come pochi in Africa la cui breve vita è stata prima di tutto un esempio e la cui prematura morte è ancora avvolta in un mistero. Il blog nasceva con questo post che raccontava l'origine del nome e delle mie intenzioni.
Sono passati 10 anni, certo i primi fatti con grande enfasi e con ore passate a studiare e documentarmi gli altri più lentamente. E' forse perfino scorretto chiamarlo blog, perchè questo sito conserva pagine che ancora oggi in molti consultano. Si è trasformato nel tempo in una raccolta di materiali sull'Africa, di pensieri e di approfondimenti. Molti dei quali ancora attuali.
Un'esperienza che mi ha consentito di entrare in contatto con molte persone, alcuni diventati amici: nativi, abitanti, amanti, frequentatori e studiosi del continente. 
A dieci anni di distanza, la mia passione per l'Africa è rimasta immutata (del resto mi appassiona fin dalla tenera infanzia), purtroppo però la vita non mi ha permesso di tornare tra la terra rossa. Forse un giorno, forse.

Avevo tante idee per festeggiare i dieci anni di Sancara, ma stamane una delle prime notizie che ho letto, purtroppo apparsa non sulle prime pagine, è stata quella della morte di Silvestro Montanaro. Silvestro era un grande giornalista, con cui molte volte ho scambiato, rigidamente via mail o social, alcuni commenti ai fatti africani e non solo.
Silvestro ci ha lasciato una delle inchieste più serie e complete proprio su Thomas Sankarà. Il suo documentario prodotto da Rai 3 intitolato "quel giorno che uccisero la libertà" è un piccolo capolavoro del giornalismo. Lo linko di seguito (oppure potete trovarlo sul post di Sancara) in occasione dei dieci anni di Sancara e soprattutto in omaggio di Silvestro, il cui contributo e il cui impegno mancherà a tutti noi! 
Ciao Silvestro !



mercoledì 15 aprile 2020

Coronavirus e Africa, qualche pensiero

La pandemia dovuta al nuovo coronavirus ha oramai colpito l'intero pianeta. Seppur con grandi differenze solo alcuni piccoli Paesi sono, ad oggi, esenti da contagi. Inoltre se alcuni Paesi come gli Stati Uniti, gran parte dell'Europa (Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito in testa) e dell'Asia (Cina, India, Corea e Giappone in particolare) stanno facendo i conti con una vera e propria tragedia, non solo in termini di morti bensì di tenuta del sistema sanitario e, in prospettiva, di quello economico, vi sono altri luoghi del pianeta, come l'Africa, ove il virus "sembrerebbe" colpire meno. Il condizionale è d'obbligo, ma il continente africano con 15879 casi confermati e con 834 morti, si connota come l'area geografica del pianeta meno colpita dal virus.

Inoltre se si osservano nel dettaglio la distribuzione dei casi (ad oggi solo due paesi, il Lesotho e le Comore, sono immuni al virus) essi si concentrano nell'Africa Mediterranea (Egitto, Marocco, Algeria e Tunisia) e in Sudafrica (primo Paese africano, con 2272 per numero di casi). mentre è l'Algeria con 313 morti ad essere responsabile di oltre il 62% delle morti da coronavirus nel continente).

Certo la prima cosa che viene in mente è se i dati forniti dai paesi africani all'Organizzazione Mondiale della Sanità siano veritieri e attendibili e se l'esiguità dei tamponi effettuati si alla base di questa apparente difficoltà del virus a entrare nell'Africa nera.

Allora, facciamo un passo indietro. Sin dall'origine della pandemia la comunità internazionale è sempre stata molto preoccupata da un eventuale diffondersi dell'epidemia in Africa. Quando il 14 febbraio 2020 si registrò il primo caso nel continente e precisamente in Egitto (il primo caso in Africa sud-Sahariana si ebbe il 28 febbraio in Nigeria) l'opinione diffusa era di un'imminente catastrofe (l'ennesima) in Africa.

Che il sistema sanitario africano sia tecnologicamente e numericamente arretrato non è una novità (qualche riflessione meriterebbe la questione degli aiuti allo sviluppo, soprattutto alla sanità, degli ultimi 60 anni....). Prendendo in considerazione solo il dato dei posti di terapia intensiva (parametro che tutti hanno imparato a conoscere negli ultimi mesi), in tutto il continente (54 stati) vi erano circa 5000 posti per oltre 1,3 miliardi di persone (gli stessi della sola Italia, 5200, per circa 60 milioni di abitanti e quasi un sesto della Germania, che ne ha 28 mila), con grandi differenze nei 43 Paesi che dispongono di tali presidi (ad esempio circa 1000 in Sudafrica, 500 in Tunisia, 400 in Algeria, 150 in Kenya, 50 in Senegal).

Accanto a questo dato "grezzo", vanno considerati altri fattori determinanti. In alcuni paesi africani l'età media è sotto i 20 anni (il 70% della popolazione è sotto i 30 anni) e l'aspettativa di vita non supera i 64 anni. Il tasso di urbanizzazione (percentuale di persone che vivono nelle città) è del 43% (in Cina è ben oltre il 60% e l'Europa è mediamente oltre il 75%). Sono tre le città africane che superano i 10 milioni di abitanti (Lagos, Kinshasa e il Cairo).

In Africa vi sono 60 milioni di bambini che soffrono di malnutrizione (così come quasi 700 milioni milioni di individui che non hanno di che mangiare), malattie di ogni genere (dal morbillo alla malaria, dall'aids alla tubercolosi), circa il 40% della popolazione non ha accesso all'acqua potabile e manca di servizi sanitari. Proprio nei giorni in cui il mondo affrontava l'insorgere della nuova epidemia di Coronavirus nella Repubblica Democratica del Congo si cercava di spegnere l'ennesimo focolaio di Ebola (oltre 4000 morti).
Senza contare guerre, estremismi, rivalità religiose e politiche, le locuste e la siccità.

E' chiaro che i fattori che fanno pensare che l'arrivo del Corona virus in Africa sarà un'ecatombe vi sono tutti. A metà febbraio solo due laboratori medici (uno in Senegal e uno in Sudafrica) erano in grado di processare i tamponi e fornire una risposta sulla positività al coronavirus.

Allora qualcosa - fino ad ora - ha impedito una diffusione di massa e una strage nel continente. La giovane età degli africani, le abitudini di vita all'aperto e una temperatura più alta (la questione se il corona virus, contrariamente ai suoi simili, sia sensibile alle temperature è ancora oggetto di discussione nella comunità scientifica). Questi fattori finora stanno facendo la differenza. 
In tutta l'Africa (con variazione tra Paese e Paese e all'interno dei singoli Paesi) sono state introdotti elementi di prevenzione. Chiusura delle scuole, distanziamento sociale, chiusura di attività produttive, allestiti rifugi per i senza tetto, coprifuoco e rinviato elezioni e feste religiose. 

E' sicuramente presto per fare previsioni (del resto questo virus ha insegnato che chiunque si sia sbilanciato in previsioni o minimizzazioni è drammaticamente stato smentito dai fatti). Certo l'Africa a suo vantaggio ha una naturale resistenza "alla vita" (e alla sue condizioni più estreme), una "familiarità" con la morte (altro tema che dalle nostre parti, giunti oramai a oltre 85 anni di aspettativa media di vita, eravamo convinti di aver "sconfitto"), un sistema giovane e dinamico capace di trovare soluzioni razionali e creative.

E se il continente fosse meno toccato dal virus? e se la sua fragile economia sapesse trarre profitto dal rallentamento su scala mondiale per chiudere un pò la forbice delle differenze? e se proprio dai laboratori africani (da anni in prima linea su molte patologie) arrivasse una soluzione per l'Umanità?

A presto

PS- tutte le foto sono tratte dalla rete



lunedì 30 marzo 2020

Ciao Raffaele!

Non avrei mai pensato di salutare Raffaele Masto da questo blog. I dieci anni che ci separavano mi facevano sperare che avremmo smesso di scrivere, entrambi, prima di salutare questo mondo. Ancora più triste è farlo in questo modo. Perché Raffaele non è morto in una delle sue scorribande africane (in luoghi e tempi non sempre facili) ma nella sua Bergamo a causa di questo virus che ha messo in ginocchio il mondo. Ironia della sorte per un uomo che ha fatto della conoscenza diretta il suo mantra, del viaggio l'inchiesta e del girovagare la sua "fortuna" morire mentre si è chiusi in casa.



Raffaele è stato un testimone privilegiato e un critico appassionato dei fatti africani (e non solo, ma per l'Africa aveva una passione fuori dal comune). Lo ha fatto molto prima che le notizie si diffondessero così velocemente nella rete, quando per appurare i fatti, la verità e i risvolti meno conosciuti, bisognava andare sul posto, bisognava sporcarsi le mani e spesso rischiare la vita. Lo ha fatto con grande intelligenza, denunciando le ingiustizie e i sistemi di poteri che hanno massacrato l'Africa in quei anni e che hanno prodotto molte delle storture e dei drammi che ancora oggi osserviamo impotenti.

In uno dei suoi resoconti più intensi (L'Africa del tesoro, pubblicato nel 2006) Raffaele ci guida in un percorso tra enormi ricchezze e drammatiche povertà, tra saccheggi e ingiustizie, tra guerre e splendori di un continente che ha sempre fatto irritare chi lo ha frequentato e studiato.
Come scriveva appunto Raffaele "c'è qualcosa che non va nel nostro mondo , se la popolazione di una nazione microscopica come il Belgio, che non ha risorse naturali, è tra le più appagate del mondo, mentre quella del Congo (Repubblica Democratica del Congo ndr), che è definito uno "scandalo geologico" tanto è ricco di oro, diamanti, petrolio, rame, cobalto, uranio e legname pregiato, è invece tra le più povere"
Quella irritazione e quella rabbia che ha spinto sempre Raffaele a raccontare, a denunciare e rompere il silenzio dei grandi mezzi di comunicazione. Lo ha fatto con i suoi libri, con la "sua radio" (Radio popolare), con la "sua" rivista (Africa Rivista) e con il suo blog (Buongiorno Africa). 

Ciao Raffaele, è una tristezza infinita scrivere del tuo ultimo viaggio e salutarti. Sapere di non poter più contare sulle tue idee, sulla tua saggezza e sulla tua passione, elementi che a me hanno sempre permesso di osservare le cose con occhi diversi, lucidi e critici, ma sempre umani e ricchi di emozioni, mi riempie di malinconia. 
Continuerò a scrivere di Africa, come tu mi ha sempre incitato, lo farò ogni volta con un pensiero per te. 


PS - Non ho mai conosciuto personalmente Raffaele. Ci siamo a lungo scritti perché poco dopo la nascita di Sancara mi giunse un suo messaggio (*) a commento di un mio articolo. Per me era un grande onore. Avevo letto tutti i suoi libri, avevo seguito (con una sana invidia e un pò di nostalgia) il suo pellegrinare nel continente nero alla ricerca di risposte alle tante domande che, chi ama l'Africa, si è spesso posto senza trovare facili risposte.  Dialogare con Raffaele era un privilegio. Così condividemmo alcuni pensieri e di tanto in tanto commentavamo reciprocamente i nostri scritti. Ci fissammo anche un appuntamento, nel 2015, quando Raffaele era a Mestre e precisamente a Forte Marghera per un incontro e ironia della sorte non riuscii ad arrivare.

(*)Trovo molto lucida questa analisi. In Sudafrica si scontrano le logiche che ormai in tutto il mondo sono contrapposte. Entrambe rientrano in una logica economica che non può che stritolare chi possiede meno potere. Ma ci sarà qualcuno, in questo pantheon di economisti infallibili che tutti i giorni ci ammaestrano sul fatto che non ci sono risorse, che abbia una visione diversa? Per esempio qualcuno che riesca a dire che il welfare non è necessariamente un costo, ma un investimento. E che in Sudafrica (ma in tutto il mondo) se qualche politico decidesse di dare a quei minatori un vero potere d'acquisto (direttamente in salario o, appunto, in Welfare) avvenimenti come quello di Marikana probabilmente non si verificheranno più.
Cmq grazie per le tue analisi. Per me sono sempre fonte di riflessione. Raffaele Masto.