lunedì 8 febbraio 2016

Libri sull'Africa: I Migranti


"Una delle caratteristiche dell'uomo è dimenticare di essere mortale. Una delle caratteristiche della morte è ricordaglielo"

Un'altro elemento si aggiunge alla bella collezione dei libri, sempre ricercati e mai banali, proposti da Il Canneto Editore. Questa volta si tratta di un piccolo libro, I Migranti, un centinaio di pagine in tutto, scritto dal marocchino Youssouf Amine Elalamy nel 2000 e che, grazie alla casa editrice ligure, viene tradotto per la prima volta dal francese  (il titolo originale è Les clandestins) nel 2015.
E' un libro non facile e non per questo meno interessante. Titolo e copertina non lasciano dubbi sul tema, che resta ancorato all'atto del migrare, attraverso il mare, dall'Africa del nord verso l'Europa. Un viaggio di miseria e di speranza, tra il reale e l'immaginario. 
E' un omaggio, sincero e sentito, a quella marea umana che ha lasciato (e continua a farlo) le coste dell'Africa, per fuggire verso l'ignoto ed ha trovato la morte. Numeri impressionanti, oltre 3500 persone solo nel 2015, sono quelle che hanno lasciato la loro vita nel Mediterraneo,  in quella che le Nazioni Unite definiscono "la strada più mortale del mondo". Donne, bambini, giovani e anziani, senza alcuna distinzione.
Il racconto di Elalamy, che si intreccia tra le poetiche di un racconto che talora scivola nella fiaba, la sceneggiatura di un film mai girato e quella di un'opera teatrale in continuo movimento, ci conduce tra un immaginario gruppo di 13 persone (in realtà 14 perché l'unica donna del gruppo porta nel suo grembo il figlio che mai nascerà) che vengono ritrovati, sulla spiaggia "tutti annegati" e con le facce immerse nella sabbia. 
Momo, Luafi, Jaffa, Abdu, Mulay Abslam, Anuar, Sliman, Sharaf, Salah, Abid, Ridwan, Zuheir e Shama, sono gli immaginari nomi (ma assolutamente sovrapponibili ai moltissimi reali) di "quei corpi trasformati in immagini, che non smetteranno di morire sotto i nostri occhi". Sono bianchi e neri, uniti solo dal fatto di avere "un sogno un po' troppo grande e una vita un po' troppo piccola e così difficile da sopportare".
E' la storia, postuma, di quell'ultimo viaggio. Il fatto di raccontare una storia immaginaria non rende meno drammatico l'accaduto. Lo rende anzi, più universale e paradossalmente più realistico. La realtà di chi si imbarca su di una "barca di legno a destinazione morte" ma, anche la realtà, di chi "ha lavorato tutta la vita per comprare la morte".
Il libro di Elalamy ci conduce in un viaggio in ogni angolo da cui il migrare può essere visto, senza pregiudizi, tra chi decide di partire, sfidando non solo il mare ma, anche l'incognita  per il futuro,  tra chi decide di restare e si troverà poi a piangere i morti ed infine perfino di chi da pescatore si è trasformato in scafista affermano oggi ".... ne avrei di storie da raccontare, con tutti quegli occhi aggrappati alla mia barca. Però non mi pagano per raccontare, solo per far attraversare. E dovrei sentirmi in colpa per questo!
Un libro da leggere per entrare nei tanti angoli delle moderne migrazioni via mare e soprattutto sul nostro modo, sempre più ipocrita, di affrontare il problema senza volerlo vedere nelle sua complessità.

Youssou Amine Elalamy è nato in Marocco nel 1961. Vive e lavora a Rabat. E' un insegnante presso l'Università di Kenitra e fondatore del gruppo culturale di scrittori "Moroccan Pen Club". Scrittore che si occupa anche di teatro e arti figurative, si è occupato molto della Primavere Arabe e del terrorismo di matrice estremista.

Sulle morti nel Mediterraneo vi segnalo questi due post di Sancara

- Ora Basta! La colpa è nostra ( 3 ottobre 2013)
- La merce umana (10 ottobre 2013)

Ecco il sito ufficiale di Il Canneto Editore

Vai alla pagina di Sancara sui Libri sull'Africa

domenica 7 febbraio 2016

Cinema: Beasts of no Nation

Vi sono ormai storie, che a dispetto della loro atrocità, sono entrate nell'immaginario collettivo come "classiche e normali". Un modo quasi per, accettandole come storie risapute, svuotarle della maggiore componente emotiva e renderle così meno dure e drammatiche. E' il caso dei percorsi di migrazione, inganno e sfruttamento delle molte donne nigeriane che affollano i nostri marciapiedi vendendo per pochi euro i loro corpi;  è il caso delle storie di povertà, miseria, fame e morte che scorrono in alcuni spot televisivi; è il caso più recente della morte di donne e  bambini durante le traversate in mare; è il caso della vita di molti bambini soldati chiamati a compiere atti di inaudita violenza in conflitti di cui non hanno mai potuto capire le ragioni.
Il film presentato alla mostra del Cinema di Venezia lo scorso settembre, Beasts of no Nation diretto dall'americano (sebbene di origini nippo-svedesi) Cary Joji Fukunaga, racconta proprio una di queste storie. Sembra appunto "la classica storia" di un bambino soldato. Appunto un orrore che diventa quasi normale: una paradosso della nostra sensibilità.
Basato sul romanzo di esordio autobiografico, scritto nel 2005, dello scrittore nigeriano diventato statunitense Uzodinma Ideala, la storia si svolge in un paese non chiaro dell'Africa Occidentale (il film è girato in Ghana) ed appunto quella di un bambino, Agu, che passa dalla vita relativamente tranquilla nel suo villaggio natale ad una spirale crescente di violenza e ingiustizie. Scappa dopo aver visto la fuga della madre, la morte del padre, un insegnante della locale scuola oramai distrutta, e infine dei fratelli.
Solo nella foresta viene intercettato da una compagnia di bambini ribelli, armati fino ai denti e stravolti da ogni tipo di sostanza, e guidati da un comandante, brutale e manipolatore, che è  anche l'unico adulto del gruppo. L'iniziazione di Agu avviene appunto secondo la più classica delle spirali dell'odio: la privazione, l'addestramento, l'uccisione di un innocente, le imboscate, gli stupri, la violenza sessuale e l'uso di sostanze stupefacenti. 
Infine, l'arresto da parte delle forze delle Nazioni Unite e la permanenza in un centro di riabilitazione, dove Agu decide di non raccontare quello che ha visto e fatto.

Un film che, pur risparmiando allo spettatore le immagini più violente, resta crudo. Neppure il finale sembra lasciare un spiraglio ad un'infanzia oramai non più recuperabile. E' proprio questo essere lineare nel suo racconto e allo stesso tempo reale, senza scioccare e senza commuovere eccessivamente lo spettatore, che non l'ha fatto apprezzare da una certa critica, che lo ha visto più come un documentario. Un film, purtroppo, che non ha girato e non girerà per i circuiti maggiori del cinema (in Italia è distribuito da Netflix).






Quello dei bambini soldati è un tema ancora attuale. Nonostante alcuni dei maggiori criminali africani che hanno fatto largo uso di bambini (da Charles Taylor a Joseph Kony passando per Foday Sankoh) sono morti, assicurati alla giustizia o resi sempre più inoffensivi, nel mondo in troppi luoghi ancora viene fatto largo utilizzo di bambini ai fini bellici. Ma l'attualità è data anche dal fatto che molti di quei bambini sono oggi ragazzi o giovani traumatizzati che difficilmente troveranno sistemazione nelle loro società.


Per approfondire il tema dei bambini soldati vi segnalo alcune cose:
- Il sito di Child Soldiers International
- Il libro di Giuseppe Carrisi - "Kalami va alla guerra"
- Il libro di Ishmael Beah "Memorie di un soldato bambino"

Vai alla pagina di Sancara su Film sull'Africa

mercoledì 27 gennaio 2016

La corruzione che oscura il futuro

Sudafrica, foto di Tony Maake
Recentemente, come avviene ininterrottamente  dal 1995, l'organizzazione tedesca Transparency International ha pubblicato l'indice annuale sulla corruzione nel nostro pianeta. Una fotografia precisa e documentata sulle tante possibilità che nel nostro pianeta - a causa degli alti livelli di corruzione - vengono gettate al vento. Dire che la corruzione oscura il futuro di miliardi di persone non è un allarmismo ma, la triste e cruda realtà del nostro vivere.
Sancara aveva già affrontato il tema nel 2012 e nel 2014 in occasione della pubblicazione dell'annuale report, analizzando la caratteristiche dell'indice e le sue origini.
La situazione, nonostante ancora due terzi dei paesi del mondo (ovvero il 68%) possono essere definiti altamente corrotti (indice inferiore a 50 su scala 100), sembra per la prima volta, offrire qualche speranza per il futuro.
Il lavoro di molte persone che hanno intrapreso azioni, di denuncia e di protesta, in ogni parte del mondo, hanno iniziato a dare dei timidi, ma importati segnali.
Dire che senza una forte azione sulla corruzione, ovvero sull'uso privato del potere pubblico, il nostro futuro, ed in particolare di quelle persone che nel mondo hanno meno accesso ai diritti ed ai servizi, rischia di essere enormemente compromesso appare quasi banale.

Inutile dire che i paesi nel mondo dove la corruzione è assente o percepita come tale appartengono al nord Europa (Danimarca, Finlandia, Svezia, Nuova Zelanda, Olanda e Norvegia le prime classificate), mentre i luoghi ove la corruzione dilaga senza freni sono collocati per lo più in Africa (Somalia, Nord Corea, Afghanistan, Sudan, Sud Sudan e Angola le ultime sei posizioni).
Vi sono però elementi di speranza perchè in alcuni paesi la situazione migliora notevolmente, tra questi il Senegal, la Grecia e il Regno Unito su tutti.
Non mancano naturalmente situazioni di relativo o importante peggioramento come il Brasile, la Libia, la Spagna e la Turchia.

Per quanto riguarda l'Africa, è il Botswana il primo paese (28° posto assoluto, era 31° lo scorso anno), seguito da Capo Verde, Seicelle, Maurizio, Namibia, Ruanda (oggi 44°, era 55°) e il Ghana (56°).
L'Italia, pur guadagnando qualche posizione (oggi è 61°, era 69°) resta in una zona molto torbida (assieme alla Bulgaria e al Lesotho), confermando quello che già tutti percepiamo con molta chiarezza.

Transaparecy International sostiene che la vera sfida è la legalità. Affinche le leggi (presenti in tutti gli ordinamenti) non saranno applicate la lotta alla corruzione sarà sempre debole e perdente. E' necessario poi che la stampa e la società civile sia libera: libera di indagare, criticare e manifestare. Personalmente aggiungerei, per quanto riguarda le aree del continenete africano, l'istruzione. Il combinato disposto di conoscenza e consapevolezza (dei propri diritti in particolare) e la lotta comune di più persone sono gli unici antidoti ad un mondo che contunua ad oscurare il futuro di molti.

Attreverso il sito di Trasparency International è possibile seguire le iniziative di contrasto e la situazione della corruzione nel nostro pianeta.



 

mercoledì 13 gennaio 2016

Sia Tolno, una donna africana

Sia Tolno può essere considerata una musicista, e una voce, emergente dell'Africa Occidentale. Nata in Guinea orientale (precisamente a Guekedou il 21 febbraio 1975), ai confini tra Liberia e Sierra Leone, è cresciuta a Freetown, dove ha avuto modo, per le strade, di ascoltare la musica e di familiarizzare con la sua voce. La sua un'infanzia non facile. Nel 1995, a causa della sanguinosa guerra civile è costretta a fuggire, ancora giovane, a Conakry dove è vissuta cantando nei night e nei locali, ed in particolare al Copains d’abord, fino all'incontro con l'intellettuale e musicista gabonese Pierre Akendenguè che l'ha introdotta all'etichetta francese Lusafrica, con cui ancora oggi è legata. Pubblicò allora, nel 2009, il suo primo album Eh Sanga a cui seguirono nel 2011 My Life e nel 2014 African Woman.

Sia è considerata l'erede e la maggiore interprete, al femminile,  dell'afrobeat di Fela Kuti. Non ha caso l'ultimo album è frutto di una collaborazione con il batterista Tony Allen, uno dei fondatori di quel genere. Proprio in un genere tipicamente maschile, Sia porta i temi delle corruzione, della guerra, della condizione delle donne e delle mutilazioni genitali femminili.

E' con questo ultimo album che avviene il salto di qualità che la porta ad essere una delle migliori voci contemporanee africane ed ad essere paragonata, per il suo talento a delle donne straordinarie come Nina Simona e Miriam Makeba.



La sua voce, sensuale e calda, si inserisce perfettamente nel ritmo dell'afro-beat creando una piacevole simmetria che rende la sua musica una miscela tra il funky ed il soul.
Ha collaborato nella sua carriera anche con musicisti del calibro di Mamadou Barry e Cesaria Evora.

Ecco la sua pagina Facebook

Vai alla pagina di Sancara sulla Musica dall'Africa

sabato 9 gennaio 2016

Armi, Nigeria, Boko Haram e non solo

E' di qualche giorno fa la notizia della donazione da parte degli Stati Uniti alla Nigeria di 24 carri blindati anti-mine, dal valore dichiarato di 11 milioni di dollari. Un regalo che l'Amministrazione americana ha fatto al paese africano per contribuire alla lotta ai terroristi di Boko Haram, che da anni stanno rendendo instabile la regione (si parla di quasi 20 mila morti). La strategia fa parte di un programma statunitense che ha già visto consegnare, negli anni scorsi, due navi da guerra al governo di Abuja. La questione è naturalmente più complessa e si inserisce all'interno di quelle, finte, dispute diplomatiche che hanno visto prima gli Stati Uniti negare aiuti militari alla Nigeria per violazione dei diritti umani, poi il governo di Bihari minacciare di iniziare a produrre armi in proprio e infine in "dono".
La notizia è stata venduta come uno dei contributi americani (e più in generale occidentale) alla lotta al terrorismo.

La Nigeria, oltre ad essere il più popoloso paese africano (ed il settimo mondiale) con quasi 180 milioni di persone è un paese estremamente ricco di petrolio e gas (primo produttore africano), con una produzione giornaliera che equivale, più o meno, al consumo giornaliero della Germania (circa due milioni e mezzo di barili di petrolio). Il consumo medio di energia in Nigeria è di 149 KwH pro capite (in Italia siamo ad oltre 5000 KwH). 
Una ricchezza, quella del petrolio, che ha prodotto finora solo corruzione, devastazione, disastro ambientale, povertà e terrorismo.
Quasi il 70% della popolazione nigeriana vive con meno di un dollaro al giorno.

In un paese dove ancora quasi il 90% della popolazione vive di agricoltura interi territori, dove si estrae il petrolio e dove esso passa, sono stati devastati rendendo praticamente impossibile la vita. Nel Delta del Niger, ad esempio, vivono oltre 30 milioni persone.
Le responsabilità sono chiare ed hanno nomi e cognomi ben stampati. Sono Shell, Exxon Mobil, Chevron, Total e ENI, ovvero le multinazionali che dagli anni '50  hanno depredato il territorio e corrotto i governi (che si son fatti corrompere, sia chiaro!).

Le violenze in Nigeria sono iniziate ben prima che agli inizi degli anni 2000 nascesse il famigerato Boko Haram. Le parole "Oil, blood and fire"   accompagnano le discussioni di intellettuali e politici nigeriani da decenni.
Certo è che la nascita di Boko Haram ha aggravato una situazione già complessa. Il gruppo è certamente quello che nel mondo (purtroppo nel silenzio e senza pompose marce di sdegno) ha ucciso di più (l'ISIS in confronto sembra un gruppo di dilettanti) e con inaudita crudeltà. In Nigeria si fondono poi questioni legate alla religione e all'appartenenza etnica che, usate strumentalmente, contribuisco ad alimentare il caos.
Ora, non vi sono dubbi che Boko Haram, al pari di altri gruppi del mondo che seminano il terrore, sono dei criminali e vanno combattuti con mezzi adeguati e in ogni luogo. Ma, è altrettanto vero che traggono le loro radici, dall'ingiustizia, dalla corruzione, dalla devastazione del territorio e dalla povertà che vanno combattuti con altrettanta, e forse maggiore, determinazione.

Non è un caso che, nelle mire di Boko Haram ci sono in primo luogo le scuole! Luoghi pericolosi perché portano le giovani generazioni a formulare un proprio e indipendente pensiero, che li terrebbero ben lontani da quei gruppi di criminali e, allo stesso tempo,  li metterebbero nelle condizioni di combattere per i propri diritti e per affrancarsi dalla povertà. Le due cose tengono insieme le esigenze di  molti.
Ovunque nel mondo terrorismo e ingiustizia sociale viaggiano a braccetto e, bisogna essere onesti, a nascere prima è sempre stata la seconda.

Se osserviamo, sgombri da questioni dogmatiche e da falsi pregiudizi, i luoghi da cui provengono (nascono) le organizzazioni criminali-terroristiche più violente nel nostro mondo sono quelli dove vi sono enormi risorse (petrolio e gas, anche di passaggio in primis) che non vengono per nulla distribuite (in rigido ordine alfabetico Afghanistan, Iraq, Libia, Nigeria, Siria) o dove si sviluppano enormi commerci di sostanze illegali (Afghanistan, Colombia, Messico, Somalia). 
Questi luoghi hanno alcune caratteristiche comuni: assenza dello Stato (o enorme corruzione), ingiustizia sociale e grande sacche di povertà, enorme disponibilità di denaro.
Da questi luoghi partono essenzialmente (oggi) i maggiori attacchi al mondo.
E' una storia che si ripete, ma che negli ultimi decenni ha assunto proporzioni non più tollerabili, perfino per chi queste cose le ha sempre viste, tollerate e perfino favorite.
Continuare oggi a tener separata la questione energetica da quella del terrorismo (come se le multinazionali del petrolio fossero soggetti alieni) non è più tollerabile.  Nonostante la situazione di questi paesi (a cui se ne possono aggiungere altri) il petrolio, il gas e le droghe continuano a giungere nelle nostre case, senza problemi (anzi, costano meno!).

Ecco perché quindi la notizia delle armi consegnate alla Nigeria (per quanto necessarie) si inserisce nel solito e perdente schema. Pensare di lottare contro questi criminali con armi convenzionali e in modo convenzionale significa esattamente fare il loro gioco e soprattutto perdere. Usare questi mezzi oggi significa gettare benzina su un fuoco già molto vivace. I fuochi possono essere spenti solo togliendo l'ossigeno.

Allora, bombardiamo questi paesi di scuole, di diritti, di giustizia, di legalità, di idee e di cultura. Abbiamo il coraggio di interrompere qualche rifornimento di petrolio da paesi i cui pozzi sono controllati da criminali. Risolviamo definitivamente dispute storiche e anacronistiche che accendono gli animi (da quella israelo-palestinese, a quella del Saharawi o a quella curda). Rendiamo legali (statali e controllate, sia chiaro) le droghe, tutte. Togliamo ossigeno, insomma.


martedì 5 gennaio 2016

Donne al potere 2015

Come ogni anno Sancara pubblica una dettagliata analisi sui Capi di Stato e di Governo del Mondo. Dopo aver an Prosegue l'annuale pubblicazione di Sancara sui capi di stato e di governo nel mondo. Dopo aver osservato l'attaccamento al potere (ovvero la durata al potere dei leaders di Stati Indipendenti a partire dal 1900), affrontiamo con questo post la situazione della donne al potere.

Rispetto agli ultimi cinque anni (2010-2014) la situazione dei Capi di Stato o Capi di Governo al femminile è rimasta sostanzialmente invariata. Continuano ad essere poche le donne al potere nel mondo (24) e ancor meno quelle che realmente contano nello scenario geopolitico mondiale.

Infatti, dei 336 Capi di Stato e di Governo in carica al 31 dicembre 2015 solo 24 erano donne (il 7,1%) (erano 23 nel 2010, 24 nel 2011, 23 nel 2012, 23 nel 2013, 24 nel 2014).
Nessun paese al mondo è guidato completamente da donne (sia il Capo di Stato che il Capo di Governo), sia nel 2011 che nel 2012 erano due i paesi che a fine anno si trovavano i questa situazione. 

Nel corso del 2015 sono state 10 le donne che sono divenute Capo di Stato o di Governo (erano state 9 nel 2014). Di esse a fine anno, sette erano ancora in carica.

Ecco le donne in carica al 31 dicembre 2014:


L'Europa è il continente dove si trovano il maggior numero di donne (9) (erano 8 lo scorso anno e nel 2013, 9 nel 2012, 10 nel 2011 e 11 nel 2010) a Capo di Stato o di Governo. Esse sono, in ordine di anzianità alla carica:
- Regina Elisabetta II d'Inghilterra (Regno Unito) (che è anche la donna da più tempo al potere)
- Regina Margherita II di Danimarca
- Cancelliere Germania, Angela Merkel
- Primo Ministro di Norvegia, Erna Solberg
- Presidente di Malta, Marie-Louise Coleiro-Preca
- Presidente Federale di Svizzera, Simonetta Sommaruga
- Primo Ministro di Croazia, Kolinda Grabar-Kitarovic
- Co-Capitano Reggente di San Marino, Lorella Stefanelli
- Primo Ministro di Polonia, Beata Szydlo 

Cinque (4) sono in Africa in Africa, (2 nel 2014, 3 nel 2013, 2 nel 2012 e 2011 e una nel 2010). Esse sono:
- Presidente della Liberia, Ellen Johnson-Sirleaf
- Capo di Stato del Centrafrica, Catherine Samba-Panza
- Primo Ministro di Namibia, Saara Kungongelwa-Amadhila
- Presidente delle Maurizio, Amena Gurib-Fakim

Sono (4) le donne  in carica in Centroamerica (6 nel 2014 e nel 2013, una in più rispetto al 2012 e due in più rispetto al  2011 e al 2010),ovvero:
- Governatore Generale Saint Lucia, Perlette Louisy (terza donna da più tempo al potere)
- Primo Ministro Giamaica, Portia Simpson-Miller
- Governatore Generale di Grenada, Cecile La Grenade
- Governatore Generale delle Bahamas, Dame Marguerite Pindling

Tre (3) (erano 2 nel 2014, 3 nel 2013, 2 nel 2012,  3 nel 2011 e 2 nel 2010) le donne alla guida di paesi dell'Asia:
- Primo Ministro Bangladesh, Sheikh Wajed
- Primo Ministro Corea del Sud, Park Guen Hye
- Presidente del Nepal, Bidha Devi-Bhanjdari

Due (2) in Sud-America ( erano 4 lo scorso anno, 2 nel 2011, 2012 e 2013 e una nel 2010):
- Presidente Brasile, Dilma Rousseff  
- Presidente del Cile, Michelle Bachelet (ritornata al potere nel 2014

Infine, due (2) nei Paesi dell'Ex-URSS (era una nel 2013, 2012 e 2011 e 2 nel 2010):
- Presidente Lituania, Dalia Grybauskaite
- Primo Ministro Lettonia, Laimdota Straujuma

Appare inoltre evidente che, fatta eccezione per le Regione o loro delegate, sono pochissimne le donne che gestiscono il potere per lungo tempo, su di esse fanno eccezione la Cancelliera tedesca Angela Merkel e la Presidente della Liberia e Premio Nobel per la Pace, Ellen Johnnson Sirleaf, non a caso entrambe definite "donne di ferro".

Ecco la classifica delle dieci donne che da più tempo detengono il potere nel mondo:
1° - Regina Elisabetta d'Inghilterra (dal 1952), secondo posto assoluto dopo il Re di Thailandia
2° - Regina Margherita di Danimarca (dal 1972), quinta assoluta
3° - Governatrice di St. Lucia, Perlette C. Louisy (dal 1997)
4° - Cancelliera di Germania, Angela Merkel (dal 2005)
5° - Presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf (dal 2006)
6°-  Primo Ministro del Bangladesh, Hasina Wajed (dal 2009)
7° - Presidente della Lituania, Dalia Grybauskaite (dal 2009)
8°- Presidente del Brasile, Dilma Rousseff (dal 2011)
9°- Primo Ministro di Giamaica, Portia Simpson-Muller (dal 2011)
10°- Presidente della Corea del Sud, Park Guen Hye (dal 2013)


Questi numeri confermano ancora una volta come la rappresentanza femminile nel mondo della politica che conta, sia ancora un fatto residuale.

L'elemento forse più negativo resta quello che ad oggi solo 82 dei 193 paesi indipendenti del mondo (il 42,5%) sono stati governati almeno un giorno da una donna nella loro storia. Nel corso del 2015 alla lista si sono aggiunti la Namibia ed il Nepal.
Tra le assenze più significative gli Stati Uniti e l'Italia.

Centroamerica e Europa (con oltre il 60% dei paesi) e Sud America (58%) sono le aree del pianeta dove si sono avute (o si hanno) più donne alla guida di uno stato. Dietro di loro, l'EX-URSS (40%), l'Asia e l'Africa.  Fanalino di coda il Medio Oriente che su 13 stati sovrani solo uno ha avuto almeno una donna al potere (quell'unico stato è Israele).

Vi segnalo anche questo post di Sancara sulle donne nei parlamenti.

Vai ai post di Sancara:
Donne al potere nel mondo 2014

lunedì 4 gennaio 2016

Attaccati al potere 2015

Come è oramai avviene dal 2010, Sancara pubblica l'annuale classifica dei leaders politici da più tempo alla guida di uno Stato sovrano (come Capo di Stato o di Governo), seguiranno poi la situazione delle donne al potere nel mondo e, infine,  un'analisi sull'età dei governanti del nostro pianeta.E' uno dei modi per aiutarci a comprendere il nostro mondo e le sue complesse vicende.

Tutte le liste sono aggiornate al 31 dicembre 2015.

Le liste sono il frutto di una elaborazione comprendente 336 capi di stato o di governo in carica al 31 dicembre 2015 in tutti i paesi sovrani del mondo  (193) e 514 capi di stato o di governo che hanno superato (consecutivamente o meno), sempre al 31 dicembre, i 10 anni al potere a partire dal 1900 e in paesi indipendenti.

Sono 30 i leaders  del mondo che guidano il loro paese da oltre 20 anni  anche non consecutivi, (2 da oltre 60, 5 da oltre 40, 7 da oltre 30 e 16 da oltre 20). Di questi 13 sono in Africa, 5 in Europa (tutti di case reali), 4 in Asia, 4 nell'EX-URSS, 3 il Medio Oriente e  1 in Centroamerica.

L'uomo che nel mondo da più tempo guida un paese resta il Re di Thailandia, Bhumibol, "attaccato" al suo regno dal lontano 9 giugno 1946 (oggi ha 88 anni, è il quarto leader più vecchio del mondo, ne aveva 19 al momento della sua incoronazione).

Ecco l'elenco completo dei 10 più "tenaci" leader al potere, che è uguale a quella dello scorso anno.

1° - Re Bhumibol di Thailandia - al potere dal 9 giugno 1946 (oltre 69 anni), salì al potere a 19 anni, oggi ha 88 anni 
2° - Regina Elisabetta d'Inghilterra, incoronata il 6 febbraio 1952 (da 63 anni al potere, oggi ha 89 anni) 
3°- Sultano Qabus ibn SAID dell'Oman, al potere dal 23 luglio 1970 (oltre 45 anni)
4° - Sceicco Sulman al Khalifah del Bahrain, al potere dal 16 agosto 1970 (oltre 45 anni)
5° - Regina Margherita II di Danimarca, incoronata il 14 gennaio 1972 (da 43 anni al potere)
6° Re Carlo XVI Gustavo di Svezia, incoronato il 15 settembre 1973 (da 42 anni Re)
 - Presidente Paul Biya del Camerun, al potere dal 30 giugno 1975 (Primo Ministro fino al 1982, poi Presidente per un totale di oltre 40 anni)
8° -Presidente Teodoro Obiang Nguema della Guinea Equatoriale, al potere dal 3 agosto 1979 (al potere da oltre 36 anni), unico golpista di questa lista,
9°-Presidente Josè Edoardo Dos Santos dell'Angola al potere dall'10 settembre 1979 (da oltre 36 anni).
10° Presidente Robert Mugabe dello Zimbabwe, al potere dal 18 aprile 1980 (oltre 35 anni al potere)- che è anche, con i suoi 91 anni, anche il leader più anziano del pianeta.

In rosso i leader africani di questa speciale classifica. La lista prosegue con altri paesi africani : al 14° posto Yoweri Museveni dell'Uganda (salito al potere il 26 gennaio 1986), al 15° posto il Re Mswati III dello Swaziland (incoronato il 25 aprile 1986) e al 17° posto il presidente del Sudan, Omar Al-Basihir (al potere dal 30 giugno 1989). In realtà, sebbene diviso in 3 diversi mandati, meglio di loro ha fatto il Presidente del Congo, Denis Sassou-Nguesso, che complessivamente mette insieme 11611 giorni alla guida del suo paese (al 13° posto assoluto).

L'Africa si conferma sempre più l'area del pianeta dove più difficilmente sembra esserci il ricambio democratico. Infatti, tolti i monarchi (che quasi sempre hanno un ruolo marginale nella vita politica) è il camerunese Paul Biya  il primo "civile" da più tempo al potere nel mondo (14795 giorni), seguito dai presidenti (o primi ministri) della Guinea Equatoriale, dell'Angola, dello Zimbabwe,  del Congo, della Cambogia, dell'Ugandadel Sudan, delle Maurizio e del Ciad. 

Il Re di Thailandia Bhumibol detiene anche il record assoluto della maggiore "longevità al potere" dell'era moderna. Ovvero a partire dal 1900 e per stati sovrani.
Dopo di lui:

2°-Regina Elisabetta (ancora in carica, al secondo posto assoluto),
3°-Imperatore del Giappone Hirohito ( dal potere dal 1926 al 1989), l'unico, assieme al re di Thailandia e alla Regina Elisabetta ad aver superato i 60 anni al potere.
4°-Principe Rainieri II di Monaco (1949-2005),
5°-Re Haakon VII di Norvegia (1905-1957),
6°-Principe Franz Joseph II di Liechtestein (1938-1989), l'ultimo ad aver superato i 50 anni al potere.
7°-Fidel Castro a Cuba (1959-2008),
8°-Regina Guglielmina d'Olanda (1900-1948),
9°-Re Hussain di Giordania (1952-1999)
10°-Kim il Sung della Corea del Nord (1948-1994).

Tra gli altri africani in questa lista troviamo al 14° posto il negus Haile Salassie di Etiopia (al potere dal 1930 al 1976), al 23° posto il libico Gheddafi (1969-2011) e al 24° posto Omar Bongo del Gabon (1967-2009).

Tra le donne al potere (sempre poche - ma il tema sarà trattato nel prossimo post) dopo le due regine (Elisabetta d'Inghilterra e Margherita di Danimarca) e la governatrice generale di Saint Lucia, Perlette Louisy (al potere dal 17 settembre 1997), che rivestono ruoli molto di facciata, la donna che da più tempo detiene nel mondo il potere è ancora la cancelliera tedesca Angela Merkel, che può vantare, con solo 10 anni di incarico, questo piccolo record. Dientro di lei, ad un solo anno di distacco, la presidente della Liberia e Premio Nobel Ellen Johnson-Sirleaf.

Il 2015 ha visto anche lo svolgersi di due colpi di stato (nello Yemen, dove la situazione è ancora compromessa e in Burkina Faso, durato però solo sette giorni grazie alla reazione popolare). 

Infine vale la pena segnalare (ed è una cosa buona) che nel corso del 2015 (così come oramai dal 2012) non sono stati uccisi uomini politici che avevano ricoperto, nella loro vita, incarichi di capo di governo o di capi di stato.



Ecco i post di Sancara degli anni scorsi:

- Attaccati al potere 2014
Attaccati al potere 2013

mercoledì 23 dicembre 2015

Giustizia per Thomas Sankara

Una notizia, che alcuni aspettavano da tempo, è giunta dal Burkina Faso. Una notizia che non molti mezzi d'informazione riporteranno. A quasi 30 anni dall'omicidio di Thomas Sankara, le autorità burkinabè (la Corte militare, in verità) hanno emesso un mandato di cattura internazionale per l'ex presidente Blaise Campaorè. Si tratta di una svolta fondamentale per coloro i quali, da tempo, chiedono giustizia per chi complottò, da dentro, contro il governo rivoluzionario di Sankara. Campaorè ha guidato il Burkina Faso da quel terribile 15 ottobre 1987, quando Sankara e 12 altre persone del governo morirono sotto i colpi di mitra, fino allo scorso ottobre quando è stato destituito da una sollevazione popolare. Oggi vive, protetto, in Costa d'Avorio. Tra gli incriminati per il delitto di Thomas Sankara anche il generale Gilbert Dienderè, fidato braccio destro dell'ex-presidente, che proprio lo scorso settembre ha tentato un colpo di stato, probabilmente per scongiurare la ricerca della verità. Per tutti questi anni in cui Campaorè ha guidato il Burkina Faso non è stato mai possibile investigare sulla morte di Sankara. Una sorta di velo aveva tenuto nascosto la verità.
Inchiodare i responsabili alle loro colpe non è solo un fatto di giustizia (comunque necessario) ma è un modo per riscrivere la storia di quel periodo e ridare forza alle idee di Sankara, che non sono mai state dimenticate.
Giungere alla verità significa anche fare chiarezza sulle responsabilità che sono in capo alle potenze straniere, Francia in testa, che hanno guidato e determinato gli eventi in quella e in molte altre circostanze.

Per un blog come Sancara, che si ispira - con molta umiltà - alla storia e alle idee di quest'Uomo straordinario, la notizia dell'apertura delle indagini riempie di gioia. A molti può apparire un fatto marginale, in un paese come l'Ex Alto Volta (che proprio Sankara denominò Burkina Faso) che nello scacchiere mondiale conta poco, veramente poco. In realtà si tratta di far luce su di un periodo storico e di comprendere, oltre i sospetti, chi furono i protagonisti di quell'assassinio. Perchè Sankara non fu ucciso per quello che stava facendo nel suo, "insignificante", Paese ma, per le sue idee che rischiavano di contagiare l'intero continente. Conoscere in che modo e con quali alleanze le grandi potenze hanno determinato il corso della storia in Africa, aiuta a comprendere maggiormente le ragioni del presente.