mercoledì 19 luglio 2017

Parliamo d'Africa

E' di queste ore l'accorato appello di Alex Zanotelli ai giornalisti italiani ad illuminare l'Africa. Quel illuminare che deve essere intesa come accendere una luce o puntare i riflettori sulle questioni africane troppo spesse ignorate o mal raccontate. Ignorate soprattutto da quelli che "aiutiamoli a casa loro".
Un invito a rompere un silenzio che porta a non comprendere le ragioni che stanno alla base delle situazioni di guerra e di conflitto del continente, dell'aumento dei profughi provenienti dall'Africa e dell'incremento delle migrazioni cosiddette "economiche".


Un appello che un piccolo blog come Sancara, che nasce nel 2010 con l'obiettivo proprio di parlare d'Africa, non può che condividere e far proprio. Certo i miei interventi su questo blog sono delle piccole gocce d'acqua in un oceano agitato. Quante volte mi sono chiesto se ne valeva la pena, se il tempo speso a pensare, a studiare e poi scrivere d'Africa poteva essere impiegato in altro modo. Quante volte sono stato vicino a dire basta, chiudo questa esperienza. Poi, ogni volta, uno dei soliti luoghi comuni sparato da qualche improvvisato politico, una delle solite sciocchezze scritte sui social o un articolo che si spacciava per serio, zeppo si idiozie, mi hanno fatto desistere e mi hanno dato l'impulso a continuare.
Parlare d'Africa non è facile. Soprattutto farlo in modo corretto che non scivoli nel pietismo (spesso ricercato per altri scopi) e che sia comprensibile a tutti. Ancora più difficile è poi richiamare l'attenzione sui temi africani.

Siamo troppo abituati a raccontare l'Africa durante la fase acuta di grandi tragedie, per poi ignorarne, subito dopo, perfino l'esistenza.
Nell'immaginario collettivo l'Africa è una unica grande nazione (in realtà sono 54 paesi con situazioni sociali, culturali, economiche, linguistiche, etniche, religiose e geografiche completamente diverse l'uno dall'altro) tutto appiattito su di una grande povertà.
Oggi molti guardano all'Africa quasi con fastidio. Un fastidio frutto di un'immagine distorta che si ha del continente e più in generale delle persone che da quel continente scappano.

L'appello di Zanotelli rappresenta l'ennesimo stimolo a continuare a raccontare l'Africa dei drammi ma, anche quella delle bellezze. A scrivere dei conflitti e delle guerre del continente, della povertà a volte estrema, delle ingiustizie e degli orrori ma anche delle enormi risorse materiali, umane, sociali  e culturali che da ogni parte dell'Africa fanno fatica a giungere alla nostra attenzione.

Sancara nasce con questo scopo.
 

Chi è Alex Zanotelli?
Alessandro Zanotelli è un missionario nato in Trentino nel 1938. Appartiere all'ordine dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, noti come Comboniani (dal nome del suo fondatore il veronese Daniele Comboni, morto nel 1881 a Khartum nell'odierno Sudan).
Zanotelli è stato in Sudan dal 1965 al 1973 tra la popolazione dei Nuba durante la guerra civile sudanese. Per le sue critiche al governo e per le sue denunce al sistema di oppressione del governo fu costretto a non ritornare in quel paese (il governo gli negò il visto).
Si trasferì a Verona dove dal 1978 al 1987diresse la rivista Nigrizia che oltre a denunciare le storture africane non faceva mancare pesanti denunce al sistema politico degli aiuti al cosiddetto terzo mondo. Durante gli anni della sua direzione la rivista divenne un punto centrale di studio e osservatori sui temi del pacifismo e della critica verso i sistemi economici che creano disparità tra i popoli.
Fu tra i fondatori del movimento dei Beati Costruttori di Pace che mette al centro delle azioni la questione della giustizia.
Dal 1989 al 2001 è stato in Kenya nella baraccopoli di Korogoche alle porte di Nairobi.
Dal 2001 vive a Napoli nel rione Sanità, dove oltre ad essere presente nella difficile situazione del quartiere continua a seguire le questioni internazionali ed in particolari quelle africane.

Ecco il sito di Nigrizia


giovedì 13 luglio 2017

Nuovi Patrimoni da conservare in Africa

Si è chiusa il 12 luglio a Cracovia (Polonia) la 41° Sessione del Comitato per i Siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. E' stata una sessione che ha permesso di fare il punto della situazione dei 1073 siti mondiali, di verificarne lo stato di conservazione e di analizzarne gli eventuali problemi nella tutela.
Per l'Africa è stata l'ennesima prova di come il patrimonio presente nel continente non sia esclusivamente quello naturalistico.
La Sessione del 2017 ha inscritto nel Patrimonio Mondiale altri 21 siti (3 naturali e 18 culturali). Tre sono i nuovi siti africani, tutti nell'area culturale.
Si tratta anche di due nuovi paesi (Angola ed Eritrea) che entrano nella lista per la prima volta.

Sono stati inseriti:

- La città di Mbanza Kongo, in Angola, che fu la capitale politica e culturale del Regno Kongo (XIV-XIX sec.), uno dei più grandi Regni del Sudafrica pre coloniale. Una città posta a quasi 600 metrici altitudine;

- La città di Asmara, capitale dell'Eritrea, situato sopra i 2000 metri e frutto di una moderna pianificazione (fu edificata tra il 1893 e il 1941);

- La terra dei Khomani San, i boscimani del deserto del Kalahari, in Sudafrica, dove si raccoglie la presenza di questo popolo dall'Eta' della Pietra ai nostri giorni.

Sono tre siti che, in modo diverso, permettono di approfondire la storia africana spesso oltre molti luoghi comuni.

La sessione di Cracovia ha anche esteso un altro sito africano, quello naturale del W National Park del Niger (già iscritto nel 1996), oggi diventato un sito transnazionale (Benin, Burkina Faso e Niger) che raccoglie i tre parchi confinanti sotto un unico complesso: il Complesso di W-Arly-Pendjari.


Infine, e questa è una ottima notizia, due siti africani sono stati rimossi dai siti Patrimonio dell'Umanità in pericolo (oggi 54). Infatti il Parco Nazionale Simien (uno dei primi siti divenuti Patrimonio dell'Umanità, 1978) era stato inserito nella lista dei siti in pericolo nel 1996 a causa del passaggio di una strada al suo interno, dello scarso management e dell'impatto negativo dei visitatori. Oggi tale pericolo, grazie ad oltre due decenni di sforzi, è stato scongiurato.
vale lo stesso per il Parco Nazionale Comoè (inserito nel 1983) e inserito nei siti a rischio dal 2003 a causa dell'aumento del bracconaggio e dell'aumentata invasione umana. Dal 2005 è in corso un grande progetto di miglioramento del management finanziato in gran parte dalla Comunità Europea. Il miglioramento dell'habitat e e della conservazione della fauna ha permesso la rimozione, dal 2017, dai siti a rischio.

Sono purtroppo ancora 22 (sui 54 del mondo) i siti africani nella lista dei patrimoni dell'Umanità in pericolo. Molti di essi a causa delle guerre.

Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni dell'Umanità UNESCO in Africa

lunedì 10 luglio 2017

Cosa significa aiutiamoli a casa loro?

In questi giorni si è acceso un dibattito, talora surreale, su una frase che oltre ad essere un slogan populista di una pessima politica racchiude significati dubbi e diversi per chi la pronuncia. Siamo sinceri,  "aiutiamoli a casa loro" non significa nulla. Per una buona parte inoltre è un sinonimo di "non facciamoli arrivare" che rappresenta più la soluzione di una, spesso immotivata, paura, che una vera volontà di aiuto. Per altri ancora è un modo apparentemente elegante  per dire "degli altri, e di quelli in particolare, non mi interessa nulla". Per altri quella frase significa "facciamo qualcosa per loro", nel senso cristiano di aiuto o nel senso laico di donare opportunità.
L'assurdità del dibattito è proprio nel modo in cui esso si svolge. Tutto centrato sulla nostra misera politica locale, sulle fazioni interne, come se Salvini o altri contassero qualcosa nello scacchiere mondiale o potessero essere le persone capaci di incidere su strategie geopolitiche e internazionali o su fenomeni, complessi come quelli delle migrazioni.
Tralascio la questione relativa a coloro i quali richiedono protezione internazionale, che non solo abbiamo l'obbligo giuridico di accogliere ma, dove per tradizione culturale e democratica abbiamo anche il dovere etico e morale di farlo.
Abuja, Nigeria

Oltre a tutte le questioni filosofiche che voglio tralasciare (ad esempio il concetto di superiorità o di forza che la parola "aiuto" sottende, la questione se sia lecito o meno impedire agli uomini - dopo che l'abbiamo fatto con le merci - di muoversi liberamente), la questione degli aiuti racchiude un enorme tranello.
Di aiuti ai paesi del vecchio "terzo mondo" si parla (e si pratica) dal 1944 (ovvero ancora durante la seconda guerra mondiale), sebbene poi il grande afflusso di denaro arriva, in Africa, dalla fine degli anni '50 con le prime indipendenze. Secondo molti economisti e secondo alcuni studiosi di Africa sono proprio gli "aiuti allo sviluppo" (sia inteso quelli intergovernativi non quelli delle organizzazioni o delle emergenze) ad ever creato l'attuale situazione in Africa. Una situazione che, badate bene, non è di povertà, ma di enormi squilibri all'interno degli stati. Paesi come la Nigeria (da cui oggi giunge la prima migrazione africana in Italia), di oltre 180 milioni di abitanti, partono da una situazione di grande ricchezza per molti (tra di essi uomini e donne che rientrano nelle categorie delle persone più ricche del Pianeta) e milioni di persone che vivono letteralmente nelle discariche. Nel mezzo una enormità di "classe media" che oscilla tra il tentativo di arricchirsi, la possibilità di stare , economicamente, fermi e l'alto rischio di precipitare nella povertà. Mentre per le classi alte e medie la situazione è simile alla nostra, per le classi basse la situazione è drammatica perché i sistemi di welfare e di assistenza interna sono pressoché inesistenti e dipendono, e qui viene il bello, esclusivamente dagli aiuti esterni esistenti.
Secondo alcune stime sono oltre 300 miliardi i dollari che negli ultimi decenni sono arrivati in Africa senza che questa grande iniezione di denaro abbia influito positivamente sullo sviluppo.
Secondo i teorici di queste tesi (letteralmente di una "carità che uccide") questi innesti di denaro hanno generato una totale dipendenza verso l'esterno, una classe politica scellerata e "cleptocratica" e pesato enormemente sulle popolazioni più povere. Che sia chiaro gli aiuti non erano donazioni bensì scambio merci. Quelle merci pregiate (dal petrolio all'uranio, dai diamanti al coltan, dal legno al caffè, dal cacao all'oro, dai fosfati al carbone) di cui noi avevamo tanto bisogno e che gestirle (al netto delle tangenti) faceva non solo guadagnare molto, ma, ne permetteva di controllarne i mercati ed il prezzo.
Questo sistema ha generato un circolo vizioso che ha fortemente compromesso la crescita e lo sviluppo africano.
In definitiva la nostra ricchezza, la nostra crescita economica si deve in primo luogo a questo sistema. 
Affermare oggi che bisogna fare quello che abbiamo fatto per decenni e che ha prodotto il problema appare offensivo del buon senso.
In Africa non mancano le risorse (anzi!), quel che manca è la capacità di governarle e di renderle vantaggiose per la propria economia e meno per quelle degli altri.
Lavorare oggi per rendere le condizioni dei Paesi africani meno pesanti di quelle che oggi esistono significa creare delle situazioni ove sia più conveniente per se e per le proprie famiglie, restare piuttosto che migrare. Significa creare condizioni di vita migliori, significa reinvestire in questi paesi una parte consistente delle risorse esistenti, significa creare opportunità di lavoro.
Farlo, sia chiaro, significa ridistribuire ricchezze. Significa non permettere a chi estrae materie prime di devastare senza responsabilità il territorio (in Nigeria come in Repubblica Democratica del Congo) e di conseguenza far innalzare i prezzi, significa che il cacao prodotto il Africa Occidentale possa essere lavorato in loco a vantaggio dell'occupazione e a discapito delle nostre industrie, significa permettere di far decollare l'industria delle automobili e dell'abbigliamento in Africa (da sempre tenuta a freno), significa rivedere gran parte degli accordi commerciali in vigore che hanno lo scopo di salvaguardare le nostre economie, significa dare poteri alle classi dirigenti africane e sottrarne ai falsi donatori.... e la lista potrebbe continuare.

In un ragionamento laico e fuori dagli schemi politici (da una parte e dall'altra) credo sia corretto favorire - finalmente - la crescita e lo sviluppo dei Paesi africani ma, non per fermare le migrazioni bensì per rendere il mondo più equo e più giusto.



 
  

 

giovedì 22 giugno 2017

Orutu, il violino dei Luo

L'orutu è, assieme al niatiti e all'oporo, uno dei strumenti della tradizione musicale Ohangla dei Luo, un popolo dell'Africa orientale e in particolare del basso Sudan, del nord dell'Uganda, della Repubblica Democratica del Congo, della Tanzania e del Kenya.


Si tratta di uno strumento cordofono ad arco (o in altri termini di un violino monocorde) di semplice costruzione. Un corpo cilindrico cavo in legno, una pelle tirata sulla sua superficie e un tubo di legno inserito lateralmente che serve da manico. L'unica corda, nella tradizione in sisal (oggi sostituita dal nylon o dai cavi del freno di una bicicletta) che passa su di un ponticello, è fissata al manico.



Si suona con un archetto di legno, tenendolo appoggiato all'addome o ad una gamba se si suona da seduti. Costituisce uno degli strumenti chiavi della musica benga, sorta. tra gli anni 40 e gli anni 60 in Kenya.
Tra i gruppi musicali che utilizzano questo strumento, anche nella musica moderna, vi sono i Kenge Kenge, un gruppo che si pone l'obiettivo di salvaguardare e rendere vive le tradizioni musicali del popolo Luo.

Vai alla pagina di Sancara sugli strumenti musicali d'Africa

martedì 30 maggio 2017

Perfino il Papa rinuncia ad andare in Sud Sudan

E' di questi giorni la notizia che un uomo coraggioso, come è Papa Francesco, è stato costretto a rinunciare al suo viaggio nel Sud Sudan. La sicurezza nel paese è oramai ai minimi e neppure la promessa del Papa ("andrò comunque") e la presenza di oltre 4 milioni di cristiani (un terzo circa della popolazione, il resto a scanso di equivoci, sono animisti) ha impedito ai servizi di sicurezza (del Vaticano e di Gran Bretagna) di dare il via libera al viaggio a Juba. Troopo pericoloso perfino per un Papa che aveva l'intenzione di sfidare il mondo (e forse sarebbe stato un grande atto).
La situazione del paese, la più giovane nazione africana, nata il 9 luglio di soli 6 anni fa (2011), è al collasso.
Oltre 5,5 milioni di persone che soffrono la fame (di cui 890.000 a rischio vita), quasi 4 milioni di profughi, di cui 1,8 milioni nei paesi vicini (Etiopia, Uganda e Kenya) e oltre 2 milioni di sfollati interni. Quasi tre milioni di persone (che diventeranno 4 a fine anno) la cui vita dipendono esclusivamente dal cibo distribuito dal WFP.
Tra di essi, inutile dirlo, moltissimi bambini. Giunti ad essere quasi 1 milione. Bambini in fuga costituiscono la maggiore preoccupazione delle organizzazioni umanitarie.
Una catastrofe che - solo perchè lontana da noi e perchè solo in minima (ma veramente minima) parte lambisce il nostro paese - passa quasi inosservata.

Dall'inizio del conflitto, iniziato alla fine del 2013, e accentuatosi nel corso del 2016, la situazione peggiore di giorno in giorno, mentre senza soluzione di continuità, i pozzi di petrolio continuano ad estrarre l'oro nero.

Si, perchè la questione è che il Sud Sudan, è potenzialmente un paese ricco.

Il conflitto, che ha origini etniche e non solo, vede contrapporsi l'esercito del Presidente Salva Kiir , un dinka che era stato il vice di John Garang fino alla sua morte (avvenuta nel 2005) e le milizie del vice-presidente Riek Machar di etnia nuer, destituito lo scorso luglio.
Un conflitto che, come purtroppo avviene in queste aree, finisce con colpire molto di più i civili che incidere in un senso o nell'altro sulle parti in conflitto. Nel mezzo, le organizzazioni umanitari e gli operatori umanitari (già 80 le vittime tra loro), spesso bloccati per non far arrivare gli aiuti a queste o quelle popolazioni.
Mentre la situazione sembra non avere soluzione, su altri tavoli, si discute di questioni diverse. E' in gioco la costruzione della nuova capitale del paese, che dovrebbe sostituire Juba. Si tratta di Ramiciel, ed è un'impresa da oltre 10 miliardi di dollari, che coinvolgono aziende cinesi, malesi, coreane e russe. Insomma, dei profughi non importa nulla, dei cittadini ancor meno e gli stessi paesi che pagano gli aiuti umanitari, sfruttano attraverso le loro imprese, i denari per la ricostruzione per la nuova costruzione. Il cinismo dell'umanità.

Per una trattazione dettagliata delle origini e delle complessità del conflitto interno vi rimando a questo articolo di Daniela Franceschi


 

lunedì 15 maggio 2017

Amadou Balakè, una voce burkinabè

Amadou Balakè (nato Amadou Traorè) è stato uno dei pochi (per ora) musicisti del Burkina Faso la cui fama ha varcato i confini nazionali inserendosi nella scena musicale internazionale. Il suo stile ha saputo miscelare elementi della tradizione africana (delle etnie Dioula e Mossi) e ritmi provenienti dai Caraibi.
Nato l'8 marzo 1944 nel nord del Burkina Faso (a Ouahigouya) nel 1952 assieme ai fratelli e alla madre, rimasta vedova, si trasferisce a Ouagadougou, dove frequenta la scuola coranica. Non impara a leggere, preferendo le percussioni allo studio.
Ragazzino, si trasferisce a Mopti (in Mali) dove svolge il suo apprendistato come autista. Diventa manovratore nei cantieri edili e infine, nel 1961, rientrato a Ouagadougou, diviene uno dei primi taxisti del paese.
Nel mentre, frequenta i bar  dove suonano le orchestre ed inizia ad esibirsi come cantante e percussionista.
Negli anni '60 gira i pesi dell'Africa Occidentale: è a Bamako in Mali come chitarrista  al Grand Hotel, ad Abidjan in Costa d'Avorio dove suona con l'orchestra cubana e infine in Guinea dove forse si svolge la sua vera formazione musicale.



Nel 1968 rientra in Burkina Faso ormai molto conosciuto nel panorama musicale africano ed è il momento in cui gli viene dato il nome d'arte Balakè, da un brano omonimo (scritto con la doppia, Ballakè) dei Bembeya Jazz (un gruppo guineano alla moda a quel tempo). La canzone, vero suo cavallo di battaglia, racconta di un giovane ragazzo ucciso durante la guerra d'indipendenza  e della sua fidanzata che si suicida dopo la sua morte.
Balakè resta per gran parte degli anni '70 in Burkina Faso dando vita a molti gruppi musicali che restano attivi nella capitale e che fondono ritmi afrocubani con l'afrobeat e il rhythm'n'blues. Molte delle produzione di quegli anni sono state riscoperte e valorizzate dopo la su morte.
Nel 1976 incide il suo primo album ad Accra (Ghana), poi il secondo nel 1978 a Lagos (Nigeria) intitolato Taximan (in ricordo del suo lavoro giovanile) e poi il terzo, sempre nel 1978, a Abidjan (Costa d'Avorio).

Nel 1979 Balakè è a New York assieme al cantante gambiano (ma senegalese di adozione) Laba Sosseh, dove registra due album (Vol.3 e Amadou Balakè a New York)  avvalendosi della collaborazione di molti musicisti (tra cui il pianista Alfredo Rodriguez). L'esperienza americana lo proietta nella musica internazionale.

Proprio grazie all'esperienza a New York e alle collaborazioni in chiave afro-cubana che anni dopo, varcata la soglia del muovo millennio, grazie al produttore Ibrahima Sylla, nascerà (2001) il gruppo Africando che vedrà Amadou Balakè tra i cantanti.

Dopo aver vissuto fino alla metà degli anni '80, tra New York, Parigi e Abidjan, Balakè è rientrato in Burkina Faso dove ha continuato ad esibirsi fino all'anno prima della sua scomparsa, avvenuta a Ouagadougou il 27 agosto 2014.
Nel 2013, in modo quasi profetico incide il suo ultimo album, chiamato In Conclusion che sarà pubblicato postumo nel 2015.

Vai alla pagina di Sancara sulla Musica dall'Africa


lunedì 8 maggio 2017

Rana Golia, una gigante del suo genere

La Rana Golia (Conraua goliath) è la rana (più correttamente un anuro, ovvero quella grande famiglia che comprende rane, rospi e raganelle) più grande del mondo. Può giungere a pesare 3 chilogrammi ed ad essere lunga, a zampe estese, vicino agli 80 centimetri. Insomma nulla a che fare con il più grande dei nostri rospi.
Le rane golia vivono lunghi i fiumi in acque melmose e oramai in due soli paesi dell'Africa Occidentale: il Camerun (nel sud-ovest) e la Guinea Equatoriale (nel Parco del Monte Alen). E' una specie che, stando all'IUCN è inserita nella lista rossa delle specie a rischio  ed è classificata come EN, ovvero come destinata all'estinzione (fino al 1996 era definita come una specie vulnerabile). Si ritiene che gli esemplari si dimezzano ogni tre generazioni (ovvero 15 anni) a causa della perdita dell'habitat (a causa del disboscamento e della deviazione dei fiumi) e della caccia (la rana golia viene mangiata e, stando alle testimonianze è una vera prelibatezza!). Vi è anche un'altra causa che contribuisce alla decimazione della popolazione delle rane golia ed è l'esportazione verso gli Stati Uniti per uso domestico (anche in Africa i bambini le trattano come degli animali di casa) dove poi vengono utilizzate nelle competizioni di salto delle rane (il governo della Guinea ha posto il limite a 300 esemplari l'anno per le esportazioni).
Sono animali notturni (quando cacciano e si cibano di insetti, ma anche di piccoli animali e perfino di piccoli mammiferi) e contrariamente ad altre specie di rane sono prive di sacche vocali, quindi non emettono suoni (vengono anche chiamate rane mute). Le femmine depongono centinaia di uova, sebbene poi le dimensioni dei girini risultano essere simili a quelli delle rane comuni.



 

Vai alla scheda dell'IUCN 

Vai alla pagina di Sancara Animali dell'Africa

venerdì 28 aprile 2017

Filippo Grandi e l'UNHCR

Mentre in Italia divampa una sterile e inutile polemica sulle presunte colpe delle Organizzazioni Non Governative (ONG) nell'ambito della situazione migratoria, l'Alto Commissario delle Nazione Unite per i rifugiati, rilascia questa intervista a Famiglia Cristiana, che vi invito a leggere prima di proseguire in questo post.

La polemica è tutta italiana, cavalcata ad arte e racchiude in se tutta la bassezza del popolo italiano. Quella bassezza che porta a generalizzare, a screditare e a mettere in discussione il lavoro delle Organizzazioni non Governative, spesso le stesse che in altre situazioni sono stati gli eroi che ci hanno salvato (Ebola insegna!).

Il blog che si occupa d'Africa, come Sancara, guarda alle parole di Grandi con grande interesse  e preoccupazione. Nella "più grave crisi umanitaria del dopoguerra", come la chiama l'UNHCR, vi è molta, moltissima Africa. Naturalmente non parliamo delle poche centinaia di migliaia di persone che giungono in Europa ed in Italia, che non possono definirsi un'invasione, bensì di quei 65 milioni di persone fuggite del loro paese e che per il 90% sono "accampate in Africa" e in Medio Oriente.

I 65 milioni di profughi (più della popolazione italiana) che scappano da guerre, carestie e mutazioni climatiche. Ma, scappano anche dalla politica, dall'incapacità dei governi di fronteggiare le crisi, dalla presenza di stati falliti (si veda su questo tema i vari post di Sancara) o dall'abbandono delle istituzioni.

Grandi, mette in luce anche, con molta chiarezza, la situazione economica dell'organizzazione (legata a donazioni statali "libere") e pone l'accento sulla necessità di tener separato, nettamente, colui/colei che scappa da situazioni di pericolo da altre tipologie di migrazioni. Quest'ultimo punto, molto dibattuto nell'ambito delle organizzazioni umanitarie, contiene una trappola enorme. Le tutele giuridiche del profugo (titolare di un diritto di asilo) sono giustamente molto alte e devono essere mantenute. Il profugo non può essere rimpatriato, non puo' essere espulso. Il rischio (e da qui la trappola) è che gli Stati riducano le tutele per tutti, danneggiando in modo particolare coloro i quali hanno diritto allo status di profughi. E' una distinzione non da poco che deve fare riflettere tutti. 

Più volte, scrivendo di campi profughi, ho sottolineato come in alcuni luoghi del pianeta queste enormi tendopoli sono diventate la casa di intere generazioni. Allora le parole di Grandi, testimone diretto dell'enorme tragedia dei profughi dal Ruanda del 1994 a Goma, devono farci pensare sul senso delle emergenze e su alcune parole che spesso usiamo senza conoscerne il reale significato.

Infine, Grandi guarda al futuro prossimo, che non appare per nulla roseo. Le situazioni del Sud Sudan e della regione dei Grandi Laghi (Repubblica Democratica del Congo e Burundi in testa) destano forti preoccupazioni per chi è abituato a confrontarsi con le emergenze ed ha la consapevolezza che la politica, quelle delle decisioni anche coraggiose, ancora una volta, sarà latitante.

Filippo Grandi, milanese, è nato nel 1957. Una carriera svoltasi tutta nell'UNHCR (ACNUR per l'Italia) dove è entrato nel 1988 e dove ha accumulato sul campo un'esperienza che pochi oggi possono vantare.
Dal 1 gennaio 2016 è stato nominato Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (è l'italiano che ha raggiunto  "il più alto grado" di sempre nel sistema delle Nazioni Unite).