domenica 15 ottobre 2017

Ripropongo, oggi a 30 anni dall'assassinio di Thomas Sankara, il suo profilo che scrissi nel 2013.



martedì 15 ottobre 2013

Thomas Sankara (1949-1987), un sognatore

Presidente Burkina Faso (1983-1987)


“La nostra rivoluzione è, e deve essere, l’azione collettiva di rivoluzionari per trasformare la realtà e migliorare concretamente la situazione delle masse del nostro Paese. La nostra rivoluzione avrà avuto successo solo se, guardando indietro, attorno e davanti a noi, potremmo dire che la gente è, grazie alla rivoluzione, un po’ più felice perché ha acqua potabile, un’alimentazione sufficiente, accesso ad un sistema sanitario ed educativo, perché vive in alloggi decenti, perché è vestita meglio, perché ha diritto al tempo libero, perché può godere di più libertà, più democrazia, più dignità.”


Thomas Isidore Noel Sankara, per molti è stato il Che Guevara d'Africa. Un uomo integro, che aveva fatto di tutto, in parte riuscendoci, per far uscire il suo paese, l'Alto Volta (da lui rinominato Burkina Faso, "paese degli uomini integri") dalla povertà e dalla dipendenza verso gli ex paesi coloniali. Il suo progetto, rivoluzionario sotto molti aspetti, idealista, fu interrotto da una raffica di mitra dopo quattro anni. Aveva 37 anni.

Thomas, terzo di dieci figli, era nato a Yako il 21 dicembre 1949 da una famiglia cattolica (padre Joseph di etnia peul e madre Marguerite, mossi) che aveva tentato di indirizzarlo al sacerdozio. Da giovane fu un abile chitarrista, passione che l'accompagnò per tutta la vita. A 17 anni invece, Thomas si arruolò nell'esercito. La sua formazione militare avvenne in Madagascar (1970-73) all'Accademia militare di Antisitabè, in un periodo di tumulti e rivolte. Per un breve periodo sarà anche in Francia.


Dopo essere stato istruttore nella divisione paracadutisti (1976) ed aver frequentato un corso in Marocco (1978), assieme ad altri giovani ufficiali fondò, agli inizi degli anni '80, la ROC (Regroupment des Officiers Communistes), un'organizzazione di di miliari comunisti, con la quale prepara la "teoria" della sua rivoluzione.
Sotto la presidenza di Saye Zerbo (1980-1981), Thomas divenne nel 1981, dopo esser stato promosso capitano, Segretario di Stato per l'Informazione (settembre 1981), carica che abbandonò il 21 aprile 1982 in opposizione al regime.
A seguito del golpe del capitano Jean-Baptiste Ouedraogo avvenuto l'8 novembre 1982, Thomas Sankara divenne, il 10 gennaio 1983 Primo Ministro e in tale veste partecipa al vertice dei Paesi non Allineati a Delhi (7-12 marzo).
Il 17 maggio 1983 fu destituito e messo agli arresti domiciliari dallo stesso Ouedraogo. L'arresto portò ad una vera e propria rivolta, Sankara fu liberato il 30 maggio e il 4 agosto, i militari guidati da Blaisè Campaorè, sospinti dal movimento popolare di studenti e lavoratori, rovesciarono il regime di Ouedraogo e Thomas Sankara, assunse la carica di Presidente del Consiglio nazionale della Rivoluzione (CNR). Il gruppo dei fedelissimi è composto da Campaorè, Zongo e Lingani, oltre che da civili e molte donne.

I quattro anni di presidenza di Thomas Sankara furono una vera e propria rivoluzione. Il 2 ottobre 1983 Sankara pronunciò il discorso di orientamento politico, che gettò le basi della sua politica. Rinunciò a tutti i privilegi della sua carica (auto, aereo presidenziale e ogni genere di lusso). Il 4 agosto del 1984 l'Alto Volta divenne Burkina Faso e pochi giorni dopo nazionalizzò terre e miniere.

Il 4 ottobre 1984, pronuncia un celebre discorso alle Nazioni Unite (il Burkina Faso è membro di turno del Consiglio di Sicurezza), affermando "di parlare a nome di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo". Poco dopo Sankara lancia un ambizioso programma di sviluppo che punta al miglioramento della vita, dell'ambiente e delle infrastrutture. Quella che in altri luoghi del pianeta potrebbe essere definita una rivoluzione "rosso-verde".

L'azione del suo governo si sviluppò secondo alcune direttive ben chiare: lotta ai privilegi e alla corruzione (si attenne ad uno stile di vita sobrio, senza privilegi per se e per la famiglia, non era insolito vederlo girare in bicicletta da solo, amava ripetere "non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero"), centralità della produttività agricola (produciamo quel che consumiamo), una forte politica dell'acqua (due pasti e 10 litri di acqua al giorno per ognuno), lotta alla desertificazione (non possiamo aspettare la siccità a braccia incrociate) e programmi di riforestazionecentralità del ruolo della donna, lotta all'analfabetismo partecipazione dei comitati alle decisioni e conservazione delle tradizioni.


Il suo grande carisma e la sua profonda onestà e sobrietà furono la spinta iniziale al cambiamento collettivo e alle conquiste. 
Il 29 luglio 1987 Sankara parlò alla XXV Conferenza dell'OUA ad Addis Abeba, pronunciando un forte discorso (ecco il link) contro il debito e invitando i paesi debitori a non pagarlo.

Forse spinse troppo oltre l'acceleratore, sicuramente chiese grandi sacrifici a tutti (sempre comunque prima a se stesso), quel che è certo è che si fece molti nemici all'estero e alcuni, più pericolosi, all'interno. Certo era un visionario e come molti uomini di quel genere era sprezzante e irriverente.

Il 15 ottobre 1987, Thomas Sankara fu ucciso assieme a 12 ufficiali. Ad organizzare il golpe fu il suo compagno e braccio destro, Blaise Campaorè, che ancora oggi guida il paese.

Si spegneva così la giovane vita di un idealista, di un sognatore che forse avrebbe potuto dare una svolta alle sorti dell'intero continente. Come scrisse Jean Ziegler, la morte di Sankara è stato un dramma per l'intera Africa. 

La storia di Thomas Sankara, le sue idee, le sue lotte, purtroppo, non sono molto note dalle nostre parti. L'Africa post-coloniale è un buco nero nella storia.

Per saperne di più:

Il sito Thomas Sankara Net, una ricorsa completa di documenti e altro
Questo invece è un documentario su Thomas Sankara curato dal giornalista Silvestro Montanaro
Fiorella Mannoia e Thomas Sankara (post di Sancara)
Una canzone che l'ivoriano Alpha Blondy ha dedicato a Sankara
La pagina facebook Giustizia per Thomas Sankara

Bibliografia (in italiano)

Thomas Sankara. Una speranza recisa, Aluisi Tosolini, EMI Bologna, 1988
La vittoria dei vinti, Jean Ziegler, Edizioni Sonda, 1992 
Thomas Sankara, il presidente ribelle, Marinella Correggia (a cura), Minifestolibri, 1997
-  L'Africa di Thomas Sankara, Carlo Batà, Acheb 2003
Una foglia, una storia. Vita di Thomas Sankara, Valentina Biletta, Ediarco, 2005
Sankara.Un rivoluzionario africano, Alessandro Aruffo, Massari, 2007
La voce del deserto, Vittorio Martinelli, Zona, 2009

Vai alla pagina di Sancara Profili Africani

martedì 3 ottobre 2017

La nostra luce

Lesedi la Rona, questo è il nome del diamante che è stato appena comprato dalla Graff Diamonds per la somma di 53 milioni di dollari. In lingua tswana, significa appunto la nostra luce.
Si tratta del secondo più grande diamante della storia (1100 carati, grande un pò meno di una palla da tennis), secondo solo alll'oramai storico  "Cullinan", un diamante da 3016,75 carati, proveniente dal Sudafrica e trovato nel 1905.
Il Lesedi la Rona è stato trovato il 18 novembre 2015 nella miniera Karowe in Botswana ma, la trattativa per la sua vendita è andata avanti per oltre un anno e partiva dalla somma di 70 milioni di dollari.
La miniera di Karowe (nella foto) in Botswana è stata aperta nel marzo 2012 dalla Lucara Diamonds, una multinazionale mineraria canadese. 
E' stato calcolato che la miniera avrà una vita di 15 anni ed una delle prime ad utilizzare sofisticate tecnologie a raggi X per la scoperta dei diamanti. Nel 2013 ha prodotto 181 milioni di dollari di fatturato, nel 2014 265 milioni di dollari... insomma già i ricavati non erano male ma, dopo la scoperta della "nostra luce" non solo sono aumentati i fatturati della compagnia ma, le quotazioni in borsa sono salite del 28%... un affare certamente importante.

Come sempre le ricchezze africane, e quelle minerarie in particolare, non incidono sulla ricchezza dela paese e soprattutto sulla povertà. Altre sono le destinazioni che pietre e soldi prendono.

La questione poi è sempre la stessa. Non vi è nulla di male nel cercare e vendere diamanti. Purtroppo non sempre (e qui voglio ancora credere che sia possibile) le condizioni di lavoro sono ottimali, soprattutto in paesi dove i diritti, ed in particolare quelli del lavoro, lasciano il posto ad altro.
La scoperta di questi enormi doni della natura, scatenano le fantasie di ricchezza di avventurieri e sciacalli di ogni genere. E allora si entra nel mondo dell'orrore, dove la vita, spesso quella di bambini (più adatti per le loro dimensioni a infilarsi nei cuniculi e meno propensi alle ribellioni), vale meno di niente.
Ma, di questo, parleremo in un altro momento.
 

Per maggiori informazioni sui diamanti africani vi rimando al post di Sancara:

lunedì 25 settembre 2017

La città storica di Meknes

Meknes è una delle quattro città imperiali (la più piccola) del Marocco (le altre sono Fez, Marrakech e Rabat) e fu capitale del regno tra il 1672 e il 1727 durante la guida del sultano Moulay Ismail ibn Sharif, ritenuto uno dei più autoritari della storia del Paese.
Fondata nel XI secolo (1081) dagli Almoravidi come fortezza, secondo gli storici il suo nome si deve ad una tribù berbera chiamata Miknasa. E' situata nella parte settentrionale del Marocco, alle pendici delle montagne del medio Atlante, viene spesso chiamata la Versailles del Marocco o la città dei cento minareti. E' circondata da colline verdeggianti e da pianure fertili.
Splendido esempio e testimonianza di architettura araba a cui successivamente si sono aggiunti tratti di architettura spagnola.
 Circondata da imponenti mura (le quali complessivamente superano i 30 chilometri) con 9 porte monumentali (alcune frutto di saccheggi in altri siti archeologici). La più bella delle porte, la Bab el Mansour, decorata in maioliche verdi, era in realtà il luogo dove si tenevano e processi e si giustiziavano i colpevoli.
Il cuore della città si sviluppa attorno alla sua medina (la città vecchia) e al suo suk (mercato) nella grande e bellissima piazza di el-Hedim.
Sono numerosi i luoghi di pregio e da visitare a Meknes (sicuramente e a torto la meno turistica delle città imperiali) dalla medersa Bou Inania (una delle più belle scuole coraniche del Marocco) al quartiere ebraico, dal mausoleo di Moulay Ismail (che ospita la tomba del sultano) al Dar el Makhzen (il palazzo imperiale purtroppo non visitabile) dai granai reali seminterrati (Heri es-Souani) alle scuderie reali. Insomma una città che permette al suo interno di percorre un millennio di storia del Magreb.
 
Dal 1996 la città è stata inserita, per il suo valore storico-culturale, tra i siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO.

Vai alla pagina di Sancara sui Siti Patrimonio dell'Umanità in Africa

giovedì 17 agosto 2017

Dal Premio Nobel alla mafia: le confraternite nigeriane

La criminalità nigeriana è stata da poco "elevata" al rango di mafia. Se è vero che la Direzione Nazionale Antimafia già nel marzo 2003 defìnì come "mafiogena" la criminalità nigeriana, le prime condanne per associazione mafiosa si collocano attorno al 2010. La mafia nigeriana da un lato ha una storia all'interno del paese d'origine e dall'altro, come sostiene nuovamente la DIA nel 2017, ha avuto “una forte capacità adattativa all’ambito territoriale in cui si trova ad operare”.
La sua espansione, come ha più volte sottolineato l'UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), ha varcato da tempo i confini della Nigeria ed è oramai diffusa, con interessi criminali diversi, in varie aree del mondo con in testa l'Italia, poi Canada, Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Russia, Brasile e Giappone.
La criminalità nigeriana affonda le sue origini all'interno del mondo universitario della Nigeria ed in particolare nel cultismo e nelle confraternite.
Quando nel 1952, sette giovani studenti universitari (tra di loro si chiamavano i magnifici sette), tra cui il futuro Premio Nobel (1986) per la Letteratura Wole Soyinka fondarono la Pyrates Confraternity (anche nota come National Association of Seadogs) all'interno dell'University Collage di Ibadan non pensavano certo di mettere le radici ad una delle più potenti e aggressive associazioni a delinquere del mondo.
I magnifici sette, 1952

L'idea originale era quella di contrastare una Università di elite dove frequentavano solo studenti facoltosi legati al mondo coloniale e favorire gli studenti poveri promettenti. L'affiliazione alla confraternita, era permessa, alle origini, solo a maschi di qualsiasi razza e etnia ma, dopo severe selezioni e giuramenti che si avvicinavano a riti di iniziazione cruenti, veri e propri. Il loro motto era "Against all conventions"
Da questa cellula originaria negli anni '70 si svilupparono altre confraternite, in particolare nel 1972 quando furono espulsi - ufficialmente per non aver centrato gli standards imposti (alto rendimento accademico e intellettuale) - in realtà dopo un "ammutinamento" Bolaji Carew, chiamato Rica-Ricardo e altri 30 confratelli.
Essi diedero vita alla Buccaneers Association of Nigeria (i Bucanieri) che ricalcava la struttura dei Pyrates e che probabilmente fu la prima confraternita ad uscire dal mondo universitario.
Nel 1976 naque invece, nell'Università di Benin City, la Neo Black Movement of Africa (Black Axe, ascia nera), ancora frutto di una scissione dei Bucanieri. Secondo alcune tesi all'origine della scissione vi furono anche alcuni membri di organizzazioni anti-aparthaid fuorisciti dal Sudafrica con l'obiettivo di diffondere la "consapevolezza nera". 
All'inizio degli anni '80 le confraternite si diffusero, per continue scissioni (da cui appunto l'appellativo di cellule) in tutte le istituzioni di istruzione superiore del paese. In particolare nel 1983 all'Università di Benin City nacque la Supreme Eiye Confraternity. In questi anni secondo alcuni studiosi si iniziò a introdurre rituali vudoo nella cerimonie di affiliazione.

La svolta che cambiò il corso delle cose è considerato il colpo di stato del 31 dicembre 1983 , quando i militari misero fine all'esperienza della seconda Repubblica (1979-1983) e alla democrazia. A capo della giunta militare fu posto il generale Muhammadu Buhari (attuale Presidente della Nigeria, ritornato al potere a maggio del 2015). Dopo nemmeno due anni (il 27 agosto 1985), il capo di stato maggiore di Ibrahim Babangida (coinvolto in tutti i colpi di stato della Nigeria) lo fece arrestare e a assunse direttamente il potere fino al 1993.
I leader militari - alle prese anche con gli effetti della crisi petrolifera - si accorsero che le Confraternite potevano essere usate a loro vantaggio e soprattutto contro i gruppi organizzati (sindacati studenteschi e del personale universitario) che si opponevano al regime militare. Vennero finanziati e armati. In poco tempo fu l'intera classe dirigente del paese a cercare l'appoggio della criminalità al fine di mantenere i propri privilegi. Fu l'inizio della fine.
Negli anni 90' poi si scatenò una guerra tra le confraternite che portarono per la prima volta alla nascita di confraternite urbane soprattutto nella Regione del Delta, dove l'azione si inserì all'interno del sanguinoso conflitto che si creò in quella Regione. E' degli anni '90 la nascita della Family Confraternity, conosciuta anche come "mafia del Campus".
Oramai le confraternite avevano rotto il cordone ombelicale che le teneva unite alle Università (sebbene l'ambiente non è mai stato abbandonato): le prospettive per gli affiliati erano quelle di avere accesso al denaro facile.

E' proprio in questi anni che i primi gruppi giungono in Italia, in particolare a Castel Volturno (Caserta) - che diventa una roccaforte dell'organizzazione -  e Verona, dove scoprono il grande mercato della prostituzione e delle droghe in Italia che risponde pienamente alla coniugazione delle tre d: donne, droga e denaro. Ovvero attraverso i soldi della prostituzione (in realtà della restituzione del debito migratorio), si commerciano droghe (con l'accordo della camorra) e si fanno i veri soldi!

Gli accordi con la criminalità organizzata italiana nascevano prima dalla necessita della camorra di avere antenne sul territorio (prostitute) che pagavano una sorta di affitto del territorio e successivamente di commerciare con gli stupefacenti (in Nigeria transitano droghe provenienti da Brasile, Colombia, Pakistan e Thailandia)

In Italia fino alla fine degli anni '90 i culti segreti che hanno operato, pur dedicandosi ad attività criminosa, non risultavano particolarmente violenti. Sebbene la polizia riporta di un incontro nel 1995 a Torino tra diverse società segrete nigeriane di loro, fino agli anni 2000, non si hanno grandi notizie. Le operazioni di polizia hanno fatto estinguere questi gruppi, dando spazio all'accesso di culti molto più violenti ed aggressivi come i Black Axe e gli Eiye. 

Nel 1999, con il ritorno della democrazia in Nigeria, si assiste ad un nuovo impiego delle confraternite, che vengono reclutate dai vari potentati e dalla politica come guardie del corpo, veri e propri eserciti privati al servizio esclusivo di chi li paga fino alla loro presenza nelle polizie locali. Insomma, le confraternite hanno inziato a permeare lo Stato.

La violenza di questi gruppi è cresciuta con il passare degli anni. I riti di affiliazione sono sempre più violenti e oltre a percosse, ingestione di sangue spesso comprendono stupri (di studentesse o di membri femminili dello staff universitario) e perfino omicidi. Anche nelle confraternite femminili (le Jezebels e le Amazons, le più note) lo stupro subito diventa un atto di affiliazione.
Naturalmente uscire dalla confraternità non è facile e spesso comporta la morte. E' degli ultimi anni - un pò come è avvenuto in Italia con la mafia  - l'ascesa di alcuni "confratelli" nella politica nigeriana.
  
Nel gennaio 2005 i Servizi Italiani affermavano (parlando dei nigeriani) “ le originarie attività illecite, commessa da gruppi isolati, senza una stabile organizzazione, hanno acquistito un peso maggiore nel panorama criminale, conquistando zone grigie del mercato, ovvero quelle controllate dalla malavita organizzata autoctona, che tradizionalmente considerava lo sfruttamento della prostituzione un attività di basso profilo e poco remunerativo e utilizzava manovalanza criminale straniera per lo spaccio al minuto degli stupefacenti”.


Infine, la svolta in Italia arriva negli ultimi anni. Nel 2011 l'Ambasciata Nigeriana a Roma emana una nota in cui si legge" ... nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani aappartenenti a sette segrete, proibite dal governo a causa di atti violenti: purtroppo ex membri sono riusciti ad entrare in Italia e hanno fondato nuovamente l'organizzazione qui, principalmente con scopi criminali"
 Il risultato e' possibile vederlo in queste cifre: nel 2013 sono sbarcate in Italia 433 giovani donne nigeriane, nel 2014 erano diventate 1500, nel 2015 5632, nel 2016 11009 e a metà anno del 2017 sono già 5000. Poichè che oltre l'80% di queste donne è destinato al mercato della prostituzione, la prima parte della logica delle tre d sta subendo una forte impennata!

Ancora oggi, come rileva un recente articolo di Andrea Sparaciari, "... non dve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villafggi dell'Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla storia della mafia nigeriana" 

In definitiva, la mafia nigeria, è una realtà con cui l'Italia (e il Mondo) deve fare, primo o poi, i conti.

Alcuni post di Sancara sul tema:
 
Nigeria in Italia, alcuni numeri

Prostituzione nigeriana in Italia


sabato 12 agosto 2017

Haftar, l'americano

Si è tornato a parlare di Khalifa Belqasim Haftar, il generale libico che controlla una parte, la Cirenaica, del Paese. Haftar è balzato nuovamente nelle prime pagine dei giornali quando ha dichiarato che avrebbe bombardato le navi italiane inviate in Libia dal governo italiano. Minacce naturalmente senza fondamento e soprattutto smentite dallo stesso solo alcuni giorni dopo.
Haftar è un personaggio particolare. Poco più' che settantenne, fino al 1987 era uno dei fedeli comandanti di Gheddafi, poi durante la guerra contro il Ciad e dopo essere stato fatto prigioniero, si mise a servizio degli Stati Uniti (per questo fu condannato a morte in contumacia nel 1993) cercando di rovesciare il regime libico. Dal 1993 si trasferirà negli Stati Uniti, dove secondo molte fonti lavorò per la CIA e dove ottenne la cittadinanza americana. Poi per quasi 20 anni non si sente più parlare di lui.
Quando nel 2011 la Libia stava collassando, Haftar fu rinviato in Libia per partecipare all'insurrezione e mettersi a capo delle forze armate dell'insurrezione.
Nonostante l'appoggio originario americano, degli Emirati Arabi e quello del vicino Egitto e recentemente anche della Russia, Haftar non è riuscito a prendere il potere in Libia (nel 2014 ci ha provato con un golpe che è fallito) e non ha mai riconosciuto veramente il Presidente e Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale (Fayez Mustafa al-Sarraj) ponendosi come milizia in antagonismo con il governo libico.

Il motivo per cui Haftar ha minacciato le navi italiane ed è contrario ad accordi diretti con l'Italia da parte di al-Sarraj è che egli sta usando la leva dei migranti per ottenere armi e finanziamenti (i quali sono stati già promessi dalla Francia nel recente incontro a luglio). Il suo ragionamento è chiaro ed in sintesi dice "se volete bloccare il flusso dei migranti bisogna fermarli nella frontiera sud della Libia, circa 4000 chilometri. Fornitemi i mezzi - armi, veicoli, denaro, droni, elicotteri e altro - e io faccio il lavoro. Costo: 20 miliardi di dollari". Insomma il business delle migrazioni deve continuare perché lui possa fermarlo a modo suo e alle sue condizioni.

E' sempre più chiaro che il caos libico ha generato (e continua a farlo) un enorme flusso di denaro che attraverso attività di vario generale, dal traffico dei migranti a quello del petrolio, dal traffico di droga a quello delle armi, ha permesso a molti di arricchirsi. Per questa ragione nessuno investe sulla soluzione interna del conflitto che anzi porterebbe ad una riduzione del flusso di denaro. Un paese instabile e nel caos sulle coste mediterranee più' vicine all'Europa, è una gallina dalle uova d'oro. Chi la controlla detiene un potere immenso.



mercoledì 19 luglio 2017

Parliamo d'Africa

E' di queste ore l'accorato appello di Alex Zanotelli ai giornalisti italiani ad illuminare l'Africa. Quel illuminare che deve essere intesa come accendere una luce o puntare i riflettori sulle questioni africane troppo spesse ignorate o mal raccontate. Ignorate soprattutto da quelli che "aiutiamoli a casa loro".
Un invito a rompere un silenzio che porta a non comprendere le ragioni che stanno alla base delle situazioni di guerra e di conflitto del continente, dell'aumento dei profughi provenienti dall'Africa e dell'incremento delle migrazioni cosiddette "economiche".


Un appello che un piccolo blog come Sancara, che nasce nel 2010 con l'obiettivo proprio di parlare d'Africa, non può che condividere e far proprio. Certo i miei interventi su questo blog sono delle piccole gocce d'acqua in un oceano agitato. Quante volte mi sono chiesto se ne valeva la pena, se il tempo speso a pensare, a studiare e poi scrivere d'Africa poteva essere impiegato in altro modo. Quante volte sono stato vicino a dire basta, chiudo questa esperienza. Poi, ogni volta, uno dei soliti luoghi comuni sparato da qualche improvvisato politico, una delle solite sciocchezze scritte sui social o un articolo che si spacciava per serio, zeppo si idiozie, mi hanno fatto desistere e mi hanno dato l'impulso a continuare.
Parlare d'Africa non è facile. Soprattutto farlo in modo corretto che non scivoli nel pietismo (spesso ricercato per altri scopi) e che sia comprensibile a tutti. Ancora più difficile è poi richiamare l'attenzione sui temi africani.

Siamo troppo abituati a raccontare l'Africa durante la fase acuta di grandi tragedie, per poi ignorarne, subito dopo, perfino l'esistenza.
Nell'immaginario collettivo l'Africa è una unica grande nazione (in realtà sono 54 paesi con situazioni sociali, culturali, economiche, linguistiche, etniche, religiose e geografiche completamente diverse l'uno dall'altro) tutto appiattito su di una grande povertà.
Oggi molti guardano all'Africa quasi con fastidio. Un fastidio frutto di un'immagine distorta che si ha del continente e più in generale delle persone che da quel continente scappano.

L'appello di Zanotelli rappresenta l'ennesimo stimolo a continuare a raccontare l'Africa dei drammi ma, anche quella delle bellezze. A scrivere dei conflitti e delle guerre del continente, della povertà a volte estrema, delle ingiustizie e degli orrori ma anche delle enormi risorse materiali, umane, sociali  e culturali che da ogni parte dell'Africa fanno fatica a giungere alla nostra attenzione.

Sancara nasce con questo scopo.
 

Chi è Alex Zanotelli?
Alessandro Zanotelli è un missionario nato in Trentino nel 1938. Appartiere all'ordine dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, noti come Comboniani (dal nome del suo fondatore il veronese Daniele Comboni, morto nel 1881 a Khartum nell'odierno Sudan).
Zanotelli è stato in Sudan dal 1965 al 1973 tra la popolazione dei Nuba durante la guerra civile sudanese. Per le sue critiche al governo e per le sue denunce al sistema di oppressione del governo fu costretto a non ritornare in quel paese (il governo gli negò il visto).
Si trasferì a Verona dove dal 1978 al 1987diresse la rivista Nigrizia che oltre a denunciare le storture africane non faceva mancare pesanti denunce al sistema politico degli aiuti al cosiddetto terzo mondo. Durante gli anni della sua direzione la rivista divenne un punto centrale di studio e osservatori sui temi del pacifismo e della critica verso i sistemi economici che creano disparità tra i popoli.
Fu tra i fondatori del movimento dei Beati Costruttori di Pace che mette al centro delle azioni la questione della giustizia.
Dal 1989 al 2001 è stato in Kenya nella baraccopoli di Korogoche alle porte di Nairobi.
Dal 2001 vive a Napoli nel rione Sanità, dove oltre ad essere presente nella difficile situazione del quartiere continua a seguire le questioni internazionali ed in particolari quelle africane.

Ecco il sito di Nigrizia


giovedì 13 luglio 2017

Nuovi Patrimoni da conservare in Africa

Si è chiusa il 12 luglio a Cracovia (Polonia) la 41° Sessione del Comitato per i Siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. E' stata una sessione che ha permesso di fare il punto della situazione dei 1073 siti mondiali, di verificarne lo stato di conservazione e di analizzarne gli eventuali problemi nella tutela.
Per l'Africa è stata l'ennesima prova di come il patrimonio presente nel continente non sia esclusivamente quello naturalistico.
La Sessione del 2017 ha inscritto nel Patrimonio Mondiale altri 21 siti (3 naturali e 18 culturali). Tre sono i nuovi siti africani, tutti nell'area culturale.
Si tratta anche di due nuovi paesi (Angola ed Eritrea) che entrano nella lista per la prima volta.

Sono stati inseriti:

- La città di Mbanza Kongo, in Angola, che fu la capitale politica e culturale del Regno Kongo (XIV-XIX sec.), uno dei più grandi Regni del Sudafrica pre coloniale. Una città posta a quasi 600 metrici altitudine;

- La città di Asmara, capitale dell'Eritrea, situato sopra i 2000 metri e frutto di una moderna pianificazione (fu edificata tra il 1893 e il 1941);

- La terra dei Khomani San, i boscimani del deserto del Kalahari, in Sudafrica, dove si raccoglie la presenza di questo popolo dall'Eta' della Pietra ai nostri giorni.

Sono tre siti che, in modo diverso, permettono di approfondire la storia africana spesso oltre molti luoghi comuni.

La sessione di Cracovia ha anche esteso un altro sito africano, quello naturale del W National Park del Niger (già iscritto nel 1996), oggi diventato un sito transnazionale (Benin, Burkina Faso e Niger) che raccoglie i tre parchi confinanti sotto un unico complesso: il Complesso di W-Arly-Pendjari.


Infine, e questa è una ottima notizia, due siti africani sono stati rimossi dai siti Patrimonio dell'Umanità in pericolo (oggi 54). Infatti il Parco Nazionale Simien (uno dei primi siti divenuti Patrimonio dell'Umanità, 1978) era stato inserito nella lista dei siti in pericolo nel 1996 a causa del passaggio di una strada al suo interno, dello scarso management e dell'impatto negativo dei visitatori. Oggi tale pericolo, grazie ad oltre due decenni di sforzi, è stato scongiurato.
vale lo stesso per il Parco Nazionale Comoè (inserito nel 1983) e inserito nei siti a rischio dal 2003 a causa dell'aumento del bracconaggio e dell'aumentata invasione umana. Dal 2005 è in corso un grande progetto di miglioramento del management finanziato in gran parte dalla Comunità Europea. Il miglioramento dell'habitat e e della conservazione della fauna ha permesso la rimozione, dal 2017, dai siti a rischio.

Sono purtroppo ancora 22 (sui 54 del mondo) i siti africani nella lista dei patrimoni dell'Umanità in pericolo. Molti di essi a causa delle guerre.

Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni dell'Umanità UNESCO in Africa

lunedì 10 luglio 2017

Cosa significa aiutiamoli a casa loro?

In questi giorni si è acceso un dibattito, talora surreale, su una frase che oltre ad essere un slogan populista di una pessima politica racchiude significati dubbi e diversi per chi la pronuncia. Siamo sinceri,  "aiutiamoli a casa loro" non significa nulla. Per una buona parte inoltre è un sinonimo di "non facciamoli arrivare" che rappresenta più la soluzione di una, spesso immotivata, paura, che una vera volontà di aiuto. Per altri ancora è un modo apparentemente elegante  per dire "degli altri, e di quelli in particolare, non mi interessa nulla". Per altri quella frase significa "facciamo qualcosa per loro", nel senso cristiano di aiuto o nel senso laico di donare opportunità.
L'assurdità del dibattito è proprio nel modo in cui esso si svolge. Tutto centrato sulla nostra misera politica locale, sulle fazioni interne, come se Salvini o altri contassero qualcosa nello scacchiere mondiale o potessero essere le persone capaci di incidere su strategie geopolitiche e internazionali o su fenomeni, complessi come quelli delle migrazioni.
Tralascio la questione relativa a coloro i quali richiedono protezione internazionale, che non solo abbiamo l'obbligo giuridico di accogliere ma, dove per tradizione culturale e democratica abbiamo anche il dovere etico e morale di farlo.
Abuja, Nigeria

Oltre a tutte le questioni filosofiche che voglio tralasciare (ad esempio il concetto di superiorità o di forza che la parola "aiuto" sottende, la questione se sia lecito o meno impedire agli uomini - dopo che l'abbiamo fatto con le merci - di muoversi liberamente), la questione degli aiuti racchiude un enorme tranello.
Di aiuti ai paesi del vecchio "terzo mondo" si parla (e si pratica) dal 1944 (ovvero ancora durante la seconda guerra mondiale), sebbene poi il grande afflusso di denaro arriva, in Africa, dalla fine degli anni '50 con le prime indipendenze. Secondo molti economisti e secondo alcuni studiosi di Africa sono proprio gli "aiuti allo sviluppo" (sia inteso quelli intergovernativi non quelli delle organizzazioni o delle emergenze) ad ever creato l'attuale situazione in Africa. Una situazione che, badate bene, non è di povertà, ma di enormi squilibri all'interno degli stati. Paesi come la Nigeria (da cui oggi giunge la prima migrazione africana in Italia), di oltre 180 milioni di abitanti, partono da una situazione di grande ricchezza per molti (tra di essi uomini e donne che rientrano nelle categorie delle persone più ricche del Pianeta) e milioni di persone che vivono letteralmente nelle discariche. Nel mezzo una enormità di "classe media" che oscilla tra il tentativo di arricchirsi, la possibilità di stare , economicamente, fermi e l'alto rischio di precipitare nella povertà. Mentre per le classi alte e medie la situazione è simile alla nostra, per le classi basse la situazione è drammatica perché i sistemi di welfare e di assistenza interna sono pressoché inesistenti e dipendono, e qui viene il bello, esclusivamente dagli aiuti esterni esistenti.
Secondo alcune stime sono oltre 300 miliardi i dollari che negli ultimi decenni sono arrivati in Africa senza che questa grande iniezione di denaro abbia influito positivamente sullo sviluppo.
Secondo i teorici di queste tesi (letteralmente di una "carità che uccide") questi innesti di denaro hanno generato una totale dipendenza verso l'esterno, una classe politica scellerata e "cleptocratica" e pesato enormemente sulle popolazioni più povere. Che sia chiaro gli aiuti non erano donazioni bensì scambio merci. Quelle merci pregiate (dal petrolio all'uranio, dai diamanti al coltan, dal legno al caffè, dal cacao all'oro, dai fosfati al carbone) di cui noi avevamo tanto bisogno e che gestirle (al netto delle tangenti) faceva non solo guadagnare molto, ma, ne permetteva di controllarne i mercati ed il prezzo.
Questo sistema ha generato un circolo vizioso che ha fortemente compromesso la crescita e lo sviluppo africano.
In definitiva la nostra ricchezza, la nostra crescita economica si deve in primo luogo a questo sistema. 
Affermare oggi che bisogna fare quello che abbiamo fatto per decenni e che ha prodotto il problema appare offensivo del buon senso.
In Africa non mancano le risorse (anzi!), quel che manca è la capacità di governarle e di renderle vantaggiose per la propria economia e meno per quelle degli altri.
Lavorare oggi per rendere le condizioni dei Paesi africani meno pesanti di quelle che oggi esistono significa creare delle situazioni ove sia più conveniente per se e per le proprie famiglie, restare piuttosto che migrare. Significa creare condizioni di vita migliori, significa reinvestire in questi paesi una parte consistente delle risorse esistenti, significa creare opportunità di lavoro.
Farlo, sia chiaro, significa ridistribuire ricchezze. Significa non permettere a chi estrae materie prime di devastare senza responsabilità il territorio (in Nigeria come in Repubblica Democratica del Congo) e di conseguenza far innalzare i prezzi, significa che il cacao prodotto il Africa Occidentale possa essere lavorato in loco a vantaggio dell'occupazione e a discapito delle nostre industrie, significa permettere di far decollare l'industria delle automobili e dell'abbigliamento in Africa (da sempre tenuta a freno), significa rivedere gran parte degli accordi commerciali in vigore che hanno lo scopo di salvaguardare le nostre economie, significa dare poteri alle classi dirigenti africane e sottrarne ai falsi donatori.... e la lista potrebbe continuare.

In un ragionamento laico e fuori dagli schemi politici (da una parte e dall'altra) credo sia corretto favorire - finalmente - la crescita e lo sviluppo dei Paesi africani ma, non per fermare le migrazioni bensì per rendere il mondo più equo e più giusto.