giovedì 22 giugno 2017

Orutu, il violino dei Luo

L'orutu è, assieme al niatiti e all'oporo, uno dei strumenti della tradizione musicale Ohangla dei Luo, un popolo dell'Africa orientale e in particolare del basso Sudan, del nord dell'Uganda, della Repubblica Democratica del Congo, della Tanzania e del Kenya.


Si tratta di uno strumento cordofono ad arco (o in altri termini di un violino monocorde) di semplice costruzione. Un corpo cilindrico cavo in legno, una pelle tirata sulla sua superficie e un tubo di legno inserito lateralmente che serve da manico. L'unica corda, nella tradizione in sisal (oggi sostituita dal nylon o dai cavi del freno di una bicicletta) che passa su di un ponticello, è fissata al manico.



Si suona con un archetto di legno, tenendolo appoggiato all'addome o ad una gamba se si suona da seduti. Costituisce uno degli strumenti chiavi della musica benga, sorta. tra gli anni 40 e gli anni 60 in Kenya.
Tra i gruppi musicali che utilizzano questo strumento, anche nella musica moderna, vi sono i Kenge Kenge, un gruppo che si pone l'obiettivo di salvaguardare e rendere vive le tradizioni musicali del popolo Luo.

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martedì 30 maggio 2017

Perfino il Papa rinuncia ad andare in Sud Sudan

E' di questi giorni la notizia che un uomo coraggioso, come è Papa Francesco, è stato costretto a rinunciare al suo viaggio nel Sud Sudan. La sicurezza nel paese è oramai ai minimi e neppure la promessa del Papa ("andrò comunque") e la presenza di oltre 4 milioni di cristiani (un terzo circa della popolazione, il resto a scanso di equivoci, sono animisti) ha impedito ai servizi di sicurezza (del Vaticano e di Gran Bretagna) di dare il via libera al viaggio a Juba. Troopo pericoloso perfino per un Papa che aveva l'intenzione di sfidare il mondo (e forse sarebbe stato un grande atto).
La situazione del paese, la più giovane nazione africana, nata il 9 luglio di soli 6 anni fa (2011), è al collasso.
Oltre 5,5 milioni di persone che soffrono la fame (di cui 890.000 a rischio vita), quasi 4 milioni di profughi, di cui 1,8 milioni nei paesi vicini (Etiopia, Uganda e Kenya) e oltre 2 milioni di sfollati interni. Quasi tre milioni di persone (che diventeranno 4 a fine anno) la cui vita dipendono esclusivamente dal cibo distribuito dal WFP.
Tra di essi, inutile dirlo, moltissimi bambini. Giunti ad essere quasi 1 milione. Bambini in fuga costituiscono la maggiore preoccupazione delle organizzazioni umanitarie.
Una catastrofe che - solo perchè lontana da noi e perchè solo in minima (ma veramente minima) parte lambisce il nostro paese - passa quasi inosservata.

Dall'inizio del conflitto, iniziato alla fine del 2013, e accentuatosi nel corso del 2016, la situazione peggiore di giorno in giorno, mentre senza soluzione di continuità, i pozzi di petrolio continuano ad estrarre l'oro nero.

Si, perchè la questione è che il Sud Sudan, è potenzialmente un paese ricco.

Il conflitto, che ha origini etniche e non solo, vede contrapporsi l'esercito del Presidente Salva Kiir , un dinka che era stato il vice di John Garang fino alla sua morte (avvenuta nel 2005) e le milizie del vice-presidente Riek Machar di etnia nuer, destituito lo scorso luglio.
Un conflitto che, come purtroppo avviene in queste aree, finisce con colpire molto di più i civili che incidere in un senso o nell'altro sulle parti in conflitto. Nel mezzo, le organizzazioni umanitari e gli operatori umanitari (già 80 le vittime tra loro), spesso bloccati per non far arrivare gli aiuti a queste o quelle popolazioni.
Mentre la situazione sembra non avere soluzione, su altri tavoli, si discute di questioni diverse. E' in gioco la costruzione della nuova capitale del paese, che dovrebbe sostituire Juba. Si tratta di Ramiciel, ed è un'impresa da oltre 10 miliardi di dollari, che coinvolgono aziende cinesi, malesi, coreane e russe. Insomma, dei profughi non importa nulla, dei cittadini ancor meno e gli stessi paesi che pagano gli aiuti umanitari, sfruttano attraverso le loro imprese, i denari per la ricostruzione per la nuova costruzione. Il cinismo dell'umanità.

Per una trattazione dettagliata delle origini e delle complessità del conflitto interno vi rimando a questo articolo di Daniela Franceschi


 

lunedì 15 maggio 2017

Amadou Balakè, una voce burkinabè

Amadou Balakè (nato Amadou Traorè) è stato uno dei pochi (per ora) musicisti del Burkina Faso la cui fama ha varcato i confini nazionali inserendosi nella scena musicale internazionale. Il suo stile ha saputo miscelare elementi della tradizione africana (delle etnie Dioula e Mossi) e ritmi provenienti dai Caraibi.
Nato l'8 marzo 1944 nel nord del Burkina Faso (a Ouahigouya) nel 1952 assieme ai fratelli e alla madre, rimasta vedova, si trasferisce a Ouagadougou, dove frequenta la scuola coranica. Non impara a leggere, preferendo le percussioni allo studio.
Ragazzino, si trasferisce a Mopti (in Mali) dove svolge il suo apprendistato come autista. Diventa manovratore nei cantieri edili e infine, nel 1961, rientrato a Ouagadougou, diviene uno dei primi taxisti del paese.
Nel mentre, frequenta i bar  dove suonano le orchestre ed inizia ad esibirsi come cantante e percussionista.
Negli anni '60 gira i pesi dell'Africa Occidentale: è a Bamako in Mali come chitarrista  al Grand Hotel, ad Abidjan in Costa d'Avorio dove suona con l'orchestra cubana e infine in Guinea dove forse si svolge la sua vera formazione musicale.



Nel 1968 rientra in Burkina Faso ormai molto conosciuto nel panorama musicale africano ed è il momento in cui gli viene dato il nome d'arte Balakè, da un brano omonimo (scritto con la doppia, Ballakè) dei Bembeya Jazz (un gruppo guineano alla moda a quel tempo). La canzone, vero suo cavallo di battaglia, racconta di un giovane ragazzo ucciso durante la guerra d'indipendenza  e della sua fidanzata che si suicida dopo la sua morte.
Balakè resta per gran parte degli anni '70 in Burkina Faso dando vita a molti gruppi musicali che restano attivi nella capitale e che fondono ritmi afrocubani con l'afrobeat e il rhythm'n'blues. Molte delle produzione di quegli anni sono state riscoperte e valorizzate dopo la su morte.
Nel 1976 incide il suo primo album ad Accra (Ghana), poi il secondo nel 1978 a Lagos (Nigeria) intitolato Taximan (in ricordo del suo lavoro giovanile) e poi il terzo, sempre nel 1978, a Abidjan (Costa d'Avorio).

Nel 1979 Balakè è a New York assieme al cantante gambiano (ma senegalese di adozione) Laba Sosseh, dove registra due album (Vol.3 e Amadou Balakè a New York)  avvalendosi della collaborazione di molti musicisti (tra cui il pianista Alfredo Rodriguez). L'esperienza americana lo proietta nella musica internazionale.

Proprio grazie all'esperienza a New York e alle collaborazioni in chiave afro-cubana che anni dopo, varcata la soglia del muovo millennio, grazie al produttore Ibrahima Sylla, nascerà (2001) il gruppo Africando che vedrà Amadou Balakè tra i cantanti.

Dopo aver vissuto fino alla metà degli anni '80, tra New York, Parigi e Abidjan, Balakè è rientrato in Burkina Faso dove ha continuato ad esibirsi fino all'anno prima della sua scomparsa, avvenuta a Ouagadougou il 27 agosto 2014.
Nel 2013, in modo quasi profetico incide il suo ultimo album, chiamato In Conclusion che sarà pubblicato postumo nel 2015.

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lunedì 8 maggio 2017

Rana Golia, una gigante del suo genere

La Rana Golia (Conraua goliath) è la rana (più correttamente un anuro, ovvero quella grande famiglia che comprende rane, rospi e raganelle) più grande del mondo. Può giungere a pesare 3 chilogrammi ed ad essere lunga, a zampe estese, vicino agli 80 centimetri. Insomma nulla a che fare con il più grande dei nostri rospi.
Le rane golia vivono lunghi i fiumi in acque melmose e oramai in due soli paesi dell'Africa Occidentale: il Camerun (nel sud-ovest) e la Guinea Equatoriale (nel Parco del Monte Alen). E' una specie che, stando all'IUCN è inserita nella lista rossa delle specie a rischio  ed è classificata come EN, ovvero come destinata all'estinzione (fino al 1996 era definita come una specie vulnerabile). Si ritiene che gli esemplari si dimezzano ogni tre generazioni (ovvero 15 anni) a causa della perdita dell'habitat (a causa del disboscamento e della deviazione dei fiumi) e della caccia (la rana golia viene mangiata e, stando alle testimonianze è una vera prelibatezza!). Vi è anche un'altra causa che contribuisce alla decimazione della popolazione delle rane golia ed è l'esportazione verso gli Stati Uniti per uso domestico (anche in Africa i bambini le trattano come degli animali di casa) dove poi vengono utilizzate nelle competizioni di salto delle rane (il governo della Guinea ha posto il limite a 300 esemplari l'anno per le esportazioni).
Sono animali notturni (quando cacciano e si cibano di insetti, ma anche di piccoli animali e perfino di piccoli mammiferi) e contrariamente ad altre specie di rane sono prive di sacche vocali, quindi non emettono suoni (vengono anche chiamate rane mute). Le femmine depongono centinaia di uova, sebbene poi le dimensioni dei girini risultano essere simili a quelli delle rane comuni.



 

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venerdì 28 aprile 2017

Filippo Grandi e l'UNHCR

Mentre in Italia divampa una sterile e inutile polemica sulle presunte colpe delle Organizzazioni Non Governative (ONG) nell'ambito della situazione migratoria, l'Alto Commissario delle Nazione Unite per i rifugiati, rilascia questa intervista a Famiglia Cristiana, che vi invito a leggere prima di proseguire in questo post.

La polemica è tutta italiana, cavalcata ad arte e racchiude in se tutta la bassezza del popolo italiano. Quella bassezza che porta a generalizzare, a screditare e a mettere in discussione il lavoro delle Organizzazioni non Governative, spesso le stesse che in altre situazioni sono stati gli eroi che ci hanno salvato (Ebola insegna!).

Il blog che si occupa d'Africa, come Sancara, guarda alle parole di Grandi con grande interesse  e preoccupazione. Nella "più grave crisi umanitaria del dopoguerra", come la chiama l'UNHCR, vi è molta, moltissima Africa. Naturalmente non parliamo delle poche centinaia di migliaia di persone che giungono in Europa ed in Italia, che non possono definirsi un'invasione, bensì di quei 65 milioni di persone fuggite del loro paese e che per il 90% sono "accampate in Africa" e in Medio Oriente.

I 65 milioni di profughi (più della popolazione italiana) che scappano da guerre, carestie e mutazioni climatiche. Ma, scappano anche dalla politica, dall'incapacità dei governi di fronteggiare le crisi, dalla presenza di stati falliti (si veda su questo tema i vari post di Sancara) o dall'abbandono delle istituzioni.

Grandi, mette in luce anche, con molta chiarezza, la situazione economica dell'organizzazione (legata a donazioni statali "libere") e pone l'accento sulla necessità di tener separato, nettamente, colui/colei che scappa da situazioni di pericolo da altre tipologie di migrazioni. Quest'ultimo punto, molto dibattuto nell'ambito delle organizzazioni umanitarie, contiene una trappola enorme. Le tutele giuridiche del profugo (titolare di un diritto di asilo) sono giustamente molto alte e devono essere mantenute. Il profugo non può essere rimpatriato, non puo' essere espulso. Il rischio (e da qui la trappola) è che gli Stati riducano le tutele per tutti, danneggiando in modo particolare coloro i quali hanno diritto allo status di profughi. E' una distinzione non da poco che deve fare riflettere tutti. 

Più volte, scrivendo di campi profughi, ho sottolineato come in alcuni luoghi del pianeta queste enormi tendopoli sono diventate la casa di intere generazioni. Allora le parole di Grandi, testimone diretto dell'enorme tragedia dei profughi dal Ruanda del 1994 a Goma, devono farci pensare sul senso delle emergenze e su alcune parole che spesso usiamo senza conoscerne il reale significato.

Infine, Grandi guarda al futuro prossimo, che non appare per nulla roseo. Le situazioni del Sud Sudan e della regione dei Grandi Laghi (Repubblica Democratica del Congo e Burundi in testa) destano forti preoccupazioni per chi è abituato a confrontarsi con le emergenze ed ha la consapevolezza che la politica, quelle delle decisioni anche coraggiose, ancora una volta, sarà latitante.

Filippo Grandi, milanese, è nato nel 1957. Una carriera svoltasi tutta nell'UNHCR (ACNUR per l'Italia) dove è entrato nel 1988 e dove ha accumulato sul campo un'esperienza che pochi oggi possono vantare.
Dal 1 gennaio 2016 è stato nominato Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (è l'italiano che ha raggiunto  "il più alto grado" di sempre nel sistema delle Nazioni Unite).

giovedì 13 aprile 2017

La laguna di Songor

La laguna di Songor è una zona umida di 28.700 ettari posta sulla costa orientale del Ghana, vicino alla città di Ada. Si tratta di un ecosistema che combina, nell'estuario del fiume Volta, un paesaggio composto da foresta di mangrovie, piccole isolette, una laguna con non più di 50 cm di acqua, delle spiagge sabbiose e una savana. Per queste sue caratteristiche la laguna è stata inserita nel 1988 tra le zone umide protette dalla Convenzione di Ramsar e dal 2011 come Riserva della Biosfera dall'UNESCO.
La laguna è un importante sito utilizzato dagli uccelli migratori (e non solo) dove si stimano si possono osservare oltre 100 mila uccelli e luogo ove si concentrano tre diverse specie di tartarughe, ritenute a rischio di estinzione. L'area - le cui acque si sono ridotte drammaticamente nelle ultime decadi - è fortemente minacciata dall'attività umana di estrazione del sale oltre che dai cambiamenti climatici e dalla continua erosione.
Le aree dove si ricava il sale vengono arginate da piccole dighe di sabbia, chiamate "atsiakpo" che stanno trasformando in maniera radicale l'intero l'ecosistema. Inutile poi sottolineare che come tutte le miniere (di questo di fatto si tratta), in Africa ma, non solo, non mancano fenomeni di sfruttamento e di violenze in ambito lavorativo. Recentemente ad esempio sono state segnalati casi di abusi sessuali verso giovani ragazze in cambio di lavoro.
Come riserva della Biosfera l'area complessiva è di oltre 51 mila ettari, di cui 1.699 ettari di core area, 7.800 ettari di buffer area e 28.075 ettari di transition area. Complessivamente nell'area della Riserva vivono circa 42 mila persone che ricavano i loro mezzi di sussistenza come la legna, piccole coltivazioni e pesca e utilizzano la principale fonte economica, il sale, dalla Laguna. Il sale della Laguna copre il fabbisogno dell'intero Ghana ed è oggetto di esportazione verso l'Africa Occidentale


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venerdì 7 aprile 2017

7 aprile 1994, l'uccisione di Agathe Uwilingiyimana

Il nome di questa donna, dal cognome per noi impronunciabile, è per molti sconosciuto. Se è chiaro per tutti che l'assassinio del Presidente Juvenal Habyarimana il 6 aprile 1994 sia stato l'inizio di quello che è conosciuto come il genocidio del Ruanda, molti ignorano il ruolo chiave di questa donna.
La sera stessa dell'abbattimento dell'areo presidenziale, nel quartier generale dell'esercito si svolse una riunione di emergenza guidata dal colonnello Thoneste Bagosora, già capo Gabinetto del Ministro della Difesa (in missione in Camerun in qui giorni) nonchè padre delle milizie estremiste hutu Interahamwe. 
In quella riunione Bagosora chiedeva di assumere pieni poteri della nazione. Contro di lui il generale canadese Romeo Dallaire, capo della missione di ONU nel paese (UNAMIR) che sosteneva che poteri dovevano andare al Primo Ministro in carica, come da Costituzione, Agatha Uwilingiyimana. Seguirono ore concitate in cui le Nazioni Unite tentarono di convincere i militari ad accettare questa soluzione. Agathe, una hutu moderata, aveva intenzione il mattino dopo di parlare alla radio invitando alla calma la popolazione, la situazione era terribilmente seria. Già la sera aveva parlato a Radio France dicendo che i civili non c'entravano con l'assassinio e aveva minacciato di far chiudere la Radio Mille colline che stava inneggiando all'odio.
Nelle prime ore del mattino le Nazioni Unite inviano 10 caschi blu belgi a sorvegliare la casa per Primo Ministro (dove peraltro vi sono già 5 caschi blu ghanesi).
Poco dopo, verso le 7 del mattino, le truppe della guardia presidenziale accerchiano la casa e costrinsero i caschi blu a depositare le armi. Agathe e la sua famiglia si rifugiò da un vicino di casa, un volontario inglese. Quando introno alle 10 i soldati entrarono nel compoud, Agatha e il marito Ignace decisero di uscire alla scoperto, salvando così i propri figli (avevano 5 figli). Furono uccisi sul posto, il primo ministro dopo essere stata violentata. Erano passate solo 14 ore dalla morte del Presidente.
I caschi blu, furono portati via, e dopo che i militari ghanesi furono lasciati, i belgi furono torturati, secondo le ricostruzioni gli vennero tagliati i genitali e messi in bocca, infine uccisi. Per la cronaca il sacrificio di Agathe e Ignace fu ripagato, i figli, grazie all'aiuto di un casco blu riuscirono a scappare in Svizzera.
La mattanza poteva davvero iniziare.

Agathe Uwilingiyimana era hutu e  aveva 41 anni, era una docente di matematica ed era ritenuta una donna influente nel paese. Per il fatto di aver studiato scienze fu più volte criticata perchè aveva fatto gli stessi studi riservati agli uomini. Nel 1986 creò una società di credito cooperativo all'interno del mondo accademico di Butare. Nel 1992 aderì la Movimento Democratico Repubblicano (MDR), un partito di opposizione e pochi mesi dopo divenne Ministro dell'Educazione nel governo di Dismas Nsengiyaremye all'interno degli accordi che dividevano il potere tra il partito dominante del Presidente e i partiti di opposizione. Come Ministra dell'Educazione si inimicò gli hutu estremisti abolendo la quota etnica nella scuola pubblica a vantaggio del merito. Il 17 luglio 1993 fu nominata Primo Ministro. E' stata la prima e finora unica donna ruandese a coprire quel ruolo. I suoi rapporti con il Presidente Habyarimana non furono facili. Egli provò a destituirla solo 8 giorni dopo la sua nomina.

L'assissinio brutale di Agathe Uwilingiyimana è stato, come poi i processi hanno avuto modo di appurare, l'ulteriore dimostrazione di come tutta l'architettura del genocidio era stata pianificata nei minimi dettagli e che lei, ignara di tutto, aveva solo tentato di fare il suo dovere provando a bloccare l'odio che veniva alimentato da più parti. 
L'orrenda fine dei caschi blu inoltre contribuì - e questo fu l'enorme errore della comunità internazionale - a far prendere solo decisioni "prudenti" (nonostante le continue richieste del generale Dallaire) e a rimarere sostanzialmente a guardare mentre il più atroce dei crimini moderni veniva messo in atto.


giovedì 6 aprile 2017

6 aprile 1994, l'orrore ha inizio

Il 6 aprile 1994 segna uno dei momenti più drammatici della recente storia della nostra Umanità. Quel giorno infatti ha inizio la carneficina del Ruanda, che in 100 giorni toglie la vita a 800 mila o forse ad un milione di persone. 
Otto/dieci mila persone al giorno vengono massacrate con qualsiasi arma. 



Il macete è quella più comune.
Donne stuprate e barbaramente massacrate, bambini a cui viene spaccato il cranio sbattendoli sui muri, uomini e donne uccisi per le strade e "schiacciati come scarafaggi".
Un orrore senza fine, mentre il modo stava a guardare.


Ricordare quel che è successo, solo 23 anni fa, deve aiutarci a prevenire ogni forma di intolleranza e di violenza sugli altri, ancora più quando si maschera dietro a questioni razziali o religiose. 

Ecco alcuni dei post pubblicati da Sancara in questi anni.