venerdì 5 ottobre 2018

L'uomo che ripara le donne

Il premio Nobel per la Pace 2018 è stato dato al ginecologo congolese Denis Mukwege (assieme alla yazida Nadia Murad) per l'impegno contro gli stupri di guerra. Verrebbe da dire, finalmente! 


Mukwege, che oggi ha 63 anni, dopo aver studiato in Burundi e in Francia dove si specializza in ginecologia e ostetricia, torna nel 1989 nel suo paese, la Repubblica Democratica del Congo, dove nel 1999 fonda l'ospedale di Panzi,  nel Kivu meridionale, dove si impegna a curare le donne che vengono violentate e mutilate. Sin dal 2012 Mukwege denuncia, inascoltato, la situazione delle donne nella Repubblica Democratica del Congo e del Kivu in particolare. Più volte è stato attentato all sua vita. Ma nulla si è mosso.

Il nome "l'uomo che ripara le donne" fu coniato dalla giornalista belga Colette Braeckman che lavora per Le Soir e per Le Monde Diplomatique e che ha approfondito molto la questione del genocidio ruandese (che è strettamente collegato alle violenze del Kivu), dell'uso dei bambini soldato e della violenza sulle donne in quell'area dimenticata del nostro pianeta.
Mukwege che nel corso delle sua carriera medica ha curato oltre 50 mila donne vittime di orrendi stupri ha raccontato in ogni luogo la follia dei macellai che usano lo stupro come arma di guerra.

Si perché sia chiaro, non stiamo parlando di uomini, ma di bestie, bestie che non esitano a gettare benzina nella vagina delle donne appena stuprate e poi darle fuoco, che non esitano a mutilare seni e mani di giovanissime donne, che non esitano ad usare ogni sorta di oggetti accanendosi su donne inermi.

Bestie, macellai, uomini di merda, criminali o mostri, poco importa.

Ma non sono diversi i potenti del pianeta che nonostante le denunce non hanno mosso un dito, non hanno pensato che nessuno difende quelle donne e che il lavoro di Mukwege è solo quello di riparare pezzi di carne, oramai svuotate da qualsiasi parvenza di umano. Il suo, sia chiaro è un lavoro immane, ma resta quello di un uomo di scienza che affronta una situazione che solo a pensarla mette i brividi.

Siamo onesti, i premi Nobel o ancora il premio Sakharov del 2014, non servono a nulla. Accenderanno forse i riflettori su un tema conosciuto e stra-conosciuto da anni (nel numero 984 del 25 gennaio 2013 di Internazionale, oramai oltre 5 anni fa, potete leggere un corposo articolo proprio su Denis Mukwege, dove purtroppo, si dicono le stesse cose di oggi).

Lo donne pagano un prezzo enorme per colpa del ricco sottosuolo del Kivu (vedi questo post si Sancara ed il suo aggiornamento su questo post, articoli del 2012) dove si estraggono minerali e metalli preziosi di ogni tipo (dal coltan per i nostri smartphone, all'oro, lo zinco, il tungsteno e lo stagno).
Recentemente (dicembre 2017, vedi questo post) perfino i caschi blu che da quasi vent'anni sono nella Repubblica Democratica del Congo, sono stati attaccati. Gli interessi in gioco sono enormi e le bande di criminali crescono come i funghi per accaparrarsi una fetta, più o meno importante, della torta.

E dove le armi, che arrivano a fiumi nel paese, non bastano ecco un'arma infame, come quella degli stupri, capace di incidere non solo sul momento ma, devastando il futuro di intere popolazioni.

Non spegnere i riflettori non è più auspicabile ma un'imperativo per il genere umano.

Si legga il post di Sancara, Stupri di massa, un'infamia dell'umanità







mercoledì 3 ottobre 2018

5 anni dopo, nulla è cambiato

Ripubblico, a distanza di 5 anni, lo stesso post che pubblicai, a caldo, la mattina del ottobre 2013, quando avvenne questa tragedia.

Il tempo ci ha poi permesso di conoscere meglio le dinamiche dell'accaduto e soprattutto, purtroppo, di contare le vittime.
368 persone annegate i cui corpi sono stati recuperati, 20 probabili dispersi e 155 sopravvissuti (di cui 41 minori).
Tutti cittadini eritrei (ad eccezione di 6 etiopi).
Tra i morti, 89 donne e 9 bambini.

E' uno dei tributi che un pezzo dell'umanità, sempre lo stesso, paga ad un mondo sempre meno uguale e sempre più cieco.

Lo ripubblico integralmente perché, guardando, bene, in 5 anni, nulla è cambiato.

Ora basta! La colpa è nostra.

L'ennesima strage di disperati. Oggi a Lampedusa, ieri a Scicli e prima ancora nel Canale di Otranto. Disperati, perchè chiamarli immigrati significa dare loro una dignità, che non hanno. La dignità di chi, come fu per noi italiani, pensa di migliorare la propria vita (molti ci riuscirono) lavorando, magari duramente, ove il lavoro non è un miraggio.
Queste persone no. Molte fuggono dalla guerra, dalla miseria, dalla violenza ben sapendo che dove andranno non vi sarà il paradiso, bensì lo sfruttamento, una miseria diversa e spesso anche la morte. Nonostante tutto mettersi nelle mani di banditi, di criminali senza scrupoli spesso protetti, affrontare un viaggio disumano, essere detenuti in quelli che chiamiamo ironicamente "centri di accoglienza" e finire per essere clandestini è ancora meglio che restare.

Non vi è giustificazione alcuna per stare a guardare. Quei morti devono urlare, devono destare le coscienze assopite di troppi di noi, distratti dalle beghe giudiziarie di un politico miliardario, dalle liti per accaparrarsi un posto in Parlamento, dall'ultimo infortunio di un calciatore strapagato o dalle bizzarrie di una show-girl capricciosa.

foto dalla rete
Le responsabilità di questi morti è tutta nostra.

Nostre sono state le politiche coloniali in questi paesi, che li hanno depredati. Nostri sono stati gli appoggi a dittatori e criminali di ogni sorte, che oltre ad arricchire se stessi, hanno sempre fatto i nostri interessi. Nostre sono state le politiche economiche e monetarie che hanno fatto crescere il debito pubblico oltre ogni controllo. Nostre sono le complicità nell'assassinare le poche menti illuminate che potevano cambiare, veramente, le sorti di quei paesi. Nostri sono i capitali delle multinazionali che sfruttano il sottosuolo, le risorse e gli uomini in quei paesi. Nostre sono le armi che che tengono in piedi sanguinosi conflitti. Nostre sono state le politiche delle sviluppo, che hanno prodotto di tutto fuorchè un miglioramento della vita reale della gente. Nostra è quella Comunità Internazionale, incapace di prevenire o gestire le crisi che continuamente si ripetono. Nostri sono i soldi sporchi del sangue di donne, uomini e bambini versato per soddisfare i nostri capricci. Nostri sono gli uomini che comprano minuti di piacere da giovani prostitute sfruttate dal racket della tratta di essere umani. Nostre sono le politiche sull'immigrazione fatte con i piedi e non con la testa.  Nostre sono le responsabilità quando non ci indignamo con forza a fronte di dichiarazioni razziste e xenofobe.

Queste morti, ha ragione Papa Francesco, sono una vergogna. Una vergogna per tutti noi, sono un pugno allo stomaco, sono il frutto della nostra inazione, del nostro torpore.
Abbiamo permesso per troppi anni che le politiche sull'immigrazione fossero centrate solo sul contenimento. Come se fosse possibile fermare l'acqua con un sacchetto di sabbia. Abbiamo ignorato che la Somalia è da 20 anni senza un governo, che in Etiopia ed Eritrea si muore di fame, che nella Repubblica Democratica del Congo vengono stuprate migliaia di donne al giorno, che in Nigeria a causa del "nostro" petrolio abbiamo distrutto un ecosistema unico al mondo, che in Siria prima ancora che per il gas, la gente moriva per una guerra sanguinosa, che in Libia dopo le bombe serviva dell'altro o che il Sahel non ha più acqua.

,Provate a chiudere gli occhi. Immaginatevi si essere da giorni in un barcone affollato, come quello della foto, dove perfino respirare è difficile. Immaginate di essere quasi a terra e che qualcuno vi spinga in acqua. Voi non sapete nuotare. Eppure vi spingono, perchè la vostra vita valeva qualcosa solo prima del viaggio.
Questo accade, ogni giorno. Questo accadeva agli schiavi secoli fa, durante la tratta, in più vi erano solo le catene.

Ora immaginate che sulla barca vi siano i vostri figli, i vostri mariti, le vostre mogli e che il colore della pelle non sia nera, ma bianca. Cambierebbe qualcosa?

venerdì 7 settembre 2018

La Cina in Africa

Ha destato grande interesse, e discussione, l'annuncio recente del Presidente Xi Jinping, di un nuovo e massiccio investimento cinese in Africa. Nel corso del terzo Forum della Cooperazione Cino-Africana, dove - udite udite - erano presenti i capi di stato o di governo di 53 dei 54 stati africani. Mancava solo lo Swaziland, che recentemente ha riadottato il nome Regno di e-Swatini, poiché è ancora l'unico ad avere relazioni diplomatiche con Taiwan, come imposto dai paesi europei ex-colonizzatori.
Qualcuno dirà certo, erano tutti li solo per ricevere soldi. In effetti nessuno (nemmeno la Banca Monetaria e il Fondo Monetario), nemmeno ai tempi delle grandi elargizioni di denaro senza nessuna garanzia di restituzione, era riuscito a  trovare un così ampio consenso.
Che la Cina da decenni (a partire dagli anni '80, per la precisione) abbia investito in Africa non è un mistero. Un investimento che è cresciuto in modo esponenziale, grazie anche alla storica (e se volete discutibile) posizione della diplomazia cinese di non ingerenza negli affari interni.
Il risultato è che già a partire dal 2014 la Cina è il primo partner commerciale dell'Africa. Africa che a detta degli analisti, oltre ad essere una miniera a cielo aperto, è l'unico grande mercato per il futuro.
I nuovi 60 miliardi di dollari messi sul piatto dalla Cina (cifra analoga a quella investita nel 2015) - differenziati tra linea di credito, aiuti e prestiti a zero interessi (è bene ricordare che quando il il Fondo Monetario negli anni '70 elargì prestiti a fiumi ai paesi africani, il problema maggiore furono poi gli interessi sul debito - potete vedere questo post di Sancara), fondi per lo sviluppo e per i progetti di finanza (investimenti di privati con partecipazione pubblica) e infrastrutture.
E' chiaro che la Cina non è la Caritas! I cinesi non sborsano nemmeno uno yuan senza sperare in un guadagno!
Le aziende cinesi hanno aperto cantieri ovunque in Africa per costruire rotaie, strade, dighe, stadi, edifici e altro. Sono stati costruiti quasi 6000 chilometri di ferrovie, oltre 4500 chilometri di autostrade, 9 porti, 14 aeroporti, 34 centrali elettriche, oltre un migliaio di piccole centrali idroelettriche e 100 zone industriali.
Quest'ultimo aspetto (naturalmente legato alle infrastrutture) è quello determinante per il futuro.
Recentemente uno studio effettuato dalla Harvard University (su cui è stato pubblicato un libro) dedicato agli investimenti cinesi in Africa oltre ad evidenziare la produzione africana (ad esempio camion, condizionatori, frigoriferi e televisori) legata agli investimenti cinesi ipotizza un futuro in cui l'Africa comincia a fabbricare prodotti complessi e formare, anche grazie ai cinesi, esperiti in ambito della tecnologia, diventando la fabbrica mondiale del futuro. Fantascienza? Vedremo.
Intanto da parte Occidentale si registra solo irritazione (ed invidia). Le critiche, apparentemente sensate, fanno leva sul neo-colonialismo cinese (che detto da chi possedeva tutta l'Africa, fa almeno sorridere), sui rapporti con feroci dittatori (l'Africa è anche fatta di giovani e fragili democrazie e comunque, molti dei dittatori passati e futuri sono stati messi lì proprio da quelli che criticano) e sul fatto che l'Africa è ancora un luogo "dove tribù si affrontano mortalmente tra di loro" (che sinceramente rappresenta un immagine dell'Africa quanto mai lontana dalla realtà).
Insomma, come ha avuto modo di scrivere già quasi 10 anni fa, l'economista zambiana Dambisa Moyo nel suo La carità che uccide, una aspra critica al sistema degli aiuti, "Nessuno può negare che la presenza della Cina in Africa sia motivata dal petrolio, dall'oro, dal rame e quant'altro è nascosto nel sottosuolo, ma dire che l'africano medio non ne trae alcun vantaggio è una falsità, e i critici lo sanno!"

Ecco che allora l'irritazione occidentale (Stati Uniti e paesi ex-coloni in testa) suona perlomeno sinistra. In un momento storico in cui l'Europa sembra vedere l'Africa più come un problema che come una risorsa, l'intervento cinese pone ancora una volta l'accento sulla scarsa lungimiranza della piccola politica europea.



domenica 19 agosto 2018

Muore Kofi Annan, con molti rimpianti

Si spento in Svizzera, a Berna, ad 80 anni, Kofi Atta Annan, ghanese, che fu dal 1 gennaio 1997 al 31 dicembre 2006 Segretario Generale delle Nazioni Unite. Fu il secondo africano a ricoprire questa carica (dopo l'egiziano Boutros Boutros Ghali) e il primo di pelle nera. Nel 2001 fu Premio Nobel per la Pace assieme alle Nazioni Unite.
Figlio di una famiglia aristocratica Ashanti, studiò nella sua città natale (era nato nel 1938), Kumasi, poi negli Stati Uniti (in Minnesota) e  infine in Svizzera. Una vita intera , a partire dal 1962, passata lavorando per le organizzazioni internazionali del sistema delle Nazioni Unite. 
L'OMS  (Organizzazione della Sanità Mondiale) prima, poi UNHCR (Agenzia per i Rifugiati) e infine le Nazioni Unite, dove ha ricoperto vari incarichi fino a quello di Segretario Generale.
Fu a capo delle Missioni di Pace ONU (DPKO) dal marzo 1993 al Dicembre 1996, gli anni peggiori per il Peacekeeping. Furono gli anni del fallimento Somalo (fine 1993), del genocidio del Ruanda (aprile 1994) e del genocidio di Srebrenica (1995). Insomma anni che hanno segnato profondamente la geopolitica mondiale e di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Quello del genocidio del Ruanda è stata una macchia che Kofi Annan, ha portato, come un fardello, per tutta la sua vita. Quando il comandante canadese della Forza ONU in Ruanda, il generale Romeo Dallaire, scrisse al quartier generale ONU, ben tre mesi prima del genocidio un telegramma che anticipava il massacro, fu proprio Kofi Annan ad opporsi ad una azione preventiva.
Fu lo stesso Kofi Annan, 10 anni dopo ad ammettere "Avrei potuto e dovuto fare di più. Il ricordo doloroso del Ruanda, con quello della Bosnia, ha molto influito sulle mie azioni successive".
Certo non si può scaricare tutte le colpe sul diplomatico ghanese (che a scanso di equivoci non era al tempo Segretario Generale) o ridurre il suo grande contributo alla diplomazia internazionale e al nuovo corso delle Nazioni Unite. Come ebbe modo di affermare lo stesso Dallaire "Certo la mia missione è sicuramente fallita ma, è stata la missione dell'intera Umanità a fallire miseramente in Ruanda".
Sicuramente Kofi Annan è stato un uomo importante per il continente africano che ha contribuito a far crescere il peso dell'Africa (ancora non proporzionato alle sue risorse e al suo spessore economico) all'interno della diplomazia mondiale.

venerdì 17 agosto 2018

Antichi Ksour di Ouadane

Secondo gli etimologi la parola Ksour (o ksar) deriva dall'arabo qasr (castello, villaggio fortificato). In definitiva i Ksour non sono altro che dei villaggi tipici dell'area del Maghreb, costruite da popolazioni berbere, dove si trovano essenzialmente abitazioni e granai, posti spesso su colline o punti elevati, vicino a corsi d'acqua o oasi, che venivano fortificati per poterli facilmente difendere dagli attacchi dei predoni del deserto.
Essi si trovavano lungo le vie carovaniere trans-sarahaiane e spesso diventavano centri di cultura e educazione islamica. Oggi rappresentano il punto centrale di quella sviluppatissima cultura islamica che caratterizza l'intera area del maghreb. 
Nel 1996 l'UNESCO ha inserito all'interno dei siti Patrimonio dell'Umanità gli antichi ksour di Ouadane, Chinguetti, Tichitt e Oulata in Mauritania.
Si tratta di 4 villaggi (o meglio, antiche città) costruiti tra il 1000 e il 1200, che, nonostante i secoli trascorsi e fasi di sviluppo e declino, si conservano ancora in buone condizioni. Molti di essi sono diventati avamposti dei portoghesi come Ouadane alla fine del 1400. 
A Tichitt sono state anche trovati resti e fonti che attestano la presenza di forme sociali già a partire dall'800 A.C.

A Chinguetti, città santa dell'Islam, erano inoltre ospitate 24 biblioteche (le biblioteche del deserto), dove quando a partire dagli anni '50 sono state iniziate le opere di recupero del patrimonio, sono stati trovati antichi e preziosi manoscritti (il più antico dei quali risalente al 480) spesso custoditi (non sempre bene) da privati.
Un grande lavoro di recupero e di salvaguardia del patrimonio di manoscritti è stato svolto dall'antropologi italiano Attilio Gaudio.

Oggi le città sono raggiungibili attraverso piste nel deserto, percorribili con fuoristrada.






venerdì 20 luglio 2018

La Libia è un porto sicuro? Se lo pensate siete dei criminali.

Il concetto di porto sicuro ha radici antichissime. In termini marinareschi è quel luogo che acconsente di ripararsi ed offre quindi la massima sicurezza. Riparasi da cosa? Naturalmente dal mare e dai suoi spesso improvvisi cambi di umore, senza dimenticare comunque i pericoli che vengono da terra. I marinai di un tempo lo sapevano bene: spesso il porto sicuro non era quello più vicino, purtroppo. Per millenni gli uomini del mare hanno imparato a conoscere bene i ricoveri naturali, poi quelli artificiali e gli uomini con la loro malvagità. Oggi il concetto di approdo sicuro ha travalicato il senso antico degli uomini di mare e si è spostato in quello, sicuramente più complesso, dei diritti umani.
Resta però chiaro un concetto: un porto sicuro è un luogo dove chi viene portato (soccorso) possa sentirsi al sicuro da ogni possibile pericolo derivante dalla sua fragile situazione. Ricordiamo sempre che stiamo parlando di soccorso marittimo.
Senza scomodare i pronunciamenti dell'Europa (vi fu già una sentenza nel 2012) e perfino una sentenza più recente del Tribunale del Riesame di Ragusa che stabiliscono che "la Libia non è da considerarsi un approdo sicuro", appare del tutto evidente che un Paese in guerra dal 2011, con una grande infiltrazione di integralismo religioso e che non ha un governo che possa essere definito tale, non è, e non può essere, un Paese sicuro.
Perfino la Farnesina - non una ONG quindi, ma il nostro Governo - sconsiglia agli italiani di recarsi in Libia. Se questo pericolo è applicato per gli italiani, non si capisce quale sia la ragione per cui diventa un Paese sicuro per un nigeriano, per un ivoriano o per un'eritrea.
Da anni non solo i racconti dei migranti (che descrivano situazioni di violenza inaudita) ma, inchieste di quei pochi giornalisti che ancora possono definirsi tali, descrivono una situazione in cui la vita degli uomini (e ancor meno quella delle donne) valgono solo in quanto merce da vendere, comprare o usare.
Ovvero in violazione con quanto stabilito dall'articolo 33 dalla Convenzione di Ginevra (convenzione che peraltro la Libia non ha mia ratificato e che quindi impegna ancora di più i Paesi che l'hanno sottoscritta).

Affermare che la Libia sia un porto sicuro per un migrante equivale a dire che la famiglia sia un luogo sicuro per una bambina che ha subito una violenza dal padre o che una Chiesa sia un posto sicuro per un bambino molestato dal parroco.

La Libia è un Paese che è rimasto tale (e non ha fatto la fine della Somalia - dal 1992 nella totale anarchia) solo perché la sua esistenza permette a noi di sopravvivere (senza il gas libico e con la crisi ucraina, mezza Europa sarebbe al collasso). 

Quando queste affermazioni giungono - non dal bar sotto casa - ma da una alta carica dello Stato, dobbiamo avere il coraggio di fermarci a riflettere. Si può non essere d'accordo con le politiche sulle migrazioni, si può pensare che non tutti i profughi siano tali (sebbene a stabilirlo debbano essere le autorità competenti  dopo aver ascoltato le persone), si può perfino essere convinti che il nostro Paese debba erigere un muro di protezione, ma pensare di rigettare nelle mani del carnefice donne, uomini e bambini significa solo essere dei criminali.

La discussione sulle migrazioni in Italia ha assunto una dialettica assolutamente irreale. Pensare che tutti i problemi dell'Italia derivino da una marea di disgraziati (dove all'interno come è ovvio si intrufolano anche delinquenti e altro), che il degrado della nostra società a cui assistiamo sia solo colpa di una banda di delinquenti (di qualsiasi colore delle pelle) che arrivano da altri posti del mondo, che il problema della piccola criminalità e della delinquenza si risolva fermando le barche e lasciandole pericolosamente vagare nei mari, che aver per anni bloccato qualsiasi forma di arrivo legale in Italia  (confinando tutti gli ingressi nel solo circuito dei richiedenti protezione internazionale), che chiudere un occhio, quando non entrambi, sui livelli di sfruttamento che da anni subiscono uomini e donne stranieri nella speranza di conquistare magicamente un permesso di soggiorno in Europa: pensare tutto questo significa allora essere fuori da ogni realtà.

Nel mondo sono oltre 3 miliardi le persone che fanno fatica ad arrivare non a fine mese ma, alla fine della giornata. Forse questi non pensano neppure di scappare (e se lo fanno vanno, come dimostrano i 65 milioni di profughi nel mondo, appena oltre confine) ma, sono almeno un altro miliardo, gli uomini e le donne, che sognano una vita migliore. Qualcuno pensa di poterli fermare?

Fare politiche serie e non demagogiche sull'immigrazione era un imperativo 10 anni fa, lo era ancora di più 5 anni fa e continua ad esserlo oggi. 





martedì 19 giugno 2018

Cinema: Il quaderno di Sara

Il quaderno di Sara è un film dello spagnolo Norberto Lopez Amado, uscito nel 2018 e che è possibile vedere su Netflix (che lo ha anche co-prodotto). E' un film che riprende (e vi era a mio avviso un gran bisogno di farlo) alcuni temi delicati quali quelli dei bambini soldato in Africa (un dramma senza eguali che troppo spesso viene dimenticato) e quello delle guerre fatte, anche con l'uso di questi soldati, per lo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo (in questo caso della columbite-tantalite, più comunemente noto come coltan) in un area, quale quella della Repubblica Democratica del Congo, che qualcuno non ha esitato a definire, per la ricchezza del sottosuolo, uno "scandalo geologico".
Il film racconta una storia semplice nella sua drammaticità. Quella di un'avvocato spagnolo, Claudia,  sicuramente ingenua e sprovveduta, che si mette alla ricerca della sorella Sara, un medico, un'idealista che ha messo l'Africa in cime alle priorità della propria esistenza e di cui da tempo non si avevano più notizie.
Il regista, pur a fronte di un tema delicato e orrendo per la sua realtà, affronta la questione con il giusto tatto: raccontando, anche nel dettaglio (talora con qualche semplificazione, utile a non perdere il filo del discorso) le situazioni senza lasciarsi andare in, a volte inutili, pugnalate al cuore per lo spettatore. Certo, senza risparmiare la narrazione e il dramma che molti di noi, da questo lato del mondo, non sanno neppure immaginare.
Il film che ufficialmente si svolge nel Kivu (secondo molti uno dei luoghi del pianeta dove la vita di un essere umano vale meno) ma, che in realtà è girato in Uganda (e in parte alle Canarie), ha anche il pregio di mostrare allo spettatore come quell'area del Pianeta oltre ad essere quanto di più simile all'inferno possiamo incontrare è anche, per la bellezza e l'intensità della sua natura, quanto di più simile al paradiso.

Ecco il trailer del film : https://www.youtube.com/watch?v=brjhVjts4SA

E' proprio attraverso il quaderno di appunti di Sara, che farà una coraggiosissima scelta di rimanere comunque in Africa, anche tra i crudeli "signori della guerra", convinta com'era che le cose debbano essere vissute da dentro, che la sorella Laura uscirà da quel distacco quasi ovattato del suo mondo per immergersi anch'essa in un attivismo più concreto.
E' un film che vale la pena guardare perché aiuta a comprendere. 


Vai alla pagina di Sancara sui Film sull'Africa

giovedì 10 maggio 2018

Rumba africana, la musica del fiume

La tratta atlantica degli schiavi ha profondamente trasformato le società africane. Secoli di migrazioni forzate hanno talora indebolito, quando non fatto scomparire, intere popolazioni o Regni, hanno costretto molti popoli ad isolarsi e altri a partecipare, a man bassa, alla spartizione di ingenti quantitativi di ricchezze. Tutto, sacrificando, secondo le stime, oltre 20 milioni di africani.
Di contro sono state esportate tradizioni e culture e poi, le generazioni successive, quelle del ritorno della diaspora nel continente, hanno riportato in Africa assieme ad altre innovazioni culturali.
Quella della musica, meglio della contaminazioni musicale tra il continente africano e quello centro americano, è un capitolo senz'altro affascinante.
Negli anni '30, lungo il fiume Congo, nelle vie delle due grandi città che affacciano sulle sue rive , Leopoldville (oggi Khinshasa) (Congo Belga) e Brezzaville (Congo Francese), si sviluppo' un movimento artistico-musicale che prende il nome di rumba africana.
Africana perchè le origini di questa musica, la rumba, sono nell'isola di Cuba (rumba cubana) dove, proprio gli schiavi africani avevano importato ritmi che si sono fusi facendo nascere, alle fine del XIX secolo, la rumba cubana
Sono anni in cui nei locali delle due città si suona, si balla e ci si diverte. E' un movimento soprattutto culturale che si diffonde con grande velocità e che non ha uguali in quegli anni in Africa.
La rumba africana prende successivamente anche altri nomi come soukous (probabilmente dal francese secouer, agitarsi), rumba congolese e infine lingala (quando giunge, successivamente in Africa Orientale).
La rumba africana, come avviene spesso in Africa,  è intimamente legata al ballo, un movimento spesso sensuale e che nelle moderne declinazioni giunge ad essere una danza che definirla erotica non è poi così azzardato e dove la mimica dell'atto sessuale è molto più che accennata. Del resto secondo alcuni etno-musicologi, il significato originale della rumba è proprio una richiesta esplicita di tipo sessuale, eseguita con dolcezza e rigore stilistico.
Negli anni '40 e 50' la rumba diventò molto popolare in Africa (tra i musicisti di quegli anni, molto popolare, ma che non hanno sfondato in Europa bisogna senz'altro ricordare Tchico Tchicaya, la voce d'oro africana) ed era suonata da big band (su modello di quelle jazzistiche) la cui popolarità varcò i confini del continente verso il Nord America e l'Europa. Sono gli anni in cui la African Jazz  di Gran Kalle, da molti considerata la prima band nata in Congo (negli anni 30) e rimasta sulla scena fino al suo scioglimento nel 1983. Una musica che metteva assieme strumenti della tradizione (soprattutto percussioni) con le voci classiche del jazz (contrabbasso, sassofono, trombe e clarinetti) e non solo (chitarre elettriche). Dalle band si passò poi a gruppi più o meno numerosi come organico che negli anni '60 e '70 diedero vita alla contaminazione con il rock and roll. Tra i personaggi chiave di quell'epoca anche Pepe Kalle, l'elefante (per la sua stazza) deceduto per un infarto nel 1998.  La crisi politica degli anni '70 del Congo (rinominato Zaire) portò molti musicisti a lasciare il Paese e a diffondere, anche la rumba, altrove. Nacque così in Africa Orientale (Kenya e Tanzania) la rumba swahili che a sua volta contaminò molto la rumba classica aggiungendo sonorità e strumenti di un'altra area del continente africano. Contaminazione che sono poi alla base di quella che viene universalmente conosciuta come world music.
Queste continue contaminazioni portarono inevitabilmente molti musicisti a trasferirsi in Europa (tra di essi Papa Wemba, uno degli artisti più osannati del  panorama musicale africano tanto da essere definito il re della rumba e fondatore, assieme a Manuaku Waku e N'Yola Longo, nel 1970 di un gruppo, i Zaiko Langa Langa, ancora oggi in attività e noto per aver suonato alla cerimonia del Rumble of the Jungle assieme ad artisti internazionali)  dove l'industria musicale ed il mercato offrivano maggiori opportunità (economiche e di contaminazione). L'apporto di questa nuova generazione di musicista sullo stile delle rumba fu quella legata alla lingua (si inizia ad usare soprattutto il francese e gli strumenti elettronici tipici del pop internazionale.
Ancora oggi la rumba è molto diffusa in Africa sebbene i suoi canoni originali siano oramai molto distanti. La sua danza, sensuale, continua a destare curiosità e perfino indignazione. Una sua versione, chiamata ndombolo, è stata perfino bandita in alcuni luoghi e alcuni governi (Mali, Camerun e Kenya) hanno tentato limitarla o comunque di censurarla.


lunedì 16 aprile 2018

Libri: In cerca di Transwonderland

In cerca di Transwonderland è un libro scritto nel 2012 e pubblicato in Italia nel 2015 ad opera della casa editrice 66th And 2nd. Un libro di un viaggio in Nigeria scritto da Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken Saro Wiwa, l'eroe ogni che lottava contro la distruzione del delta del Niger ad opera delle multinazionali del petrolio e della loro corruzione, ucciso nel 1995.
E' un libro di raffinata bellezza, scritto da una donna che dopo la morte del padre aveva rifiutato di tornare in Nigeria e solo dopo molti anni ritrova il coraggio e la voglia di ritornare nel suo paese che alla fine, dopo un impatto duro e critico, finirà per riprende il posto che aveva nel suo cuore. Sebbene come dirà in una intervista l'autrice, "sono fiera delle mie radici, ma non vivrei in Nigeria".
Il libro, che è appunto un viaggio, tocca tutti i nervi scoperti del colosso del continente africano. Attraverso il caos frenetico e violento di Lagos, la calma quasi finta dell'asettica Abuja e il nord mussulmano che confina con il deserto, i  veri nodi vengono affrontati con un taglio quasi antropologico. La corruzione che ostacola qualsiasi cosa in Nigeria e rende il paese incapace di affrontare i temi dello sviluppo e della giustizia sociale. La religione - che si declina con un pullulare di chiese e di scritture e nell'esaltazione dei riti - che accompagna il quotidiano delle vita nigeriana, e che per il suo potere di porre verso una dimensione "sovrannaturale" la risoluzione dei problemi, ingabbia e contiene la reazione del popolo verso i soprusi di una politica che "passa da una cleptocrazia ad un'altra". Il rapporto tra modernità e tradizione, sempre più distanti e sempre più difficili da far convivere. Elementi , che mescolati tra loro, hanno portato i nigeriani a non avere più nessuna fiducia nello Stato.
Certo il viaggio di Noo affronta anche l'estrema bellezza della Nigeria, una natura che riesce ad essere ancora incontaminata, il senso per la musica, per il ritmo e per le tradizioni che occupa ogni momento dell'esistenza, la voglia di parlare di tutto, di poter dire la propria spesso ad alta voce e a squarciagola.
Vi sono passaggi nel libro dove in qualche modo - seppur forse senza mai approfondire troppo - l'autrice affronta anche alcuni temi che in qualche modo si riflettono sulla moderna emigrazione nigeriana verso l'Europa. La visita al Campus dell'Università di Ibadan (dove sono nate le antiche confraternite che oggi sono degenerate in una vera e propria mafia), dove un grande cartello all'entrata denuncia la pericolosità e la dannosità dell'appartenere alle sette.
Amara è la considerazione che l'autrice fa: "Quasi tutti passavano il tempo libero a racimolare denaro. Alcune ragazze camminavano per il campus con passo trionfante e civettuolo. Erano quelle che i politici e i pezzi grossi del mondo degli affari si portano in volo ad Abuja e Lagos per fare da contorno alle loro feste e fornire servizi sessuali. Dopo un fine settimana e qualche pompino, le vedevi tornare al campus con vestiti costosi ed estensioni nuove di zecca."
Un libro che offre un appassionate punto di vista su una realtà come quella nigeriana che non sempre risulta facile da comprendere.

Noo Saro Wiwa è nata in Nigeria nel 1976, cresciuta in Inghilterra dove ha frequentato il King's Collage e successivamente la Colombia University di New York. Ha scritto guide per la Lonely Planet e  In cerca di Transwonderland è la sua opera prima. Il titolo si riferisce ad uno strepitoso parco gioco alle porte di Ibadan, ancora pubblicizzato come tale e che invece altro non è che un grande incompiuto in completo degrado.







Vai alla pagina di Sancara sui Libri sull'Africa






lunedì 26 marzo 2018

Fairphone e la Repubblica Democratica del Congo: una sfida possibile

Forse il nome Fairphone non a tutti dice qualcosa. Il rischio di pensare all'ennesima entrata nel mercato degli smartphone di un'azienda cinese è alto e per fortuna quanto più lontano dalla realtà.
Fairphone è invece una splendida realtà ed è olandese. Nasce come idea nel 2010 e si concretizza nel 2013 quando viene lanciato il Fairphone 1. Si tratta, per sintetizzare, di uno smartphone etico, il primo al mondo, che poggia le sue basi sulla necessità di controllare l'intera filiera della produzione dei metalli e dei minerali che sono alla base delle tecniche costruttive dei moderni cellulari.
Per farlo i principi sono due: uno smartphone fatto per durare (quindi modulare e riparabile dove non si cambia e si getta l'intero apparecchio ma solo parti di esso) e il controllo della fornitura dei materiali basata su principi etici e su pratiche estrattive compatibili con l'ambiente e con i diritti dei lavoratori.
E' cosa nota che i moderni telefoni cellulari contengono almeno una quarantina (40) di diversi minerali e metalli. Molti dei quali (purtroppo la maggior parte) provenienti da zone di guerra o di conflitto (spesso sono gli stessi estrattivi a determinare i conflitti al punto tale da essere chiamati conflict minerals).
Molti di questi minerali provengono da regioni dell'Africa (Sancara aveva già parlato del coltan della zona del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo ma un discorso analogo potrebbe valere per il tungsteno del Ruanda) dove è altissimo il livello del conflitto, dello sfruttamento (spesso di bambini) e dei guadagni illegali.
L'idea di Fairphone (che nel 2015 ha lanciato la versione 2), nasce nel cuore di Amsterdam ad opera di Bes Van Abel, giovane e vulcanico attuale Amministratore Delegato di Fairphone (che oggi ha circa 70 dipendenti) ed ha preso piede all'interno della Waag Society (una fondazione olandese che si occupa di arte e tecnologia) cercando in un primo tempo di sensibilizzare i consumatori alla complessità che si nasconde dietro ad uno smartphone. Nel 2013, assieme ad altri soci come Miquel Ballester (di cui vi segnalo  questa intervista) e Tessa Wernink, con un investimento iniziale di 400 mila euro e una campagna di crowdfunding, si passa ai fatti puntando sulla sostenibilità e sul controllo della filiera dei materiali.
La sfida iniziale è stata quella di tracciare tutta la filiera di produzione di quattro minerali (stagno, tantalo, tungsteno e oro) prodotti nella Repubblica Democratica del Congo e nel Ruanda. Contemporaneamente si è provveduto a creare un apparecchio in cui il proprietario può sostituire semplicemente tutti gli elementi (batteria, schermo, modulo con telecamera, jack per cuffie, porte usb e via così) ed è interamente predisposto per upgrade e espansioni. Infine, i codici sorgente sono aperti a proprietari e sviluppatori. Insomma un cambio di paradigma fondamentale rispetto ai telefoni di oggi che oramai non permettono nemmeno l'accesso alla batteria!
Recentemente Fairphone ha allargato il suo orizzonte anche alle condizioni di lavoro delle ditte fornitrici.
Per la cronaca, Fairphone 2 costa attorno alle 530 euro.

La questione del controllo della filiera di produzione è la vera chiave di volta dell'intero sistema di produzione che coinvolge milioni (probabilmente centinaia di milioni) di individui che lavorano in condizioni disumane o di schiavitù. Purtroppo solo quando saranno anche le stesse aziende a lanciare la sfida al consumatore sulla certificazione etica delle materie prime il sistema sarà costretto a mettere in crisi modalità di produzione che seminano morte e povertà. Pensare di tenere in mano qualcosa che ha determinano la morte di altri individui dovrà indurci, prima o poi, tutti, a fare un passo indietro e a ricercare soluzioni con maggiore attenzione agli altri, ai diritti e alla vita.
Questo discorso vale per tutto. Provate a pensare alle produzioni agricole, dove lo sfruttamento, anche in Italia, è elevatissimo (e in grande aumento) e dove le filiere controllate e certificate sono ancora poche. 
Abbiamo tutti una responsabilità, non deleghiamola ad altri.

martedì 13 marzo 2018

L'oba del Benin contro il traffico di esseri umani

Ha destato grande interesse negli ambienti nigeriani (e non solo) il pronunciamento dell'oba del Benin, Ewuare II, contro la tratta di esseri umani. L'oba ha chiesto ai "medici nativi" di revocare i giuramenti già posti della vittime di tratta svicolando così le donne dalle maledizioni poste in essere dai riti celebrati. Una notizie che interessa tutte le giovani donne nigeriane giunte in Italia negli ultimi anni e costrette alla prostituzione.
Ma, vediamo con ordine cosa è successo.

L'oba è nella cultura del popolo Edo (popolazione dell'Africa occidentale ed in particolare del delta del Niger in Nigeria) un re e un capo religioso. Il nome  oba (che in molte lingue locali significa re) entrò in uso nel XIII secolo con Eweka I, considerato il fondatore del Regno del Benin. Il ruolo - oggi molto più religioso e culturale  che politico (gli inglesi sul finire del 1800 decretarono la fine all'Impero del Benin)  - si tramanda da allora ed oggi a ricoprirlo è Eheneden Erediauwa (Ewuare II) nato nel 1953 e "incoronato" il 20 ottobre 2016.
Ewuare ha studiato in un collage a Benin City, poi a Londra, poi a Cardiff (laurea in Economia) e infine in New Jersey dove ha conseguito un Master in Pubblica Amministrazione.
Ha lavorato alle Nazioni Unite dal 1981 al 1982 ed è stato ambasciatore di Nigeria in Angola, Svezia ed in Italia.
Sin dal suo insediamento l'oba ha strettamente collaborato con il Governatore dell'Edo State, Godwin Obaseki, eletto il 12 novembre 2016.
Alcuni giorni fa l'oba ha chiamato a raccolta (ecco il link del video della cerimonia) tutti i medici tradizionali formulando una sorta di "editto" in cui li obbliga a non mettere in atto giuramenti rituali (che in Italia conosciamo genericamente come riti vudù o jujù) che
costringono giovani donne nigeriane a restituire soldi ad organizzazioni criminali che le portano in Europa (ed in particolare in Italia) a prostituirsi. Allo stesso tempo l'editto libera (anche con azione retroattiva) le donne dal vincolo e le mette nelle condizioni di denunciare i criminali. Infatti, l'oba, ha anche pronunciato parole molto dure contro le confraternite che sono alla base della mafia nigeriana che gestisce da decenni il traffico di esseri umani allo scopo di sfruttamento nel mondo della prostituzione e strettamente connesso con lo spaccio di stupefacenti. Il ruolo dei medici nativi è quello di svolgere, a pagamento, riti che impegnano la ragazza e la sua famiglia alla restituzione del debito accumulato per arrivare in Europa (tra i 20 e i 40 mila euro) pena l'arrivo di maledizioni di ogni genere. Giocando sulla credenza, sull'ignoranza e sul potere acquisito i medici nativi vincolano le vittime a non parlare del proprio giuramento e a restituire fino all'ultimo centesimo il loro debito.  La prostituzione nigeriana in Italia ha subito un'impennata negli ultimi tre-quattro anno, che hanno visto crescere (grazie anche all'assurdo e favorente  sistema italiano di protezione internazionale) a dismisura le donne "importate" dalla Nigeria. Solo nel 2016 ne sono giunte in Italia 11.006.
E' un fatto sicuramente importante che risponde, come ha avuto modo di dire l'oba, alla richiesta forte  della comunità internazionale (e solo in parte di quella, distratta, nigeriana) rivolta ai sistemi informali (quelli appunto dei medici tradizionali, degli stregoni e dei ciarlatani nigeriani) di contribuire di mettere fine alla tratta di esseri umani.
Bisognerà aspettare gli effetti, se effetti ci saranno, di questa presa di posizione dell'oba del Benin. Nei prossimi mesi scopriremo se al già ridotto numero di nuovi arrivi degli ultimi mesi del 2017 e dei primi del 2018 (effetti della politica del governo italiano) si aggiungerà anche un effetto - sicuramente più positivo - di mancanza di nuova carne da macello da inserire nel ghiotto mercato italiano.
Così sarà interessante capire se le ragazze nigeriane - già in Italia o in Europa da tempo - svincolate dal loro giuramento saranno capaci di collaborare con la giustizia e di permettere l'arresto dei criminali che gestiscono un business così redditizio.
Sicuramente trema una parte della comunità residente nigeriana in Italia che ricava importanti utili dai servizi offerti alle "ragazze di strada" (dalle ospitalità alle necessità logistiche o dei servizi, quando non il diretto guadagno su una parte del debito).
Sicuramente l'atto dell'oba è coraggioso, perché in definitiva, toglie una parte importante dei guadagni ai medici nativi e in qualche modo ne delegittima l'azione. Così come si mette deliberatamente contro alle potente confraternite che da decenni infiammano criminalmente la vita quotidiana in Nigeria.
Certo ancora si fa fatica a scardinare una rete di credenze e di ignoranza, di pregiudizi e di complicità, che anche attraverso l'uso di rituali e pratiche di stregonerie, contribuiscono a fare restare in un forte oblio la popolazione nigeriana a vantaggio di criminali e politici corrotti.

Oltre ai post indicati dai link è possibile approfondire anche con questo link  di Sancara "Nigeria in Italia, alcuni numeri"


martedì 20 febbraio 2018

Il Lago Tana

Il Lago Tana, con una superficie di 3600 chilometri quadrati (circa 10 volte il lago di Garda), è lo specchio d'acqua più' grande dell'Etiopia. Fu esplorato per la prima volta intorno al 1600 durante il periodo in cui si recavano le sorgenti del Nilo. Inoltre la regione del lago è stato oggetto di approfonditi studi da parte del geografo italiano Giotto Dainelli, che tra il 1937 e il 1940 guidò una missione di esplorazione italiana. Da un punto di vista geografico è situato a circa 1800 metri d'altezza ed è l'origine del Nilo Azzurro, che poco dopo l'uscita dal lago genere delle magnifiche cascate, quelle del Nilo Azzurro o in aramaico Tissisat, con un salto di oltre 40 metri. Ha una forma a cuore con il punto di massima distanza di 84 chilometri. Lago di origine vulcanica poco profondo (massimo intorno ai 14 metri), al suo interno si trovano 37 isole (20 delle quali ospitanti monasteri copti), che assieme alle coste del Lago, rivestono una grande importanza storica per la cristianità. Infatti si trovano molti monumenti e chiese - alcune delle quali risalenti al XIII secolo e fino al XVII secolo. In particolare l'isoletta di Daga Estifanos ospita una comunità importante di monaci della chiesa ortodossa etiope e un monastero aperto solo agli uomini (nemmeno le femmine di animali possono accedere all'isola).
Nel 2015 è stato inserito, per il suo valore culturale, storico, religioso e naturale, all'interno delle Riserve della Biosfera dall'UNESCO.
Infatti accanto all'estremo valore in termini di biodiversità, il lago offre anche una grande occasione per la produzione agricola (caffè e limoni, in particolare) e per la pesca. Pesca praticata con le tipiche imbarcazioni di papiro intrecciata, chiamate tankwa. 
La Riserva comprende, secondo le definizioni del programma Man and Biosphere Programme un'area di 695.885 ettari, di cui 22.841 di core area (ovvero quella parte di riserva integrale), 187.567 di buffer area e 485.477 di transition area. Intorno al Lago Tana ruota la vita di circa due milioni di persone.
Il lago è inoltre un luogo di grande presenza di specie di uccelli, alcuni in via di estinzione. Oggi il lago è in grande sofferenza a causa della pressione antropica su di esso. In un paese in forte crescita demografica e con luoghi di grande siccità e carestia il lago rischia di veder compromesse le sue funzioni di "fonte di vita" per gli uomini. Ad esempio è forte la preoccupazione dell 'ONG  NABU (Nature and Biodiversity Conservation Unit) per l'invasione del giacinto d'acqua (Eichhornia crassipes)
Il punto di partenza per la visita dell'intera area è la città di Bahir Dar che dista circa 40 chilometri dal lago.

Vai alla pagina di Sancara sulle Riserve della Biosfera in Africa

sabato 10 febbraio 2018

Morire per l'avorio

La morte di Esmond Bradley Martin, è passata per molti inosservata. Il geografo americano, da decenni paladino della lotta ai commercianti di avorio, è stato ucciso, con una coltellata, nella sua casa a Nairobi nella mattinata di domenica scorsa.
A quasi 76 anni Martin continuava a dare la caccia ai trafficanti di avorio (soprattutto nell'Asia) talora infiltrandosi tra le gang e fingendosi trafficante. Esperienze che l'hanno portato a contatto con realtà orrende del nostro mondo, perché spesso i trafficanti "differenziano" molto i loro commerci: avorio, animali selvatici, stupefacenti, armi e persone, bambini in particolare. E' chiaro che per questi bastardi la merce è merce, avorio o bambini, donne o eroina, uomini o mitragliatrici, la cosa importate è il denaro che essi generano.
La sua è stata la battaglia di una vita (è stato anche inviato speciale delle Nazioni Unite per la lotta al bracconaggio). Arrivato in Kenya negli anni '70 e da allora non ha mai smesso di interessarsi, in modo diverso, rivoluzionario e perfino trasgressivo, a questo assurdo commercio che sta distruggendo due specie animali (gli elefanti africani e i rinoceronti). Una battaglia che ha contributo non ha interrompere il commercio ma, a sensibilizzare e a spingere governi, come quello cinese, alla messa a bando delle zanne degli elefanti.
Le ricerche di Martin erano finanziate da Save The Elephants, un'organizzazione nata nel 1993. Assieme alla collega Lucy Vigne, Martin ha pubblicato lo scorso anno un rapporto "Decline in the Legal Ivory Trade in China in Anticipation of  a Ban", in cui si sottolineava come il lavoro fanno negli ultimi anni aveva contribuito alla riduzione della vendita di avorio.

Se il nostro mondo continuerà ad ammirare la bellezza e la potenza dell'Elefante Africano nel futuro, se questo succederà, una parte del merito dovrà essere iscritta a quest'uomo.






Ecco i post di Sancara sul commercio di avorio:

venerdì 19 gennaio 2018

La fine del pesce

Le coste dell'Africa Occidentale, e del tratto Senegal e Mauritania in particolare, sono ricche di pesce. Una ricchezza che da sempre ha favorito la vita su tutto l'asse costiero. Generazioni di uomini e donne hanno potuto sopravvivere grazie ai doni del mare. Un mare che spesso ha richiesto grandi sacrifici ma, che ha permesso a tutti di sfamarsi, di tramandare di padre in figlio tecniche e rituali oggi quasi scomparse e di costruire delle comunità coese che hanno contribuito anche alla stabilità politica di un paese come il Senegal. Chi ha avuto il piacere di percorrere le coste del Senegal ha potuto ammirare spettacoli strabilianti.

La pesca costiera impregnava (in ogni senso e soprattutto in quello letterale) la vita quotidiana. Piroghe costruite con tecniche semplici ma di grande efficienza e di rara bellezza, distese di pesce poste ad affumicare sulla battigia e donne che, al rientro dagli uomini dalla pesca, favorivano la lavorazione, la vendita e la conservazione(affumicazione o disidratazione) di quel prezioso dono della natura. Un mercato in ogni spiaggia, in ogni luogo dove era possibile approdare con imbarcazioni spinte dal vento e più recentemente da motori fuoribordo.
Da oltre una decina d'anni la situazione è letteralmente precipitata.
Le flotte delle multinazionali del pesce (molte europee ma, non solo) hanno invaso letteralmente il tratto di Oceano Atlantico che lambisce le coste dell'Africa Occidentale. La necessità di pesce del nostro mondo - molto del quale per produrre farine per gli allevamenti intensivi- crescono a dismisura e l'avidità delle multinazionali non guarda in faccia a nessuno. Un peschereccio può arrivare a pescare, in un solo giorno, l'equivalente del pescato di 56 piroghe in un anno!
Già verso il 2010 si lanciava un grido d'allarme, inascoltato. "Entro una decina di anni potrebbe non esserci più pesce". Gli anni sono trascorsi e ci avviciniamo, senza che sia stato fatto nessun intervento, alla data fatidica.
Dal porto di Joal, il più grande porto dove giunge il pesce in Senegal, i pescatori dicono che negli ultimi dieci anni il pescano è calato del 75%. Praticamente una strage.
L'azione delle multinazionali del pesce sta destabilizzando fortemente la società senegalese. Oltre 2 milioni di persone dipendono dalla pesca, l'industria ittica senegalese era la prima per fatturato. Si stima che già 300 mila persone abbiano perso il posto di lavoro e che gli effetti negativi stanno oramai giungendo anche ai piccoli pescatori e a coloro i quali la pesca rappresenta un dignitoso modo di vivere. Ma, l'effetto è ancora più devastante se consideriamo che le multinazionali per avere le concessioni o per non essere infastidite dalle guardie costiere hanno alimentato un sistema di corruzione che oramai, anche ora che il governo ha posto vincoli alla pesca, non si riesce più ad arginare.
Ancora, l'effetto più evidente e preoccupante è quello sulle comunità locali, fino ad oggi in pace e che oggi iniziano a "lottare" per la sopravvivenza. Una sopravvivenza che non è solo di oggi (per il cibo o per il denaro) ma che, si proietta pericolosamente nel futuro. 
Per i giovani senegalesi il lavoro del pescatore era faticoso ma, stava all'interno delle tradizioni familiari e rappresentava un futuro certo. Oggi questo futuro non esiste. L'incertezza è massima, la fiducia e inesistente e l'unica alternativa sembra essere quella di migrare. 

L'effetto di questa catastrofe annunciata inizia solo ora ad essere visibile e costituirà un nuovo elemento di crisi nel nostro pianeta. Certo i nostri supermercati continueranno ad essere pieni, i nostri allevamenti avranno farine animali per far crescere finti animali che finiranno sulle nostre tavole e che per metà verranno gettati perché superflui.
Certo anche i barconi di disperati che scappano dalla miseria, saranno pieni ma, per alcuni sarà solo il prezzo da pagare per la nostra (soprattutto loro) ricchezza, per altri saranno solo la causa del nostro (solo nostro) malessere su cui scaricare tutto l'odio e il rancore. Il mondo, forse, continuerà a vivere.