mercoledì 24 febbraio 2021

La Repubblica Democratica del Congo, per meglio comprendere

Quella che oggi conosciamo come Repubblica Democratica del Congo, balzata improvvisamente alle cronache per l'omicidio del nostro Ambasciatore (assieme al carabiniere di scorta e all'autista) si chiamava un tempo Zaire e prima ancora Congo Belga. In realtà prima di essere una colonia belga lo Stato Libero del Congo fu una proprietà, diretta e privata, di re Leopoldo II di Belgio. Leopoldo fu definito da uno storico britannico come "un Attila in vesti moderne". Governò il paese, tra il 1885 e il 1908, (quanto un anno prima di morire dovette cedere il Congo alla corona) nel terrore, reprimendo la popolazione locale nel peggiore dei modi. Il Paese fu depredato di quei beni che allora facevano la ricchezza : l'avorio e il caucciù. La mancanza totale del rispetto delle tradizioni, le violenza e lo sprezzo per la vita "nera" furono il centro della politica di Leopoldo.

Si deve a lui, e ai suoi uomini, quella pratica, poi tristemente adottata in ogni parte del continente, di amputare le mani con il macete a chi non lavorava o si ribellava. Così come erano diffuse ogni sorta di violenza, soprattutto nei confronti delle donne e la pratica della schiavitù. Sempre secondo gli storici trovarono la morte nei 20 anni di terrore un numero molto vicino ai 10 milioni di congolesi su una popolazione di 25 milioni. Leopoldo fu costretto a cedere la colonia proprio per le accuse di atrocità internazionali. Nonostante i numeri quello del Congo non è mai stato considerato un genocidio.
L'attuale capitale, Kinshasa, fino al 1966 e dalla sua fondazione avvenuta nel 1881 portava il nome di Leopoldville (a dimostrazione del fatto che il Belgio mai si dissociò dagli orrendi crimini avvenuti in quel Paese).
Il Belgio resse la colonia per altri 50 anni, dal 1908 al 1960. Anni in cui Leopoldville diventò una città culturalmente molto attiva (competeva con la sua "dirimpettaia", Brezzaville, separate dal fiume Congo, il titolo di capitale africana della rumba). Anni in cui tra le due guerre, fu fortemente potenziata l'attività estrattiva nel Paese. Dalle miniere di uranio di Shinkolobwe proveniva il minerale usato per le bombe di Hiroschima e Nagasaki. Il Paese è ritenuto uno scandalo geologico, nel suo sottosuolo si trova di tutto: oro, diamanti, smeraldi, petrolio, uranio, manganese, cobalto, rame e tantalio. Insomma tutto quello che il nostro Pianeta ha bisogno per ogni sorte di tecnologia.

Negli anni '50 emerse un giovane leader, Patrick Lumumba, visionario e panafricanista. Un leader che poteva cambiare, se gli fosse stato concesso, le sorti dell'intero continente. Portò il Paese all'indipendenza il 30 giugno 1960
Ma si trattava di un'indipendenza effimera. Le potenti compagnie minerarie sarebbero restate saldamente nelle mani dei Belgi e quando solo pochi giorni dopo Lumumba nazionalizzò l'esercito ed era pronto a nazionalizzare le risorse, lo Stato minerario del Katanga (con l'aiuto dei parà del Belgio e di mercenari da ogni parte del mondo, Italia compresa) dichiarò la secessione. La storia si sintetizza in poco: Lumumba venne ucciso dai belgi con il benestare della CIA nel gennaio 1961, una sanguinosa guerra civile si combattè tra il 1960 e il 1963 (l'intervento delle Nazioni Unite costerà la vita al Segretario Generale Hammarskjold) e a guidare il Paese giunse nel 1965 Joseph Desirè Mobuto (poi divenuto Mubutu Sese Seko), uomo gradito all' Occidente e agli Americani, baluardo anti-comunista in Africa che regnò (dal 1972 si auto-incoronò Imperatore) e uomo delle tangenti (generose delle compagnie minerarie americane, francesi, sudafricane e belghe) tanto che nel 1984 il suo patrimonio era stimato in 5 miliardi di dollari (alla sua morte le banche svizzere avevano i forzieri pieni dei suoi soldi - solo 8 milioni di franchi furono confiscati alla sua famiglia). Morì nel 1997 in Marocco pochi mesi dopo essere stato deposto da Laurent Desirè Kabila - storico rivale che Che Guevara quando assieme ad alcuni militari cubani era giunto in Zaire per addestrare i congolesi alla rivoluzione aveva definito "un arrivista senza ideali".
Nel frattempo la situazione era - se possibile - ancor più degenerata. A seguito del genocidio del Ruanda del 1994, il confine tra i due Paesi (zona dove è stato ucciso l'ambasciatore italiano con il suo carabiniere di scorta e l'autista) si riversarono prima i profughi in fuga dalla carneficina e poi gli stessi carnefici.
Kabila fu poi ucciso nel 2001 lasciando il paese al figlio Joseph che ne è stato Presidente fino al 2019.


Dall'inizio degli anni '90 ad oggi la Repubblica Democratica del Congo è teatro di una guerra senza soluzioni. Si parla di oltre 160 diversi gruppi armati, disposti a tutto, che mettono a ferro e fuoco l'intero Paese. Uomini che si arricchiscono sfruttando fino alla morte bambini, uomini e donne (i bambini vengono legati a testa in giù nei piccoli pozzi estrattivi e costretti a scavare a mano, spesso vengono tirati su già morti) e che usano lo stupro come arma di guerra (si parla di 500 mila stupri all'anno) ed è contemporaneamente un modo per imporre il terrore e per sottolineare il fatto che la vita, qui, non conta nulla. Armati fino ai denti (spesso gli scambi di minerali avvengono in cambio di armi di ogni genere). Mentre in questo inferno tutto è possibile, le estrazioni dei suoi minerali dal sottosuolo continua con grande continuità, assicurando il fabbisogno dei Paesi ricchi, che in cambio chiudono entrambi gli occhi.



Di Sancara su tutte queste vicende potete leggere:

Articoli:

Personaggi:
- Patrick Lumumba

Date storiche:
- 17 gennaio 1961 - Assassinato Patrick Lumumba
- 18 settembre 1961 - La morte di Dag Hammarskjold
- 30 ottobre 1974 - The Rumble of Jungle
- 6 aprile 1994 - Scoppia l'inferno in Ruanda

Libri e film:







lunedì 22 febbraio 2021

Nella Repubblica Democratica del Congo, non tutti i morti valgono uguali

Purtroppo si parla della Repubblica Democratica del Congo (un tempo conosciuto come Zaire) solo quando la cronica ci restituisce l'omicidio di nostri connazionali. Desta ancora più perplessità (e personalmente profonda indignazione) lo stupore della politica e della nostra comunità. Da quasi tre decenni nella Repubblica Democratica del Congo ed in particolare la zona del Kivu si combatte quella che molti definiscono la "Guerra Mondiale Africana". Siamo in una terra che per ricchezza del sottosuolo veniva definita uno scandalo geologico. In virtù della nostra necessità di attingere a quelle preziose risorse, utili per le nostre economia, abbiamo tollerato tutto. Oltre 5 milioni di morti a partire dal 1994 - quando a complicare una situazione già ai limiti - si riversano nell'area milioni di profughi provenienti dal Ruanda e dopo di loro i carnefici di quell'orrenda e ignobile pagina della storia.  in questa terra martoriata e dimenticata. Donne stuprate come arma di guerra da mostri umani, gli stessi che favoriscono quando non sono i diretti venditori la vendita di tutto quello di cui abbiamo bisogno. Nel Kivu si combatte senza sosta, a riflettori spenti.

Spenti per il mondo intero, per le telecamere e per le penne dei grandi media, non certamente per quali come Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo (nella foto), che non si sono voltati dall'altra parte e svolgevano, con grande impegno la loro opera in quei contesti, mettendo, come purtroppo è successo perfino la loro vita in gioco. 

Ancora una volta dobbiamo essere onesti. Quello che succede nel Kivu ha delle precise responsabilità e non può continuare a lasciare indifferenti. Del resto nel nostro Pianeta le situazioni di guerra franca, ignorate e dimenticate, crescono. Somalia, Siria, Libia, Yemen, Iraq, Congo e Afghanistan, tanto per citare quelle situazioni più note e conosciute, sono diventate, per differenti ragioni, croniche malattie del nostro mondo sempre più fragile e ingiusto.

Ancora una volta il sacrificio di questi uomini accenderà i riflettori sulle cause e sulle dinamiche si queste situazioni per poi lentamente, così come è sempre avvenuto, spegnersi per tornare in quell'oblio, molto comodo all'economia mondiale. 

I denari sporchi (insanguinati si chiamavano una volta) raccolti in questi luoghi alimentano quell'enorme traffico di illegalità che cresce nel Mondo e che sempre più chiaramente tende ad alimentare il caso, dove la legge del più forte e la paura dominano.




lunedì 15 febbraio 2021

L'economista nigeriana alla guida del WTO

La Nigeria, settimo Paese più popoloso al mondo con oltre 200 milioni di abitanti, è una nazione controversa. Tra i primi dieci produttori al mondo di petrolio è anche uno dei Paesi con il maggior tasso di corruzione e ingiustizia sociale. E' il Paese conosciuto, purtroppo, nel mondo più per la sua mafia e per le migliaia di prostitute che affollano la strade delle nostre città che per la sua arte e per la sua cultura. Unico Paese africano che può vantare un Premio Nobel per la Letteratura con uno scrittore di pelle nera.

Un Paese dove vi sono enormi tensioni sociali, dove vivono gruppi criminali che non esitano a mettere, letteralmente a fuoco e fiamme, interi villaggi. Dove uno dei più bei ambienti naturali del Pianeta, il Delta del Niger, è stato letteralmente devastato dall'ingordigia umana.

Insomma un concentrato di contraddizioni, tra misera estrema e ricchezza infinita, dove ancora oggi il ruolo della donna è molto marginale in gran parte della società. Appunto, in gran parte della società, perchè invece proprio una donna è stata nominate al vertice (Direttrice Generale) della potente Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), organizzazione nata nel 1995 (alla fine dei negoziati tra i paesi aderenti al GATT denominati Uruguay Round) per supervisionare agli accordi economici internazionali, quanto mai importanti in questa epoca di incertezza e di caos generati dalla pandemia di Covid. 

Prima donna in assoluto, prima donna africana, prima donna di pelle nera a guidare il WTO.


Si tratta di Ngozi Okonjo-Iweala, 66 anni, ex Ministro delle Finanze, economista che ha lavorato per oltre 20 anni alla Banca Mondiale. Figlia di reali (il padre era Obi della famiglia Obahai) e accademici che si erano formati in Europa, visse in prima persona il dramma della Guerra del Biafra (essendo originaria del Delta). Dopo la guerra nel 1973, a 19 anni, si trasferì negli Stati Uniti dove studiò economia ad Harvard e al MIT. Lavorò fino al 2003 alla Banca Mondiale, quando fu nominata Ministro delle Finanze (2003-2006 e 2011-2015) e brevemente degli Esteri (2006). Dal 2019 è cittadina americana e per questo il più grande sponsor della sua nomina sono stati proprio gli Stati Uniti.

Ecco la storia di questa donna - dalle indubbie capacità sia chiaro - ci racconta ancora una volta quanto in Africa, ancora più che altrove, la famiglia in cui nasci conta e determina la tua esistenza e quella dei tuoi figli. 

Insomma il mondo intero plaude per questa importante nomina, perchè coinvolge una donna e soprattutto una donna africana. Poi certo come sempre non tutto quel che luccica è oro. La Banca Mondiale ha pesanti responsabilità sulla situazione dell'Africa (del passato e attuale), il governo nigeriano non ha certo brillato negli ultimi decenni per quanto riguarda la gestione delle ricche finanze derivanti dal petrolio (che non hanno minimamente inciso sullo sviluppo e sulla povertà del Paese) e certamente gli americani non sono privi di responsabilità (ieri come oggi) delle condizioni del continente nero.

L'oro che vediamo in questa nomina forse sbiadisce un poco.

domenica 3 gennaio 2021

Donne al potere

Si chiude il 2020, un anno difficile che sicuramente sarà ricordato nella storia dell'Umanità. Si chiude ancora un anno dove le disparità di genere restano alte e nella politica, quella che conta, si evidenziano, se è possibile, ancora di più. Solo il 15,5% dei Paesi del mondo è guidato (come Capo di Stato o Capo di Governo) da una donna e solo il 9,7% dei leaders (ovvero dei 337, tra capo di stato e di governo in carica al 31 dicembre 2020) del Pianeta sono donne. Sono infatti 30 i Paesi del mondo guidati da una donna (su 193 Paesi indipendenti) e solo 3 sono affidati completamente (ovvero con capo di Stato e di Governo) alle donne: Barbados, Danimarca e Nuova Zelanda.

Numeri preoccupanti, in un panorama in cui meno della metà degli Stati del mondo (46,7%) hanno avuto, almeno una volta, una donna al potere. Tra le "assenze" significative vi sono gli Stati Uniti, l'Italia, la Russia, il Giappone, la Cina che si collocano in questa non invidiabile lista assieme a Nigeria, Marocco, Iran, Iraq, Egitto, Cuba, Arabia Saudita e Sudan. 


Per la cronaca nel 2020 solo un Paese del Mondo si è aggiunto alla lista dei Paesi in cui le donne hanno avuto un'opportunità di guidarlo, il Togo, ancora oggi guidato la una Prima Ministra, Victorie Tomegah Dogbè (nella foto).

Sono numeri che esprimono, semmai ce n'era bisogno, la lontananza dalla parità di genere nel nostro Paese e che soprattutto sembrano non modificarsi molto nel tempo (si veda Donne al Potere 2015 su questo blog). Cinque anni fa erano 24 le donne al potere, numeri non molto dissimili a quelli di oggi. 
Ecco nel dettaglio i Paesi del mondo, che al 31 dicembre 2020, erano guidati da almeno una donna:

- Europa (10): Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Islanda, Norvegia, Regno Unito, Serbia, Slovacchia e Svizzera.

- Asia (4): Bangladesh. Nepal, Singapore e Taiwan.

- Africa (4): Etiopia, Gabon, Namibia e Togo.

- Centro-america (4) : Barbados, Grenada, Saint Vincent e Granatine e Trinidad e Tobago.

- Paesi Ex-URSS (4) : Estonia, Georgia, Lituania e Moldavia.

- Oceania (2) : Nuova Zelanda e Tuvalu

- Sud-America (1) : Perù

- Nord-America (1) : Canada

Le donne però vantano due importanti primati tra i leaders di Stato o  di Governo: la Regina Elisabetta II, con i suoi 94 anni, è il Capo di Stato meno giovane del Pianeta ed essendo il carica dal 6 febbraio 1952 è anche il leader del Mondo da più tempo al potere (dietro di lei, al potere dal 1972, vi è la Regina Margherita II di Danimarca). Certo, ancora, poca cosa.

Se parliamo di età, è di 62 anni l'età media dei leaders mondiali, mentre ha 29 anni Alessandro Cardarelli, capitano-reggente di San Marino, più giovane capo di governo del Pianeta.

Ecco di seguito i meno giovani e i più giovani leaders in carica al 31 dicembre 2020:

I "meno-giovani":

- Regina Elisabetta II (Regina del Regno Unito) (94)

- Sir Colville Young (Governatore Generale del Belize) (88)

- Paul Biya (Presidente del Camerun) (87)

- Pranab Mukherjee (Presidente India) (85)

- Re Salman (Re dell'Arabia Saudita) (85)

- Michel Aoun (Presidente del Libano) (85)

- Neville CENAC (Governatore Generale Saint Lucia) (85)

Sono 17 i leaders del mondo ultra-ottantenni.

I più giovani:

- Alessandro Cardarelli (Capitano reggente San Marino) (29)

- Artem Novikov (Primo Ministro Kirgizistan) (33)

- Sebastian Kurz (Cancelliere Austria) (34)

- Mahdi Al-Mashat (Capo di Stato Yemen) (34)

- Sanna Marin (Prima Ministra della Finlandia) (35)

Sono solo 7 i trentenni a capo di stato o di governo.

Ecco infine la classifica dei Capi di Stato e di Governo che da più tempo sono al potere, dove appare evidente che oltre ai reali, sono figure politiche di Paesi i cui i processi democratici risultano assenti o sospesi.

- Regina Elisabetta II (Regina Regno Unito) (1952)

- Regina Margherita II (Regina Danimarca) (1972)

- Re Carlo XVI Gustavo (Re di Svezia) (1973)

- Paul Biya (Primo Ministro/Presidente Camerun) (1975)

- Teodoro Obiang Nguema  (Presidente Guinea Equatoriale) (1979)

- Ayatollah Khamenei (Guida Spirituale Iran) (1981)

- Hassnei Muizzadin Waddaulah (Sultano del Brunei) (1984)

- Hun Sen (Primo Ministro Cambogia) (1985)

- Yoweri Museveni (Presidente Uganda) (1986)

- Re Wswati III (Re di Eswatini) (1986)

Con questo quadro al femminile non certo esaltante, si chiude un anno dove la politica mondiale ha dovuto affrontare (e ancora continua ad affrontare) una delle più importanti sfide dal dopoguerra. Paradossalmente la pandemia da Covid-19 ha distratto il mondo da quasi ogni altra questione. Guerre e tensioni non si sono placcate (semmai in alcune zone sono aumentate), la povertà che già attanagliava quasi un miliardo di cittadini del mondo ha finito con colpire ancora maggiormente gli ultimi del Pianeta. 

I temi dell'ambiente, dello sviluppo, della desertificazione, del clima, della fame, della demografia e della sostenibilità delle risorse sembrano essere passati in secondo piano. Ma presto ritorneranno drammaticamente a presentare il loro conto.

* I dati presentati sono elaborazioni dell'autore.