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giovedì 30 gennaio 2014

Impala, l'antilope della savana

L'impala (nome scientifico Aepyceros melampus - dal greco "altocorno" e "piedineri") è una delle più comuni antilopi dell'Africa. Vive nell'Africa centro-meridionale e orientale (un quarto degli esemplari vive oggi in aree potrette, soprattutto i grandi parchi) e si divide in 6 sottospecie (sebbene solo due siano veramente distinte). La sottospecie petersi vive esclusivamente tra Angola e Namibia.
Il nome impala, il lingua zulu, significa semplicemente gazzella.
Si tratta di un antilope della savana, che vive in branco (circa 200 esemplari) e che non raggiunge il metro di altezza e può pesare fino a 75 chilogrammi.  E' di colore bruno-rossiccio, con il ventre bianco (esistono dei rarissinmi esemplari neri, frutto di alterazioni genetiche). I maschi possiedono due alti corni (da cui il nome scientifico). Sono animali conosciuti per la loro grande capacità di saltare (sono stati osservati salti di 10 metri di lunghezza o a 3 metri di altezza). Questa caratteristica - salti lunghi e scatto repentino - assieme alla velocità (raggiunge i 76 km/h) rappresenta la maggiore arma di difesa dell'impala che costituisce, inutile dirlo, un prelibato boccone per molti mammiferi carnivori della savana.Le strategie di branco poi, che prevedono un animale "sentinella" permettono di gestire ancora meglio l'attacco dei grandi felini africani.
Oggi l'impala non è a rischio estinzione. Per ora il suo numero si mantiene costante (sebbene sia scomparso in alcune aree, come il Burundi, dove però è stato reintrodotto) e stando all'IUCN (l'organismo mondiale che si occupa di conservazione delle specie)  è classificate tra le specie a rischio minimo (LC). Si stimano che esistono circa 2 milioni di esemplari.

L'impala era un animale che affascinava Nelson Mandela, perchè era capace "con grazia di superare gli ostacoli", forse un pò come la stessa esistenza del leader sudafricano.

Impala è anche il nome che la casa automobilistica americana ha dato ad un fortunato modello di auto, che ha fatto la sua apparizione nel 1958 e ancora oggi viene prodotto.

Ecco la scheda della lista rossa dell'IUCN
Ecco alcune immagini dal sito Arkive

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martedì 28 gennaio 2014

Le rovine di Khami

La città di Khami (nell'odierno Zimbabwe) fu l'antica capitale della dinastia Torwa (1450-1683), del regno Butwa. Oggi rappresenta una delle più importanti testimonianze delle civiltà medioevali dell'Africa meridionale. La città si sviluppò a seguito della decandenza dell'Impero del Grande Zimbabwe.

Si trova a 22 chilometri a ovest dalla città di Bulamayo e dal 1996 è diventata Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO.

L'area complessiva (scavi sono ancora in corso) si estende per 108 ettari ed è costituita da una serie di piattaforme in granito Matopan, lavorato con maestria e con precisione. Vi è una residenza reale (mambo) con terrazze adatte alla coltivazione. L'intero impianto architettonico (inferiore da un punto di vista dell'interesse a Grande Zimbabwe) denota conoscenze molto avanzate nella lavorazione della pietra. Secondo gli storici, i resti furono tenuti nascosti (e custoditi) dalla popolazione Nbebele fino alla fine del 1800. Infatti fino alla morte del re Lobengula (avvenuta 1893) l'area era considerata una "riserva reale".

Come già avvenuto per Great Zimbabwe, durante gli scavi sono stati trovati oggetti, soprattutto in ceramica (cinesi o imitazioni portoghesi di oggetti cinesi) che fanno supporre (assieme alla presenza di una grande croce in granito) ad un contatto con i mercanti portoghesi.
Sono stati ritrovati oggetti risalenti anche a più antichi insediamenti.
Gli scavi hanno anche dimostrato che gli abitanti di Khami abitavano in capanne attorno alla residenza reale.

Restano molti punti non perfettamente conosciuti sulle origini e soprattutto sulla fine di una simile civiltà, tali da avvolgere in un alone di mistero tutto ciò che ruota attorno a Khami.

Il sito per ora è lasciato incustodito e libero di essere visitato a piacimento.

Alcune foto dal sito del Museo Nazionale dello Zimbabwe 

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venerdì 24 gennaio 2014

Kimberley: un buco nella terra

Oggi a Kimberley, citta' del Sudafrica, è possibile osservare quello che universalmente è conosciuto come il Big Hole (il grande buco), la più grande miniera diamantifera, scavata a mano, del mondo. A Kimberley di fatto cominciò, a fine 1800, la storia, a tratti tragica e drammatica, dei diamanti.
Nel 1866 sul fiume Orange fu trovato un diamante di 21,25 carati (oltre 4 grammi). Nel 1871 sulla collina di Colesberg Kopje, quella del grande buco appunto, fu trovato una diamante di 83,50 carati (quasi 17 grammi!). Si incominciò a scavare dando inizio a quella che è comunemente chiamata la corsa ai diamanti. Nel giro di poco tempo non solo la collina sparì, ma 50.000 minatori, scavarono a mano fino a 215 metri di profondità. Quando il 14 agosto 1914 la miniera (diventata anti-economica con la prima guerra mondiale) fu chiusa, erano stati rimossi, a mano, 22,5 milioni di tonnellate di terra e, cosa molto più importante, erano stati estratti 2.722 chilogrammi di diamanti! (circa 14,5 milioni di carati).

Dopo la guerra si tentò di riaprirla, ma l'impresa risultò impossibile. Oggi 41 metri di acqua ricoprono il grande buco. Dal 2006 la miniera è diventata un'attrazione turistica.
Il Big Hole è candidato a diventare Patrimonio dell'Umanità UNESCO.

A beneficiare dell'enorme ricchezza non furono naturalmente i minatori o i sudafricani, ma un signore di nome Cecil Rhodes, un imprenditore inglese giunto in gioventù in Sudafrica, che dopo aver iniziato a vendere pompe idrauliche ai minatori, acquistò le miniere nel 1888, creando il più grande colosso mai esistito di estrazione di diamanti: la De Beers.
Quando nel 1902 Rhodes morì, la De Beers controllava il 100% del mercato dei diamanti sudafricani e il 90% di quello mondiale.
La morte di Rhodes fece emergere un nuovo personaggio, il giovane (aveva 22 anni all'epoca) Ernest Oppenheimer, ebreo tedesco, che sfruttando la
scoperta di un nuovo filone diamantifero il Premier Mine (non controllato dalla De Beers), divenne il nuovo "padrone dei diamanti", tanto che nel 1927 diventerà il proprietario della De Beers (ancora oggi l'azienda è controllata dai suoi discendenti).

Kimberley fu il primo nucleo di industrializzazione del Sudafrica. Attorno alla miniera cresceva la città che, a volte suo malgrado, era contesa (durante le guerre boere) e fonte di tensioni. Nel 1882 Kimberley ebbe il primato di essere la prima città dell'emisfero sud le cui strade erano elettricamente illuminate. Nel 1885 fu completata la ferrovia che portava a Capo Town, mentre nel 1913 fu inaugurato l'aeroporto.
Kimberley a fine '800, foto da Wikipedia

Nel 2000 Kimberley ospitò le trattative per quello che è conosciuto come Kimberley Process, un accordo che impegna stati, comunità internazionale e l'industria diamantifera ad una lotta contro l'uso di diamanti estratti e venduti illegalmente finalizzati a pagare guerre e gruppi guerriglieri.

I diamanti che hanno reso più belli gioielli e donne, hanno anche creato (e continuano a farlo) enormi danni sui lavoratori e su popolazioni inermi (vedi questo post di Sancara intitolato Un diamante è per sempre).

Ecco il sito del Big Hole, con notizie, immagini e storia

giovedì 23 gennaio 2014

Un mondo per pochi


Che le disuguaglianze tra ricchi e poveri nel mondo fossero in aumento, era fin troppo chiaro a tutti. Qualche giorno fa durante il World Economic Forum di Davos, l'Organizzazione non governativa Oxfarm (di cui Sancara aveva parlato in questo post), ha presentato uno studio denominato Working for the Few, che analizza proprio questo fenomeno. I dati e i processi in corso sono sconvolgenti.

L'elemento che maggiormente è balzato agli occhi (e ha fatto i titoli - non di prima pagina) di alcuni giornali è stato che "gli 85 super ricchi del mondo possiedono l'equivalente di quanto detenuto dalla metà della popolazione mondiale (ovvero circa 3,5 miliardi di persone)".

Avete capito bene: mezzo pianeta possiede gli stessi averi di 85 persone!

Ma non è finita, il rapporto, dimostra altre cose, ovvero che:

- il 70% degli abitanti del mondo vive in paesi ove negli ultimi 30 anni le differenze economiche sono aumentate;

- tra il 1980 e il 2012, in 24 paesi su 28 (ove sono disponibili dati), l'1% più ricco ha visto aumentare le proprie entrate;

- dal 1970 al oggi, in 29 paesi su 30, la tassazione per i più ricchi è diminuita.

Quando si parla di ricchi del pianeta bisogna incominciare a guardare altrove (rispetto alla tradizionale geografia della ricchezza): nella sola India, per fare un esempio, il numero dei miliardari è aumentato di 10 volte negli ultimi 10 anni. Nuovi ricchi si affacciano in Sudafrica, in Nigeria, in Brasile, in Indonesia o in Cina.

Il rapporto di Oxfarm dimostra che "viviamo in un pianeta nel quale le elite che detengono il potere economico hanno ampie opportunità di influenzare i processi politici" in modo tale che le "leggi siano scritte e concepite per favorire i ricchi" e che "le esigenze dei più poveri non abbiano impatto sui voti degli eletti".

Sia ben inteso: le analisi di Oxfarm non sono delle novità. Qualcuno è da decenni che, inascoltato, parla di queste cose. E' sempre più evidente che è questo enorme aumento di differenze tra ricchi e poveri a generare quella che noi comunemente chiamiamo crisi. La crisi serve solo a giustificare misure economiche drastiche e impopolari che colpiscono e impoveriscono i più deboli e fanno aumentare i guadagni dei più ricchi.

Nel mondo si stima che vi siano 21 mila miliardi di dollari "non registrati", ovvero che sfuggano ai sistemi fiscali di qualsiasi paese.
All'interno vi sono anche i soldi che le multinazionali ricavano dallo sfruttamento delle enormi risorse minerarie e petrolifere dell'Africa e che, sfuggendo (attraverso corruzione, il mantenimento di situazioni di guerra e quindi di assenza dello stato) alla tassazione bloccano qualsiasi ricaduta positiva sui cittadini dei paesi in cui operano.
Perchè è del tutto evidente (e il rapporto lo dimostra in modo inequivocabile) che l'assenza dello stato (e quindi delle regole in materia finanziaria) favorisce e aumenta la disuguglianza.

Il rapporto di Oxfarm si chiude con alcune ricette per il futuro, con il chiaro avvertimento che la situazione di disuguaglianza mette a grave rischio la stabilità sociale e minaccia la sicurezza (che tradotto in altre parole significa che tra un pò, a forza di tirarla, la corda si spezza) su scala globale. In pericolo non vi sono solo l'accesso all'educazione, ad un lavoro ben pagato e alla parità dei sessi (cosa che necessita di essere tutelata ovunque) ma, la stessa sopravvivenza degli individui.

Gli interventi urgenti sono nell'ambito delle decisioni urgenti e necessarie (alcune delle quali sembrano perfino banali):

- contrastare l'evasione fiscale, sostenendo una tassazione progressiva;
- aumentare il sistema delle regole finanziarie (rendere pubblici gli investimenti delle aziende, reprimere severamente la segretezza finanziaria);
- lotta senza quartiere alla corruzione;
- esigere che i governi investano le entrare fiscali in assistenza sanitaria, istruzione e previdenza sociale;
- adottare il sistema dei minimi salariali e insistere sui diritti dei lavoratori;

Sono azioni che necessitano di una buona e sana Politica. E qui viene da sorridere, perchè nel nostro Paese quando si parla di politica si pensa a qualcosa che quando va bene, assomiglia alla peste.
Ma facciamo attenzione. Un politica corrotta, impreparata, inadeguata, non credibile, incapace e interessata solo a se stessa è terribilmente funzionale al mantenimento del sistema delle disugaglianze, il quale necessita che non vi siano regole (se non quelle autogenerate dai mercati).

La salvezza (e la speranza) del 90% dell'umanità è appesa alla possibilità che prevalga una sana Politica, capace di imporre regole chiare e di invertire una tendenza che sta conducendo il nostro mondo direttamente nel baratro.

Naturalmente in rete è possibile trovare ogni informazione, studio e iniziative su questi temi, che saranno sempre al centro delle nostre attenzioni.

Ecco un post di Sancara sulla povertà in Africa

lunedì 20 gennaio 2014

Amilcar Lopes da Costa Cabral (1924-1973)


Il popolo non combatte per delle idee, per cose che stanno nella testa di qualcuno. Esso si batte per conquistare vantaggi materiali, per vivere meglio e in pace, per vedere la sua vita progredire, per garantire il futuro dei suoi figli…la liberazione nazionale, la guerra al colonialismo, la costruzione della pace e del progresso, in una parola l’indipendenza tutto cio’ rimane per il popolo privo di senso se non porta miglioramento reale nelle condizioni di vita….si creino e si diffonda l’istruzione in tutte le regioni liberate. Ci si opponga pur senza violenza a tutte le abitudini dannose, agli aspetti negativi delle credenze e delle tradizioni del nostro popolo. Si obblighino tutte le persone che ricoprono responsabilità e tutti i membri attivi del partito ad adoperarsi assiduamente per il miglioramento della propria formazione culturale. Educhiamo noi stessi, educhiamo gli altri, educhiamo l’intera popolazione… Impariamo dalla vita, impariamo dai libri, impariamo dalle esperienze degli altri. Non dobbiamo smettere di imparare”.


Leader indipendenza Guinea Bissau (1956-1973)

Amilcar Lopes da Costa  Cabral, oltre ad essere stato l'artefice dell'indipendenza della Guinea Bissau e di Capo Verde (indipendenza che non vide) è ritenuto uno dei massimi ideologi della teoria della rivoluzione.

Era nato a Bafatà (Guinea Bissau) il 12 settembre 1924, da padre capoverdiano e da madre guineiana. Il padre Juvenal, un maestro elementare, gli insegna l'amore per lo studio e la curiosità del conoscere. Dopo aver frequentato il liceo a Capo Verde (nell'isola di Sao Vicente), si trasferisce a Lisbona (1945) dove studia all'Istituto Superiore di Agraria. A Lisbona è molto attivo sia nei movimenti studenteschi che combattono la dittatura portoghese sia nei circoli africani delle avanguardie rivoluzionarie che si oppongono al colonialismo portoghese in Africa. Conosce e stringe ottimi rapporti con Agostinho Neto, futuro leader dell'Angola.
Si laurea nel 1950 e dopo aver lavorato due anni in Portogallo ed essersi sposato nel dicembre 1951 con la portoghese Maria Helena Rodrigues, conosciuta all'Università (da cui avrà due figlie, Iva e Ana Luisa e da cui si separerà agli inizi degli anni '60), nel 1952 torna in Guinea incaricato di svolgere monitorare le risorse agrarie del paese. In questo modo viene a contatto con le poverissime realtà contadine. Inizia allora a convincersi che solo attraverso l'emancipazione del proprio popolo vi potrà essere quella spinta rivoluzionaria necessaria per liberarsi dai colonizzatori e dalla loro oppressione. Nel 1955 lavora in Angola. Nel 1956 assieme al fratellastro Luis Cabral (futuro presidente della Guinea Bissau), ad Aristedes Pereira (futuro presidente di Capo Verde), Rafael Barbosa e ad Abilio Duarte fonda, clandestinamente, il PAIGC (Partito Africano per l'Indipendenza della Guinea e di Capo Verde).

Fino al 1959 nonostante gli sforzi profusi, il partito non riesce a far breccia nei ceti medi dei centri urbani. Quando, a seguito del massacro di Pidjiguiti, (la polizia segreta portoghese - il PIDE - uccide oltre 50 operai che manifestavano al porto di Bissau) la direzione del partito decide di aprire la stagione della lotta armata a partire dalla aree rurali. Trasferita la sede a Conakry in Guinea, il PAIGC inizia prima a coalizzare i vari oppositori dei portoghesi e poi a stringere rapporti internazionali (di cui Cabral sarà uno dei massimi interpreti) con alleati e finanziatori. Nel 1963, inizia la conquista militare delle aree di territorio a partire dal sud. Cabral mette a disposizione la sua esperienza di agronomo ed è molto attivo con le comunità locali dove insegna tecniche di coltivazione, dove lavora ogni giorno con i contadini e dove riesce a far giungere gli aiuti internazionali. Riesce a costruire centri sanitari e scuole. L'educazione è il suo chiodo fisso, convinto che l'emancipazione può avvenire solo attraverso la conoscenza. Nelle aree conquistate nascono nuove strutture politiche-amministrative comunitarie atte a gestire il governo del territorio. Le sue idee rivoluzionari e il suo esempio fanno presto il giro del mondo e diventa un leader apprezzato.
Alla fine del 1972 quasi l'intero paese era controllato dal PAIGC.

Il 20 gennaio 1973 Amilcar Cabral venne assassinato a Conakry. A sparare fu un ex compagno di partito, Inocencio Kani (per molti al soldo dei portoghesi), alla guida di un comando di guineiani (con la complicità della polizia politica portoghese) che lo aspettavano, a tarda notte, sotto casa.

Il 24 settembre 1973 la Guinea Bissau dichiarerà unilateralmente l'indipendenza che sarà riconosciuta un anno dopo.

Amilcar Cabral è stato sicuramente uno, tra i tanti africani, ad aver sacrificato la propria esistenza e la propria vita per un ideale. Un ideale che l'ha condotto a teorizzare e studiare i meccanismi che si rendevano necessari per emancipare il suo popolo e portarlo ad avere una coscienza critica e attiva per incidere sul proprio futuro. Un'azione fatta in primo luogo con l'esempio, che sebbene apprezzata da alcuni, è stata mal vista da molti. A Cabral, come a troppi africani, non è stato concesso l'onore di veder crescere il frutto del loro operato. Cabral non ha fatto in tempo neppure a veder partire i portoghesi dalla sua terra.
E' quanto mai difficile poter immaginare come sarebbe stata una nazione, e più in generale l'intero continente, se tanti dei più genuini protagonisti non fossero stati sterminati o messi a tacere. Lumumba, Cabral, Sankara e in misura diversa Mandela, tanto per citare solo alcuni dei più noti, hanno creduto che l'Africa potesse essere un luogo diverso da quello che oggi è.

Cabral ha lasciato molti scritti e poesie. Quasi nulla è stato tradotto (e pubblicato) in italiano.

Per approfondire:
-Ecco una completa biografia di Cabral
-Il Centro Studi a lui dedicato a Bologna
- Il documentario di Ana Lucia Ramos "Amilcar Cabral", 2000
-Uno studio su Cabral agronomo (a cura di Carlos Schwarz, novembre 2012)

Bibliografia (in italiano):
-Amilcar Cabral e l'indipendenza africana, AA.VV., Franco Angeli, 1984
-Chi ha fatto ammazzare Amilcar Cabral?, Josè Pedro Castanheira, Harmattan, 1998
-Tra armonia e contraddizione. Dall'ideologia coloniale portoghese alla critica di Amilcar Cabral, Patricia Villen Meirelles Alves, Il Poligrafo, 2010

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venerdì 17 gennaio 2014

Patrice Emery Lumumba (1925-1961)

"Questo 1960 è il nostro anno, voi ne siete i testimoni e protagonisti. E' l'anno della vittoria totale. E' l'anno dell'Algeria insanguinata, eroica, la cui lotta esemplare ricorda che non vi sono compromessi con il nemico. E'l'anno dell'Angola imbavagliata, del Sudafrica schiavizzato, del Ruanda Urundi imprigionato, del Kenya schernito.
Noi tutti sappiamo, e il mondo lo sa, che l'Algerai non è francese, che l'Angola non è portoghese, che il Kenya non è inglese. Noi sappiamo che l'Africa non è francese, nè inglese, nè americana, nè russa: è africana.
Conosciamo gli obiettivi dell'Occidente. Ieri ci ha diviso al livello delle tribù, dei clan. Oggi - poichè l'Africa si libera - vuole dividerci al livello degli Stati. Vuole creare blocchi antagonisti, dei satelliti e, partendo da questo stato di guerra fredda, accentuare tutte le divisioni, per mantenere in eterno la sua tutela sull'Africa"



Primo Ministro Congo (1960)


Patrice Emery Lumumba è stato un leader indipendentista dell'ex Congo belga (poi diventato Zaire e oggi Repubblica Democratica del Congo), che dopo esser stato eletto primo Ministro, è stato ucciso barbaramente a soli 36 anni.


Lumumba nacque il 2 luglio 1925 ad Onalaua, provincia del Kasai. Figlio di una famiglia cattolica contadina di etnia Tetela (il suo vero nome era Elias Okit'Asombo), fu educato nelle scuole protestanti svedesi e poi nella scuola pubblica che preparava gli impiegati postali. Frequentò anche, senza diplomarsi, il corso per infermiere. Lavorò poi alle poste di Leopoldville (oggi Kinshasa) e di Stanleyille (oggi Kisangani). Nello stesso periodo iniziò a scrivere, per i quotidiani locali ed ad appassionarsi alla politica. Nel 1951 sposò Pauline Opangu. Sono gli anni in cui si avvicinò al mondo degli evolues, frequentando circoli culturali e avvicinandosi alla letteratura e alla poesia.
Diventò attivo nel sindacato dei lavoratori statali, di cui nel 1955 divenne presidente. Aderì, come molti intellettuali congolesi, al Partito Liberale Belga e si recò in Belgio su invito del Ministro delle Colonie. Nel 1957 ottenne un impiego di prestigio presso la birreria Bracongo, ma fu la politica ad occupare il suo tempo e in particolare il pensiero dell'emancipazione del Congo. In particolare si oppone al tentativo belga di proporre una soluzione"del problema congolese" senza coinvolgere i congolesi. Tra le figure di spicco emergono il leader dell'Abako (legato all'etnia kikongo) Kasavubu e il sindacalista socialista Alphonse Nguvulu. Nell'ottobre 1958 fondò il Movimento Nazionale Congolese (MNC) e in tale veste intrattenne rapporti con il mondo anti-coloniale africano e partecipò come capo delegazione alla conferenza panafricana di Accra (8-13 dicembre 1958).
Nel 1959 iniziarono le prime manifestazioni e rivolte, il paese chiede con insistenza l'indipendenza. Avvengono anche le prime scissioni in seno all'MNC, dove l'ala più a destra sostiene la piena collaborazione con i belgi ed è favorevole ad una spaccatura su base etnica del paese.
Nell'ottobre 1959, a seguito delle repressioni della polizia contro gli indipendentisti (a Stanleyville la polizia uccide 30 persone), Lumumba venne arrestato. Liberato il 26 gennaio 1960, partecipò agli incontri (a partire dal 20 gennaio a Bruxelles e che durarono fino alla fine di febbraio) che dettero, il 30 giugno 1960, l'indipendenza al Congo.
Le elezioni si svolsero il 22 maggio 1960 e l'MNC di Lumumba (che venne eletto con 84.602 preferenze) ottenne 41 seggi su 137. Il 23 giugno Lumumba divenne il Primo Ministro (in coalizione con il PSA (di ispirazione socialista) di Antoine Gizenga e altri partiti minori) pronunciando il discorso dell'indipendenza (discorso molto duro contro il colonialismo belga). Il 24 giugno il Parlamento elesse Joseph Kasavubu Presidente.
Per i belgi (e soprattutto per le potenti compagnie minerarie) si trattava di una falsa indipendenza. La maggioranza dei posti chiave restarono nelle mani della potenza coloniale e quando Lumumba decretò l'africanizzazione dell'esercito (di fatto licenziando i generali belgi), la risposta belga fu quella di fomentare la ribellione  (e la secessione) dello stato minerario del Katanga (che fu dichiarata l'11 luglio). I belgi avevano anche inviato massicce truppe nel paese ufficialmente a protezione dei civili belgi nel paese.
Il 14 luglio le Nazioni Unite chiesero il ritiro del Belgio dal Congo e inviarono un contingente di pace. La situazione era esplosiva e Lumumba cerca appoggi nei paesi indipendenti africani (Marocco, Tunisia, Guinea, Ghana, Liberia e Togo) e negli Stati Uniti (dove però il presidente Eisenhower, si rifiuta di incontrarlo).
Il 5 settembre il Presidente Kasavubu destituì Lumumba che a sua volte annunciò la destituzione del Presidente. Lo stallo politico fu rivolto il 14 dsettembre, quando il capo di stato maggiore dell'esercito, Joseph Desirè-Mobutu (che l'africanizzazione dell'esercito di Lumumba aveva promosso da sergente a colonnello)  chiuse il Parlamento, decretando la presa "temporanea del paese" e gettando di fatto nel caos il Congo. Kasavubu fu lasciato al suo posto senza potere, mentre Lumumba fu posto agli arresti domiciliari sotto protezione delle Nazioni Unite. Tra violenze e mancato intervento delle Nazioni Unite si arrivò al 2 dicembre quando Lumumba (che era scappato il 27 novembre) venne arrestato mentre si recava ai funerali della figlia.
Il 14 dicembre si ricostruì il governo legittimo, guidato dal Vicepresidente del Consiglio, Antoine Gizenga e mentre il vertice panafricano di Casablanca (4-6 gennaio) chiedeva il reintegro di Lumumba, il 17 gennaio 1961 Lumumba fu assassinato in Katanga.
L'annuncio venne dato solo tre settimane dopo. Oggi si sa che ad uccidere Lumumba, una volta avuto il benestare della CIA -  furono gli uomini dell'ufficiale belga Gerard Soete. Patrice fu fucilato (assieme ai suoi collaboratori ed ex-ministri Joseph Okito e Maurice Mpolo). I loro corpi furono ridotti a pezzi e sciolti nell'acido delle batterie per auto. 
Il resto della storia del Congo, ancora oggi, è densa di violenze e sofferenze per le popolazioni.

L'assassinio di Lumumba segnò la fine per il Congo - ma più in generale dell'Africa - del sogno di emancipazione africana. Gli africani capirono che il loro sviluppo e le loro indipendenze erano strettamente legate ai voleri delle ex-potenze coloniali e agli assetti della guerra fredda in corso. Lumumba - da idealista qual'era - si era illuso che africani potessero determinare i percorsi politici e culturali dei propri paesi e soprattutto gestirne le ingenti risorse. Si era illuso che che il panafricanismo potesse diventare un autentico movimento continentale. L'esperienza del Congo - che avveniva proprio mentre si affermavano le nuove realtà africane (nel 1960 furono 17 i nuovi stati africani indipendenti) fu un monito per l'intero continente e dettò il corso degli eventi per gli anni a venire. 

Per saperne di più:

- Il film di Raoul Peck "Lumumba", 2000
- L'articolo di Giustianiano Rossi su Thomassankara.net
- L'articolo della BBC sulla morte di Lumumba
- Il discorso di Lumumba nel giorno dell'Indipendenza
- Il rapporto delle relazioni estere USA con il Congo (1960-1968)
- Il documentario sulla morte di Lumumba con le rivelazioni di Gerard Soete
- Il documentario di Thomas Giefer "Lumumba. Una tragedie africane"

Bibliografia (in italiano):

-Alessandro Aruffo - "Lumumba e il panafricanismo", Erreemme, 1992
-Aime Cesaire - "Una stagione nel Congo", Argo, 2003
-AA.VV. - "Il Congo di Lumumba e di Mulele", Piccola Serie, Jaca Book, 1968
-Gianfranco Venè - "Uccidete Lumumba", Fabbri, 1973

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martedì 14 gennaio 2014

Repubblica Centroafricana.... un regno oscuro

In poco più di mezzo secolo di vita indipendente, la Repubblica Centroafricana è stata teatro di aspre battaglie, di oscure dittature, di lotte intestine, di abusi, di missioni di pace e di interventi stranieri. I francesi nel dicembre 2013, all'aumentare degli scontri, sono intervenuti per la quarta volta nel paese. 

Negli della dittatura di una delle anime nere dell'Africa,  Jean Bedel Bokassa (1966-1979), il paese fu devastato e impoverito. Il regista tedesco Werner Herzog dedicò un film documentario su quegli anni chiamato appunto Echi da un regno oscuro, un regno (Bokassa che aveva il culto di Napoleone, si era autoproclamato Imperatore) sostenuto dai francesi.

Quando nel marzo 2013 vi fu l'ultimo golpe, che portò al potere Michel Djotodia (primo mussulmano alla guida del paese) spinto dalle milizie islamiche Seleka (una coalizione nata nel settembre 2012), commentai i fatti di questo anonimo paese, perfino nel nome, prevedendo prospettive tutt'altro che limpide. L'ennesimo cambio di potere faceva presagire ad un caos generalizzato ed ad una crescita dell'incertezza e delle violenze.

Così purtroppo è stato.

Il "Patto Repubblicano" i cui accordi furono in parte siglati a Roma, non ha retto e il presidente Djotodia non solo non è stato capace di controllare le "sue" milizie (che nel tempo sono diventate bande di saccheggiatori, zeppe di bambini soldati e di stranieri e assolutamente anarchiche) e che nel settembre 2013 aveva annunciato essersi "dissolte", ma è stato costretto a dimettersi e ritornare in esilio in Benin.

Dopo l'arrivo al potere di Djotodia, sono nate nel paese gruppi di "vigilantes" cristiani, chiamati anti-balaka (ovvero anti-machete) che nel tentativo di difendersi da quello che ritenevano essere un "genocidio" pianificato (tesi sostenuta anche dalle Nazioni Unite), hanno commesso uguali violenze.
Il paese è sprofondato in un caos generalizzato, dove violenze, uccisioni, stupri e mutilazioni hanno fatto ricordare tante altre situazioni già viste in Africa.

Le Nazioni Unite, scottate dalle passate esperienze di non intervento (in Ruanda in particolare) hanno aumentato il loro contingente e autorizzato l'intervento armato della Francia (ex paese coloniale).

Il 10 gennaio scorso Djotodia si è dimesso (con lui il Primo Ministro Nicolas Tiangaye), mentre la carica di presidente è stata assunta ad interim dal presidente della Camera, Alexandre Ferdinand Nguendet.

Intanto nel paese, oltre alle migliaia di morti, vi sono già quasi 2 milioni di rifugiati, che fuggono dalle violenze.
Naturalmente classificare quello che succede come violenze tra mussulmani e cristiani (che per inciso nel paese non avevano mai avuto problemi di relazioni), sarebbe scorretto e riduttivo. Fattori etnici, antichi odi, assoluta assenza di strutture statali, sessanta anni di regimi militari, povertà (e ricchezze) e ingerenze straniere giocano un ruolo fondamentale in questa crisi annunciata.

Non fanno certamente un buon servizio alla verità coloro i quali spingono l'acceleratore sulle violenze di cristiani su mussulmani o di mussulmani su cristiani, come se l'unico motivo dell'odio fosse la questione religiosa. Così come si è dato grande risalto a presunti atti di cannibalismo, raccontati con ricchezza di particolari ed enfasi da commentatori del mondo intero.
Quando si parla di Africa è semplice liquidare la questione come "uno scontro tra selvaggi che combattono per un Dio che non gli appartiene nemmeno".

Forse bisognerà interrogarsi di più su come una paese, che pure possiede alcune invidiabili ricchezze (oro, diamanti e uranio su tutto) sia tra i più poveri del mondo. Un paese dove nulla funziona, dove i funzionari dello stato non ricevono lo stipendio da mesi, dove lo stato taglieggia i cittadini, dove la sanità è affidata alla buona volontà del resto del mondo, dove i militari sono sottopagati e senza controllo, dove la giustizia non esiste. Un paese dove prendere il potere è la cosa più facile da fare. Un paese dove da tempo "mercenari" dei paesi limitrofi (Sudan, Ciad, Nigeria e Uganda in testa), pagati direttamente in oro o diamanti, sono  al servizio dei vari signori della guerra.
Appare chiaro che da più parti vi siano teorici del caos, che applicando strategie di guerriglia e scatenando violenze in vari luoghi del pianeta, ricavano indiretti (e ingenti) guadagni.

Ecco un articolo di Angelo Turco, pubblicato su Nigrizia in aprile 2013, che già evidenzia, allora, alcuni scenari possibili

Vi posto anche una testimonianza dal Centrafrica di qualche giorno fa che Raffaele Masto ha pubblicato nel suo blog Buongiorno Africa



lunedì 13 gennaio 2014

13 gennaio 1963, in Togo il primo golpe dell'Africa Sub-Sahariana

Il 13 gennaio 1963 si consumò in Togo il primo colpo di stato militare in un paese indipendente dell'Africa nera. Da quel giorno nel continente africano sono avvenuti continui (e spesso cruenti) colpi di stato. Nel 2013 gli unici colpi di stato avvenuti nel mondo sono entrambi in territorio africano (Repubblica Centroafricana, marzo e Egitto, luglio).

Quel giorno, un gruppo composto da militari togolesi veterani dell'esercito francese, guidati da alcuni ufficiali, tra cui Etienne Eyadema, (che erano stati tutti esclusi dall'esercito) deposero e uccisero il Presidente eletto Sylvanus Olympio (egli fu il primo leader di un paese indipendente dell'Africa Sub-Sahariana ad essere ucciso). I golpisti misero al potere Nicolas Grunitzky (che già era stato primo Ministro dal 1956 al 1958 e che dopo aver perso le elezioni del 1960 contro Olympio era il leader dell'opposione).

Il golpe (per molti dietro vi fu la lunga mano della Francia e del Ghana), appunto il primo in Africa Sub-sahariana, fu uno shock per l'Africa che si trovava subito ad affrontare la difficile sfida della tenuta "democratica" dei nuovi stati. Solo Senegal e Ghana riconobbero il nuovo governo e l'Organizzazione degli Stati Africani decretò l'espulsione del Togo.

Grunitzky fu a sua volta deposto il 14 aprile 1967, quando in un golpe incruento Etienne Eyadema (più noto come Ghasseinghè) prese direttamente il potere. Governò per 38 anni con il pugno di ferro, fino alla sua morte avvenuta nel 2005 e instaurando una dittatura familiare. Da allora a guidare il paese è il figlio Faure.

Sylvanus Epiphanio Olympio apparteneva ad una ricca famiglia togolese di imprenditori. Lo zio. Octaviano, un afro-brasiliano, aveva fatto la fortuna all'inizio del secolo con l'import-export, divenendo il più ricco del paese. Sylvanus, che era nato a Lomè il 6 settembre 1902, studiò alla London School of Economics e divenne un manager della multinazionale anglo-tedesca Unilever. Lavorò in Nigeria, in Ghana e poi in Togo. Negli anni '50 si avvicinò alla politica prendendo parte alla leadership che negoziò l'indipendenza. giunta il 27 aprile 1960. Tra il 1958 e il 1961 fu Primo Ministro e nel 1960 sconfisse alla prime elezioni Nicolas Grunitzky (che era il fratello della moglie). La sua presidenza fu caratterizzata da una forte tensione con il Ghana di Kwame Nkrumah (che egli aveva definito "l'imperialista nero", da quando la parte inglese del Togo era stata inglobata nel Ghana indipendente), da una repressione dell'opposizione e dalla forte tensione con gli ex-militari dell'esercito francese. Questi ultimi lo deposero e dopo averlo prelevato da casa, lo uccisero lasciando il suo corpo di fronte all'Ambasciata Americana.

Un post sull'assassinio in un blog sui diritti umani in Togo

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domenica 12 gennaio 2014

12 gennaio 1964, la Rivoluzione a Zanzibar

Quello che avvenne il 12 gennaio 1964, quando il sultanato di Zanzibar fu spazzato via da "moti popolari", peraltro durati una manciata di ore, è una pagina di storia non ancora scritta bene. 
Il sultanato di Zanzibar aveva raggiunto l'indipendenza meno di un mese prima, il 19 dicembre, quando, il sultano Jamshid bin Abdullah (che già governava dal 1 luglio 1963 ed era un sultanato autonomo di discendenza omanita)  e un'elite araba avevano costituito una monarchia costituzionale con il supporto degli inglesi che si ritiravano (essi erano gli ultimi di una serie di domini sull'isola, più o meno espliciti, iniziati con i portoghesi cinque secoli prima).
Il sultanato nacque con l'opposizione di due partiti "di sinistra": l'Umma Party, di stampo marxista e maggiormente filo-cinese, guidato da un arabo e l'Afro Shirazi Party, anch'esso di ispirazione socialista, composto da africani e shirazi (afro-arabi) e diviso in due aree un più filo-sovietica e una più moderata e sostanzialmente non inviso agli americani.

Okello nelle ore successiva alla Rivoluzione
Quando in meno di 9 ore quel 12 gennaio i rivoltosi presero Stone Town, entrambi i leader dei due partiti erano all'estero e sembrò che a loro volta fossero impreparati all'accaduto. 

Quello che avvenne nelle ore successive è ancora oggi controverso. Emerse la figura di John Okello, un ugandese sconosciuto, che si dichiarò leader della rivoluzione e si autonominò federmaresciallo. Si trattava molto probabilmente di un mitomane che ben presto, con il rientro dei leader dei due partiti (che egli stesso aveva nominato Presidente e Primo Ministro), fu estromesso e condannato all'esilio (nel mese di febbraio aveva creato una milizia armata paramilitare e nel marzo del 1963 fu espulso dal paese). Morirà secondo alcune fonti in Uganda nel 1971. Ancora oggi le sue memorie, pubblicate nel 1967, sono ritenute inattendibili, così come non si è abbastanza indagato sui saccheggi e sugli assassini di arabi e indiani (centinaia? migliaia? - pare su ordine diretto di Okello) avvenuti nelle ore successive alla cacciata del sultano (che andrà in esilio in Gran Bretagna) e le cui immagini sono documentate dal controverso film italiano Africa Addio.
Per alcuni studiosi i morti arabi furono tra i 5.000 e i 12.000 (su un totale di 22 mila arabi presenti, secondo le stima, a Zanzibar), con modalità simili a quella di un genocidio (come tale viene classificato).
Nel 2002 lo storico Donald Petterson ha pubblicato un libro sulla Rivoluzione di Zanzibar inserendola all'interno degli avvenimenti della guerra fredda.

Il leader dell'Afro-Shirazi Party Abeid Karume divenne il primo Presidente di Zanzibar iniziando subito i colloqui con il presidente del Tanganica Julius Nyerere, che portò mesi dopo (il 26 aprile 1964) alla nascita della Tanzania. Zanzibar all'interno della nuova nazione mantenne una ampia autonomia.
Il leader dell'Umma Party, Muhammed Babu, divenne Ministro degli Esteri. Karume, il cui figlio è l'attuale presidente di Zanzibar, fu assassinato il 7 aprile del 1972 e Babu fu tra gli arrestati sospettati di averlo ucciso.
Nel 1976 l'Afro-Shirazi Party si fuse con lo storico partito di Julius Nyerere (il TANU, a sua volte erede del Tanganika African Association nata nel 1929), dando vita al Partito della Rivoluzione (CCM).

Ecco un sito sulla rivoluzione di Zanzibar

Ecco una memoria di Sancara su Zanzibar 

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venerdì 10 gennaio 2014

Donne in Parlamento, l'Africa in testa

Tra gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, delineati dalle Nazioni Unite nel 2000 e da realizzare entro il 2015, vi e' anche la presenza di donne nella misura del 50% nei Parlamenti del mondo. Un obiettivo purtroppo irrealizzabile per il prossimo anno. Nonostante alcuni progressi, la situazione resta lontana - molto - dall'obiettivo.


Ad oggi solo due paesi al mondo hanno raggiunto l'obiettivo: il Ruanda (63,8% - oramai da anni alla guida di questa lista - vedi precedente post di Sancara) e Andorra (50%). Poco, decisamente poco.

La speciale classifica (aggiornata a gennaio 2014) è la seguente:

1 - Ruanda (63,8%, 51/80)
2 - Andorra (50%, 14/28)
3 - Cuba (48,9%, 299/612)
4 - Svezia (44,7%, 156/349)
5 - Seychelles (43,8% 24/32)
6 - Senegal (42,7%, 64/150)
7 - Finlandia (42,5%, 85/200)
8 - Sudafrica (42,3%, 169/400)
9 - Nicaragua (40,2%, 37/92)
10- Islanda (39,7%, 25/63)

A seguire Norvegia (39,6%), Mozambico (39,2%), Danimarca (39,1%), Ecuador (38,7% e Olanda (38,7%).

La presenza africana, evidenziata in nero, è significativa e in grande crescita. Se si compara la situazione a fine 2000 (quando furono lanciati gli Obiettivi del Millennio), i progressi sono sostanziali.  
Infatti al dicembre 2000, la situazione era la seguente:

1- Svezia (42,7%)
2- Danimarca (37,4%)
3- Finlandia (36,5%)
4- Norvegia (36,4%)
5- Olanda (36%)
6- Islanda (34,9%)
7-Germania (30,9%)
8-Nuova Zelanda (30,8%)
9-Mozambico (30%)
10-Sudafrica (29,8%)

Il Ruanda, oggi in testa a questa speciale classifica, nel 2000 era al 17° posto con il 25,7% (18/70), mentre il Senegal, tra i primi dieci oggi, era in 46° posizione con il 12,1% (17/140).

In Italia, la situazione è decisamente migliorata, anche se siamo ancora lontani dagli obiettivi. Oggi alla Camera vi sono il 31,4% di donne (al Senato 29%) e l'ltalia occupa la 28° posizione. Nel 2000, con l'11.1% (70/630), l'Italia occupava il 51° posto della classifica.

Il Ruanda nel 2009 stabilì un record storico, fu il primo paese in cui un Parlamento democraticamente eletto era a maggioranza femminile. Tale tendenza è stata confermata ed ampliata alle elezioni del settembre 2013. In un periodo breve (tre decenni) il Ruanda è passato dal divieto alle donne di possedere la terra, ad una legge che obbliga il 30% di rappresentanza in ogni organismo statale (università, ospedali, parlamento) fino alla maggioranza parlamentare femminile. Certo, nel mezzo vi è stato il genocidio del 1994 (il primo ministro di allora, che fu assassinato, era una donna).

Nonostante gli ottimi progressi africani (che il realtà sottolineano una crescente e attiva partecipazione alla vita pubblica delle donne) e la tenuta del nord-Europa nella presenza femminile nella società, la strada è ancora molto in salita. Lo confermano i recenti dati pubblicati da Sancara, (Donne al Potere nel Mondo 2013) dove si evidenzia come sono ancora pochissime le donne che guidano governi o Stati nel mondo.

mercoledì 8 gennaio 2014

Immagine dell'Africa, 10 anni di contributi importanti

Non so se parlare di un altro blog, in un blog, sia giusto, corretto o quant'altro. Quel che è certo che festeggiare i 10 anni di vita di un blog, scritto con passione e competenza, su di un tema spinoso come l'Africa, è per me un vero piacere.

Quando nel luglio 2010 decisi di far nascere questo blog, avevo molte idee, alcuni principi di base e alcune (poche) certezze. Tra le certezze vi era un blog che seguivo da tempo, curato da Daniele Mezzana, chiamato Immagine dell'Africa. Un blog diverso perchè non solo raccontava di Africa (e già questo lo faceva, e continua a farlo, un prodotto raro), ma tentava soprattutto di smontare (e a volte demolire) falsi e piatti modi di vedere e di interpretare una realtà complessa come quella del continente nero.

Lo faceva in modo - permettetemi il termine - senz'altro "dotto", evoluto e sicuramente da addetto ai lavori. Uno strumento quindi di riflessione, di critica e di elaborazione di un pensiero diverso che tendeva a modificare quell'immagine comune e un po' confusa, che molti avevano, ed ancora hanno, di ciò che avviene in Africa.

Mi accingevo quindi a far nascere un blog il cui principio ispiratore era già presente nella rete. Come fare? Come evitare di fare una brutta copia di un prodotto eccellente?

Sancara si ispirava ad un secondo principio: non solo l'immagine dell'Africa è distorta, ma l'origine di questa distorsione è da attribuire, in parte, alla completa assenza di conoscenza dei fatti e della storia africana. Nelle nostre scuole di Africa si parla quasi nulla e quando lo si fa, si pensa ad una scatola vuota dove qualcuno un giorno è arrivato per riempirla.

Inoltre, un continente dove a poche centinaia di chilometri convivono uno dei gruppi etnici (i Boscimani) che più da vicino riproducono gli stili di vita dei nostri antenati primitivi e una delle migliori Università del mondo (Università di Cape Town), non può essere visto come un'insieme inscindibile e deve essere conosciuto intimamente, nei suoi dettagli.

Da queste premesse - con il faro delle parole di Immagine dell'Africa - nasceva il mio blog, fatto di commenti e di informazioni - dal cinema ai popoli, dalle date storiche alla musica, dai libri ai patrimoni dell'Umanità, dagli animali ai partito politici - sull'Africa. 

Daniele Mezzana (che oggi considero un "amico virtuale" - ci siamo scritti e parlati senza mai incontrarci) a cui avevo sottoposto, un po' timidamente, il mio progetto, mi ha sempre incoraggiato, stimolando nuove strade di approfondimento e commentando positivamente alcune mie scelte.

Il grande lavoro di Daniele è stato appunto quello di contribuire per 10 anni a far riflettere, a pensare ad una diversa angolazione con cui osservare le dinamiche e le questioni africane. Certo una goccia nel mezzo di una marasma di informazioni, spesso scorrette e contraddittorie, che provengono dal continente, ma pur sempre un faro che illumina uno straordinario mondo.

A Daniele i migliori auguri affinchè il messaggio di Immagine dell'Africa continui, con la stessa forza ed intensità, negli anni a venire.

Questo è il link al primo post di Immagine dell'Africa, datato gennaio 2004






martedì 7 gennaio 2014

I più giovani e i più vecchi al potere 2013

Dopo aver pubblicato la lista dei più longevi Capi di Stato o di Governo del mondo al potere al 31 dicembre 2013, la liste delle donne al potere, proviamo a fare il punto sull'età dei governanti.


Su 335 Capi di Stato o di Governo in carica al 31 dicembre 2013, 18 avevano superato gli 80 anni (erano 23 nel 2012 e nel 2011 e 20 nel 2010) e solo 6  (4 lo scorso anno, 8 nel 2011 e 10 nel 2010) avevano meno di 40 anni. Nel dettaglio, ecco le due liste :


Lista dei più anziani (come sempre evidenziati in rosso i leader africani):

- Il Presidente di Israele, Shimon Peres, 90 anni
2 - Il Presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, 89 anni
3 - Re d'Arabia Saudita, Abdullah, 89 anni 
4 - Il Presidente dell'Italia, Giorgio Napolitano, 88 anni 
5 - Regina Elisabetta II del Regno Unito, 87 anni 
6 - Il Capo Supremo Halim Abdul di Kedah di Malaysia, 86 anni
7 - Il re di Thailandia, Bhumibol, 86 anni 
8 - Kim Young Nam, Presidente Presidium Supremo, Corea del Nord, 85 anni
9 - Governatore Generale di Bahamas, Arthur Foulkes, 85 anni
10 - Presidente Grecia, Karolis Papoulais, 84 anni

Sono 72 (21,5%) i leader mondiali ultra settantenni (18 appunto sopra gli 80 anni). Di questi, 20 sono africani, 13 europei, 11 asiatici e 9 sia in Medio Oriente che in Centroamerica.

Per quanto riguarda i più giovani, 6 Capi di Stato o di Governo avevano, al 31 dicembre 2013, meno di 40 anni . Ecco la lista:

1 - Capo di Stato Corea del Nord, Kom Jong Yu, 30 anni
2 - Re del Bhutan, Klesar Namgyel Wangchuk,  33 anni
3 - Emiro del Qatar, Tamin ibn Hamad al Thani, 33 anni
4 - Primo Ministro Islanda, David Gunnlaugsson, 38 anni
5 - Presidente del Madagascar, Andry Rajoelina, 39 anni
6 - Primo Ministro Malta, Joseph Muscat, 39 anni7 - Primo Ministro Lussemburgo, Xavier Bettel, 40 anni
8 - Primo Ministro di Haiti, Laurent Lamothe, 41 anni 
9 - Primo Ministro Dominica, Roosvelt Skerrit, 41 anni
10 - Primo MInistro Romania, Victor Ponta, 41 anni 

Nella lista dei 47 (14%) leaders mondiali che al 31 dicembre 2013 non erano ancora arrivati ai 50 anni d'età (sicuramente pochi, nel 2012 erano 49), è evidente che i giovani provengono dall' Europa (24), dall' Africa (8) e dal Medio Oriente. Tra i "giovani" alla guida di grandi paesi vale la pena ricordare il Primo Ministro del Regno Unito David Camerun (47 anni), il Primo Ministro Italiano Enrico Letta (47 anni), il Presidente russo Medvedev (48 anni), il Primo Ministro Turco Recep Erdogan (48 anni) e il Presidente del Messico Enrique Pena Nieto (47 anni).

Tra le donne, la più giovane è il Primo Ministro di Slovacchia, Alenka Bratusek che ha 43 anni.


Incrociando i dati con quelli relativi alle Donne al potere, si desume che per guidare un paese nel mondo bisogna essere maschi e anziani.

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