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mercoledì 19 giugno 2013

Mongezi Feza, una tromba dal Sudafrica

Mongezi Feza è stato una stella della musica jazz mondiale che ha brillato troppo poco per essere apprezzata e ricordata da tutti. Nato nei ghetti neri del Sudafrica (esattamente a Queentown) nel 1945 è cresciuto suonando, sin dall'età di 8 anni, la tromba e aggregandosi poi a gruppi sudafricani di musica kwele. Cresce, suo malgrado, anche durante gli anni dell'apartheid. Nel 1962, durante il Johannesburg Jazz Festival viene notato dal pianista bianco Chris McGregor (figlio di emigrati scozzesi) che lo fa entrare nel gruppo The Blues Note (gruppo che coniuga le sonorità della musica nazionale sudafricana con il jazz). Dopo i primi successi a causa delle leggi razziali, che impedivano a bianchi e neri di suonare insieme, il gruppo è costretto alla clandestinità e infine ad emigrare. Nel 1964 infatti il gruppo si trasferì prima in Francia, poi in Svizzera, poi in Danimarca e infine in Inghilterra. L'arrivo in Inghilterra dei musicisti sudafricani fu un fatto straordinario per il jazz londinese, come ha avuto modo di ricordare Robert Wyatt in un'intervista pubblicata su Musica Jazz. Nel 1969, quando il gruppo si scioglie, Mongs (come è soprannominato amichevolmente Feza) segue McGregor nella banda The Brotherhood of Breath (fino allo sciogliemento che avverrà nel 1974). La sonorità di Feza, aggressiva e energica, assieme alla sua serietà professionale lo fanno apprezzare in vari ambienti non solo del jazz, come quello del rock progressivo e sperimentale e dell'afro rock.
Collabora con numerosi musicisti come Robert Wyatt (suo fraterno amico e batteria e voce dei Soft Machine), Keith Tippett, Gary Windo e Henry Cow e incide con molti gruppi come gli Assagai, i Centipede, gli Isipinge e i Xaba (quest'ultimo un trio da lui diretto). In tutti le incisioni (molte delle quali postume) si evidenzia "la voce" della sua tromba (che spazia da elementi tipici del free jazz a quelli di un jazz più caldo) con assoli straordinariamente veloci. A tutti gli effetti a quel tempo Feza rappresenta l'avanguardia del jazz.



Nel dicembre 1975 Feza venne ricoverato a Londra per un forte esaurimento nervoso. Morirà il 14 dicembre 1975, a soli 30 anni, a causa delle complicanze di una polmonite, per molti mal curata. Il suo comportamento l'aveva fatto ricoverare in una celle di sicurezza, dove, secondo gli amici, la sua malattia fu sottovalutata ed ignorata.

Tra i pezzi scritti da Feza vi è la stupenda Sonia.

Quello dell'arrivo, a cavallo degli anni 60 e anni 70, dei musicisti sudafricani a Londra, è un capitolo molto interessante (e relativamente poco raccontato) della storia del Jazz. Gli esuli sudafricani (musicisti bianchi e neri che fuggivano dalle imposizioni razziali sudafricane che impedivano agli stessi di suonare insieme) portarono uno "scatto di vitalità e innovazione" nell'ambiente jazzistico londinese. La contaminazione di musica sudafricana, la curiosità e lo stimolo positivo di quell'ondata di musicisti, determinò una serie di collaborazioni (soprattutto dal vivo e poco negli studi di registrazione) che furono come una vera e propria rivoluzione. Nuove esperienze e nuovi linguaggi musicali furono la base in cui si sviluppò l'avaguardia jazzista londinese che a sua volta contaminò il rock progressivo e sperimentale.
Mongezi Feza fu uno sfortunato protagonista di questa frizzante stagione. 

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lunedì 17 giugno 2013

Si decidono i nuovi siti Patrimonio dell'Umanità UNESCO

Bijagos, dalla rete
E' iniziata ieri, nella capitale cambogiana Phnom Pehn la 37° sessione del Comitato per i Siti Patrimonio dell'Umanità UNESCO. Il meeting si chiuderà il 27 giugno.
Nel corso dell'appuntamento annuale i paesi membri de Comitato dovranno assumere importanti decisioni, non solo riguardo all'iscrizione di nuovi siti mondiali (sono 32 le candidature da analizzare), ma anche,e soprattutto, in merito allo stato di conservazione dei 962 siti presente sul nostro pianeta.
In particolare il Comitato si soffermerà su due delle situazioni più complesse, ora sul campo: lo stato di conservazione e di danneggiamento dei siti del Mali e della Siria, dove sono in corso conflitti che hanno danneggiato (o rischiano di farlo) Patrimoni dell'intera Umanità.

Tra i 32 nuovi siti (in realtà 3 sono estensioni di siti già esistenti), vi sono anche sei siti africani (che andrebbero ad aumentare un patrimonio che è gia composto da 126 siti.

Ecco l'elenco dei 6 siti africani all'attenzione del comitato:

- Lewa Wildlife Conservancy (estensione del sito del Monte Kenya) (Kenya)
- Mare di Sabbia (Sand Sea) (Namibia)
- Arcipelago delle Bijagos (Guinea Bissau)
- Sehlabathebe National Park (estensione del Drakensberg Park) (Lesotho)
- Zoma de l'Isandra (Madagscar)
- Centro storico di Agadez (Niger)

Dovessero essere iscritti, per la Guinea Bissau e il Lesotho si tratterebbe del primo sito patrimonio dell'umanità nel paese. Diventerebbero inoltre 41 (su 54) i paesi del continente africano a custodire almeno un sito. L'attuale "classifica" è guidata da Marocco ed Etiopia, che hanno nove siti ciascuno.

Per la cronaca vi sono anche due siti italiani tra quelli all'esame: il Monte Etna e le Ville e i Giardini dei Medici.

Seguiremo le decisioni del Comitato.



mercoledì 12 giugno 2013

Sulla strada per Bissau

Bissau, Guinea Bissau, agosto 1992

Il viaggio tra la Gambia e la Guinea Bissau è un'esperienza particolare. In poche ore - si percorrono all'incirca 300 chilometri - si attraversano tre Stati : Gambia, Senegal e Guinea Bissau. Ma, la cosa che rende singolare questo percorso è che questi tre stati rappresentano le tre più importanti modalità del colonialismo europeo in Africa: una ex-colonia inglese (Gambia), una ex-colonia francese (Senegal) ad una ex-colonia portoghese (Guinea Bissau).
Queste differenze si notano non solo nel linguaggio, ovviamente evidente soprattutto nei cartelli pubblicitari lungo le strade, ma nelle architetture e nel disegno urbanistico delle città , in questo caso Banjul, Ziguinchor e Bissau, che si incontrano lungo il percorso. Tutte città piccole dove ancor di più è evidente lo stile costruttivo che ha caratterizzato la presenza europea in Africa.
Certo i confini africani furono tagliati con il righello e, nonostante tra i popoli non vi siano grandi differenze, le frontiere vi sono, eccome. Frontiere vere e proprie come quelle sulle strade principali, sempre ben presidiate. Poco più in là, da un villaggio all'altro, ci si sposta tranquillamente da uno stato all'altro, senza che nessuno ti degni nemmeno di uno sguardo. Ma anche questa è Africa.
Per chi viaggia il paesaggio rurale è assolutamente uguale. I villaggi che sorgono lungo la strada sono nati e cresciuti grazie al piccolo commercio che si svolge nelle soste. Un pullulare di commercianti ambulanti che possono offrire qualsiasi cosa: una bevanda, qualche spuntino, le sigarette, il pane, la frutta e molto di più.


strada per Varela nel 2008, dalla rete
Dopo una sosta a Sao Domingos, poco oltre il confine, ci avviammo, attraverso una strada fangosa resa a tratti difficile dalla pioggia, verso Varela. Varela è uno dei tanti esempi dello spreco della cooperazione italiana degli anni 80-90. La cooperazione italiana aveva progettato di costruire un grande villaggio turistico per favorire il turismo. Il luogo scelto era da premio Nobel del turismo. Di difficile accesso con ogni mezzo. Gli oltre 50 chilometri di strada sterrata si sviluppavano tra lagune e fiumi (con alcuni passaggi fatti su tavole di legno). Una volta percorsi l'aereoporto di Bissau distava qualche centinaio di chilometri e quello di Ziguinchor, circa la metà, ma era in un altro stato. Poco più a nord, in Senegal sorgevano le strutture turistiche della Casamance, ben servite allora da mezzi di trasporto e con vicino un aereoporto. La zona era malarica, il piccolo villaggio di Varela viveva in un isolamento quasi totale. La scelta pare sia stata dettata dal fatto che esso era il villaggio natale di qualche pezzo grosso governativo della Guinea Bissau.



I lavori erano iniziati e proseguiti nonostante le difficoltà. Poi si erano improvvisamente interrotti.
La scena che allora si presentava era surreale. Un fantastica spiaggia deserta (del resto arrivarci era assai complicato) con palme e ricca vegetazione alle spalle. Poco più in là le rovine di una grande struttura alberghiera, di decine e decine di bungalow, di una grande arena coperta e di una (o forse più) piscine vuote e in parte coperte di terra. Tra i bungalow e all'ombra di altre strutture pascolavano le mucche. Ai lati del cantiere una magnifica esposizione di mezzi da lavoro edilizio (due gru, di cui una smontata, trattori, scavatrici e auto), tutte rigorosamente targate IVECO e FIAT.  Tra questa ferraglia arrugginita dal salso e dall'acqua, viveva in una piccola capanna il custode. Un vecchio (che forse così vecchio non era) pagato regolarmente da qualche anno per vigilare sulle macerie della stupidità e della sciacallagine umana.


un'immagine dei resti, dalla rete
Quello di Varela è un piccolo, piccolo esempio di cosa ha significato, soprattutto in era pre-tangentopoli, la cooperazione governativa italiana all'estero. Lavori inutili mai conclusi, lavori costati un'enormità di denaro, tangenti che hanno ingrassato funzionari africani disonesti e ditte appaltatrici italiane, materiali inutili acquistati in Italia e forniti all'Africa (e non solo), "cooperanti" pagati cifre astronomiche e bilanci truccati e mai controllati. 

Il giorno dopo a Bissau, città dove la decadenza portoghese si sentiva nell'aria ad ogni angolo, visitai l'Ospedale. Nel retro giacevano, nascoste, forse per l'imbarazzo, una quarantina di ambulanze, equipaggiate di tutto punto con defibrillatori manuali, materiali da rianimazione e da piccola chirurgia. Erano Fiat 238 E (forse quelli della mia età le ricordano), fornite negli anni '80 dal FAI (Fondo Aiuti Italiani) e naturalmente inutili in un paese dove non vi erano strade asfaltate (già allora tutte le ambulanze erano Land Rover o comunque autoveicoli alti e con quattro ruote motrici). Un infermiere mi raccontò che dopo che le prime si erano rotte ai primi chilometri, furono abbandonate. Alcune non avevano mai percorso nemmeno il vialetto dell'ospedale.

La Guinea Bissau era, ed è ancora uno dei paesi più poveri dell'Africa, agli ultimi posti nella classifica dello Sviluppo Umano. Il sogno di Amilcar Cabral di farne una nazione fiera si è interrotto ancora prima di iniziare. Oggi la Guinea Bissau è la centrale africana del commercio di droga. I potenti cartelli sudamericani della droga, con la complicità di politici e miliari guineiani, hanno colonizzato quest'area facendola diventare la rotta privilegiata (perchè poco controllata e lontana dalle nazioni ricche) per il commercio verso l'Europa e verso il mercato africano emergente.

Sulla questione del traffico internazionale di droga in Guinea Bissau, vi linko questo post su Linkiesta di Davide Vannucci

martedì 11 giugno 2013

Sankè mon, il rito della pesca collettiva

dal sito dell'UNESCO
Il rito della pesca collettiva (Sankè Mon o a volte scritto Sankemon) si svolge nella città di  San, nella regione del Segou in Mali, ogni secondo giovedì del settimo mese lunare. Il suo scopo è celebrare la nascita della città.
Il rito della pesca (si tiene nella laguna prodotta dal fiume Bani, tributario del Niger), dura per oltre 15 ore ed è svolto con migliaia di reti a maglia sottile: E' preceduto dal sacrificio, agli spiriti della pesca, di animali (pecore e galli) che vengono poi mangiati durante i festeggiamenti successivi. Danze mascherate nella piazza cittadina chiudono poi le cerimonie.  Il rito si svolge senza soluzioni di continuità dal XV secolo e rischiava di scomparire. Nel 2009 l'UNESCO l'ha inscritto tra i Patrimoni Intangibili dell'Umanità allo scopo di tutelare un bene, culturale e spirituale, che appartiene alla storia e all'identità del Mali. Nel 2010 fu anche lanciato un appello internazionale per salvare questo rito.
foto dal sito dell'UNESCO
Tra le azioni intraprese dall'UNESCO oltre a quella della documentazione e della trasmissione delle conoscenze orali che si tramandano da generazioni e generazioni, vi è quello di coinvolgere le giovani generazioni affinchè tali pratiche siano custodite e trasmesse al futuro.

Quello delle pesca collettiva è un rito, che con caratteristiche diverse, si celebra anche tra  altre etnie del Mali, come i Dogan e i Bambara.

Ecco il link di un video sul Sankè Mon, dal sito dell'UNESCO

Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni Immateriali dell'Umanità in Africa.

giovedì 6 giugno 2013

L'Angola alla Biennale d'Arte di Venezia


Il Padiglione dell'Angola, alla sua prima apparizione alla 55° Biennale d'Arte di Venezia vince il Leone d'Oro come miglior partecipazione nazionale. L'installazione chiamata "Luanda, Encyclopedic City", curata dall'architetto bresciano Stefano Rabolli Pansera e dall'angolana Paula Nascimento, punta sull'opera fotografica del giovane luandese Edson Chagas.
Nella motivazione ufficiale si legge  "Per la capacità dei curatori e dell’artista che insieme riflettono sull’inconciliabilità e complessità della nozione di sito".

Il padiglione dell'Angola è stato allestito a Palazzo Cini ed è composto da 23 fotografie dell'artista in formato poster "interattivo" (o come qualcuno ha scritto "collezionabili").
Edson Chagas, nato a Luanda nel 1977 è emigrato a Londra quando aveva 16 anni e dove ha studiato fotogiornalismo, ma il legame con la sua città natale è restato intatto e forte. 
Le foto di Chagas sono infatti "istanti di luce rubati alla quotidianità suburbana di Luanda ed ai suoi sette milioni di abitanti". Sono foto di oggetti e sgangherate testimonianze di una umanità, quella dell'Africa sub-sahariana, che offre innumerevoli spunti di ricerca culturale.

Non entro in un campo, quello dell'arte, di cui ho solo strumenti estetici per giudicare. Il premio al Padiglione Angola, ho letto, non ha entusiasmato l'ambiente e forse scatenerà qualche critica e discussioni.

A me preme solo sottolineare come la presenza africana sia evidente anche nel complesso e difficile mondo dell'arte contemporanea.


Ecco una scheda su Edson Chagas su Contemporary And

mercoledì 5 giugno 2013

Giornata Mondiale per l'Ambiente: lotta agli sprechi di cibo

Si celebra oggi in tutto il mondo la 39° Giornata Mondiale per l'Ambiente, una celebrazione - quanto mai importante - voluta dalle Nazioni Unite nel 1972, in occasione della nascita del PAM (Programma Alimentare Mondiale) a Stoccolma.
Il tema scelto quest'anno è quello della lotta allo spreco di cibo, e per tale occasione è stato coniato lo slogan, Pensa.Mangia.Conserva.
La questione è molto semplice ma, come avviene per molte cose umane, è diventata un'ostacolo insormontabile e una delle complicazioni maggiori alla sopravvivenza dello stesso pianeta.

Ogni anno un terzo (1/3) della produzione mondiale di cibo viene gettata via (naturalmente nei paesi ricchi). L'ammontare di questo spreco, circa 1,3 miliardi di tonnelate di cibo, equivale, più o meno, a cinque volte l'interna produzione annuale di cibo dell'Africa Sub-Sahariana.
Vale a dire, che mentre nel mondo ricco il cibo si spreca e le diete mediamente sono ipercaloriche e aumentano i casi di obesità, nei paesi poveri milioni di bambini (e non solo) si addormentano con i crampi della fame e molti di loro (15 mila al giorno) non arrivano vivi al mattino.

E' una stage umana che interessa in modo particolare l'Africa e l'Asia, sebbene perfino in alcune zone del vecchio e ricco continente, "quest'arma miciadiale" (come Thomas Sankara definiva la fame) è tornata a colpire.

Ma, è bene essere chiari. Il problema del cibo non investe (nel senso letterale) solo chi non c'è l'ha, ma deve preoccupare tutti. Il 25% della terra abitabile è oggi coltivata (in merito alla questione delle terre da coltivare, vi rimando a qualche riflessione fatta su questo blog sul fenomeno del land grabbing) ed è responsabile dell'80% della deforestazione del pianeta.
Inoltre, l'agricoltura (soprattutto quella intensiva) è causa del 30% delle emissioni di gas serra (a loro volta complici dell'innalzamento della temperatura del pianeta e di tutti i fenomeni ad esso correlati: innalzamento dell'acqua del mare, siccità e inondazioni). Infine la produzione di cibo consuma il 70% dell'acqua del pianeta.

Inutile sottolineare che le responsabilità sono in capo a tutti noi. La conservazione del nostro pianeta non è solo un affare dei governi e delle Organizzazioni Internazionali (che pure hanno grandi responsabilità, quando non vere e proprie colpe). Le nostre azioni di tutti i giorni possono incidere, molto. Pensare, Mangiare e Conservare non è solo un indovinato slogan per questa giornata, ma una imperativo di vita a cui non possiamo (e non dobbiamo) più rinunciare.

martedì 4 giugno 2013

La Giraffa, l'animale più alto al mondo

La Giraffa (Giraffa camelopardatis) è sicuramente uno dei simboli del continente africano. Il suo nome, di origine araba, deriva proprio dalla sua caratteristica principale, il lungo collo (sebbene altri etimologi la fanno risalire dalla parola araba xirapha che significa "colui che cammina veloce") Grazie a questa "dote" è l'animale più alto esistente, poichè può superare i cinque metri di altezza (l'esemplare più alto descritto è stato misurato 5,87 metri).
Oggi sono classificate 9 diverse sottospecie (somala o reticolata, fumosa o dell'angola, del kordofan, masai, nubiana, di Rothschild o di Baringo, sudafricana, di Thornicroft o rhodesiana e nigeriana) sebbene alcuni studiosi sostengono l'esistenza di altre 4 sottospecie, classificazione non unanimamente riconosciuta. La giraffa masai, con 40 mila esemplari, risulta essere la più comune. Le giraffe, che vivono in gruppi non molto numerosi (tra i 10 e i 20 esemplari), abitano le savane secche anche degli altopiani fino ai 1500 metri (in particolare dove sono presenti alberi di acacia, le cui foglie rappresentano il principale alimento) di gran parte dei paesi dell'Africa Sub-Sahariana, in particolare dell'Africa Orientale.
mappa da Wikipedia
Oggi la giraffa non è ritenuta essere un animale a rischio estinzione, infatti l'IUCN, la classifica come LC (Least Concern), ovvero a rischio relativo. Il numero degli esemplari è comunque in diminuizione e oggi si stimano, a secondo degli studi, un numero variabile tra i 140 mila (sudi del 1999) e gli 80 mila (recenti proiezioni), il numero complessive delle giraffe in Africa. 
In realtà due sottospecie sono classificate come a rischio estinzione (EN) ovvero la giraffa di Rothschild o del lago Baringo (vedi scheda IUCN), che vive nella aree protette di Kenya, Uganda e Sud Sudan e che con 700 esemplari esistenti, viene oggi ritenuta la sottospecie a maggior rischio. L'altra sottospecie a rischio è la giraffa nigeriana (vedi scheda IUCN), che a dispetto del nome vive nell'area di confine tra Niger, Ciad e Burkina Faso. Anch'essa classificata come EN, oggi esistente in soli 200 esemplari, sebbene numericamente in crescita grazie a specifici programmi di conservazione.

Una giraffa vive in media 20-25 anni, ed un esemplare femmina, che partorisce un unico cucciolo alla volta (dopo una gestazione di 15 mesi) può generare nel corso della vita fino a 12 piccoli.

La giraffa è un animale timido, che non è facile avvicinare e che passa gran parte del tempo a brucare le foglie sugli alti alberi della savana. E' capace di sviluppare una grande velocità neòlla corsa, sebbene lo stile appare un poco goffo. Talora, per brucare l'erba bassa, assume curiose posizioni, come quella di allargare in modo "esagerato" le zampe anteriori.


Recentemente (2012) su questo simpatico animale è stato girato un film di animazione Zarafa- Giraffa Giramondo, ambientato in Africa e a Parigi.


Scheda della Giraffa, nella Lista Rossa dell'IUCN
Ecco il link alle foto sulle Giraffe del sito Arkive

Ecco anche il sito della Giraffa Conservation Foundation, che a livello internazionale si occupa dello studio e della conservazione di questo mammifero. Pubblica anche una newsletter.

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lunedì 3 giugno 2013

Cinema: Invictus

Invictus - L'invincibile è un film girato da Clint Eastwood nel 2009 (uscito in Italia nel 2010). Tratto dal libro Ama il tuo nemico del giornalista inglese John Carlin (ex corrispondente in Sudafrica), si inspira ad una storia vera, relativa alla Coppa del Mondo di Rugby del 1995 che fu giocata in Sudafrica. Si tratta di una delle tante pagine sportive mondiali dall'alto valore storico e culturale.
La storia racconta la vicenda che vide protagonista Nelson Mandela (interpretato nel film da uno straordinario Morgan Freeman), da poco divenuto presidente del Sudafrica (10 maggio 1994), che capì che la Coppa del Mondo di Rugby, che il Sudafrica ospitò nel 1995 (dopo il lungo embargo sportivo, e non solo, dovuto all'apartheid), poteva essere una straordinaria possibilità di riconciliazione tra bianchi e neri sudafricani. Il rugby, sport diffusissimo tra gli afrikaneer sudafricani (bianchi), la cui nazionale (gli Springboks) era ed è orgoglio nazionale, diventò il collante tra il presidente Mandela (che lavorò per coinvincere i neri sudafricani a sostenere una squadra composta quasi interamente da bianchi e da un solo nero) e il capitano della squadra, il giovane Francois Pienaar (nel film Matt Demon) chiamato ad essere il portabandiera della nuova nazione arcobaleno.

La vicenda umana e politica di un uomo straordinario come Mandela, che nonostante i 27 anni di carcere dovuti al colore della sua pelle e alle assurde legge sull'apartheid, mette in gioco tutta la sua credibilità e il suo carisma per mantenere unito il Sudafrica ed evitare rancori e vendette, si incrocia con una storia sportiva degna delle migliori tradizioni. Il Sudafrica che ospitava la terza edizione della Coppa del Mondo di Rugby, il 24 giugno 1995, sconfisse a sorpresa a Johannesburg per 15 a 12 la Nuova Zelanda (i mitici All Blacks), trascinata dall'intera nazione sudafricana e Nelson Mandela potè consegnare a Francois Pienaar la coppa di Campioni del Mondo.

Girato interamente in Sudafrica, è un film intenso e pieno di contenuti, capace di suscitare forti e positive emozioni. Per qualcuno un film buonista (come se fosse un torto), resta un film piacevole, girato con precisione e capace di mostrare lo sport dal suo angolo più bello, all'interno di una storia che non è per nulla da buttar vita.

Il nome Invictus deriva da una poesia scritta a fine '800 dal poeta inglese Ernest Henley e che Nelson Mandela ha raccontato di essergli stata di grande aiuto durante gli anni della prigionia.



La Coppa del Mondo di Rugby è nata come manifestazione sportiva nel 1987 e si gioca ogni 4 anni. Nel 1995, la terza edizione, si svolse da maggio a giugno in Sudafrica. Parteciparono 16 squadre, divise in quattro gironi. Il Sudafrica vinse il proprio girone dopo aver battuto Australia, Romania e Canada. Tra le squadre partecipanti vi fu anche un'altra squadra africana, la Costa d'Avorio, che eliminata nei gironi subì la pesante umiliazione di un 89 a 0 contro la Scozia. Al Torneo parteciò anche l'Italia (eliminata ai gironi).
Nei quarti il Sudafrica battè, con un netto 42 a 14 Samoa, mentre in semifinale in una tiratissima partita sconfisse una delle favorite, la Francia per 19 a 15. Nella finalissima i Springboks, nome coniato nel 1906 che è il nome di una piccola antilipe che vive in Africa australe e che è anche il simbolo della squadra, batterono contro ogni pronostico gli All Blacks per 15 a 12. Il Sudafrica divenne per la prima volta Campione del Mondo (bisserà questo successo nel 2007 in Francia). La Federazione Rugby Sudafricana, che era nata nel 1899, fu unificata subito dopo la fine dell'apartheid. Prima esistevano due istituzioni, che gestivano rispettivamente il gioco per i bianchi e quello per i neri.

La vittoria del Sudafrica alla Coppa del Mondo di Rugby contribuì non poco alla riappacificazione razziale in Sudafrica e fu, sicuramente, uno straordinario successo politico e diplomatico di Nelson Mandela. Certo questo non significa che l'operazione voluta da Mandela sia stata solo un successo. Ancora oggi, molte questioni in Sudafrica, non trovano soluzioni.

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