martedì 26 luglio 2011

Siccità, carestie e ipocrisie

Nelle ultime settimane è prepotentemente scoppiata, sotto gli occhi attoniti del mondo intero, l'emergenza umanitaria nel Corno d'Africa. In molti si sono accorti che un numero elevato di individui (milioni di persone), per lo più donne e bambini, stanno letteralmente morendo di fame in un angolo non tanto remoto del nostro pianeta. Qualcuno ha perfino scoperto che la Somalia è da vent'anni in una situazione di totale anarchia e che guerra e carestia si mescolano formando una miscela esplosiva.
Ieri un summit convocato in emergenza alla FAO a Roma ha ancora una volta ribadito che servono milioni di dollari - almeno 120 - per soccorsi "urgentissimi" e 1,6 miliardi di dollari per i prossimi 12 mesi. Molti degli Stati e alcune organizzazioni internazionali hanno promesso stanziamenti ingenti per l'emergenza e per progetti a lungo termine nel campo dell'alimentazione e dell'agricoltura. Domani a Nairobi, in Kenya, queste disponibilità dovranno essere confermate.
Nella riunione di ieri però il Ministro dell'Agricoltura francese Bruno Le Maire (la Francia è presidente di turno del G20) ha ammesso, sue testuali parole, che la "comunità internazionale ha fallito nel costruire la sicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo". E' l'ammissione del fallimento di decenni di politiche economiche in Africa (di cui FAO e Banca Mondiale sono stati i maggiori interpreti e quindi responsabili) costate la vita di milioni di persone e cifre inimmagginabili.

Le parole di Le Maire, che sono macigni lanciati in un momento di grave crisi (quindi meno evidenti a fronte del dramma umano), contengono l'essenza di gran parte dei problemi d'Africa e rappresentano quel comune sentire di chiunque si sia interessato d'Africa. Il ritornello, per usare le parole di le Maire, "se non vogliamo ritrovarci tra due anni davanti alle stesse scene di disperazione, dobbiamo cambiare metodo, non basta fornire aiuto finanziario, non basta portare milioni di dollari qua e là. Bisogna investire nell'agricoltura mondiale, aiutare i Paesi in via di sviluppo a sviluppare la propria sicurezza alimentare", rappresenta per molti una nenia che ascoltiamo da decenni e che francamente indigna.
Ora si scaricano tutte le responsabilità sulla natura, che ingenerosa nei confronti degli uomini, sempre degli ultimi, si accanisce nel Corno d'Africa  facendo mancare l'apporto delle piogge. Certo gli studiosi del clima sostengono che alcuni importanti cambiamenti climatici sono in corso e che la siccità potrebbe avere relazioni con correnti oceaniche e che quindi parte della catastrofe è attribuibile alla natura.

Ciò non toglie che vi sono questioni che da decenni organizzazioni non governative, ambientalisti, popolazioni locali e studiosi denunciano con insistenza e che restano irrisolte e inascoltate. Come è il caso del fenomeno del land grabbing, ovvero delle terre in affitto o acquistate (e sottratte alle popolazioni locali) dalle multinazionali per produrre biocarburanti o prodotti alimentari da esportare e di cui la FAO si occupa da anni (la prossima conferenza internazionale si terrà dal 17 al 20 novembre a Nyeleni in Mali) senza avere il coraggio di trovare soluzioni definitive che mettono fine a questo scempio. Proprio su questo tema qualche giorno fa, mentre migliaia di persone muoiono di fame, vi è stata una denuncia di Survival International su terre fertili in Etiopia sottratte alle popolazioni locali e che chiama in causa anche imprese italiane.
Così come non possono essere trascurate le continue denunce sulla pericolosità delle deviazioni di corsi di fiumi per costruire enormi impianti di produzione eletttrica che sottraggono acqua alle popolazioni locali e che hanno contribuito a peggiorare il quadro idrico dell'intera regione.
Sono state inascoltate le proposte dei movimenti contadini (Via Campesina in testa) sulla necessità di regolamentazione del mercato agricolo mondiale atte ad impedire la speculazione finanziaria sulle derrate alimentari.

Questi e altri temi (come ad esempio i costi esagerati della gestione dei grandi organismi internazionali) sono alla radice delle carestie ed è disumano continuare, da anni, a non affrontarli.

In Africa si interviene solo nelle emergenze. Vi una rassegnata, e talvolta consapevole, consuetudine di attendere la catastrofe prima di intervenire, di lasciare sedimentare e "cronicizzarsi" situazioni che altrove griderebbero allo scandalo e indignerebbero l'opinione pubblica. Gli africani sopportano con dignità e fatalismo. Assistono, oramai senza lacrime, alla morte dei propri figli, vedono la propria terra seccarsi e morire, abbandonano la propria casa e vivono pensando che il domani forse non verrà.

Certo guardando le immagini dei campi profughi del Kenya oggi vi è la consapevolezza che bisogna intervenire, subito. Lo stanno facendo e lo continueranno a fare, con capacità e passione, centinaia di volontari e di organizzazioni che sono sul campo, che raccolgono fondi e che tentano, in condizioni disperate, di alleviare le sofferenze di chi non ha colpe. In attesa di una nuova catastrofe.

8 commenti:

Daniele ha detto...

Non c'è dubbio: le carestie sono un fatto sociale, creato da noi, in cui la natura gioca una parte secondaria. Ai fattori che hai indicato aggiungerei (ma lo hai accennato) la mancanza di una opinione pubblica mondiale matura su questi temi. E su questo molti hanno una grande responsabilità: non solo i "cattivi", ma anche i "buoni". Finché saremo abituati a ragionare solo in termini di emergenza non ne usciremo (e non ne usciranno) fuori.

Gianfranco Della Valle ha detto...

Hai ragione Daniele "l'opinione pubblica mondiale" gioca un ruolo determinante in queste situazioni. Da un lato assorbe qualsivoglia stupidata gli venga proposta e dall'altro è sempre pronta e generosa a "versare un obolo" per sistemarsi la coscienza.
Molto più complessa è la questione emergenziale.... sono decenni che la discussione ruota intorno a questi temi, senza riuscire a far un passo in avanti. Ti confesso che il fastidio aumenta. Ieri mentre leggevo i comunicati stampa del vertice FAO mi roteavano i cosiddetti! Ciao e grazie per la tua attenzione al mio blog.
Gianfranco

sabry ha detto...

Concordo con quanto hai scritto ma e' bene ricordare di chi e' la colpa, perche' se le multinazionali comprano "rubando" terreni agricoli per sfruttarli, lo fanno per coprire la continua domanda di energia che arriva da noi, singoli cittadini. la colpa di questa tragedia continua, e che colpisce con tutta la sua durezza chi ha un cuore e una coscienza e' la nostra. Noi dobbiamo cambiare stile di vita, smetterla di lamentarci per nulla e capire che il vero cambiamento se non parte da noi non avverra' mai. Meno domanda e meno sfruttamento...meno sfruttamento piu' terreno per i locali...e' un circolo vizioso e noi siamo i protagonisti.ma finche' ogni famiglia vuole 2-3 macchina a testa, una tv in ogni camera, la lavatrice, asciugatrice, lavastoviglie, carne a cena e a pranzo ecc ecc..niente cambiera' e le energie rinnovabili stanno peggiorando le cose....togliamo loro il cibo per usarlo come carburante o per costruirci nuovi palazzi.il clima?? e' un'espediente per pulirsi la coscienza...

complimenti per il sito :)

Gianfranco Della Valle ha detto...

Non posso che essere d'accordo con quanto affermi. Non vi è dubbio - e non serve essere cinici - che per mantenere i nostri standard di vita vi è bisogna che un terzo dell'umanità soffra la fame (http://www.sancara.org/2010/09/fao-un-bambino-muore-di-fame-ogni-6.html). Dobbiamo avere solo il coraggio di dirlo, senza scaricare la colpa (e la coscienza) sulla natura.
Ciao, e grazie per i complimenti
Gianfranco

sabry ha detto...

Bisogna anche avere il coraggio di cambiare pero', basta parlare. per l'essere cinica, hai ragione ma a volte per svegliare la gente le cose bisogna dirle per come sono, senza addolciture varie.... :)

ciao
sabrin

Gianfranco Della Valle ha detto...

Certo, bisogna cambiare, ci mancherebbe. ma prima è necessario rendersi conto dalla situazione in essere. La balla dello sviluppo che per decenni ci hanno venduto ha in se un problema: 7 miliardi di persone che mangiano come noi, che consumano energia come noi e che hanno standard di vita come noi non sono possibili in questo mondo!
E allora? Come la mettiamo? da qui si parte.
ciao
Gianfranco

giovi ha detto...

Caro Gianfranco mi trovo in perfetta sintonia con il pezzo che hai scritto. Tocchi aspetti cruciali dell'ormai annosa "questione africana" che non vorrei facesse la fine della nostra "questione meridionale" della quale se ne parla dai tempi dell'unificazione italiana e ad oggi è ancora irrisolta! Di tutti gli aspetti toccati quello del "land grabbing" è a mio avviso uno dei più scandalosi perchè portato avanti non solo dai paesi occidentali che storicamente hanno sfruttato il continente africano ma anche da new entry come la Cina che, vendendo l'idea che loro sono amici dei popoli africani prchè non sono capitalisti poi alla fine si comportano come noi e sfruttano in modo indegno quei territori. La mia breve esperienza africana e il confronto con amici che vi lavorano da decenni in quei paesi, mi portano a dire che il sostegno finanziario non serve a nulla se poi ad arricchirsi sono i potenti o ipolitici di turno di quei paesi o quel sottobosco di colletti bianchi delle organizzazioni internazionali governative e non che lucrano su questi denari facendone arrivare a destinazione delle popolazioni interessate solo una minima parte. Lo sanno tutti, lo dicono tutti che è così, ma nulla cambia! Speriamo che l tuo pezzo contribuisca a sollevare il velo su questa cloaca.....

Gianfranco Della Valle ha detto...

Caro Giovanni, ti ringrazio per essere intervenuto nel mio blog. Il tuo è un contributo "competente" che centra appieno le questioni africane. Come sottolinei la questione "land grabbing" appere oggi non solo la più scandalosa e complessa, ma anche quella che rischia di pesare, se non bloccata, per il futuro. Non solo Cina, ma e soprattutto India e paesi Arabi che hanno disponibilità economiche enormi. A novembre vi sarà l'ennesimo vertice in Mali della FAO che da anni non riesce ad incidere minimamente sulla questione.
Bisogna assolutamente parlarne, fare in modo di sollevare come dici tu "il velo su questa cloaca" ( e su tante altre). Io continuerò finchè campo a dare il mio microscopico contributo. Ciao e grazie ancora
Gianfranco

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