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lunedì 31 ottobre 2011

Oggi siamo 7 miliardi

Le Nazioni Unite hanno calcolato che oggi 31 ottobre 2011 la popolazione mondiale ha raggiunto (o raggiungerà) i 7 miliardi di individui. Simbolicamente è stato accettato che il rappresentante del genere umano che porta la popolazione mondiale a sette miliardi sia una bambina indiana - dove si sono svolte delle cerimonie per salutare questo traguardo. Si tratta di una bambina, nata stamane alle 7.20 e chiamata Nagis, dell'Uttar Pradesh, lo stato più popoloso dell'India e dove nascere femmina è sempre più difficile. Gli studiosi del settore avevano sempre sostenuto che il luogo più probabile per la nascita del "sette-miliardesimo uomo"  doveva essere l'India o l'Africa. Fermo restando che nessuno al mondo è in grado di calcolare con precisione dove e quando nascerà realmente l'essere umano che porterà lo popolazione (solo nel 1999, ovvero 12 anni fa si era toccata quota 6 miliardi, mentre nel 1987 si era arrivati a 5 miliardi) a 7 miliardi. La prossima tappa, quella degli 8 miliardi, è prevista nel 2025 (vi rimando anche a questi post di Sancara sulla popolazione)
Per un'appofondimento generale sulla questione demografica e su questo traguardo vi rimando a questa approfondita analisi di Luca Troiano su Ecoinchiesta.
Resta la questione generale delle implicazioni (di cui Sancara si è più volte interessato) che l'aumento di popolazione ha sul sistema pianeta, sempre più sofferente. La crescita demografica mondiale rallenta, ma non nel modo in cui ci si augurava. Da un lato le nascite non rallentano nel modo auspicato (in alcune aree del pianeta il tasso di fertilità è ancora molto alto) e dall'altro lato, fortunatamente, la mortalità infantile diminuisce, mediamente, in maniera più decisa.

Ma oggi è solo il giorno in cui gli uomini raggiungono i 7 miliardi.

Potete seguire il momento esatto della nascita del bambino/a che porterà la popolazione a 7 miliardi su questo countdown mondiale (che è rispetto ai festeggiamenti in ritardo!).


giovedì 27 ottobre 2011

Web 2.0, Ong 2.0: un contributo allo sviluppo

I recenti sviluppi della tecnologia informatica, i fatti storici degli ultimi mesi ed il buon senso fanno pensare che oggi, e soprattutto nel futuro, un grosso aiuto allo sviluppo e ai cambiamenti che avverranno nel mondo arriveranno dalle nuove nuove opportunità che il Web 2.0 offre. Non vi è dubbio che l'evoluzione recente del web, ovvero quella capacità di interazione in tempo reale tra gli utenti, è in grado di fornire un supporto fondamentale anche alle necessità che chi opera nel mondo della cooperazione internazionale. 
E' proprio in quest'ottica che l'ONG Volontari per lo Sviluppo ha lanciato una campagna di informazione/forrmazione dal titolo chiaro: Ong 2.0 cambiare il mondo con il web che partirà oggi con il primo webinar (neologismo frutto della associazione tra web e seminar, letteralmente seminario online) con Robin Good.
Il titolo può sembrare a qualcuno eccessivo (sicuramente ai meno giovani), ma racchiude in se non solo le potenzialità dei nuovi strumenti, ma anche una speranza. L'insieme straordinario di strumenti che il web 2.0 mette a disposizione sono potenti e globali e possono essere usati con intelligenza e con obiettivi chiari e realistici. Certo anche con la consapevolezza che nell'ambito dello cooperazione allo sviluppo  esistono diversi livelli di intervento per cui in alcune aree, penso alla formazione piuttosto che al fundraising o alla divulgazione, questi strumenti sono determinanti e danno un'accelerata straordinaria ai processi, mentre in altre aree, il lavoro sul campo, l'esperienza e il contatto sono insostituibili.
Vi è poi una questione culturale per cui oggi l'informazione e lo scambio di idee viaggiano in modo rapido e attraverso vie diverse dal passato e meno formali. Fino a pochi anni fa chi voleva comunicare nella rete spendeva la maggioranza del tempo a costruire il contenitore (ad esempio un sito internet), magari passando ore davanti ad una stringa in linguaggio htlm che non funzionava. Oggi grazie a blog e social network - che sono strumenti di una semplicità imbarazzante - il tempo è speso nella quasi totalità sui contenuti.
Sono passati solo 20 anni da quando il governo statunitense "liberalizzò" internet  (fino al 1991  solo ad usi governativi-militari e per la ricerca) e i progressi sono stati straordinari e oggi la rete è divenuta un luogo frequentato quasi da tutti.

I recenti fatti delle "rivolte arabe" hanno dimostrato quanto gli strumenti veloci di comunicazione sono stati in grado di organizzare le folle. Certo poi la rivoluzione si fa nelle strade, nelle piazze non nella rete, ma l'impulso della cosidetta "piazza virtuale" è stato enorme ed ha contribuito alla caduta dei regimi.


Certo che oltre a chi opera nelle cooperazione internazionale, le ong in particolare, a cui i nuovi strumenti possono dare un nuovo impulso all'azione, anche chi vive nel Sud del mondo si appresta a vivere una vera e propria rivoluzione culturale. In Africa la comunicazione viaggia velocemente (vedi post Comunicare in Africa) proprio in questi giorni il cavo in fibra ottica che metterà in relazione Londra con il Sudafrica attraverso tutta la dorsale occidentale è giunto in Sierra Leone e corre velocemente verso il sud. In Africa Internet cresce a ritmi stupefacenti e con tecnologie all'avanguardia (quindi bypassando più di qualche tappa) e potrà senz'altro essere uno stimolo allo sviluppo del continente.
Si è oramai creata una nuova opportunità di volontariato sociale, cioè quella cyber-volontario, ovvero chi dedica una parte del proprio tempo libero al lavoro di rete, sia esso quello dello divulgazione, della formazione o dell'organizzazione. In altri termini si stanno spalancando le porte ad altri, alcuni ancora inesplorati, sistemi di partecipazione attiva.

Resta un'unica riflessione ancora da fare. Non illudiamoci. Vi è ancora un grandissimo lavoro da fare, che ci auguriamo possa essere facilitato dalle nuove tecnologie e da chi le utilizza in maniera dinamica e costruttiva. Quando nel 1985 il mondo intero inorridito dalle scene di morte (in un'epoca di quasi un decennio prima dell'avvento della rete) si mobilitò per la siccità e la carestia in Etiopia si avviarono massicci (e costosi) interventi atti a prevenire il ripetersi di queste catastrofi. Oggi, a distanza di 25 anni, tutto è esattamente come allora.
Ci auguriamo che i nuovi strumenti, le nuove strategie e la nuova partecipazione possano aiutarci ad impedire che tra dieci anni tutto sia ancora come oggi.





lunedì 24 ottobre 2011

Popoli d'Africa: Hamer

Gli Hamer (o anche Hamar) sono un piccolo gruppo etnico (circa 40 mila persone) del Sud-Ovest dell'Etiopia. Vivono nella fertile bassa valle del fiume Omo, vicino ai confini con il Kenya, dove si dedicono quasi esclusivamente alla pastorizia. Sono un gruppo numericamente molto limitato nello scenario etnico etiopico e non hanno, di fatto, nessuna influenza nelle scelte e nella politica del paese, anche in considerazione del fatto che solo pochissimi di loro sono in grado di leggere e scrivere.
Parlano la lingua hamer-banna. Ufficialemnte sono mussulmani sunniti, sebbene prevalgono rituali religiosi tradizionali.
Sono un gruppo semi-nomade (spostano l'intero villaggio periodicamente a seconda delle esigenze dei pascoli) la cui cultura pone al centro i propri animali, mucche e pecore in particolare. Infatti ogni hamer possiede tre nomi, quello umano, quello delle pecore e quello delle mucche. Usano il bestiame  per scambiare con i vicini i prodotti dell'agricoltura, sorgo in particolare (da cui ricavano anche la birra), oltre che per produrre il latte e la carne per la loro alimentazione.
Tra le loro cerimonie e riti, senz'altro la più curiosa è quella che consiste nel "saltare sui tori" (bull jumping ceremony). I giovani che vogliono sposare una ragazza devono dimostrare di essere capaci di saltare quattro volte sul dorso di alcuni tori messi dalla famiglia della futura sposa. Completamente nudi sono assistiti da alcuni amici che hanno già fatto l'esperienza (chiamati maza) e che hanno il compito di tener fermi gli animali. Il fallimento è considerato un brutto segno, sebbene il candidato può riprovarci l'anno successivo. Ogni uomo può sposare fino a quattro donne.
Gli Hamer vivono in capanne coniche, poste a cerchio attorno ad una grande area che oltre ad essere il luoghi di ricovero notturno del bestiame è anche il luogo d'incontro e delle cerimonie rituali. Hanno una grande attenzione al corpo che curano con grande rispetto e agli ornamenti. Gli stessi capelli sono oggetto di acconciature (in particolare gli uomini - e facile tra gli hamer vedere due uomini acconciarsi reciprocamente i capelli) complesse e spettacolari. Inoltre, per evitare il contatto con la terra dei capelli, dormono su dei "cuscini" di legno.
Come avviene per molti popoli dell'Etiopia, gli Hamer, sono recentemente soggetti all'arrivo del turismo (può capitare di vedere i giovani con t-shirt e jeans) che ne hanno fatto una meta avventurosa dei viaggi in Etiopia. 
C'è da  augurarsi che il desiderio dei turisti non si trasformi in un danno per le popolazioni locali. L'Africa continua, per ora, ad essere uno dei leoghi del pianeta dove convivono culture tradizionali e modernità.



Vai alla pagina di Sancara sui Popoli dell'Africa

venerdì 21 ottobre 2011

Gheddafi e la verità

La notizia di queste ultime ore è la morte di Mu'ammar Gheddafi fino a poche settimane fa padre padrone della Libia. Con lui si chiude senz'altro un capitolo buio della storia della Libia e si apre una nuova stagione densa di incognite, ma anche ricca di opportunità e di possibilità che il popolo libico si appresta a vivere. Come spesso avviene saranno in molti a tentare di prevedere possibili scenari futuri, ben sapendo che le variabili, interne ed esterne, sono in continua trasformazione. Alcuni interrogativi che avevo posto in un post di fine agosto restano a mio avviso pressochè invariati e privi, per ora, di risposte. La morte di Gheddafi semplifica solo parzialmente gli scenari.
Con la morte di Gheddafi però si chiude anche la possibilità di conoscere qualche interessante particolare dei suoi oltre 40 anni di presenza, spesso ingombrante, sulla scena internazionale. Come è gia avvenuto in occasione della frettolosa esecuzione di Saddam Hussain e del bliz un pò misterioso che portò alla morte di Bin Laden, anche quella di Gheddafi appare una morte per cui oltre alla popolazione libica, altri nel mondo hanno festeggiato e lo stanno ancora facendo. Sono uomini che hanno portato nella loro tomba segreti forse incoffessabili che custodivano gelosamente e che hanno rappresentato fino ad un dato momento il loro salvacondotto.
Si ha sempre la sensazione, anche per chi non vuole appartenere al filone dei complottisti, che una occulta regia impedisca a tutti noi di conoscere la verità.
Quella verità che forse è scomoda a tutti quelli (e sono molti) che hanno sempre fatto affari con il leader libico, venerandolo a volte in maniera perfino troppo riguardosa (e accondiscendente) e tollerando, nei fatti, i suoi eccessi.
Perchè se è vero che oggi tutti ricordano l'ultimo periodo di Gheddafi, non dobbiamo dimenticare che nella sua iniziale ascesa al potere era un paladino di quel panafricanismo, tanto in voga fino agli anni settanta. Fu anche punto di riferimento per un nutrito gruppo di golpisti, gruppi e movimenti africani ( e non solo) che nelle terre libiche trovarono sostegno, protezione e addestramento. Così come ha finanziato, in tutti questi anni e in vari modi, governi, partiti e lobby senza badare ne alla connotazione politica ne alla correttezza dei rapporti che la geopolitica del momento avrebbe suggerito.
Sarebbe stato interessante vedere Gheddafi di fronte ad una Corte Internazionale interrogato su quel che accadde a Ustica o sul terrorismo palestinese, sulle contropartite nasconte avute quando ha salvato aziende in vari paesi (Italia compresa) o sui rapporti con golpisti e dittatori africani. O ancora sugli accordi con gli americani che hanno segnato i suoi cambi di rotta.


Purtroppo non avremmo mai il piacere di ascoltare Gheddafi su questi e su altri temi.


Ai fini delle curiosità statiche la morte di Gheddafi è l'ultima di una lunga serie di capi di stato o capi di governo (o ex capi) che hanno trovato la morte in modo cruento. Solo un mese fa (il 20 settembre 2011) in Afganistan morì in un attentato l'ex Presidente dell'Afghanistan Burhaddin Rabbani. L'ultimo presidente in carica assassinato è stato Joao Bernando Vieira, presidente della Guinea Bissau morto il 2 marzo 2009 in uno scontro a fuoco. Per trovare nell'ultimo decennio altri capi di stato assassinati bisogna andare al 2001, quando il 1 giugno fu assassinato, in una disputa familiare, il re del Nepal Birendra, mentre il 16 gennaio dello stesso anno fu assassinato il presidente della Repubblica Democratica del Congo Laurent Desirè Kabila. Nel mezzo, vale la pena ricordare un'altro omicidio eccellente quello dell'ex-primo ministro pakistano Benazir Bhutto, assassinata il 27 dicembre 2007.
Governare a volte può essere pericoloso, in Africa nel passato lo è stato per molti (una trentina, tra capi di stato e primi ministri, gli assassinati a partire dal 1960).

mercoledì 19 ottobre 2011

Libri: I dimenticati

I dimenticati, è un libro che Ettore Mo, inviato speciale del Corriere delle Sera, scrive nel 2003 ed è pubblicato dalla Rizzoli. Sono diciannove racconti, dal mondo globalizzato, in con cui Ettore Mo tenta di far luce su "coloro che vivono nei sotterranei della storia". I primi due racconti, quelli che interessano l'Africa,  riguardano la Nigeria e il Mali.Nel sud-est della Nigeria, nella regione di Taraba, Mo si imbatte in interi villaggi condannati alla cecità dalla oncocercosi.
L'immagine della ragazzina che accompagna un'intero gruppo familiare di ciechi resta senz'altro nell'immaginario del lettore. Mo osserva questo luogo del pianeta, che a tutti consiglia di tenersi alla larga, come fosse - credo a ragione - un girone dantesco dell'Inferno. L'oncocercosi, conosciuta come cecità dei fiumi (River Blindness per gli anglofoni) è una malattia infettiva causata da un nematode (della famiglia dei vermi) chiamato Onchocerca volvulos. Il parassita è trasmesso agli uomini attraverso un moscerino della famiglia dei Simulidae (le cui larve si sviluppano solo in acqua corrente - ecco la relazione con i fiumi). Il moscerino funge da vettore e inocula nell'ospite (uomo) le larve del parassita che inizia a migrare nel sottocute, sia accresce e si moltiplica. I vermi maturano in circa 1-3 mesi, giungundo da adulti a misurarare tra i 3 e i 70 centrimetri e ad incistarsi in noduli (oncocermoni). A quel punto le femmine mature formano delle microfilarie (fino a 1000 al giorno) che si diffondono nell'organismo. Perchè la malattia possa dare i primi segni occorrono tra i 7 mesi e i 3 anni. Le manifestazioni sono di tipo dermatologico. Uno delle complicanze è appunto la cecità quando le microfilarie invadono il nervo ottico.
Il trattamento farmacologico avviene con farmaci capaci di uccidere le microfilarie, mentre è molto più difficile uccidere il parassita maturo.
Ecco comunque il sito dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sull'oncocercosi e sui programmi di prevenzione atto.

Oggi la cecità dei fiumi è presente solo in 30 paesi africani (oltre che allo Yemen e alcuni sporadici casi in Sud America) dove si registrano la quasi totalità dei casi. Uno studio del 2008 porta a stimare oltre 18 milioni i malati, mentre sono 300 mila gli africani che non vedranno più la luce.

Il secondo reportage di Ettore Mo è in Mali tra le minere di sale di Taudenni. Un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Nel mezzo del deserto gli uomini (nel passato era stato tentato di far giungere le famiglie nelle vicinanze delle miniere) estraggono a mano le lastre di sale, lavorando dall'alba a quando il sole lo permette e soprattutto fino a quando il loro contratto lo permette (mediamente devono estrarre da 4 a 8 lastre al giorno, ognuna di circa 40 chili, per circa 80 euro al mese). A trasportare poi verso Timbuctu (circa 800 chilometri di deserto) il sale ci pensano ancora i cammelli e i carovanieri che attraversano il deserto così come avviene da oltre 5 secoli.

Ettore Mo, piemontese, è uno straordinario cronista e inviato di guerra. Ha sempre pensato che un buon cronista deve essere nei posti dove avvengono gli eventi. Una volta ebbe a dire "quando hai avuto modo di essere testimone dei grandi eventi non riesci più a farne a meno". E' stato in Iran alla caduta dello Scià, poi in Afghanistan, paese del quale diventa un grande esperto e nel quale tesse un rapporto di profonda amicizia con un uomo straordinario come Ahmad Massoud, ucciso due giorni prima dell'attacco alle torri gemelle. Chiude la sua carriera nella guerra dell'ex-Jugoslavia. I suoi reportages dal mondo oltre ad aver permesso di comprendere aspetti spesso più nascosti della politica estera sono diventati libri che hanno accompagnato la nostra conoscenza su luoghi e persone spesso dimenticate.

martedì 18 ottobre 2011

Santuario nazionale degli uccelli di Djoudji

Il Santuario Nazionale degli uccelli di Djoudji e' una zona umida, di circa 16.000 ettari (di cui circa un quarto occupato da un lago), che si trova sul delta del fiume Senegal, a nord-est di Saint Louis, in Senegal, al confine con la Mauritania (dove continua il Parco Nazionale Diawling). Secondo alcune stime il Santuario, divenuto Patrimonio dell'Umanità nel 1981, ospita fino a 1,5 milioni di uccelli. Tra le specie più frequenti il pellicano, il fenicottero rosa, l'airone rosso, la spatola, la garzetta e il cormorano. Non mancano uccelli che arrivano dall'Europa (si stima, che tra settembre e aprile circa 3 milioni di uccelli transitano nell'area) , che dopo aver attraversato una parte del deserto del Sahara, svernano in questi luoghi. Infatti Djoudji costituisce il primo punto d'acqua dopo oltre 200 chilometri di deserto.
L'area è diventata parco  il 14 aprile 1971 (dal 1962 una piccola area di 3 ettari era riserva), nel 1975 i suoi confini sono stati estesi agli attuali (da 13.000 a 16.000 ettari). Divenuto sito riconosciuto dalla Convenzione di Ramsar nel 1980, dal 1981 è appunto Patrimonio dell'Umanità.
Dal settembre 1999 il delta del fiume, all'interno del santuario, è stato invaso da una pianta acquatica, la Salvinia molesta (chiamata anche kariba), originaria del Brasile, che ha messo in pericolo l'intero ecosistema. La pianta infatti si riproduce velocemente coprendo intere superficie di acqua e impedendone l'ossigenazione. Per questa ragione nel 2000 il santuario è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell'umanità in pericolo. Dal 2001 sono state avviate tutte le procedure per l'estirpamemto biologico della pianta. Per farlo si usa un batterio, il Cyutobagous salvinae che divora la pianta. La cura sembra aver avuto effetto al punto che nel 2006 il santuario è stato tolto dalla lista dei siti in pericolo.
Non era la prima volta che il Santuario di Djoudji si trovava ad essere un "osservato speciale". Lo fu dal 1984 al 1988 a seguito dei progetti di sviluppo agricolo dell'area (furono costruite anche delle dighe che oggi regolano l'afflusso dell'acqua) che minacciavano effetti negativi sul l'ecosistema del sito. Anche in quell'occasione il sito fu inserito nella Lista dei Siti patrimonio dell'Umanità in Pericolo. Dal 1993 al 2009 anche la Convenzione di Ramsar mise il santuario degli uccelli di Djoudji nella Lista di Montreaux (lista delle aree Ramsar a rischio per fattori antropici o di inquinamento) per l'invasione di alcune specie di piante acquatiche infestanti quali la Pistia stratiotes e la Paspalum vaginatum.
Il risultato di tutti questi interventi è che nonostante tutto oggi si può ancora godere di uno dei più bei santuari ornitologici del pianeta.


Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni dell'Umanità in Africa

domenica 16 ottobre 2011

World Food Day. Bisogna agire.

Ieri, 16 ottobre era il Word Food Day, voluto dalla FAO (che oggi celebrerà la giornata a Roma - vedi programma) e quest'anno intitolato "Food Price - from crisis to stability".
La FAO dal 1990 monitorizza - con un indice chiamato indice dei prezzi alimentari (Food Prix Index)- i prezzi delle derrate alimentari nel mondo (sono 55 "gli articoli" monitorati tra materie prime e prodotti alimentari). Nel febbraio scorso la Fao aveva lanciato un allarme sui prezzi degli alimenti mai così alti dal 1990 (Sancara ne aveva parlato in questo post). Gli economisti, a volte divisi sulle cause di questi aumenti, sono giunti ad una conclusione concordata: è finita l'epoca dei cibi a basso costo. Ora è chiaro che questa affermazione contiene in sè un dramma enorme. Solo nel biennio 2010-2011 si stima che siano stati circa 70 milioni di individui che nel mondo hanno raggiunto la fascia (già molto affollata) dell'estrema povertà. Altri milioni di individui sono destinati alla stessa sorte nei prossimi anni. Del resto guardando lo storico dell'indice dei prezzi appare evidente che qualcosa è cambiato, purtroppo per sempre. Quella che tutti chiamano "crisi" altro non è che una logica conseguenza di  quello che accade nel sistema mondo e delle sottovalutazioni che sono state protagoniste del passato.
Le cause degli aumenti dei prezzi stanno in almeno 5 fattori, che sommano la loro incidenza, creando una miscela esplosiva, eccoli:
- aumento della domanda di materie prime alimentari da parte dei paesi emergenti (Cina, India, Russia e Brasile in testa). Tradotto in linguaggio semplice significa che sono aumente il numero di persone che non si accontentano più di una ciotola di riso.
- condizioni climatiche che incidono sulla quantità e sulla qualità dei prodotti alimentari (siccità, alluvioni, incendi).
- fattore speculativo - i mercati si sa sono cinici e spietati. A loro non interessa il fattore umano (spesso chi opera non conosce nemmeno le conseguenze delle sue azioni, ma vede solo il profitto che da esse deriva). Nel 2010 le operazioni finanziarie su materie prime alimentari (attraverso gli strumenti derivati) sono cresciute del 15% rispetto all'anno prima. Secondo alcuni studiosi da essi deriva il 50% degli aumenti dei prezzi.
- prezzo del petrolio che incide sui costi di produzione delle materie prime alimentari.
- riduzione dei terreni agricoli per l'aumento della prodzione di biocarburanti.


Gli effetti degli aumenti dei prezzi sono molteplici e si differenziano a secondo dell'area geografica e della ricchezza dei paesi. Il primo effetto dell'aumento delle materie prime agricole e l'aumento dei prezzi degli alimenti (la stima è che in Europa sarà intorno al 18-20% nel 2011). Stando in Europa l'effetto conseguente sarà l'aumento dell'inflazione (con tutte le conseguenze economiche derivate: aumento dei tassi d'interesse e rallentamento dei consumi). Fuori dall'Europa, nei paesi meno poveri, aumenteranno le tensioni sociali dovute agli incrementi dei prezzi alimentari, mentre nei paesi molto poveri la conseguenza devastante sarà quella della fame e della morte.
Di contro, da parte dei paesi ricchi che non dispongono di terreni fertili, aumenterà la richiesta di "comprare o prendere in prestito terreni" in altri paesi, soprattutto quelli poveri, utilizzando quella pratica conosciuta come land grabbing.

Vi è la necessità di assumere quanto prima delle decisioni capaci di contribuire alla soluzione degli effetti conseguenti all'aumento dei prezzi alimentari
In primo luogo la lotta alle speculazioni finanziarie, attraverso un sistema di regole che consenta una limitazione dei mercati nel contesto della produzione alimentare. E' impensabile continuare a tollerare che alcuni possano arricchirsi sulla vita (soprattutto sulla morte) di altri individui. Così come è indipensabile rilanciare una nuova "rivoluzione verde" per il rilancio su scala globale dell'agricoltura, perchè da questo rilancio dipende la capacità di sfamare il nostro pianeta nel futuro. Un rilancio che oltre ad investimenti agricoli, mirati e puntuali, preveda anche un sistema globale di riserve alimentari per far fronte a quei fattori non facilmente prevedibili o evitabili. Infine - come più volte abbiamo sottolineato - serve una lotta parallela alla questione del land grabbing prima che sia troppo tardi.


Vi è la necessità di far pressione sugli organismi internazionali perchè - nell'interesse dell'umanità intera - si assumano decisioni coraggiose e urgenti atte a scongiurare l'aggravarsi di una "crisi" (che qualcuno ha definito lo tsunami silenzioso) che ha già ucciso troppi innocenti.

sabato 15 ottobre 2011

In ricordo di Thomas Sankara

Il 15 ottobre 1987, esattamente 24 anni fa, veniva assassinato il leader burkinabè Thomas Sankara, a cui con molta presunzione, ma anche con molto affetto, è dedicato questo blog.
Come ho avuto modo di scrivere l'assassinio di Sankara è stata una tragedia per l'intera Africa. Un fatto che ha, senza voler esagerare, cambiato il destino dell'intero continente. Ancora oggi le dinamiche esatte (e di conseguanza la giustizia) che hanno portato all'eliminazione di quello che era diventato un uomo scomodo non sono chiare.
A me non resta che ricordarlo attraverso questa canzone che l'ivoriano Alpha Blondy ha voluto dedicargli e alcune sue immagini.




giovedì 13 ottobre 2011

Le anime nere dell'Africa: Francisco Macias Nguema

Il giorno in cui fu giustiziato Francisco Macias Nguema, nella prigione di Blabich Prison di Malabo, si racconta che nessun soldato della Guinea Equatoriale fu disposto a partecipare al plotone d'esecuzione perchè si riteneva che il dittatore, da poco deposto, avesse poteri soprannaturali e magici. Fu allora chiamata la guardia presidenziale, composta da soldati marocchini, che assolsero il compito senza indulgi. Nguema, il cui vero nome era Mez-m Ngueme, era nato a Mongomo nel 1924 da una famiglia povera.  Divenne sindaco della sua città per il Partito Socialista Guineano, entrò poi nell'esercito e nel 1965 fu nominato generale. All'atto dell'indipendenza della Guinea Spagnola, nel 1968, assunse la Presidenza del nuovo stato (i territori di Rio Muni e le isole di Fernando Po - poi diventata Bioko- e Annobon) che fu chiamato Guinea Equatoriale. I più critici sostengono che Nguema fu sostenuto dagli spagnoli a causa della "sua scarsa educazione" e per la sua "fobia per gli intellettuali". Quel che è certo che tra il 1968 e il 1979 in cui guidò la Guinea Equatoriale ridusse il paese allo stremo e costrinse alla fuga all'estero oltre un terzo della popolazione e ne uccise tra i 50 e gli 80 mila. Il suo autoritarismo crebbe al crescere della sua follia. Poco tempo dopo l'indipendenza "proibì" la parola intellettuale nel paese, fece chiudere le librerie ed i giornali. Ingaggiò una dura lotta con la chiesa cattolica chiedendo ai preti di iniziare le celebrazioni religiose con "Dio creò la Guinea Equatoriale grazie a Macias, senza Macias la Guinea Equatoriale non esisterebbe", arrestando chi non si atteneva alle sue istruzioni. Arrivò perfino a stoccare le armi dell'esercito nella cattedrale di Malabo.
Nel 1972 si proclamò presidente a vita con diritto di scegliere il successore e si attribuì una dozzina di titoli tra cui quello di "Gran Maestro dell'Educazione, la Scienza e la Cultura".
Nel 1973 riversò la sua follia  sugli abitanti dell'isola di Annobon colpiti da una grave epidemia di colera. Poichè non l'avevano votato nel 1968, rifiutò di inviare aiuti e di far sbarcare la Croce Rossa. Quando l'isola decise di chiedere aiuto al vicino Gabon, inviò l'esercito che massacrò oltre 400 civili, violentando le donne e deportanto gli uomini.
Quando il 3 aprile 1979 fu deposto dal nipote Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, che ancora oggi guida il paese in modo autoritario, cercò la fuga nella foresta con una valigia piena di soldi. A seguito di un sommario processo fu condannato a morte 101 volte per genocidio, appropriazione indebita, violazione dei diritti umani e omicidio di massa e infine giustiziato il 29 settembre 1979. I maligni sostengo che Obiang si ribellò allo zio perchè "ne aveva fin sopra i capelli di essere obbligato a lavare l'automobile dello zio in uniforme da tenente colonnello".

Con la deposizione di Macias Nguema si chiuse un'altro capitolo nero della storia africana. Una dittatura che gli storici hanno paragonato a quella di Pol Pot in Cambogia (1975-1979) che ironia della sorte si chiuse pochi mesi prima e che poteva esser associata oltre che per la violenza per quel comune odio nei confronti degli intellettuali.
Macias è stato uno di quei prodotti mal riusciti africani, fantoccio del governo coloniale prima, su posizioni nominalmente marxiste poi (seppur elogiò pubblicamente Adolf Hitler) e infine dittatore sanguinario. Un mix tra una scarsa educazione, un approccio ideologico personalizzato ed estremista  e una ricca dose di follia.


vai alla pagina di Sancara sulle Anime nere dell'Africa

martedì 11 ottobre 2011

Pirati di un paese inesistente

Recentemente la questione della pirateria somala è balzata alla cronaca italiana a seguito del sequesto della petroliera italiana Savina Ceylin (febbraio 2011), della Rosalia d'Amato (aprile 2011) e quella di questi giorni della Montecristo liberata poi con un bliz delle forze speciali inglesi. Le prime due navi e gli equipaggi sono ancora nelle mani dei pirati.
Certo da maggio a settembre gli assalti sono drasticamente diminuiti, ma il merito è esclusivamente del monsone che batte forte in quest'area, rendendo molto più difficili, se non impossibili, gli arrembaggi (le imbarcazioni dei pirati sono piccole e veloci).
Il fenomeno della pirateria somala ha origine nella dissoluzione dello stato somalo che a seguito della guerra civile del 1991 non è stato più capace di ristabilire qualsiasi principio di legalità e di costruire le più elementari istituzioni democratiche. La Somalia, sotto gli occhi, colpevoli e talora complici, della comunità internazionale, vive, unico caso al mondo, nella totale anarchia da 20 anni.
Basti pensare che nei primi mesi del 2011 su 142 attacchi di pirati nel mondo, 97 sono stati nelle acque antistanti la Somalia e dei 18 sequestri di navi, 15 sono avvenute in Somalia.
La questione della pirateria in Somalia è molto complessa. Perchè se da un lato il sequestro delle navi e degli equipaggi rende secondo alcune sommarie stime oltre 30 milioni di dollari all'anno, dall'altro la situazione legislativa - in assenza di uno stato degno di questo nome - è ambigua. Se si legge il sito della Nazioni Unite sulle legislazioni marittime (Oceans and Law of the Sea) si fa ancora riferimento ad una legge somala del 1972 (legge 37 del 10 settembre 1972) che afferma che nelle acque territoriali somale (200 miglia a largo della costa) le navi possono entrare solo previo permesso.
La storia dice che nel mezzo della disgregazione somala le navi e i grandi pescherecci transitano (e pescano) a poche miglia dalla costa. Nello stretto di Bab el-Mandeb, che collega l'Oceano con il Mar Rosso, transita il 10% del petrolio mondiale e quasi il 50% dei containers del mondo. I primi somali a trasformarsi in pirati furono i pescatori con l'apparente (e talora reale) intento di salvaguardare la sovranità nazionale e impedire la pesca nello loro acque da parte di tutti. Infatti approfittando dell'assenza di uno stato la pesca (soprattutto del tonno) divenne selvaggia, mentre mezzo mondo scaricava di tutto nelle acque somale (soprattutto rifiuti tossici, spesso affondati assieme a navi "carretta"). Solo dopo giunsero gli ex-miliziani e infine le organizzazioni criminali che oggi rendono quei mari i più pericolosi della terra per chi naviga.
E' evidente che la vera azione di contrasto alla pirateria non avviene solo con i pattugliamenti militari internazionali, molto costosi, iniziati a seguito delle quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 2008, ma grazie al lavoro della guardia costiera del Somaliland, stato mai riconosciuto internazionalmente, e che potrebbe essere, se adeguatamente supportato, un grande contributo al mantenimento della legalità nelle acque somale. 
Alcuni dati dicono che sono oltre 1000 gli uomini coinvolti negli atti di pirateria, molti dei quali provenienti dalla regione somala del Puntland.


Certo la responsabilità della crescita di questa moderna pirateria somala è l'assenza di uno stato, incapace di controllare le coste (dal Somaliland, ad esempio, non partono pirati!) e di stabilire normative e sanzioni efficaci capaci di arrestare un fenomeno che assume sempre più il carattere dell'emergenza. Già scrivendo sugli stati in via di fallimento avevo sottolineato come gli esperti valutino molto pericolosa (e non solo per la questione dei pirati) la situazione della Somalia. La questione diventa sempre più grave (la catastrofe umanitaria in corso nel Corno d'Africa è solo uno dei fenomeni) e nessuno sembra avere una minima capacità di incidere sull'evolversi della situazione.

Certo i nuovi pirati non hanno quel fascino che avevano gli antichi bucanieri.


Ecco questo reportage sui pirati somali apparso su GQ.com.
Vi segnalo anche questo approfondimento di Fabio Caffio su Limes.

Sancara sulla Somalia ha pubblicati i seguenti post: 
- Somalia: la tragedia nel disastro
- Squalo a Mogadiscio, un ricordo

lunedì 10 ottobre 2011

Musica: Lionel Loueke

Lionel Loueke è un chitarrista jazz del Benin. Nato nel 1973 a Cotonou. Cresce in una famiglia non agiata e a 9 anni comincia a suonare le percussioni, che abbondona subito per la chitarra, convinto dal fratello. Nel 1990 migra in Costa d'Avorio dove studia al National Institute of Art. Nel 1994 si trasferisce a Parigi dove studia alla American School of Modern Music. Infine nel 1999 si trasferisce negli Stati Uniti dove completa la sua formazione musicale in Jazz Perfomance presso la Berklee Collage of Music e successivamente, fino al 2003, presso la Thelonious Monk Institute of Jazz presso la University of Southern California.
Lional fonda un trio, i Gilfema, assieme al bassista italo-svedese Massimo Biolcati e al batterista ungherese Ferenc Nemeth.
Incide il primo album Gilfema, con il suo trio, nel 2005 e come solista, nello stesso anno (In a Trance). Ma il vero salto di qualità lo fa nel 2008, quando con l'etichetta Blue Note incide Karibu. Il suo ultimo album, Mwaliku,  è del 2010





Lionel ha suonato con Terence Blanchard, Herbie Hancock (con cui vanta una storica e solida collaborazione sin dal 2005), Wayne Shorter, John Patitucci, Sting, Santana e Marcus Miller, tanto per fare solo alcuni dei nomi. E' un chitarrista dal suono molto pulito, frutto di uno scrupoloso metodo di lavoro e di anni di studi, che ricorda il grande Jim Hall o George Benson (che pare abbia accompagnato, con i suoi dischi, la crescita musicale di Lionel) o ancora Pat Metheny. Ad una straordinaria tecnica, Louke associa alcuni elemti delle sue origini africane, come nel caso dell'album Karibu. Ancora più evidente questo mix tra jazz e musica africana nell'ultimo album Mwaliko, dove gran parte dei musicisti provengono dal West Africa e con lui collabora la sua connazionale Angelique Kidjio, una delle magnifiche voci africane.

Ecco una intervista a Lionel Loueke su Jazz.Com.

Questo è invece il sito ufficiale di Lionel Loueke.

Vai alla pagina di Sancara sulla Musica dall'Africa

venerdì 7 ottobre 2011

Nobel per la Pace 2011 alle donne, con qualche dubbio

I promotori della campagna Noppaw per il  Nobel per la Pace alle donne africane possono essere in parte soddisfatti, dato che il Nobel per la Pace 2011 è stato assegnato a due donne africane, Ellen Johnson Sirleaf (attuale presidente della Liberia) e a Leymah Roberta Gbowee (avvocato e attivista per la pace liberiana), assieme alla giornalista fondatrice dell' "associazione giornaliste senza catene"  la yemenita Tawakkul Karman.
Un riconoscimento al ruolo delle donne e alla loro fondamentale azione per la risoluzione dei conflitti e per la lotta ai diritti, alla giustizia e alla pace. Un lavoro fatto spesso in sordina che raramente viene ricompensato.
Sull'opera e suoi meriti delle singole vincitrici vi rimando alle innumerevoli biografie che gli organi di informazione e la rete da oggi metteranno in circolo (ecco quella di Repubbblica).
A mente fredda - una volta archiviata una certa euforia per chi, come me, scrive e parla di Africa - questo premio rischia, e non sarebbe la prima volta, di innestare polemiche e discussioni.
Aver scelto due donne della Liberia - che hanno in parte condiviso il percorso della guerra civile, durata quesi ininterrottamente dal 1989 al 2003, voluta dal criminale Charles Taylor, la  difficile conclusione della guerra, la nascita del nuovo assetto "democratico" e infine la ricostruzione, lenta e difficile, del paese, risulta essere un grande assist dato alla presidente della Liberia. In Liberia si voterà questo fine settimana e Ellen Johnson Sirleaf si candida per un secondo mandato.

Ancora oggi la Johnson è l'unica donna a guidare uno stato africano (da qualche mese un'altra donna, in Mali, guida il governo) è sostenuta dall'amministrazione americana (è un'economista e per anni ha lavorato presso la Banca Mondiale) che non ha mai nascosto il desiderio di verderla riconfermata alla guida del paese.
(Ecco un ritratto della Johnson sui giornali americani).
Il suo principale sfidante è l'ex calciatore del Milan George Weah, candidato del Congress of Democratic Change.
(Per un approfondimento sulle elezioni in Liberia vi rimando a questo articolo di Fulvio Beltrami).
Cosa accadrebbe se qualche giorno prima delle elezioni in Italia fosse assegnato il Premio Nobel per la Pace al nostro Presidente del Consiglio?  Naturalmente lo stesso quesito vale anche per altri Paesi del cosiddetto mondo emancipato e civile.

Sulla Johnson pende inoltre il sospetto sul suo iniziale appoggio al regime di Charles Taylor, poi ritirato, ma che anche la recente commissione d'inchiesta sulla guerra civile in Liberia, non ha potuto che sottolineare.

Il Premio alla Johnson rischia di trasformarsi in un elemento di tensione, a pochi giorni dal voto, e getta sicuramente l'ennesima ombra (il caso Obama lo ricordiamo tutti) sulle scelte che il Comitato del Premio Nobel ha fatto e sull'imparzialità del premio stesso.
La sensazione è che il Premio rappresenti una pesante ingerenza nella difficile vita politica della Liberia. Inoltre, nel tentativo di accontentare tutti, si è fatto "un papocchio", che mette insieme una candidata presidente, un'artefice del processo di Pace liberiano (purtroppo rimbalzata nelle cronache del nostro paese più per la proclamazione dello "sciopero del sesso" che per altri meriti che indubbiamente ha) e una protogonista di una delle "rivolte arabe"  ancora lontana da trovare soluzioni degne di questo nome.
Si sono mescolate le leggitime aspettative di chi proponeva l'insieme delle donne africane (anche e soprattutto quelle che quotidianamente si sobbarcano l'enorme lavoro di essere donna in Africa, oltre che quello di elemento di stabilizzazione dei processi sociali complessi) con le donne delle rivolte arabe (la Karman ha infatti immediamente dedicato a tutte le donne delle rivolte arabe il suo Nobel), scegliendone una (sicuramente di grande valore) tra le tante.
Insomma un tentativo politico-diplomatico di equilibrio che francamente lascia l'amaro in bocca e rischia di scontentare tutti.

Ripeto questo senza nulla togliere al valore delle premiate, al ruolo delle donne nel mondo (in tutto il mondo e non solo in Liberia e Yemen) e al grande contributo che esse danno allo crescita e allo sviluppo democratico.







giovedì 6 ottobre 2011

Parco Nazionale del Djurdjura

Il Parco Nazionale del Djurdjura (prende il nome dalla catena montuosa che raggiunge i 2300 metri di altitudine) si trova nella regione della Cabilia nel Nord-Ovest dell'Algeria. Le città più vicine sono Tizi Ouzou e Bouira. Con una superficie di 35.660 ettari, il parco è  dal 1997 Riserva della Biosfera dell'UNESCO.
Il Parco fu istituito il 23 luglio 1983, con una superficie complessiva di 82,25 chilometri quadrati. Si tratta di una zona ricca di dense foreste, montagne dagli 800 ai 2300 metri e un fitto sistema di grotte. Risente sia del clima mediterraneo sia di quello continentale che ne fanno un luogo dove dalla grande biodiversità, dove vivono specie animali e vegetali di diverso tipo. E' abitato da un vasto numero di mammiferi e di uccelli, tra cui la iena striata (Hyaena hyaena). Nel parco vive inoltre il Macaco Berbero (Macaco sylvanus), l'unica specie di primate che vive ancora nel Nord Africa, sopra il deserto del Sahara. E' una specie in pericolo, come suggerisce la scheda del IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura).
Gli oltre 35 mila ettari della Riserva sono suddivisi, secondo la denominazione delle Riserve della Biosfera, in questo modo: 12.800 ettari core area (zona centrale riserva intergrale con possibilità solo di ricerca), 15.410 di buffer area (zona tampone dove è possibile il turismo e le attività economiche sostenibili) e 7.450 di transition area (zona di transizione ove vi sono residenza e attività economiche). Nell'area della riserva vivono circa 6000 berberi.
Vi sono quindi attività di agricoltura, di pastorizia e di foresteria oltre a quelle del turismo che richiamano nel parco oltre 500 mila visitatori all'anno.

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martedì 4 ottobre 2011

4 ottobre 1992, è fatta la pace in Mozambico

Il 4 ottobre 1992 a Roma i due nemici storici, il FRELIMO, che guidava il Mozambico e la RENAMO, che da 17 anni combatteva una sanguinosa guerra civile in Mozambico, firmarono uno storico accordo di pace. Le trattative, iniziate ufficialmente il 10 luglio 1990, sebbene contatti fossero in essere sin dal 1987, si svolsero a Roma perchè mediatore tra le parti fu la Comunità di Sant'Egidio (assieme al governo italiano) che a seguito di questo successo sarà conosciuta come l'"ONU di Trastevere".

Il Mozambico è stata una delle colonie portoghesi africane. Nel 1962, nasce dalla fusione di tre gruppi minori, il Frente de Libetacao de Mocambique - FRELIMO, di ispirazione socialista, guidato da Eduardo Mondlane. Trasferiisce nel 1963 la sua base in Tanzania e a partire dal 1964 lancia una guerriglia, contro i portoghesi, per l'indipendenza. Nel febbraio 1969 Mondlane, da alcuni considerato un eroe dimenticato, viene assasinato da una bomba piazzata in un libro: i sospetti saranno sempre addossati ai servizi segreti portoghesi. Gli succede Samora Machel, che continuerà la lotta per l'indipendenza ottenenedola il 25 giugno 1975 e divenendo il primo presidente del Mozambico. Il 19 ottobre 1986 Samora Machel muore in un incidente aereo, quando il suo Tupolev si schianta in territorio sudafricano, abbattuto dai servizi segreti di quel paese. Alla guida del Paese e del partito arriva Joaquim Chissano, già Ministro della Cultura, che guiderà il Mozambico alla pace del 1992. Nel 1994 e nel 1999 sarà confermato nelle libere elezioni battendo il candidato della Renamo. Guiderà il paese fino al 2005, quando si ritira e a vincere le elezioni sarà il compagno di partito Armando Guebuza.


A seguito dell'indipendenza il Mozambico avvia una politica di stampo socialista avvicinandosi politicamente all'Unione Sovietica. La scelta non piace "ai vicini di casa razzisti", in particolare alla Rhodesia (oggi Zimbabwe) e al Sudafrica che sovvenzionano la nascita della Resistencia Nacional Mocambicana -RENAMO - gruppo anti-comunista - che da subito inizia una guerra civile contro il governo. Il primo leader è Andrè Matsangaissa, che era stato espulso dal Frelimo. Nonostante il grande attivismo sul campo (grazie ai finanziatori e agli appoggi dei servizi statunitensi) la Renamo non riesce mai a fare breccia sulla popolazione. Nel 1979 Matsangaissa muore in battaglia e gli succede Afonso Dhlakama che dopo aver continuato la guerra, firmerà con Chissano gli accordi di pace di Roma. Sarà poi candidato presidente, sconfitto, in tutte le tornate elettorali (1994, 1999 e 2004).

Il lavoro di mediazione della Comunità di Sant'Egidio è stato un piccolo capolavoro della diplomazia. Un tela tesa attorno ai protagonisti della guerra civile, basata sulla credibilità e sulla neutralità. Certo questo lavoro e stato favorito dalla situazione internazionale che, a seguito della caduta del sistema sovietico ridisegnava il sistema delle alleanze e dei timori sull'"avanzata comunista in Africa". Insomma in pochi mesi i motivi non locali che avevano determinato 17 anni di guerra, un milione di morti e oltre 6 milioni di sfollati si dissolvevano nel nulla. Il Sudafrica inoltre dopo aver liberato Mandela e si avviava verso la prima presidenza nera della sua storia. Oramai le ragioni che continuavano a contrapporre il popolo mozambicano erano solo legate a vecchi rancori e alla necessità di mantenere alcuni "privilegi" conquistati sul campo. 
Certo anche l'assenza di risorse interne da sfruttare (come invece avvenuto in Angola) e con cui continuare a pagarsi la guerra, ha favorito la distensione e la pace.
Un pace che è stata duratura, indicata spesso come modello e che ha consentito una stabilità politica che fanno oggi del Mozambico, un paese povero, ma in costante crescita.

I mediatori dell'accordo di pace furono in quattro: Mario Raffaelli, in rappresentanza del governo italiano (deputato socialista dal 1979 al 1994, sottosegretario agli Affari Esteri dal 1983 al 1989, attuale presidente dell'AMREF Italia), Jaime Goncalves, arcivescovo di Beira, Andrea Riccardi, storico e fondatore nel 1968 della Comunità di Sant'Egidio e Don Mario Zuppi della Comunità di Sant'Egidio, parrocco di Trastevere.

Alla firma parteciparono il Ministro degli Esteri italiano Colombo, il presidente dello Zimbabwe Mugabe, il presidente dello Botswana Masire, il vice-presidente del Kenya Saitoti, il Ministro Esteri del Sudafrica Botha, il Ministro di Stato del Malawi Tembo e l'ambasciatore Haggag, assistente del segretario-generale dell'Organizzazione dell'Unità Africana.


Ecco l'articolo del Corriere della Sera, all'indomani della firma degli accordi di pace
Ecco la pagina della Comunità di Sant'Egidio, in occasione dei dieci anni di pace, in cui è possibile trovare documenti e analisi.

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lunedì 3 ottobre 2011

La medina di Fez

La medina della città santa del Marocco, Fes o Fez, è ritenuta la più grande del mondo. La medina è la parte centrale, generalmente murata, delle antiche città arabe del Nord Africa (qualcosa del genere si trova anche in Spagna) costituite da un intreccio di vicoli, quasi a farne un labirinto. All'interno della medina, a seconda della grandezza della città, si trovano palazzi, monumenti e moschee.
La città di Fes fu costruita a partire dal IX secolo fu iniziativa di un discendente del profeta conosciuto come Idris I. A Fes fu costruita nell'859 quella che è ritenuta la più antica università (istituzione educativa) al mondo, l'Università al-Qarawiyyi.
La città crebbe attraverso vari insediamenti che lentamente si aggragarono costituendo quella che a partire dal XIII secolo divenne uno dei più importanti centri culturali, spirituali e commerciali del nord Africa. Oggi Fes, che è stata capitale politica del Marocco fino al 1992 quando fu trasferita a Rabat, è una città con oltre un milione di abitanti (la terza del Marocco).
La medina di Fes, per la sua straordinaria miscela di cultura e architettura (sono presenti monumenti religiosi, civili e militari) è stata inserita nel 1981 tra i Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO.


Vi allego questo video, reperibile in rete, che descrive in modo esauriente quest'angolo straordinarioi del pianeta.






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