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venerdì 28 dicembre 2012

Giochi, non solo per il Natale


Si è appena conclusa l'orgia dei ragali natalizi. Per chi come me ha ancora dei figli piccoli, non è facile sottrarsi a mode e tendenze, e si finisce nelle ultime ore della vigilia di Natale, per deambulare tra immensi depositi di ogni genere di giocattoli, in preda al panico e alla ricerca dell'ultima cosa che manca. Ma ogni volta, inevitabilmente, affiora qualche piccolo ricordo "africano" sui giochi.

foto dal sito AfriGadget
Vi sono fionde e fionde. Da bambini correvamo in campagna a cercare il ramo di ulivo dalla giusta forma biforcata, che, una volta tolta la corteccia e passato sul fuoco per forzarne l'angolatura, diventava un'ottima base per l'arma. Con l'aiuto di una vecchia camera d'aria di una bicicletta, opportunamente tagliata, si completava un'opera che in molti casi diventava, ahimè, uno strumento per stupidi vandalismi.
Un giorno, molti anni dopo, mentre uscivo dall'ospedale di Bansang, vidi alcuni bambini che con una fionda colpivano una vecchia lattina arrugginita, ad una ragguardevole distanza. Incuriosito, mi avvicinai e chiesi loro di provare la fionda. Tirava benissimo ed era fatta con assoluta precisione. Guardai allora l'elastico e, sorpresa, era fatto con un catetere urinario! I bambini, rovistando tra i rifiuti ospedalieri avevano trovato un'ottimo materiale, elestico e resistente, per i loro giochi. Grazie alla complicità di un'infermiera del reparto maschile di medicina, riuscimmo a far passare nel disinfettante i cateteri usati e a metterli in un contenitore separato. Credo di aver contribuito, assieme a Maimuna, alla produzione di fionde per alcuni mesi.

foto dalla rete
I giochi prodotti dai bambini africani sono stupendi (sicuramente come lo erano quelli dei nostri antenati). Vi è una capacità di ricavare dagli oggetti a disposizione stupende creazioni adatte al divertimento quotidiano. Si ricicla qualsiasi cosa, trasformandola in fantasiose creazioni. Lattine, tappi di bottiglie, plastiche, legno e scatole di ogni tipo sono la base da cui far partire l'invenzione. I palloni, ad esempio, vengono ricavati intrecciando qualsiasi cosa, dalle stoffe alle foglie di banano, creando così il giusto peso e una forma quasi perfetta.


foto dalla rete
Da Bansang a Banjul, vi erano circa 350 chilometri di strada, alcuni tratti erano in buone condizioni, altri con enormi buche che rallentavano l'andatura in modo considerevole. Nonostante le strade fossero semi-deserte, percorrere il tragitto in meno di cinque ore era quantomai difficile. Circa a metà strada, vi era un piccolo villaggio, di cui non ricordo il nome, con un piccolo chiosco che vendeva bibite fresche, conservate in un frigo alimentato a gas. Era il mio posto fisso dove fare una breve sosta, fumare una sigaretta e fare quattro chiacchiere. Un giorno, mi allontanai un pò dalla strada e vidi una ventina di bambini intenti a fare una partita di calcio. Qualche viaggio dopo, mi fermai, e giocai un pò con loro. Il loro pallone era fatto di pezzi di stoffa, legati e messi insieme con molta maestria, al punto tale che, al netto di una diversa densità (mancava il vuoto interno), non si giocava poi così male. 
Qualche tempo dopo regalai ai bambini un pallone vero, con ago e pompa per gonfiarlo. In realtà, poichè giocando con loro avevo capito che vi erano, come sempre accade, i bambini più grandi che tentavano di monopolizzare la palla, decisi di affidare il compito di custodia alla signora del chiosco di bevande. Passai moltre altre volte e giocai con loro fino alla mia partenza, quando il pallone era oramai consumato.

Naturalmente in Africa esistono anche molti giochi che derivano dalla tradizione e che sono stati tramandati, così come avviene per il  nostro nascondino o mosca cieca, di generazione in generazione. A tal proposito vi linko questo post sui giochi dal blog Elisa in Tanzania.

giovedì 27 dicembre 2012

Emergency (1994)

Emergency nasce a Milano il 15 maggio 1994 su iniziativa del medico Gino Strada, della moglie Teresa Sarti e di Carlo Garbogniti. Nata con lo scopo di fornire soccorso medico-chirurgico, di qualità e gratuito, in zone di guerra, ha esteso via via ad altre attività, soprattutto in campo della promozione della cultura della pace, la sua azione. Dalla fondazione, e fino alla sua morte avvenuta il 1 settembre 2009, a presiedere l'Organizzazione è stata Teresa Sarti, moglie del più noto Gino Strada, vera anima e uomo simbolo di Emergency, nonchè Direttore Esecutivo dell'associazione. Dal 2009 alla Presidenza vi è Cecilia Strada, figlia di Gino e Teresa.

Gino Strada, foto dalla rete
Sin dalla sua nascita il gruppo di Emergency ha puntato alla "medicina di qualità" inserendo nei suoi programmi la costruzione di ospedali degni di questo nome nei paesi nei quali operava (16 dall'inizio della sua storia), la pratica di una medicina efficace e di alto livello e la formazione del personale locale. Assieme all'intervento nelle zone di guerra vi è sempre stata la denuncia e la lotta contro le cause che generano le guerre e contro le politiche "di guerra" di molti governi occidentali. Da subito Emergency si è resa protagonista di una dura battaglia per il bando delle mine-anti uomo, uno strumento diabolico che ancora oggi crea enormi danni umani in luoghi ove le ostilità sono terminate da decenni. Così come non si è mai sottratta, attraverso le parole del suo leader Gino Strada, di criticare con forza scelte fatte dal governo italiano nelle guerre in Afghanistan o in Iraq.

In Africa oggi Emergency è presente in Sudan, in Sierra Leone e in Repubblica Centro Africana (oramai nel pieno di una guerra civile), mentre ha chiuso i suoi interventi in Angola, Algeria, Ruanda e Eritrea.

Stando ai dati di Bilancio del 2011, Emergency ha raccolto circa 26,1 milioni di euro (il 43% proveniente da donazioni private e il 30% dal 5 per mille) di cui il 91% sono stati spesi nei progetti. In particolare, l'intervento in Sudan (dove Emergency è presente dal 2004) che si basa sul Centro di Cardio-chirurgia Salam e da tre centri pediatrici, costa all'incirca 12-13 milioni di euro (comprensivi dell'ammortamento delle spese di costruzione).
In Sierra Leone, dove Emergency è giunta alla fine della guerra civile (guerra che ha lasciato sul campo un'infinità di amputati), oggi vi sono un centro chirurgico e un centro pediatrico, che costano circa 3,2 milioni di euro.
Infine nella Repubblica Centroafricana vi è un centro pediatrico, attivo dal 2009.
Centro Salam di Emergency in Sudan (foto dal sito Emergency)
Oggi Emergency opera anche in Afghanistan, in Iraq, in Cambogia e in Palestina. Mentre da qualche anno sono attivi due Polimbulatori in Italia, a Palermo (2006) e a Marghera-Venezia (2010), che  hanno lo scopo di garantire il diritto all''assistenza medica ai migranti (con o senza permesso di soggiorno).
La rete complessiva di Emergency, oltre che dai lavoratori nei progetti, è sostenuta da 160 gruppi locali sparsi nel territorio italiano e da oltre 4000 volontari.

L'inpostazione di Emergency è chiara: medicina di qualità gratuita e ovunque. Tale impostazione non è esente da critiche. Vi è uno scollamento enorme con i sistemi sanitari locali, che in tutti i paesi dove Emergency opera, risultano essere (nella media) molto arretrati e inefficienti. Gli standard qualitativi dei centri Emergency sono lontani mille miglia dagli ambulatori e dagli ospedali africani. Vi è il serio rischio di creare delle "isole felici", completamente distaccate dalla realtà. Vi è anche la consapevolezza che la patologia cardiaca (nel caso del centro di cardio-chirurgia sudanese) non rappresenti certo la prima priorità per la sanità africana, dove ancora si muore per il morbillo. Infine vi è un problema di sostenibilità economica di tali strutture una volta che l'organizzazione lascierà la gestione diretta.

Naturalmente Emergency risponde ad ogni critica con un grande lavoro di qualità, motivando le sue scelte e sottolineando giustamente come un solo giorno di guerra costa quanto il budget annuale dell'intera organizzazione. 
Resta il fatto che oggi Emergency è l'organizzazione italiana non governativa più conosciuta al mondo e che, da quando è nata, ha curato gratuitamente 5 milioni di persone.

Il sito ufficiale di Emergency
Qui è possibile vedere è scaricare il Bilancio 2011 di Emergency  
Qui è possibile vedere un Report completo (1994-2011) della attività di Emergency

Vai alla pagina di Sancara su Organizzazioni non Governative che operano in Africa

giovedì 20 dicembre 2012

Tutti in rete

foto da Atlas
L'International Telecommunication Union (ITU), l'agenzia delle Nazioni Unite specializzata nelle tecnologie per l'informazione e le comunicazioni ha recentemente pubblicato il suo rapporto annuale sulla diffusione della  banda larga nel mondo (State of  World Broadband 2012: Achieving Digital Inclusione for All). E' un'analisi approfondita sulla diffusione di Internet nel mondo (di cui la banda larga costituiva già nel 2010 l'80% dei contratti fissi e il 20% dei contratti mobili).

Dall'analisi emerge che sono quasi 2,5 miliardi gli utilizzatori di internet nel mondo (ovvero il 32,5% degli abitanti del pianeta).
Naturalmente la variabilità geografica è in stretta relazione con lo sviluppo del paese (il 40% nei paesi sviluppati, il 6% in quelli in quelli "sottosviluppati"). Si parte dal 95% degli abitanti dell'Islanda che utilizzano Internet (94% in Norvegia, 92,3% in Olanda, 91% in Svezia, 90,9% a Lussemburgo, 90% in Danimarca) fino allo 0,9% a Timor Est (1% in Myanmar, 1,1% in Etiopia, 1,2% in RD del Congo, 1,3% in Somalia).
Il paese africano che meglio si posiziona in quest classifica è il Marocco (57° con il 51%), seguito dalle Seychelles (68°, 43,2%) e la Tunisia (79°, 39,1%). Al 101° posto, con il 28,4% il primo paese dell'africa Sub-Sahariana, la Nigeria. 
Nelle ultime venti posizioni della classifica vi sono 16 paesi africani.
L'Italia (e questo dovrebbe far riflettere) si trova al 47° posto con il 56,8% (dopo molti paesi tra cui l'Ungheria, la Bosnia, la Croazia, la Polonia, gli Emirati Arabi e la Malaysia, tanto per citarne solo alcuni)

Se andiamo a vedere i contratti da rete fissa per la banda larga (sono quasi 600 milioni nel mondo), a parte l'eccezione Liechtenstein (ove vi sono 71,6 contratti ogni 100 abitanti), tutti i paesi del mondo stanno abbondantemente sotto i 40 contratti per 100 abitanti. In testa a questa graduatoria la Svizzera (39,2), l'Olanda (38,7), la Danimarca (38,2) la Corea del Sud (36,9) e la Francia (36,1). Mentre in senso inverso in alcuni paesi la banda larga fissa non è ancora arrivata come ad Haiti, in Ciad, in Liberia, in Eritrea o in Congo.
I primi paesi africani (il continente è decisamente in ritardo) sono le isole Maurizio e le Seychelles (8,9), la Tunisia (5,1) e il Sudafrica (1,8).
L'Italia, si colloca al 29° posto con 22,8 contratti ogni 100 abitanti.


Narku Quaynor, foto da Internet Society
Per quanto riguarda invece i contratti da rete mobile per banda larga, dei quasi 6 milardi di contratti per cellulari nel mondo, poco più di un miliardo (il 18,3%) sono relativi alla banda larga. Tra i paesi con maggiori contratti mobili a banda larga vi è Singapore (111 contratti ogni 100 abitanti), la Corea del Sud (15), il Giappone (93), al Svezia (91,5) e la Finlandia (87). Naturalmente vi sono paesi  (non tantissimi quelli africani) in cui queste tecnologie non sono ancora disponibili.
Il paese africano con maggior numero di contratti di rete mobile a banda larga è il Ghana, al 40° posto, (23 su 100 abitanti), che nella classifica si trova poco sotto l'Italia (35° con 31,3), seguito da Egitto (21), Sudafrica 19,8) e Zimbabwe (14,9).
Il Ghana deve molto del suo successo al fisico Narku Quaynor che agli inizi degli anni '90 fu un vero pioniere di Internet in Africa (alcuni lo chiamano il "padre di Internet in Africa").
L'Africa è uno dei luoghi dove si punta alla rete mobile, secondo uno studio della Ericsson il numero totale degli smartphone saranno, nel 2017, 3 miliardi. In Africa passeranno dagli attuali 29 milioni a oltre 124 milioni.
Appare del tutto evidente che i nuovi mercati delle comunicazioni si sposteranno verso i paesi che oggi sono molto in ritardo e l'Africa sarà un "campo di battaglia".

Del resto l'accesso alla rete a banda larga e a Internet, oltre a favorire la circolazione delle informazioni (in paesi dove queste sono ancora difficili da ottenere), ad aumentare le conoscenze e a semplificare e migliorare molti aspetti della vita quotidiana, incide anche profondamente nel mondo del lavoro e dell'economia. La Banca Mondiale, infatti,  ha stimato che ogni aumento del 10% della diffusione della banda larga corrisponde nei paesi in via di sviluppo a 1,4 punti di Prodotto Interno Lordo (PIL) (nei paesi sviluppati equivale a 1,2).

martedì 18 dicembre 2012

Popoli d'Africa: Kamba

donna kamba, foto dalla rete
I Kamba (o Akamba) sono un popolo della grande famiglia bantu che vive nella zone ad est del Kenya e in piccola parte (poco oltre le 100 mila unità) nel nord della Tanzania. La regione del Kenya dove essi vivono è chiamata Ukamba e si colloca a est di Nairobi, ed è delimitata a nord dal fiume Tana e a sud dal Parco Nazionale Tsavo. Sono quasi 4 milioni i Kamba e in Kenya rappresentano con oltre il 10% della popolazione, il quinto gruppo etnico del paese. Parlano la lingua kiKamba, sebbene molti conoscono lo swahili.
Secondo gli etnologi il gruppo è risalito, con una lenta migrazione, dal nord della Tanzania verso l'inizio del 1700. Fu un popolo che si oppose fortemente alla colonizzazione britannica, sebbene sempre in modo non violento, e fino alla fine del 1800 rimase pressocchè indipendente. Successivamente i territori furono confiscati dagli inglesi (quando iniziò la costruzione della ferrovia Mombasa-Kampala, per capirci quella del film  Spiriti delle tenebre) e molti Kamba  furono costretti a combattere nell'esercito coloniale (molti morirono nella seconda guerra mondiale). Negli anni '30 con una rivolta, in cui guidati dalla neonata Ukamba Members Association, marciariono su Nairobi e occuparno il Kariokar Market, i Kamba riuscirono a riconquistare le terre, sebbene non la totale autonomia.
danza kamba, dalla rete
Tradizionalmente i Kamba erano agricoltori (sorgo, mais, miglio, patate), allevatori (bovini, capre e pecore) e abili artigiani (il particolare lavoravano il legno e il ferro, oltre a produrre cesti). Le loro terre non sono molto fertili (se non quelle vicino ai corsi dei fiumi) e questo, in parte, li ha protetti dall'invasione coloniale. I Kamba però riuscirono a ricavare energie vitali dal commercio, che comprendeva la vendita di avorio, birra di miele e armi di ferro. I Kamba furono anche coinvolti nel mercato degli schiavi con gli arabi. Oggi la loro principale attività e l'industria del turismo (in particolare sono tra i maggiori fornitori dei negozia di artigianato del Kenya).

foto dalla rete
I Kamba sono anche ottimi musicisti e bravissimi e acrobatici danzatori. Entrambe le arti sono parte integrante di un complesso sistema di rituali. I riti e i culti dei Kamba che tradizionalmente hanno accompagnato la storia di questo popolo sono stati in parte abbandonati con l'evengelizzazione che nel loro caso è stata effettuata soprattutto dalla Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Oggi oltre l'80% è di religione cristiana.

Nonostante fin dagli anni 30' vi sia stata una forte migrazione di questo popolo verso le città, permane una rigida organizzazione sociale, composta da clan (chiamati mbai) e da una divisione per classi d'età, con numerosi riti di passaggio.

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venerdì 14 dicembre 2012

Corruzione, un dramma africano, ma non solo

Ogni anno, a partire dal 1995, l'associazione Trasparency International , nata in Germania nel 1993, pubblica la classifica relativa all'indice di corruzione percepito nei paesi del mondo (Corruption Perceptions Index). L'indice è ricavato attraverso strumenti statistici che comprendono anche  interviste integrate con l'apporto di oltre una decina di organismi finanziari internazionali. Insomma un indice che nel mondo economico, finanziario e politico è tenuto in grande considerazione.
La corruzione è definita come " l'uso del potere pubblico per interessi privati". Inutile sottolineare come la corruzione danneggi fortemente le società (e la possibilità che esse si sviluppino) e che a pagare le conseguenze sono i cittadini e in particolare le fasce più deboli.

In questa speciale classifica, non sorprende che a far da padrone (in senso negativo) vi sia il continente africano. Infatti il primo paese africano (ovvero quello in cui la corruzione è meno diffusa) è il Botswana (che è 30° nel mondo con indice di 65) seguito dal Ruanda (50°, indice 53) e dalla Namibia (58°, indice 48). Di contro tra i paesi più corrotti al mondo si trovano la Somalia (174°, con indice 8, ultimo posto assieme alla Corea del Nord e all'Afghanistan), il Sudan (173° con indice 13), il Burundi e il Ciad (165° con indice 19).



immagine da wikipedia
Nella scala superiore, ovvero dove la corruzione sembra quasi non esistere, vi è la Finlandia, la Danimarca e la Nuova Zelanda (che condividono il 1° posto con 90 di indice), la Svezia (4° con 88 di indice), Singapore (5° con 87 di indice), la Svizzera (6° con 86 di indice), l'Australia e la Norvegia (7°, con 85 di indice) e il Canada e l'Olanda (9° con 84 di indice).

Tra i grandi paesi in senso positivo troviamo la Germania 13° (indice 79), il Giappone 17° (74), gli Stati Uniti 19° (73), la Francia 22° (71) e la Spagna 30° (65).

Mentre dal lato negativo (dove la corruzione incide sulla vita dei cittadini) troviamo il Brasile 69° (43), l'Italia 72° (42), la Cina 80° (39), l'India 94° (36) e la Russia 133° (28).

Non c'è ombra di dubbio che la lotta per il futuro si combatterà sul tema della legalità, della trasparenza, della giustizia e dell'onestà, perchè solo attraverso di essi sarà possibile creare le condizioni per un mondo più equo e sostenibile.
Così come non vi è dubbio che rimanendo nel mondo aree di totale instabilità o anarchia politica e amministrativa (vedi Somalia, Afghanistan, Iraq, Sudan, Repubblica Democratica del Congo .... tanto per citarne alcuni), si finisce con favorire l'arricchimento facile, l'illegalità e la corruzione. Se si confronto i dati sui paesi in via di fallimento con quelli sulla corruzione, si scopre come questi due aspetti siano profondamente connessi.

giovedì 13 dicembre 2012

Libri: Storia delle guerre africane

Nel 2006, Stefano Bellucci, docente dell'Università di Pavia, pubblica per Carocci questo saggio sulle guerre dell'Africa-Sub Sahariana. Il titolo, Storie delle guerre africane. Dalle fine del colonialismo al neoliberalismo globale, contiene già la traccia su come si sviluppa l'interessante e inedito lavoro di Bellucci.
Un lavoro minuzioso, che affronta un tema non molto approfondito nel nostro paese. Quello della storiografia africana post-coloniale è un aspetto spesso trattato con grande superficialità e con una certa dose di approssimazione. Questo breve saggio offre invece una lettura completa sui molteplici (ahimè!) conflitti che hanno caratterizzato il continente nero negli ultimi 50 anni di storia. E' innegabile che l'Africa è stato il luogo del pianeta dove, dopo gli anni '60, si sono concentrati (e lo sono ancora oggi) la maggior parte dei conflitti. Conflitti che troppo spesso vengono etichettati semplicemente come "questioni etniche", tesi che il lavoro di Bellucci, demolisce in più punti. Spesso la motivazione etnica è stata la più comoda per giustificare una matrice "autoctona" dei conflitti, tralasciando in questo modo (quando non volutamente ignorando) le pesanti ingerenze straniere sulle questioni africane.
Bellucci approfondisce anche la tipologia dei conflitti (dopo averli classificati minuziosamente) e come questi nel continente africano abbiano subito importanti trasformazioni a seguito della fine della Guerra Fredda. Questo punto di svolta trasforma il conflitto politico-ideologico che aveva accompagnato l'epoca delle indipendenze nazionali, in guerre di interessi economici (come quella del Congo che Bellucci non esita a definire "la madre di tutte le guerre") che coincidono con l'affermarsi del "neoliberismo" globale. Così come l'autore si sofferma sugli altri "nuovi "aspetti dlle guerre d'Africa, come la "privatizzazione" degli eserciti, dove appunto a combattere sono mercenari di ogni tipo. Se è vero che i mercenari in Africa hanno sempre combattuto (sebbene come sottolinea lo stesso Bellucci quasi sempre dalla parte dei "filo-colonialisti") oggi si assiste ad un vero e proprio boom delle compagnia militari di sicurezza privata. Insomma non si combatte più per un'idea, per un territorio o contro qualcuno, ma per mantenere la situazione e continuare a guadagnare illecitamente enormi risorse.
Un libro che aiuta a comprendere - come sempre accade per "la storia raccontata bene" - le questioni del presente e di comprenderne maggiormente la dinamiche attuali, anche quando questa assumono l'aspetto di "enormi catatrofi umanitarie".


Stefano Bellucci, nato nel 1971,  è un grande esperto di Africa  ed in particolare dei sistemi politici dell'area dell'Africa Orientale, laureato a Urbino nel 1997, tra le altre cose ha collaborato con il Dpartimento Scienze Sociali dell'UNESCO e con l'International Institute of Social Hystory (vedi proifilo), Nel 2010, sempre per Carocci, ha pubblicato un'altro interessante testo "africano" (Africa contemporanea.Politica, cultura e istituzionia sud del Sahara).

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mercoledì 12 dicembre 2012

12 dicembre 1963: indipendenza del Kenya

Jomo Kenyatta, dalla rete
Il 12 dicembre 1963, il Kenya diventa il 34° stato indipendente dell'Africa e a guidarlo sarà Jomo Kenyatta, l'uomo che aveva preso in mano le redini del paese dopo la sanguinosa rivolta contro l'impero coloniale britannico. Quella dell'indipendenza del Kenya - ed in particolare la rivolta dei Mau-Mau - è stata una storia complessa, in parte mai raccontata in modo veritiero, e che ha lasciato sul campo oltre 10 mila morti, molti dei quali torturati e trucidati. Al tempo stesso è forse una delle macchie più infami della storia coloniale britannica.
Il Kenya entra nell'orbita dell'impero britannico fin dalla fine del 1800, divenendone un protettorato nel 1895. Il colonialismo inglese diede vita ad uno sfruttamento sistematico delle terre (soprattutto i fertili altopiani) a seguito del "Land Acquisition Order" del 1902, in cui i coloni bianchi poterono acquistare terre e ottenere la supremazia politica nel Consiglio coloniale. Naturalmente le terre che acquistavano erano quelle abitate, da sempre, dalle popolazioni locali, in particolare di etnia kikuyu (la stessa di Kenyatta e maggior gruppo etnico del paese). Agli africani non rimeneva che essere la manodopera a basso costo (chiamati squatters) che, anche grazie al potere politico, era sempre più discriminata e ghettizzata. Alla fine della prima guerra mondiale i bianchi erano l'1% della popolazione e possedevano il 25% delle terre. Per i Kikuyu la terra aveva un alto valore simbolico e si inseriva all'interno di una ricca e complessa organizzazione rituale tribale. 
bandiera del Kenya
Nel marzo 1922 a seguito dell'arresto di Harry Thuku, capo dell'Associazione dei Giovani Kikuyu e delle successive proteste represse nel sangue dall'esercito britannico, iniziò la rivendicazione territoriale dei movimenti che seppur di matrice spirituale intrapresero una vera e propria battaglia politica. Di questa associazione faceva parte anche Jomo Kenyatta (nato come Kamau wa Ngengi, divenuto poi Johnstone Kamau e infine Jomo Kenyatta), trentenne figlio di contadini, abbandonato dalla famiglia, cresciuto in una  missione e che aveva svolto svariati lavori manuali, che nel 1924 divenne segretario del neonato movimento KCA (Kikuyu Central Association). L'ascesa politica di Jomo (che significa "lancia fiammeggiante", mentre Kenyatta è il nome della cintura di perline che egli portava sempre con se) è repentina e negli anni '30, grazie ad una colletta delle sua tribù, si reca in Europa dove si laurea in antropologia a Oxford nel 1937 e dove viene a contatto  con personaggi della cultura, del movimento per i diritti dell'uomo e dell'ideologia socialista. Nel 1946, quando dopo oltre 15 anni, rientra in Kenya, è un'altro uomo ed è pronto per la lotta politica per l'indipendenza.
In Kenya ritrova Harry Thuku che da quell'anno guida il Kenya Africa Union (KAU) evoluzione del movimento creato da Eliud Mathu (primo africano a sedere nel Consiglio Legislativo) Kenya African Study Union. Il gruppo, nonostante sia composto da persone di quasi tutte le etnia del paese, è di fatto guidato dall'etnia kikuyu. Nel 1951 nasce in seno all'etnia kikuyu il movimento Mau Mau, una sorta di società segreta (era previsto un giuramento "per combattere per le terre che sono state prese con la forza dall'uomo bianco") di tipo militare allo scopo di resistere al colonialismo bianco.  In breve i guerriglieri Mau Mau furono oltre 15 mila e il loro scopo fu quello di terrorizzare i coloni europei con violenze e distruzioni. Ma assieme a loro crescevano i gruppi di protesta contro la politica coloniale inglese, che aveva assunto, anche a Nairobi, una forma di segregazione razziale sempre più simile a quello che accadeva in Sudafrica.
Al crescere della ribellione Mau Mau, cresceva anche la repressione inglese. Il 21 ottobre 1952 il governatore, Sir Evelyn Baring, dichiarò lo "stato di emergenza"  e fece arrestare Kenyatta accusandolo di dirigere le file dei Mau Mau. Kenyatta, pur sostenendo la legittimità della lotta Mau Mau, negò di essere coivolto nell'organizzazione, ma nonostante questo l'8 aprile 1953 fu condannato a 7 anni di reclusione e ai lavori forzati (sarà liberato solo nel 1960) e il movimento KAU fu messo fuorilegge.
campo concentramento vicino nairobi (dalla rete)
La tensione crebbe e i britannici - dopo aver decretato la pena di morte per chiunque giurava per i Mau Mau - iniziarono una repressione inaudita contro i militanti Mau Mau e contro i civili simpatizzanti. Nel 1955 solo intorno a Nairobi vi erano 20 campi di concentramento (dello stesso stile di quelli nazisti) dove si praticava ogni sorta di tortura e violenza, fisica e sessuale. Contemporaneamente si descrivono i Mau Mau come criminali violenti, cannibali e stupratori che uccidono donne e bambini, al fine di legittimare la dura repressione.
I numeri esatti non si conoscono (tutta la documentazione sui campi di prigionia fu distrutta prima dell'indipendenza quando anche in Inghilterra gruppi di pressione politica chiedevano luce su questi fatti), ma nel periodo 1952-1960 (quanto durerà l'emergenza) furono uccisi oltre 10 mila guerriglieri Mau Mau e giustiziati oltre 1000 "indigeni simpatizzanti". Mentre 333 furono le vittime europee, di cui "solo" 32 direttamente riconducibili alle violenze dei Mau Mau
La storia dei Mau Mau si concluse il 18 febbraio 1957 quando fu impiccato Dedan Kimathi, ultimo comandante Mau Mau rimasto nella foresta.
Nel 1960 - dopo che il governo britannico aveva tentato di concedere alcune concessioni governative alle popolazioni locali -  fu liberato Kenyatta (che dal 1959 era stato mandato al confino) e già l'anno dopo nel novembre 1961 egli guidò la delegazione del Kenya African National Union (KANU), nuovo nome del KAU, a Londra per trattare per l'indipendenza, che arriverà appunto il 12 dicembre 1963. Kenyatta guiderà con moderazione e senza nessuna "vendetta" nei confronti degli inglesi il paese fino al 22 agosto 1978 quando morirà a 88 anni. Il suo successore, già vice-presidente,  Daniel Arap Moi guiderà il paese fino al 2002 in modo decisamente diverso.

La ribellione Mau Mau ebbe il merito di accelerare il processo di indipendenza.  
Vai alla pagina di Sancara sulle Date storiche per l'Africa

martedì 11 dicembre 2012

Kora, l'arpa-liuto d'Africa

La kora è lo strumento tradizione a corde dell'etnia Mandinka, ma più in generale dell'Africa Occidentale. Assieme al balafon (una sorta di xilofono) e allo n'goni (uno strumento avvicinabile al benjo) rappresenta la triade di strumenti musicali utilizzati dai griot (i suonatori di kora sono chiamati jali), musicisti, cantastorie e custodi delle tradizioni orali dell'Africa occidentale.
La kora è suonata tradizionalmente in Guinea, Guinea Bissau, Mali, Senegal, Burkina Faso e Gambia.
Tecnicamente la kora appartiene alla famiglia dei cordofoni (in particolare essa è ritenuta una arpa-liuto) ed è costituita da una cassa armonica costruita da una grande mezza zucca (una calabash - lagenaria siceraria -, la stessa usata anche per la costruzione del balafon), svuotata, su cui è tirata una pelle di animale (mucca o antilope). Sulla cassa vi è un manico da cui partono 21 corde (un tempo di cuoio, oggi in nylon) disposte in due file parallele di 10 e 11 corde (vi sono varianti di kora che arrivano anche a 28 corde complessive).
Il suonatore di kora la usa ponendola di fronte a sè e reggendola, con le dita medie, attreverso due appositi manici di legno, mentre le corde (10 da una parte e 11 dall'altra, nella versione a 21 corde) vengono pizzicate con l'indice e il pollice Lo strumento, pur simile all'arpa, si suona con tecniche più vicine alla chitarra flamenca.
Si parla di kora fin dai tempi dell'antico Regno del Mali, sebbene le prime testimonianze scritte sono della fine del 1700 ad opera degli esploratori europei (in particolare lo scozzese Mungo Park che la descrive in un resoconto di viaggio del 1799).


foto dalla rete
Tra i suonatori di kora di cui Sancara ha pubblicato dei post, vi rimando al gambiano Ebraima Tata Dindin, al maliano Toumani Diabatè (nel video) e al guineano Mory Kantè.

Esiste anche una versione elettrificata della kora, chiamata gravikord, che pur riproducendo il suo suono, non ha nulla a che vedere con la magia tradizionale strumento.

I siti Cora Connection e The Kora Workshop per approfondire questo straordinario strumento

Vai alla pagina di Sancara sugli strumenti musicali africani

venerdì 7 dicembre 2012

Lupo etiope, il canide a maggior rischio di estinzione

foto dal sito www.juzaphoto.com
Se si immaginano i lupi, difficilmente si pensa all'Africa. Eppure vi è in Africa un lupo che, seppur minacciato di estinzione, continua a sopravvivere sui monti dell'Etiopia. Si tratta del lupo etiope o lupo d'Abbissinia (scientificamente Canis simensis), chiamato anche lupo del Semien, o sciacallo rosso e perfino volpe etiope. I diversi nomi sottolineano come non sempre, fin dalla prima descrizione risalente al 1835, vi è stata chiarezza sull'appartenza al genere dei lupi. Ancora oggi è chiamato volpe. Oggi il lupo etiope è ritenuto l'unico, e raro, lupo dell'Africa Sub-Sahariana, nonchè il canide maggiormente minacciato di estinzione nel mondo. Raro perchè, stando agli studi, sono poco più di 450 i lupi etiopi oggi esistenti, di cui oltre la metà (circa 300) sui Monti Bale, mentre il resto degli esemplari nel Parco del Simien. Questo lupo, che vive su montagne oltre i 3000 metri, nel 1990 fu molto vicino all'estinzione. Infatti un'epidemia di rabbia uccise quasi metà dei già scarsi lupi esistenti in due settimane. A quel tempo l'animale fu classificato come criticamente a rischio di estinzione nella lista rossa redatta dall'IUCN (il maggior ente per la conservazione della natura). Solo nel 2004, il lupo è ritornato tra le specie minacciate di estinzione (classificazione leggermente migliore).

l'habitat del lupo etiope (Wikipedia)
Questo lupo, che si nutre essenzialmente di piccoli roditori, è chiamato dalle popolazioni locali anche "volpe dei cavalli", perchè esso segue le giumente durante il parto, per nutrirsi della placenta espulsa.


Gran parte dei lavori di ricerca e di protezione su questo animale si deve allo zoologo argentino (ma britannico di adozione, è infatti docente a Oxford) Claudio Sillero-Zubiri e alla Born Free Foundation. I suoi studi portarono alla realizzazione di un vaccino orale contro la rabbia, ancora oggi utilizzato nei programmi di conservazione di questa specie.
In Etiopia esiste, fin da 1974, un programma specifico - l'Ethiopian Wolf Conservation Programme (EWCP), che segue da vicino l'evolversi di questi ultimi esemplari di lupo africano. Dal sito è possibile anche ricavare ogni informazione su questo animale e conoscerne le iniziative e la situazione.
Sebbene le malattie come la rabbia costituiscono la maggiore minaccia per questa specie, l'uomo gioca una parte fondamentale entrando in competizione per l'habitat e con la caccia. In Etiopia la legge condanna fino a due anni di reclusione chi uccide un canide di questa specie.
Nel mondo non si hanno notizie di esemplari di lupo dell'Abbissinia presenti negli zoo o in collezioni private.

Ecco la pagina sul lupo etiope sul Wildlife Conservation Network

La pagina di ArKive con magnifiche immagini di questo lupo
Ecco la scheda della Lista Rossa dell'IUCN

Vai alla pagina di Sancara sugli Animali d'Africa

giovedì 6 dicembre 2012

Sull'Egitto non tutto è chiaro

foto Reuters, dalla rete
La tensione in Egitto cresce di ora in ora. Le cancellerie di mezzo mondo timidamente invitano alla calma e al dialogo, così come le autorità egiziane, mentre il Paese rischia di addentrarsi in una spirale di violenza, senza via d'uscita. Ufficialmente i punti che hanno portato la gente (non la stessa che aveva defenestrato il regime di Mubarak)  in piazza sono due: un decreto varato il 22 novembre scorso in cui si accrescono in modo esagerato i poteri del Presidente e che già molti hanno bollato come "colpo di stato istituzionale" (si veda questo articolo di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera) e una bozza di Costituzione, che sarà sottoposta a referendum popolare il 15 dicembre prossimo e che secondo molti ha un'impostazione eccessivamente "religiosa". In realtà leggendola, non mi pare così male e comunque molto, molto più evoluta di quella che fino a ieri era in vigore in Egitto, senza destare grandi proteste in occidente.
In realtà, dietro alle dichiarazioni dei manifestanti, sia quelli che sostengono il Presidente Morsi (eletto solo pochi mesi fa) sia quelli che protestano contro le decisioni del suo governo (che sono circa una ventina di movimenti di opposizione che si riuniscono nel Fronte di Salvezza Nazionale e che hanno nominato come coordinatore l'ex direttore dell'Agenzia ONU per l'Energia, Al Baradei), si nascondono questioni più complesse e forse non tutte interne all'Egitto.
La prima questione è relativa alla stessa natura dell'islam al potere. Siamo onesti: chi aveva visto nel diffondersi di quella che è stata definita la "primavera araba" una forte democratizzazione di stile occidentale e laico è stato fortemente deluso. Le società arabe hanno un forte legame con l'islam che, non dimentichiamolo, durante i lunghi anni delle dittature, appoggiate senza se e e senza ma dall'Occidente, ha saputo stare dalla parte del popolo e delle tradizioni, ovvero con quella fascia di popolazione più debole e meno disposta ad "occidentalizzarsi". Questi movimenti - i Fratelli Mussulmani sono tra questi - spesso repressi, hanno raccolto oggi quel consenso accumulato negli anni (l'esperienza delle elezioni in Egitto insegna).
La seconda questione è legata a quella che è "la madre" di tutti i problemi del Medio-Oriente, ovvero la questione israelo-palestinese. L'Egitto di Morsi e dei Fratelli Mussulmani ha decisamente un atteggiamento diverso nei confronti dei movimenti palestinesi e in particolare di Hamas. Del resto vi è una comune matrice e una condivisione diversa delle instanze di quella striscia di terra martoriata da decenni. I fatti accaduti recentemente nei Territori Palestinesi e in seno alle Nazioni Unite confermano pienamente questo diverso atteggiamento egiziano, che a molti non piace, mentre altri, forse in modo pragmatico (Stati Uniti in testa), vedono come una possibilità per scardinare antiche e forse oggi scomode alleanze di ferro.
Certo è che senza nessun passo aventi in Palestina nulla può evolvere positivamente in tutta l'area Medio-Orientale.

Inutile sottolineare ancora che chi ha pensato che l'effetto delle "rivoluzioni arabe" poteva servire a contenere l'islam, non solo si sbagliava di grosso, ma è stato smentito dai fatti. Chi credeva che era possibile "esportare" in questi paesi la democrazia occidentale (oggi, diciamolo chiaramente, in forte crisi ideologica) ha dovuto fare i conti con il modo in cui erano vissuti (o sopravvissuti) interi paesi tenuti sotto una cappa contenitiva fatta di repressione, ideologia e alleanze interessate e spesso di tipo neo-coloniali.

I disordini di questi giorni in Egitto è frutto di una contrapposizione forte tra un governo legittimamente eletto che intraprende azioni assolutamente non condivisibili e un'opposizione pienamente legittimata a protestare, scioperare e chiedere l'annullamento del decreto. Questo scontro si salda con chi ha tutto l'interesse a destabilizzare il paese, con i nostalgici di Mubarak (vi era un fattore non trascurabile legato al controllo dell'economia, la cui buona parte era in mano ai militari) e con chi per anni è rimasto in silenzio.
Dalla nostra parte si legge il conflitto con occhi non imparziali, dettati forse da una presunta superiorità culturale (qualcuno dovrà spiegare il significato di occidentalizzazione della società), da una paura, forse costruita ad arte, verso l'islam (ancora oggi qualcuno vuol far credere che la sharia equivalga alla legge della tagliola) e verso un nuovo assetto, diverso dai nostri desideri, in Medio Oriente.

Speriamo che il popolo egiziano, sappia trovare la propria strada.


mercoledì 5 dicembre 2012

Quando informare è pericoloso

Quest'anno si è battuto ogni, triste, record. Ad oggi sono già 123 (si guardi il sito dell'IPI - International Press Institute) i giornalisti nel mondo che sono morti perchè cercavano di raccontare la verità. E' un dato incredibile (lo scorso anno furono 102 e il massimo storico fu toccato nel 2009 con 110 morti). La causa di questa vera e propria strage risiede nella Siria, dove nel corso dell'anno sono caduti, nel tentativo di farci capire e conoscere cosa accade, già 36 giornalisti.
Ma non solo la Siria è un luogo dove fare giornalismo è difficile. In Somalia sono stati 16 i giornalisti uccisi (il doppio dell'anno nero che fu il 2007 con 8 morti).
Complessivamente in Africa, nel 2012, sono morti 27 giornalisti (1 in Angola, 4 in Eritrea, 5 in Nigeria, 16 in Somalia e 1 in Tanzania). Un numero enorme perfino per un continente travagliato e con molti conflitti incorso (lo scorso anno furono 10, nel 2010 14, nel 2009 5, nel 2008 5, nel 2007 12).
I dati del IPI si fermano al 1997 e quindi lasciano fuori il tributo italiano a questa strage.
Sono 4 i giornalisti italiani che hanno perso la vita in Africa dopo la seconda guerra mondiale. Il primo fu Almerigo Grilz, giornalista indipendente legato alla destra italiana (era stata anche consigliere comunale per l'MSI a Trieste) che fu ucciso da un proiettile vagante il 19 maggio 1987 in Mozambico mentre raccontava una battaglia tra Frelimo e Renamo.
Dopo di lui vi fu il triste 20 marzo 1994, quando in Somalia, a Mogadiscio,morirono in un vero e proprio agguato la giornalista RAI Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin. La storia della morte di Ilaria e Miran è quella che più conosciamo, perchè un'inchiesta ancora in corso, ha evidenziato i legami tra quello che stavano documentando (traffico d'armi e di rifiuti che coinvolgevano somali e italiani) e la loro esecuzione (perchè di questo si è trattato). Sul caso Alpi-Hrovatin vi rimando al sito IlariaAlpi.it.
Infine, il 9 febbraio 1995, sempre a Mogadiscio in Somalia, cadde il giornalista e cine-operatore RAI Marcello Palmisano, che stava lavorando con la collega Carmen Lasorella, che restò ferita.

Salvo alcune eccezioni (in cui si è trattato forse di incidenti), tutti i giornalisti caduti raccontavano cose scomode, che qualcuno voleva far tacere. Sicuramente oggi il mondo è cambiato, le informazioni viaggiano oltre i tradizionali canali di comunicazione (blog, social network, internet) e contenere le notizie risulta sempre più difficile (poi naturalmente resta il problema della correttezza dell'informazione). Fare giornalismo in molti posti del mondo è diventato meno "difficile", i moderni strumenti e una diffusa rete di reporter locali, rende sempre meno necessario la presenza in loco (spesso a scapito dell'imformazione). Non a caso nel mondo - e in particolare nei luoghi ove l'informazione è meno libera - la repressione intorno a chi scrive, racconta e documenta diventa sempre più dura. 
Stando al sito FreedomHouse.org, che dal 1980 si occupa di monitorare la libertà di stampa, nel 2012 si è toccato il minimo storico di libertà della stampa, esistente solo nel 33,5% dei paesi del mondo (nel 30% è libera parzialmente e nel 36,5% non è libera).
Un dato che deve far riflettere e che allo stesso tempo deve incoraggiare coloro i quali, ad ogni livello, si occupano di fare inchiesta, informare, divulgare e diffondere notizie spesso ritenute scomode.
Il dato della libertà di stampa in Africa è ancora più allarmante: solo  nel 10,2% dei paesi africani esiste una libertà di stampa.
La strada da percorrere è ancora lunga.

martedì 4 dicembre 2012

Parco Nazionale Comoè


foto dalla rete
Il Parco Nazionale Comoè, che prende il nome dall'omonimo fiume che lo attraversa, si trova nella zona nord-occidentale della Costa d'Avorio. Con una superficie complessiva che supera il milione di ettari è una delle più vaste aree protette dell'Africa Occidentale. Il suo maggior punto di elevazione è 650 metri. Nonostante una sorte di protezione sull'area esistesse fin dal 1926, è nel 1953 che per legge la riserva di Bouna-Comoè viene protetta e nel 1968 diventa ufficialmente un parco.
Nel 1983, dopo che nel 1977 oltre 800 ettari furono esclusi dal parco per renderli agricoli, fu inserito contemporaneamente all'interno della lista dei Patrimoni dell'Umanità UNESCO e nella lista delle Riserve della Biosfera per la grande biodiversità soprattutto della sua vegetazione (sono oltre 1200 le diverse specie di piante, all'interno di un habitat che si estende dalla savana alla foresta). Il parco accoglie anche una grande varietà di mammiferi (54 specie differenti tra quelli grandi) tra cui il leone, l'elefante, lo scimpanzè, il licaone, il leopardo e l'ippopotamo, tanto per citare i più noti. Inoltre sono circa 500 le specie di uccelli presenti nel parco, tra cui 50 specie di rapaci.


Nel parco vivono in alcuni piccoli villaggi popolazioni di ben 4 etnie (Lobi, Koulabgo, Dioula e Djimini) tutti praticando l'agricoltura e la caccia. Solo nella core-area della riserva della biosfera a fine anni '90 vivevano 200 persone. Benchè la densità di popolazione rimane molto bassa, in alcune zone la crescita di popolazione inizia a creare qualche problema. Nel Parco, vicino al villaggio di Gorowi, vi è anche una delle foreste ritenute sacre.
Dal 1974 sono iniziati gli studi e le ricerche all'interno del parco, mentre fin dal 1983 vi è un centro di ricerca attrezzato e limitato agli studiosi che si occupano di primati (con anche un progetto di riabilitazione) e di vegetazione.

Il parco, che è visitabile solo nella stagione secca (novembre-aprile), offre oltre 500 chilometri di piste e due aree turistiche attrezzate per brevi-medi soggiorni.

Nel 2003 l'UNESCO ha dovuto inserire il sito (aggiornamento: il sito è stato tolto dai Patrimoni in pericolo nel 2017) tra i Patrimoni dell'Umanità in pericolo a causa della crescita del bracconaggio, dell'aumentata invasione umana e dall'assenza di un managment adeguato. A seguito di tale decisione nel 2005 è partito un grande progetto, finanziato dall'Unione Europea, la Banca Mondiale e il WWF, per una maggiore efficienza dell'amministrazione del parco. Purtroppo, anche a causa della guerra civile scoppiate in Costa d'Avorio, fin dal 2009 due-terzi del parco non sono sotto il controllo delle 50 guardie forestali.

Ecco il sito dell'AfricanNaturalHeritage con una bella galleria fotografica del parco

Vai alla pagina di Sancara sui Patrimoni dell'Umanità UNESCO in Africa
Vai alla pagina sulle Riserve della Biosfera in Africa

lunedì 3 dicembre 2012

A breve nuovi patrimoni immateriali dell'Umanità

dal sito UNESCO
E' iniziata oggi, a Parigi, per concludersi il 7 dicembre, la 7° Sessione della Commissione Intergovernativa per la Salvaguardia dei Patrimoni Immateriali dell'Umanità dell'UNESCO. Come avviene ogni anno i rappresentanti dei governi sono chiamati a decidere sull'iscrizione di nuovi patrimoni immateriali da tutelare e sugli interventi, finanziari e non, da attuarsi nell'ambito dei patrimoni già iscritti alla lista. Attualmente la lista comprende oltre 260 patrimoni, di cui 28 in Africa (vedi pagina di Sancara sui Patrimoni Immateriali dell'Umanità in Africa).
La commissione dovrà esprimere parere su 8 patrimoni immateriali che richiedono urgente salvaguardia, di cui 6 sono africani. Si tratta dell'arte della lavorazione della ceramica nel distretto Kgatleng del Botswana, della tradizione orale ongota in Etiopia (una lingua parlata solo da pochi vecchi e destinata a sparire), la danza Isukuti del Kenya occidentale, il sistema organizzativo dei villagi Letsema in Lesotho, la musica e la danza Bigwala del Regno Busoga in Uganda e il sistema di conciatura e tintura dei poincho dei Nyubi in Zimbabwe.  
Si tratta insomma di alcuni elementi che hanno accompagnato la crescita e lo sviluppo del nostro pianeta per secoli e che rischiano, se non salvaguardati, di sparire in modo definitivo.

Sono poi altri 36 i patrimoni immateriali che, pur non necessitando di urgente salvaguardia, si cerca di ugualmente di tutelare e mettere al sicuro per il futuro. Di questi 5 sono africani come lo spazio culturale legato ai riti e alla manifatture degli abiti nuziali della città di Tlemcen in Algeria, le maschere e la marionette Markala in Mali, le pratiche culturali legate al balafon dei Sanufo nel Mali, Burkina Faso e Costa d'Avorio, il festival di Sefrou in Marocco e le relazioni giocose del Niger.

Per la cronaca anche l'arte della costruzione dei violini di Cremona sarà esaminata per essere inscritta tra i patrimoni immateriali dell'Umanità.