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lunedì 16 maggio 2016

Crimini rituali in Gabon (e non solo)

Parlare di crimini rituali ai nostri giorni, può sembrare quasi un assurdo. Viviamo in un mondo (il nostro, sia chiaro) in cui queste cose sembrano appartenere al passato remoto o essere confinate a situazioni di estrema margionalità, criminalità e naturalmente patologiche. In altri luoghi del pianeta però parlare di crimini rituali (o di sacrifici umani, per semplificare molto) non è così fuori contesto. da tempo l'UNICEF e le Associazioni di difesa dei Diritti Umani lanciano segnali di allarme rispetto a situazioni in cui si fondono elementi di modernità (internet, comunicazioni, commercio online) e suggestioni e riti scaramantici che accompagnano il corso della vita.
Amuleti, feticci, stregoneria, pozioni e polveri magiche si trovano e si vendono in molti paesi africani (ma non solo).
Oggetti fabbricati nei più svariati modi, tra cui organi di esseri viventi, non solo animali.
Numeri precisi non si hanno. Ma, da tempo in Gabon è attiva un'associazione (ALCR - Association de Lutte contre le Crimes Rituels), nata da un gruppo di genitori di bambini scomparsi e trovati orrendamente mutiliati, che hanno verificato oltre 130 casi di minori vittime di crimini rituali. 
La situazione - che è già stata segnalata nel passato (tra tutti vi segnalo questo articolo sul Manifesto) appare più seria di quello che si può pensare, perchè elementi delle tradizioni antiche si fondono con il crimine. Riti di iniziazione, presenza di sette clandestine e fenomeni quali il vampirismo cavalcano credenze, magia e un eccessivo bisogno di protezione soprattutto - e questo è l'elemento più imbarazzante - tra le classi più alte della popolazione.
Infatti, feticci di protezione e di successo, spesso molto costosi, raggiungono gli strati sociali più alti alla frenetica ricerca di successi nella vita. In tutta l'Africa Occidentale (sospetti vi sono oltre che in Gabon anche nel Mali e nel Senegal) vi sono indizi per cui i crimini rituali siano stati usati in campagne politiche ed elezioni (da cui una certa protezione degli stregoni-criminali). Naturalmente, neanche a dirlo, le vittime dei sacrifici appartengono tutte alle classi sociali più povere. Tra di loro molti sono bambini albini, che soprattutto in Africa Orientale sono oggetti di violenze e assurde credenze.
Possimo ovviamente liquidare la questione con l'arretratezza culturale e umana che proviene dall'Africa ma, alcuni studiosi vedono nella grande disparità economica presente soprattutto nelle grandi città africane, la base per cui la paura di scivolare negli inferi porta ad affidarsi ad assurde e criminali pratiche spesso senza la reale consapevolezza della complessità) e crudeltà) del fenomeno. Di contro, la grande presenza di infanzia abbandonata, che vive per strada e alla giornata, li porta ad essere, come scrive lo studioso del fenomeno Filip De Boeck, "catalizzatori di un disagio collettivo diffuso".
In alcuni luoghi del continenete africano i bambini pagano un tributo alla vita enorme. Coinvolti in guerre, sfruttati nel lavoro, soggetti a malattie di ogni tipo, oggetto di attenzioni sessuali e fuori dai circuiti dai circuiti della formazione, rischiano di finire nelle mani di scicalli e approfittatori di ogni sorte.

Ecco una petizione, proprio su questo tema, su Change, per chi volesse firmarla


sabato 18 luglio 2015

Riserva della Biosfera Ipassa Makokou

Estesa per oltre 150 chilometri quadrati (ovvero 15.000 ettari),  lungo le rive del fiume Ivindo nel nord-est del Gabon, la Riserva della Biosfera di Ipassa Makokou è un tipico esempio di densa foresta tropicale ed è l'unica area del Gabon protetta integralmente. Dal 1983 è stata inserita nella Lista delle Riserve della Biosfera dall'UNESCO. 
Essa si sviluppa su di un altopiano posto a circa 500 metri l'altezza. Nella riserva vivono oltre 2000 specie di piante e circa 600 specie animali, alcune delle quali a rischio estinzione. L'area centrale della Riserva (core area, secondo la definizione del programma dell'UNESCO, circa 10.000 ettari) è totalmente inaccessibile e oggetto di studi e monitoraggi fin dagli inizi degli anni '60. Alla fine degli anni '80 molte delle ricerche sono state sospese a causa dell'aumento degli episodi di bracconaggio che hanno inciso negativamente sulla fauna, ma anche sulle specie vegetali.
Non vi sono villaggi nella Riserva (a differenza di quasi tutte le Riserve della Biosfera), ma intorno ad essa si svolgono molte attività relative all'agricoltura tradizionale.
La riserva dipende dal Ministero delle Risorse Idriche e Forestali.

Vai alla pagina di Sancara sulle Riserve della Biosfera in Africa

lunedì 18 novembre 2013

Popoli d'Africa: Fang

I Fang (o Fan) sono un gruppo etnico che vive in Camerun, Gabon (dove costituiscono la prima etnia) e Guinea Equatoriale. Secondo gli etnografi appartengono ad un più vasto gruppo, composto da una ventina di etnie, denominato Beti-Pahuin. Giunsero nell'attuale area geografica intorno al XVIII secolo, provenienti dal Nord-Est (dall'attuale Nigeria), e qui si "mescolarono" (anche con altre migrazioni) alle popolazioni locali. Abili cacciatori e soprattutto guerrieri, erano temuti per la loro aggressività e sospettati di praticare (almeno fino al XVII secolo) l'antropofagia. Parlano la lingua Fang e secondo alcuni studi sono un numero vicino ad 1 milione e 100 mila. Hanno una società priva di capi (nella lingua non esiste nemmeno una parola adatta a definire tale funzione) e la gestione delle funzioni di leader è affidata al più capace (e quindi più influente) discendente della famiglia che ha fondato il villaggio. Vivono in piccoli villaggi, ai margini della foresta, distanti l'uno dall'altro. Sono poligamici.


Coltivano principalmente manioca, mais, banane e palme, sebbene oggi molti sono coinvolti nelle piantagioni di cacao e caffè introdotte dai coloni.
Tra gli animali cacciati ai fini alimentari dai Fang vi è anche un tipo di rana (la rana golia, Conraua Goliah), che può giungere ai tre chili, oggi a rischio estinzione.

La loro religione, il sincretismo Bwitri, incentrato sulla figura di una divinità chiamata Mebe'e (è un monoteismo, con una forte presenza di riti legati agli spiriti degli antenati) culto comune in molte altre etnie dell'Africa Occidentale, fu intaccato dall'impatto con i coloni (tedeschi e spagnoli prima e poi francesi), che spinsero il gruppo verso il cristianesimo a partire dalla metà del 1900.
Tra le loro tradizioni e riti vi è quello di conservare cranio e ossa dei defunti (cosa che ha generato il sospetto di cannibalismo) poichè ritengono che nello scheletro si conservano le forze e le energie del morto.

Sono abili artigiani, le loro sculture di legno (maschere e figure antropomorfiche) sono origini e uniche per la perfezione dell'intaglio e la ricchezza della lavorazione.

Per chi vuole approfondire ecco uno studio dell'Università di Lione sulla lingua e la cultura Fang

Ecco alcune opere in legno degli artisti Fang

Vai alla pagina di Sancara sui Popoli d'Africa

giovedì 25 ottobre 2012

CIRMF, la ricerca d'avanguardia in terra d'Africa

Quando si parla di ricerca scientifica, di grandi e attrezzati laboratori, raramente si pensa all'Africa. Poichè, nonostante tutto si ha ancora la convinzione del continente come il luogo ove si prova a conservare la natura (e le tradizioni), dove i conflitti sono all'ordine del giorno e dove, al massimo, qualcuno saccheggia qualcosa. Eppure in Africa vi sono straordinari istituti di ricerca che quotidianamente contribuiscono ad arricchire la conoscenza umana, semmai come già altre volte sottolineato, anche in ambienti scientifici vi è una certa difficoltà a dare visibilità alla stessa ricerca. Nel 2009 nasceva infatti in Sudafrica un programma, denominato Africa Science Trackers (AST) che aveva lo scopo di indicizzare tutte le ricerche di scienziati africani pubblicate a partire dal 2000 al fine di aumentare la visibilità negli indici internazionali.
Molti degli istituiti di ricerca presenti in Africa sono emanazioni di istituzioni europee, americane e asiatiche che hanno aperto delle sedi operative "overseas". 
Vi sono però delle brillanti eccezioni, tra queste sicuramente il CIRMF (Centre International de Recherces Medicales de Franceville o in inglese International Centre for Medical Research in Franceville) in Gabon.
Il CIRMF è stato inaugurato il 5 dicembre 1979, frutto di un'idea - quanto mai illuminata - dell'allora Presidente Omar Bongo, che coinvolse la compagnia petrolifera francese ELF (oggi Total Gabon). La ELF al tempo estraeva l'85% del petrolio gabonese con 59 milioni di barili all'anno (oggi è al 24% con 21 milioni di barili annui) ed era in una condizione di monopolio nella ricerca di nuovi giacimenti petroliferi. Originariamente (a metà degli anni'70), la ELF fu coinvolta in studi sulla fertilità e il CIRMF nasceva proprio allo scopo di continuare - richiamando esperti da tutto il mondo - gli studi in merito alla fertilità e alle malattie sessualmente trasmissibili. Sorto nella cittadina di Franceville nella zona sud orientale, si sviluppava inizialmente su 2000 metri quadrati su di un terreno di 45 ettari. Da lì il passaggio è stato breve: un centro di primatologia, le nuove malattie sessualmente (AIDS in testa), retrovirus, parassitologia e infine Ebola.
Oggi il CIRMF, che dal 1997 (a seguito della prima epidemia di Ebola nel paese) dispone di un laboratorio ad alta sicurezza, è il centro all'avanguardia sullo studio di Ebola e delle sue modalità di trasmissione, oltre che di altre malattie virali emergenti, di retrovirus, di parassitologia, di malattie ematologiche e di rischi ambientali.
Nel 2008 è stato costruito un nuovo laboratoria ad altissima sicurezza, dove è possibile manipolare agenti biologici di 4 livello (i più pericolosi per l'uomo).

Il futuro della capacità umana di difendersi da malattie sempre più aggressive è legata agli sviluppi della ricerca scientifica in questi campi e l'Africa è in prima fila.

Ecco un articolo recente su Viruses che descrive gli studi, e la storia, sul virus Ebola effettuati dal CIRMF

mercoledì 11 gennaio 2012

Popoli d'Africa: Baka

I Baka (chiamati anche Bayaka, Bebayaka, Bebayaga o Bibaya) sono un popolo nomade che vive nelle foreste pluviali equatoriali del Camerun,  del Gabon e del Congo. Stando a delle stime (calcolare il loro numero non risulta facile) sono un numero che varia da 30.000 a 40.000 individui. Appartengono a quel vasto gruppo di popoli pigmei, per la loro bassa statura. Hanno grandi similitudini con altri popoli pigmei come gli Aka, i Twa e i Mbuti.
Si accampano nella foresta in capanne unifamiliari a forma di igloo, chiamate mongulu, costruite dalle donne con foglie e rami. Restano nella stessa area fino a quando la foresta è in grado di sfamarli, poi si spostano.
Vivono utilizzando quello che la foresta offre, ovvero cacciando (gli uomini) con frecce avvelenate o trappole, e nutrendosi di miele (sono abili raccoglitori) e di altri prodotti come frutti selvatici e funghi. I Baka sono inoltre grande conoscitori delle piante della foresta che utilizzano per produrre i veleni per le frecce ed i medicamenti. Hanno anche delle complesse tecniche di pesca. Hanno uno spirito molto comunitario, percui tutti i prodotti della caccia o della raccolta, vengono divisi tra tutti i nuclei familiari.
Sono animisti e credono in uno spirito della foresta chiamato Jengi. Hanno delle complesse danze rituali che sono accompagnate da canti polifonici e da strumenti a percussione, mentre continuano a praticare un rito di iniziazione che segna l'ingresso di ogni maschio Baka nell'età adulta.
La musica è un elemento di primaria importanza per i Baka, che la coltivano fin dalla tenera età. Del resto, come gli antropologi hanno sempre sostenuto, l'udito e i suoni sono fondamentali per la sopravvivenza nella foresta dove spesso la vista si ferma a poche decine di metri. I Baka hanno la capacità di "ascoltare" la foresta. Il rapporto con la foresta per i Baka è la vera essenza della loro cultura. La foresta offre tutto quello che è necessario per vivere, per conoscere e per credere.
Purtroppo negli ultimi decenni la loro sopravvivenza è fortemente minacciata dalla deforestazione, che da un lato toglie loro i luoghi della loro vita e dall'altra li costringe ad uscire dalle foreste scegliendo una vita più sedentaria (costruscono capanne non lontano dai villaggi delle popolazioni bantu di cui sono spesso vittime di suprusi) che rompe ogni legame con le loro antiche tradizioni.

Tra i maggiori conoscitori del popolo Baka vi è un antropologo italiano,  Luis Devin , che per anni ha vissuto con loro, carpendone i segreti più remoti. A breve uscirà un suo libro (La foresta ti ha. Storia di un'iniziazione, Castelvecchio Editore). Questo è il suo sito riccamente documentato e con stupende immagini.
Tra i primi invece a scrivere sul popolo Baka fu  Lisa Silcock alla fine degli anni '80.

I Baka sono una etnia che per le loro caratteristiche - qualcuno li ha descritti come un "popolo che vive in un limbo tra passato e presente" - hanno sempre destato curiosità ed interesse. Girando per la rete si possono trovare informazioni, immagini, approfondimenti sulla loro musica e sulla loro capacità di adattamento nella foresta. Non manca naturalmente chi cerca di aiutare la loro sopravvivenza. Tra i tanti vi segnalo l'Associazione Dokita, attiva con un progetto in loco, e naturalmente Survival International, che da tempo segue la delicata situazione dei popoli pigmei dell'Africa centrale.

Ecco anche un'altro sito per approfondire la conoscenza del popolo Baka.
Questo interessante articolo di approfondimento sullo sviluppo umano e la cultura tra i Baka.
Oppure questo video di National Geographic del 1988 sui Baka.

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